Blog - Crediti


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15 maggio 2013

A DOMANDA RISPONDE


Da almeno due mesi non rispondo alla posta che mi è via via giunta nel Blog (per la verità qualche commento mi è giunto via mail e poi l’ho trasferito nel Blog, ma preferisco che il materiale affluisca direttamente a Clandestino in Galleria, considerato anche il fatto che il sistema per farlo è assai semplice).
Comincio in ordine di data con le missive più lontane nel tempo. Dopo la pubblicazione di “L’Italia di Totò e dei Moschettieri” (2/04/13) Gianni Dello Iacovo mi fa osservare che così come si parla sempre dei Tre Moschettieri che in realtà erano quattro (ma D’Artagnan inizialmente venne arruolato nelle Guardie e solo in un secondo tempo fu posto, insieme a Athos, Porthos e Aramis, agli ordini di Monsieur de Treville) si citano sempre i quattro moschettieri Gasman, Manfredi, Sordi e Tognazzi e mai il quinto. E cioè, secondo Dello Iacono, Mastroianni. Mi sembra che sia un esclusione giustificata dalle caratteristiche peculiari di Marcello, in cui si rinvenivano anche, occasionalmente, tonalità comico-grottesche, ma che incarnava prevalentemente una maschera sospesa fra il drammatico e il poeticamente attonito. Grazie ad essa rivelava le sue qualità migliori, quelle a cui dovette la sua fama internazionale. Concordo con Rear Window sulle caratteristiche genialmente inventive di Age e Scarpelli come creatori di un nuovo linguaggio. Concordo anche  con Rosellina sul fatto che il cinema italiano di qualche tempo fa riposava su una inventiva robustezza di fondo, la quale consentiva a registi, sceneggiatori ed attori di esprimersi al meglio. In realtà penso che sia la società italiana nel complesso ad attraversare un peggioramento globale e facilmente avvertibile, sia, come si dice, nella sfera pubblica che in quella privata. Gli esempi, che attengono alla cronaca politica come a quella giudiziaria e criminale, sono davanti agli occhi di tutti. Il cinema, pur con lentezze, goffaggini e sfacciate scaltrezze, è un riflesso di quello che la società è e di quello che la società vive. Quest’ultima osservazione è anche implicitamente ed esplicitamente, una risposta a Rita M.
Passiamo ora ai commenti riguardanti il mio brano su Jannacci (9/04/13): sostanzialmente concordano tutti nei giudizi favorevoli. Divertente il testo della canzone “Giovanni telegrafista” (“…per andare abitare città grande piena luci gioielli”) con le preposizioni tagliate secondo la regola dei telegrammi, inviato da Enrico. Rosellina e Rita M. sono d’accordo con me e il ricordo personale di PuroNanoVergine, che all’età di sette anni conobbe il cardiologo Jannacci, è indubbiamente curioso e inatteso.
Rosellina e Enrico hanno scritto a proposito dell’humour ligure (15/04/13). Faccio osservare che quello di Dapporto fu una variazione tutta particolare, tipica della Sanremo di una volta e più largamente di quel frammento della Liguria di ponente che fino agli anni trenta era ancora legata alla vicinissima Francia di confine da un antico rapporto che risaliva al Regno di Sardegna. Per la gente di Ventimiglia Mentone e Nizza erano molto più famigliari di Genova. E, prima di imbattersi nel curioso ma sostanzialmente comprensibile provenzale di Nizza, si veniva a contatto, poco dopo il passaggio di frontiera, con il “post-genovese” parlato a Monaco (u munegascu). In questo senso le citazioni francesi di Dapporto (…dal gallico) avevano un senso preciso e rivelavano una dimestichezza quotidiana che via via, con il passare delle generazioni e l’arrivo in massa dei calabresi, ha mutato tutte le antiche caratteristiche comuni fra il Ponente ligure e la vecchia Contea di Nizza. Tanto è vero che quando Dapporto provò, lui Sanremasco, a recitare a Genova il repertorio di Govi dovette letteralmente cambiare lingua.
Per quel che riguarda l’articolo del 22/04/13 su Papa Francesco (che, non so perché continua ad essere citato dalla stampa scritta e dalla televisione come Francesco e non come Francesco I) ringrazio i fedelissimi Rosellina e PuroNanoVergine. A proposito della mia confessione di stanchezza apparsa nel Blog il 27/04/13, ringrazio ancora il gruppo dei fedelissimi: Rosellina, Rita M., Enrico (in tanti anni di vita a Roma non ho mai sentito l’espressione “robba paccuta”!), Giorgio e Luciano Garibaldi con cui passammo tanto insieme in redazione più di quarant'anni fa. Per quel che  riguarda PuroNanoVergine non so se posso garantire un altro settennato o, come si diceva meglio un tempo, settennio; (ho controllato nel Battaglia e ho visto che la parola “settennato”, anche se presente già in Croce e in Gramsci, è ricalcato sul francese “septennat” mentre “settennio” viene dal latino tardo “septennium”).
Mi fa piacere che Rosellina (3/05/13) legga con interesse la tabella dei film usciti a Genova; mi auguro che possa venire una volta a Genova ed assistere (un primo Lunedì del mese, da Ottobre a Giugno) ad una Stanza del Cinema, che vive ormai sullo zoccolo duro di appassionati (per la verità di appassionate, perché sono quasi tutte signore). In quanto alle osservazioni varie sulla Germania 06/05/13 faccio osservare a PuroNanoVergine ed a Corto Maltese che io pensavo istintivamente a squadre di Club (tipo “Champions League”) e non a rappresentative nazionali, dove in genere l’Italia, pur con minor applicazione ma con maggior inventiva, riesce quasi sempre a vincere. Le squadre di Club sono attualmente una dimostrazione della furbizia e della elasticità con cui i tedeschi si stanno impadronendo di nuovo dell’Europa. Ad esempio il Bayern Munchen conta 26 giocatori che formano la cosiddetta “rosa”: di essi 14 sono tedeschi e ben 12 stranieri (sono rappresentati la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Svizzera, il Perù, il Brasile, la Croazia, la Spagna e l’Austria). Come si vede l’abitudine di attingere fuori dai confini, comune ormai a tutte le squadre europee, è rigorosamente praticata anche dalle squadre tedesche, che sono anche per quel che mi risulta, le più solide finanziariamente (stadi efficienti, pubblici compatti). La voglia tedesca di dominio è intrisa di una furbizia un tempo assente in Germania, che la rende ora doppiamente “pericolosa”.
I post giunti il 6/05/13 (ringrazio per le lodi) mi consentono una precisazione che riguarda proprio il mio omonimo. Infatti in questi giorni si parla di lui come di un possibile Presidente del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), importantissimo perché veglia sui nostri Servizi Segreti.
Veniamo infine ai post giunti in occasione del mio scritto del 13/05/13 su Andreotti. Enrico, a cui il personaggio non garbava, fa un riferimento a Tatti Sanguineti di cui si occupava anche Anonimo in un post del 6/05/13. Facendo cioè riferimento alla telefonata in cui lo stesso Tatti parlava a lungo del suo sfortunato documentario su Andreotti, rimasto purtroppo incompleto. Ne abbiamo parlato al telefono e mi pare di capire che nutra qualche speranza di poterlo recuperare.
Spero di avere risposto a tutti in modo abbastanza esauriente. Ringrazio i soliti fedelissimi della loro utilissima partecipazione al Blog e resto sempre in attesa di commenti e suggerimenti, entrambi graditissimi.
Mi auguro a presto con qualche mio apporto nuovo e più sostanzioso…

13 maggio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Con la solita scadenza settimanale riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il monocolo" apparsa sul "Corriere Mercantile" di domenica 12 Maggio. Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

PURTROPPO NON C'E' STATO IL PAPA GIULIO I

É probabile che domenica 12 Maggio, quando queste righe appariranno, i commenti alla morte di Giulio Andreotti siano già stati superati, o in qualche modo aggirati, nella perenne gara di inseguimento delle notizie tipico della nostra epoca. Tuttavia, correndo il rischio di apparire goffo o superato, voglio anche io scrivere un modesto contributo in materia. Andreotti aveva circa 10 anni più di me. Essendo egli stato precocissimo posso ben dire che la mia intera vita, come quella di tanti altri italiani, è stata scandita da infinite notizie su di lui e sul suo cammino. Che io da lontano, e senza minimamente conoscerlo, ho sempre seguito con estremo interesse, persuaso, come ero e come sono, che egli fosse un protagonista essenziale della politica italiana (scriveva anche libri divertenti e informati). È stato forse il nostro Talleyrand, come qualcuno ha scritto (come abilità manovriera, forse, ma non certo come avidità di denaro e di piaceri, vista la sua vita austera) ma sicuramente aveva una caratteristica che lo rendeva diverso da quasi tutti i politici democristiani. Era profondamente romano, ma era anche (limitatamente) italiano. In realtà Andreotti era soprattutto, e in maniera decisiva, vaticano. Se si fosse fatto prete, come tanti suoi amici di giovinezza, avrebbe potuto diventare uno straordinario cardinale- un Segretario di Stato ben superiore anche a quelli più famosi nella carica- e, forse, un Papa. Vescovo di Roma, e notoriamente romanista, sarebbe stato un pontefice profondamente radicato nella città (“…romano lo volemo, o almanco italiano!”) e al tempo stesso istintivamente internazionale come lo furono nel passato tanti ecclesiastici capitolini. Come uomo politico fu naturalmente paralizzato dal fatto di operare in una nazione di grande importanza storica e culturale, ma che in politica estera conta poco o nulla. Dal Vaticano (con cui egli visse in simbiosi sin dalla giovinezza) avrebbe potuto spaziare su tutto l’universo mondo con una autorità a cui la sua scaltrezza ed il suo tempismo avrebbero conferito un “tocco” probabilmente insuperabile. Ha preferito sposarsi ed avere una bella famiglia. Ma ha perso la possibilità di un’avventura esaltante.

06 maggio 2013

E' DIFFICILE CONVIVERE CON UN (QUASI) OMONIMO PIÙ GIOVANE

Credo di dovere un minimo di spiegazione ai miei lettori. Da tanti anni convivo con un' ombra umana, che nella realtà è un giornalista siciliano mio quasi omonimo. Si chiama Giovanni Giuseppe Claudio Fava ed è nato a Catania il 15 Aprile 1957. Suo padre (incredibilmente si chiamava Giuseppe, proprio come mio padre) era anch'egli un giornalista, che si dilettava di politica e di calcio e che, proprio per la sua militanza politica, venne ucciso nel 1984 quando dirigeva la rivista "I Siciliani". E' convinzione comune che egli abbia disturbato troppo la mafia e che questa abbia provveduto a sopprimerlo. Con Fava (chiamato abitualmente Pippo) eravamo diventati amici quando, non so più in quale Festival del cinema (mi pare a Sorrento) l'ufficio stampa continuava a confonderci inviando all'uno i comunicati indirizzati all'altro, con il risultato che avevamo incominciato a frequentarci. Il suo nome, uguale a quello di mio padre (che però in famiglia era chiamato non Pippo ma Peppino) mi aveva turbato da quando avevo scovato la sua firma su "Tuttosport". Quando nel 1970 mi trasferii a Roma per lavorare alla Rai, Pippo, che si trovava spesso nella Capitale per motivi di lavoro e credo anche per motivi personali, veniva sovente a trovarmi in ufficio. Conservo ancora uno dei suoi libri con una dedica affettuosa. Suo figlio sapevo che esisteva e che si chiamava come me (anche se controllando su Google ho appreso che Claudio è solo il suo terzo nome dopo Giovanni e Giuseppe). Di fatto non l'ho mai incontrato salvo una volta che lo sfiorai occasionalmente in un aeroporto  e lui venne verso di me tendendomi la mano e dicendo qualcosa come: "a questo punto...".
Da molti anni le nostre carriere si sfiorano, senza nessuna occasione d'incontro, ma essendo ognuno dei due consapevole dell'esistenza dell'altro. Ma da quando la posizione professionale e politica di Claudio Fava è diventata più visibile e ben più importante della mia (attualmente è deputato e portavoce di SEL, il movimento che fa capo a Niki Vendola) le occasioni di citazione e quindi di confusione sono diventate più palesi. Non è un caso che in Google a volte risultino mescolate le sue e le mie opere (quando vinse un premio per la sua partecipazione alla costruzione ed alla sceneggiatura del film "I Cento Passi"di Marco Tullio Giordana, io ricevetti una telefonata non so da dove di un signore misterioso che mi disse pressapoco: "Sapevo che lei si interessa di cinema ma non che si occupasse anche della lotta contro la mafia. Molti complimenti per I Cento Passi").
L'unica cosa che mi salva da una (quasi) omonimia è l'abitudine che presi da giovanissimo, pressapoco a diciotto anni, di firmarmi "Claudio G.", affascinato dal doppio ma brevissimo secondo nome di tanti scrittori americani. C'è indubbiamente una sorta di curiosa predestinazione in questa vicinanza di denominazioni, vista la scelta operata dall'"altro Claudio" di usare il suo terzo nome come se fosse il primo. Ma indubbiamente il mio desiderio di differenziarmi da lui, sia per ragioni di età (ho 28 anni più di lui) che per ragioni politiche, resta, mi sembra, assolutamente legittimo. E mi auguro che i miei lettori lo comprenderanno.

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come è ormai tradizione riporto qui il testo della mia rubrica domenicale su il Corriere Mercantile, pubblicata pubblicata il 5 Maggio. Considerata la data, la coincidenza è del tutto casuale. Non intendo assolutamente paragonarmi ad Alessandro Manzoni.

VISTO CON IL MONOCOLO

LA GERMANIA ARRIVA IN FINALE

Volevo dedicare questa puntata della rubrica a Gaetano Quagliariello, attuale ministro delle Riforme Costituzionali. E’ uno degli specialisti italiani di De Gaulle e intendevo approfittarne per recuperare la straordinaria lezione di ingegneria costituzionale che il Generale ci ha lasciato in eredità, grazie alla Costituzione da lui varata. Ma c’è tempo per farlo la settimana prossima, mentre oggi reagisco ad una foto apparsa nella prima pagina del Corriere della Sera con il sopratitolo “Bayern-Borussia”, il calcio come metafora con un articolo di Gian Arturo Ferrari intitolato: “Ordine e talento, la lezione tedesca”, tema ribadito in due pagine di sport,. In effetti la lezione che emerge dalla vittoria del Bayern sul Barcellona, e quindi dal fatto che la finale della Champions League vedrà addirittura due squadre tedesche disputarsi il titolo, dovrebbe incuriosire anche chi non si interessa di calcio. Vale a dire il fatto che in Europa nonostante ogni sforzo contrario alla fine le caratteristiche collettive dei tedeschi finiscono sempre con l’imporsi:la dedizione al lavoro, la capacità di cooperare ad un obbiettivo comune, la disciplinata testardaggine nel dedicarsi ai propri compiti. In Europa ci abbiamo provato due volte a liberarci dai tedeschi: dal 1914 al 1918, e dal 1939 al 1945. Ogni volta la Germania era debellata, totalmente sconfitta, finanziariamente annullata e, nel secondo caso, anche fisicamente distrutta. Ed ogni volta nel giro di pochi anni è ritornata in piedi, compatta e combattiva (ha recuperato anche l’immenso peso negativo dell’eredità DDR). Non è un risultato che mi entusiasmi particolarmente ma è innegabile e davanti agli occhi di tutti come lo è l’ovvia preminenza che la signora Merkel esercita sull’intero continente. Come latini, e particolarmente come italiani, mi rendo conto che è un risultato finale fatto apposta per lasciarci al tempo stesso perplessi ed irritati. Ma penso che dovremmo prenderne atto una volta per tutte e tenere definitivamente conto del fatto che nell’Europa di oggi il peso della Germania è molto superiore a quello che aveva vagheggiato Bismarck nei suoi momenti di maggior ottimismo. Rassegnamoci, una buona volta.

(battute 2.198)

(TITOLO ORIGINALE: PUO’ NON PIACERE MA ALLA LUNGA LA GERMANIA ARRIVA IN FINALE)

03 maggio 2013

LA STANZA DEL CINEMA

VOTI DEI FILM USCITI A GENOVA NEL MESE DI APRILE 2013
Come ogni mese Guido Reverdito mi invia la tabella dei film usciti a Genova nel mese e dei voti ad essi assegnati dai colleghi genovesi del Sindacato Nazionale Criticiti Cinematografici Italiani. L'elenco  che pubblico qui è quello completo. Lo stesso elenco, ridotto però per motivi di spazio del giornale ad un massimo di 15 titoli, verrà pubblicato nell'edizione di Lunedì 6 Maggio, in occasione dell'abituale incontro mensile con il pubblico genovese nella cosiddetta "Stanza del Cinema" di Palazzo Ducale.
Buona lettura a tutti.
(Ricordo che se la tabella non apparisse completamente leggibile può essere ingrandita nel computer cliccandoci sopra e zummando)


29 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Ribadendo un' abitudine che ho preso ormai da molte settimane riporto qui il testo della mia rubrica settimanale sul Corriere Mercantile: questa è apparsa domenica 28/04/13. Confesso che nello scriverla ho provato un certo tremore, perché ero consapevole di correre un duplice rischio: da un lato di sembrare pomposamente senile e dall'altro di risultare esageratamente addolorato. Ma quel che ho scritto, per banale che sia, è una testimonianza autentica di un moto dell'animo (e del cervello) che ho provato e che provo tuttora. Come sempre il giudizio tocca ai lettori.

VISTO CON IL MONOCOLO

L’ITALIA INFLIGGE TROPPI CHOC AD UN VECCHIO GIORNALISTA COME ME

L’anno scorso ad ottobre ho compiuto 83 anni. Sono ormai completamente assestato in quel magico decennio che va dagli 80 ai 90, entro il quale muoiono quasi tutti, quelli che quando la vita era più corta morivano fra i 60 e i 70 anni. E se ripenso alla mia vita fondamentalmente banale mi rendo anche conto che l’Italia mi ha sottoposto a troppi shock. La mattina del 26 luglio 1943 (sono sfollato tra Gavi e Novi) la mamma al mattino mi scuote per un braccio e dice: “svegliati, svegliati, è caduto Mussolini”. La sera dell’8 settembre sempre lei mi dice “è finita la guerra!” ed io, con improvvisa lucidità, rispondo: “non è finita, continuerà e sarà peggio di prima” (ci sono vissuto di rendita per decenni). Il pomeriggio del 14 luglio 1948, dopo la notizia dell’attentato a Togliatti vedo dalle finestre di casa, in Via XX Settembre, una folla immensa comporsi come un gelido fiume di carne: sotto i miei occhi si svolge l’ultimo tentativo di colpo di stato bolscevico (fallito) in Europa. 30 giugno 1960: sto chiuso tutto il giorno nella protetta redazione del Corriere mercantile in Via De Amicis a tradurre dall’inglese una storia a fumetti che riassume le vite di Nixon e di Kennedy da pubblicare nei giorni immediatamente precedenti le elezioni americane del novembre. Torna Manlio Fantini, sconvolto: ha passato tutto il pomeriggio in Via XX Settembre, gli scontri per l’annunciato Congresso M.S.I. sono stati così ampi e violenti che porteranno il 19 luglio alla caduta del Governo Tambroni. E io non mi sono accorto di niente. Dalla fine di quel decennio sino agli inizi degli anni’80 l’Italia attraverserà il più terribile momento di terrorismo collettivo che l’Europa abbia conosciuto. Anche qui l’ho attraversato passivamente, in fondo senza rendermi conto di nulla, occupato com’ero a comprare film e ad individuare Beautiful per sostituire Capitol. Ai giorni nostri provo l’ultima emozione: vedere un Papa a cui se ne affianca un altro, vivi entrambi, ed un vecchio Presidente che viene rieletto con amorosa disperazione. Otto Papi ho visto in vita mia: da Pio XI (che mi ha dato un colpetto sulla testa) sino a Francesco I, a cui non riesco proprio ad abituarmi, con un grande rimpianto per la cauta e timida eleganza di Benedetto XVI. Troppi shock ho ricevuto dall’ Italia ed io sono stanco, proprio stanco.

(Battute 2328)



22 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Sta diventando un'abitudine, e pertanto anche questa volta riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il Monocolo" apparso domenica 21 Aprile nel Corriere Mercantile. Ancora per qualche tempo non potrò occuparmi molto del Blog, a causa di tre impegni che tuttora mi preoccupano. E cioè la redazione definitiva di due libri diversi e la preparazione di un ciclo di mie presentazioni in video per la rete Class TV (darò più precisazioni al momento opportuno). Come sempre riporto in testa al brano il titolo definitivo con cui è apparso sul giornale, e in coda quello posto da me originariamente all'inizio del brano (come vedete l'intento è lo stesso, ma uno dei titoli è più breve e l'altro è più lungo).

VISTO CON IL MONOCOLO

UN PO' MARADONA E UN PO' BORGES...

Mentre scrivo sono in corso due processi diversi. Da un lato l’involuzione quasi totale della Repubblica italiana alle prese con le trappole infinite di una difficilissima elezione presidenziale. Ma quando mi leggerà il lettore, forse il problema sarà già risolto o avrà acquistato altre dimensioni. L’altro processo, sempre in evoluzione, è invece quello che riguarda la progressiva presa di potere di Papa Francesco I (la numerazione è abitualmente trascurata ma gli spetta di diritto). 80.000 spettatori in piazza San Pietro durante i giorni feriali e 150.000 per l’Angelus domenicale sono ormai una vetta popolare conquistata senza fatica dal pontefice argentino. Che continua ad imporsi per l’amore subitaneo che gli ha tributato la gente e per il modo di vivere furbescamente semplificato e allegramente articolato (si veda il duplice scambio di zucchetti bianchi con la folla). Ma a volte penso che, da europei, abbiamo trascurato un elemento di base per valutare il suo modo di vedere il mondo e di inserirsi nella società. Anche se di recente origine astigiana (o i genitori o i nonni) egli è pur sempre argentino, vale a dire cittadino di un paese alimentato dall’immigrazione italiana e spagnola ma al tempo stesso orgogliosamente autoctono nello sfrenato orgoglio nazionalistico. Di cui è un tipico prodotto il cosiddetto peronismo, vale a dire quella apparentemente contraddittoria mescolanza di stimoli destra e di sinistra, che in Europa non siamo mai riusciti a capire completamente e che credo sia rimasta profondamente confitta nelle vene della nazione, nonostante Peron e la moglie siano morti da anni. Ho trovato su questo tema un bellissimo aneddoto. Un giornalista britannico intervistava Peron sulle tendenze politiche degli argentini e questo rispose: “…Abbiamo un 30% di socialisti, un 20% di conservatori, un 30% di radicali…” “Ma i peronisti?” Lo interruppe il giornalista: “…Ma no, peronisti lo sono tutti quanti” rispose Peron. Mi chiedo se nella tenue mescolanza di elementi tradizionali e di elementi innovatori tipica di questo Papa, non agisca una forma di insolita convivenza che è proprio frutto del suo essere argentino (un po’ Maradona, un po’Borges).

(titolo originale: TUTTI GLI ARGENTINI SONO UN PO' MARADONA E UN PO' BORGES)




15 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito, e quindi come quasi ogni lunedì, riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il monocolo" apparso sul Corriere Mercantile di domenica 14 aprile. Non penso che sia particolarmente bello ma indubbiamente implica la necessità, per poter avere il taglio prescelto, che chi scrive sia genovese. Il che in astratto riduce di molto il numero degli autori potenziali presenti sulla piazza.
Spero che i miei lavori in corso terminino presto e che io possa di nuovo disporre di tempo da dedicare al Blog.
Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

IL GUSTO BIPOLARE DELLA COMICITA' GENOVESE

Sono sempre stato persuaso che esista, nell’eredità genetica ligure, una vocazione all’humor che non ha paralleli in Italia. Si pensi ad un personaggio fatidico come Govi (genovesissimo anche se di famiglia emiliana), molto più vicino nella mimica e nella vocazione grottesca ad un comico francese come Raimu che ad uno dei tanti attori romani e napoletani della tradizione italiana. E’ stata ora annunciata una collana di dieci DVD per raccogliere le parodie e le imitazioni più famose di Crozza (innumerevoli: dalla B di Bersani alla Z di Zichichi). Ho sempre desiderato di inserirlo in una delle numerose telefonate a personaggi vari (da Giulio Anselmi a Minoli, da Pupi Avati a Folco Quilici ad Aldo Grasso e via citando) che ho posto nel mio Blog “Clandestino in Galleria”. Ma ho sempre rinunciato a provarci, ammaestrato anche dalle parole affettuose di sua moglie Carla Signoris (anch’essa registrata nel Blog). Maurizio in genere non concede interviste (ma lo ha fatto con Gian Antonio Stella) e io non ci ho provato, anche se con me è sempre stato gentilissimo e amichevole (si può essere amici anche fra genoani e sampdoriani). Ma resta nel fondo una grande realtà italiana contemporanea: la nostra mitologia fantastica è dominata da due genovesi che entrambi hanno battuto le vie dell’humor, per approdare poi a sfondi e cammini completamente diversi. Appunto: da un lato Crozza e dall’altro Beppe Grillo. E’ innegabile che in entrambi la vocazione alla divagazione ironica sia poi esplosa, dopo un periodo di esperienze similari (più accademiche quelle del primo, più cabarettistiche quelle del secondo) in dimensioni totalmente diverse ma ciascuna a modo loro egualmente esplosive. Quel che è sicuro è che in entrambi fermenta una tradizione comico-satirica molto nostrana e regionale (si pensi alle invenzioni para-francesi di un ligure ponentino come Dapporto). Non so a quali conclusioni possano portare entrambi (quelle di Grillo sono sicuramente più esplosive e potenzialmente più pericolose, quelle di Crozza a modo loro egualmente demolitorie). Ma è certo che tutti e due (non lo scrivo per patriottismo cittadino) sono entrambi italianissimi ma in certo modo estranei all’Italia.