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27 febbraio 2008

Luciano Pavarotti, l'ultimo tenore?

Ricevo da Italo Moscati questo comunicato e lo ricopio integralmente:
LUCIANO PAVAROTTI, L’ULTIMO TENORE?

Testi e regia di Italo Moscati
Montaggio di Angelo Tocci
Produzione: Speciali Tg1 Rai
Durata: 1h 15’

In onda domenica 2 marzo 2008 alle 23.25, Speciali del Tg1


Nello Speciale di Italo Moscati - già autore di “Non solo voce” dedicato a Maria Callas, realizzato sempre per gli Speciali del Tg1- la vita e la carriera di Luciano Pavarotti che è scomparso nel settembre del 2007. Un reportage giornalistico e narrativo costruito con documenti dei telegiornali, film, foto, immagini inedite o poco conosciute, interviste dimenticate e recuperate.
A distanza di sei mesi dalla morte, Moscati propone una inchiesta sul mito del Tenorissimo, detto anche Big Luciano, che attraversa le sue esibizioni d’opera nei teatri e nei grandi concerti all’aperto ad Haye Park di Londra, al Central Park di New York, alle Terme di Caracalla di Roma, alla Torre Eiffel di Parigi; e vi intreccia una storia che comincia nel 1935, quando Pavarotti nacque a Modena , per poi trovarsi bambino nelle bufera della guerra e dei violenti scontri sulla Linea Gotica tra nazisti e Alleati . Una storia che accompagna passo passo l’accostamento al canto e alla musica del maestro e assicuratore, nonché fornaio Luciano, figlio di un fornaio- tenore con cui entrò da ragazzo nella Corale Rossini di Modena.
Dai primi tentativi, dai primi maestri si sviluppa la vicenda artistica e umana di Big Luciano che esordisce nel 1961 a Reggio Emilia con “Bohème”, un’opera sempre amata, costantemente nel repertorio del tenore insieme alla “Tosca”, anch’essa di Giacomo Puccini. Verranno ricordati i debutti al Covent Garden di Londra, alla Scala di Milano, al Metropolitan di New York e in tanti altri teatri del mondo. Una serie di successi, accompagnati da incidenti e disavventure-indisposizioni e difficoltà di rapporti artistici- che crearono ben presto la leggenda di Pavarotti come vero erede dei tenori della tradizione italiana, da Enrico Caruso a Beniamino Gigli.
La storia di Luciano Pavarotti vive di riflesso non solo dei fatti di cronaca ma anche e soprattutto della vitalità del melodramma che entra nella cronaca stessa e la condiziona decisamente.
La perdita di Pavarotti coincide con una domanda: dopo di lui, ci saranno tenori così? La paura va al di là della scomparsa di Lucianone, riguarda il futuro della lirica che c’è chi considera inevitabilmente avviato sul viale del definitivo tramonto.
Pavarotti continua ad essere presente fra noi, grazie dei libri, dei concerti a lui dedicati, alle notizie che a lungo si sono susseguite sui rapporti tra gli eredi, sullo stato di salute della seconda moglie del tenore, Nicoletta Mantovani; e ancora alle interviste, commenti, indiscrezioni che occupano gli schermi delle tv e le pagine dei rotocalchi.
Una bella e sincera intervista a Nicoletta è andata in onda alla Rai e il più importante telegiornale italiano, il Tg1, ne ha trasmesso una scelta nella sua edizione di più alto ascolto, quella della 20.
Nicoletta, che ha detto di essere malata da anni, e ha raccontato con pacato dolore, l’esperienze che lei e la figlioletta hanno appena vissuto, ha contribuito a sgomberare l’orizzonte di notizie e di indiscrezioni efficacemente, ma in parte. La tentazione di speculare sulla morte, e quindi sulla vita e sugli affetti di Lucianone resiste e resisterà a lungo, nell’opinione pubblica e nei media, lo si può credere.
Ci si può chiedere legittimamente: chi è, anzi chi era il grande tenore?
Pavarotti era un grande tenore, di enorme successo e risonanza, che si collegava alla tradizione illustre del melodramma italiano ma che aveva capito la necessità di aggiornarlo, ad esempio attraverso l’idea multimediale dei concerti dei “tre tenori” (lui, Carreras, Domingo), i rapporti con le rock star, i raduni nella sua città d’origine Modena tra sport e arte, le immense adunate di folla e musica a New York e Londra.
Tre sono le fasi del nostro racconto in cui si svilupperà compiutamente, con precisione cronologica e cronistica, un’avventura destinata a resistere nel tempo e anzi a rafforzarsi.
La fase della cosiddetta “opera buffa”,ovvero la bella storia del figlio di un fornaio (cantante e appassionato di lirica), in cui Lucianone tutto travolge e conquista, ha successo crescenti sul piano internazionale e intanto ingrassa, interpreta i grandi personaggi (“Vincerò!”), e infatti vince sempre: si fa una famiglia, gira il mondo applauditissimo, si asciuga il sudore durante le esibizioni con un fazzolettone bianco (un gesto famoso), si circonda di fans e di amici, sorride sempre, alla sua avventura, al suo straordinario presente e al suo promettente futuro. Allegro e ironico, seduce il pubblico più riottoso.
La seconda fase della “opera buffa ”, ovvero l’insidia delle rivalità, delle gelosie. Sono numerosi i detrattori e i critici, molti lo ritengono poco simpatico e avido, ma Lucianone, sempre intonando “Vincerò!”, travolge tutto e tutti, scopre che il potere personale è salito, e che i suoi guadagni sono strabilianti e che la vita di prima non gli basta più.
L’amore per Nicoletta lo rigenera e lo rilancia, ricomincia, senza curarsi del perbenismo di molti e del sospetto che il nuovo amore possa fiaccarlo. Nicoletta e Lucianone sono la coppia che viene più seguita e fotografata. E in tanti si chiedono: cosa trovano l’uno nell’altra, e viceversa? La seconda fase dell’”opera buffa” non turba la coppia famosa , anzi . La coppia ritrova soprattutto nella nascita di una figlia le ragioni di un orgoglio potente. Nel mondo vecchio della lirica affiorano i vagiti di una bambina.
Infine, per concludere, la terza fase del “melodramma tragico”: l’ inevitabile decadenza fisica, la carriera che si fa diversa e in apparenza più fragile, un mito che vive nei ricordi, la paura di perdere gli affetti di ieri e di oggi delle due famiglie a cui Luciano era legato in modo potente.
Sono i fatti che abbiamo imparato conoscere nei giorni dei patemi e poi della morte, e quindi delle tante parole che non sono musica. Nel silenzio delle persone della sua famiglia.
Il melodramma si fa carico di sentimenti e di buone memorie, con l’eco di un “Vincerò!” che non si spegne.

20 febbraio 2008

La posta di D.O.C. Holliday (4.a. puntata)

- LA POSTA DI D.O.C. HOLLIDAY -

A TUTTI. Si è già stabilita una sorta di tacita regola. Appena esce un numero della rivista, cominciano ad arrivare lettere per questa rubrica. E' l'effetto trascinamento, una regola quasi automatica, e del resto estremamente logica: la parola crea parola, la stampa crea stampa, la parola crea stampa, e via intrecciando secondo un viluppo che esiste sin dai tempi di Gutenberg, e forse anche prima. Come vanno le cose? Vi piacciono i film di Venezia? Mentre scrivo queste righe si affacciano compattamente nei cinema, ma forse quando le leggerete saranno già un poco lontani e svaniti nella memoria: del resto, non ne conosco la ragione, i film visti in un festival sono diversi se li rivedete in città, in un cinema normale. Non solo perché, se non sono italiani, li avete visti allora in copia originale ed ora li rivedete in copia doppiata. Ma perché tutto, non soltanto intorno a voi ma anche dentro di voi, è diverso: vi manca forse la tensione che si prova in una Mostra, forse anche la severità stanca e incontentabile che vi si avverte dopo giorni e giorni di film senza interruzioni, e il senso un poco adolescenziale di "camaraderie" che vi unisce agli altri spettatori (spesso li conoscete da decenni ma li ritrovate solo lì, come capita ai pranzi con i compagni di liceo). Sarà tutto questo insieme, o ancora altro. Ma sovente è come vedere due film diversi, ed ogni volta si prova un piacere diverso…. (a pensarci bene è il dispiacere ad essere invece sempre lo stesso). Ma basta con la bassa letteratura. Subito alle lettere vere:

"(….)approfitto per farle una domanda che riguarda Rodolfo Valentino. Un mio collega in pensione che dice di sapere tutto di cinema, sostiene che il vero nome di "Rudy" era Rodolfo Dantonguolla e non Rodolfo Guglielmi come io ho letto tante volte. Chi ha ragione? Io quel nome non l'ho mai sentito….E lei? La ringrazio in anticipo e ancora tanti complimenti.

Con perfetta stima. ENRICHETTA GRASSI, via Bertola, Genova.

Mi scuso innanzitutto per l'enorme ritardo con cui rispondo alla sua lettera (ho tagliato, come vedrà, complimentii che mi son parsi eccessivi, e che in più si riferivano alla rubrica "Forte Fortissima" ormai lontana nel tempo. In TV tutto ciò che risale alla settimana prima è già vecchio….). Per quel che riguarda Rodolfo Valentino le dirò che non ho completamente le idee chiare. Le fonti italiane in genere non accettano altri nomi che non siano quelli consacrati: e cioè Rodolfo Pietro Filiberto Guglielmi detto Valentino: Le fonti americane, anche non specialistiche ma serie come l'Encyclopaedia Britannica, accettano invece la teoria di cui lei fa cenno. E cioè che l'attore si chiamasse, in realtà, Guglielmi di Valentina d'Antonguolla, accreditandogli addirittura un predicato nobiliare, che però mi sembra difficile da difendere.La stessa dizione, per fare un esempio più attuale, lei la ritrova anche in Internet, consultando l'utilissimo programma "Internet Movie Data Base", che riporta i dati di circa 150.000 film, e credo uno o due milioni di informazioni incrociate. Ma che è di esplicita origine anglofona. Qualche anno fa ho presieduto a Taranto una tavola rotonda sull'attore,ed. oltre ad ascoltare molti interessanti interventi, per prepararmi ho consultato quasi tutte le biografie che si ritrovano in commercio. E non mi pare di avere trovato nessuna tesi incontrovertibile al riguardo.

Le dirò che riletta ora la sua lettera, nell'accingermi a risponderle la mia prima reazione - frutto di decenni di dimestichezza e di vecchissime abitudini- è stata istintivamente di pensare:"Bisogna che telefoni a Roberto". E poi mi sono ricordato che Roberto Chiti non c'è più e che è scomparso subitamente quest'estate. Nessuno di noi vecchi amici si è veramente abituato all'idea

Genova, 12 ottobre - Finalmente è risuscitato "Film Doc"! Perché così tanto silenzio? Molto bella l'intervista a Morandini e (il pezzo su) "Viale del tramonto". Bene anche la rubrica delle colonne sonore. Parlerete anche di Tiomkin? Pensateci. Grazie. Complimenti e saluti (..?..) Musica! - FRANCO NASCIMBENI

Per mancanza di spazio sarò stringatissimo.Gli articoli che le sono piaciuti sono, rispettivamente di Filippo Casaccia, Massimo Marchelli e Giorgio Di Liberto, e meritano veramente i suoi elogi. Penso che in futuro, Di Liberto parlerà anche Tiomkin. Per quel che riguarda i tempi di pubblicazione di "Film D.O.C." essi sono "governati" dai programmi dei cine-club. Quando, d'estate, i cineclub sono chiusi, chiude anche la rivista. Come vede, nulla di misterioso.


(Da "La posta di D.O.C. Holliday", "Film D.O.C.", anno 6, n. 29, Nov.-Dic. 1998)

18 febbraio 2008

La posta di D.O.C. Holliday (3.a. puntata)

- LA POSTA DI D.O.C. HOLLIDAY -

A TUTTI. Ci ritroviamo di fronte ad un nuovo autunno, con i risultati di Venezia (consultate questo stesso numero di "Film D.O.C.") che aguzzano le curiosità di chi non c'era e le brevi nostalgie di chi c'era. Nostalgie fugaci, poiché ormai i film escono spesso quasi a ridosso delle proiezioni veneziane, sicché viene a cadere anche il superstite snobismo dei vecchi frequentatori che negli anni '50 e '60, al loro ritorno a casa, potevano vantarsi, di fronte al pubblico dei cineclub, ammirato e vagamente invidioso, di quel che avevano visto poche settimane prima e che forse mai sarebbe stato somministrato ai loro ascoltatori reverenti. Meglio così. Vediamo subito a chi rispondere e su quale argomento (ho dovuto scorciare per ragioni di spazio lee lettere, non me ne vogliano gli interessati: del resto si trattava quasi sempre di complimenti per il sottoscritto perfino esagerati. Comunque ringrazio tutti di cuore).

Congratulazioni per la bella rivista. A Claudio G.Fava vorrei ricordare quel bel western che è stato "Il romantico avventuriero" con Gregory Peck. Perché non le rivediamo mai? -
Gino Dallorso (Via di Francia).

Non lo so. Suppongo che lei alluda alle trasmissioni televisive di film. O forse alle cassette. Per quest'ultima ipotesi ho controllato nell'ottimo libro di Gabriele Rifilato (Video Guida) e non ho trovato traccia del film. E per quel che riguarda la TV ci ho lavorato per quasi un quarto di secolo, ma non sono mai riuscito a capire perché certi film s'incrostino nei magazzini e negli uffici legali delle piccole e grandi case cinematografiche e per problemi di diritti, di pacchetti o per altre ragioni non si riesca più a metterci le mani sopra. Spesso, in Italia, accade anche che non si ritrovi più il doppiaggio d'epoca ed altrettanto spesso, in presenza di un 'enorme quantità di domande e di offerte, nessuno si prende la briga di allestire un nuovo doppiaggio, che implica denaro da spendere attenzione da prodigare al testo ed alle voci. In quanto al film, regia di Henry King (1888 - 1982) lo ricordo bene (insieme allo straordinario ";Mezzogiorno di fuoco" è probabilmente quanto di meglio abbia fatto il regista) ed è un toccante esempio , forse fra i primi, di quel western crepuscolare che via via introdusse l'idea che tiratori solitaria e cow-boys di gruppo erano lentamente destinati a sparire.
A forza di farcelo capire, sono poi spariti per davvero ed il western è, di fatto, scomparso. Che tristezza

Questa Associazione - "Columbus de terra rubra", via Gianelli 100 r., 16166, Quinto al mare, tel.322.555) - (……..) è vivamente interessata a raccogliere notizie e testimonianze sulla realizzazione del film "I due sergenti" girato oltre mezzo secolo fa qui a Quinto come alcuni vecchi quintesi ci hanno raccontato (…….).Potrebbe fornirci i dati di quel film e dirci se è possibile ripescarlo ? Ringraziandola in anticipo la salutiamo con la massima stima.
Gianfranco Rovani

Ho tagliato i complimenti e gli elogi della mia "enciclopedica" cultura. Che tanto enciclopedica non è se ho dovuto, come tante volte in vita mia, ricorrere ai lumi di due vecchi amici, Piero Pruzzo e Roberto Chiti. Entrambi mi ricordano che ci sono almeno due film italiani tratti dal noto romanzo d'appendice. Uno del 1936, diretto da Enrico Guazzoni (proprio lui, quello di "Quo vadis?") e interpretato da Gino Cervi, Antonio Centa, Luisa Ferida, Evi Maltagliati, Lamberto Picasso. Chiti che lo ha visto, mi dice che si sente di escludere che vi siano sequenze di mare girate a Quinto. L'altro, addirittura del 1922, diretto da Guido Brignone, interpretato da sua sorella Mercedes e da Giovanni Cimara e prodotto dalla Ridolfi di Torino, che usava venire in Liguria per gli esterni. Potrebbe essere questo il film che lei ricerca ?. Come vede si tratterebbe di un film muto non di 50 ma di ben 76 anni fa. Sono dati che le paiono in qualche modo concordare con le testimonianze dei "vecchi quintesi" di cui lei fa cenno ? Mi faccia sapere qualche cosa.


Ancora una volta mi accorgo di avere "sforato" rispetto allo spazio assegnatomi. Rimando tutti gli altri alla prossima puntata. Se andate all'O.K. Corral fate atten zione, come sempre, ai fratelli Clanton. Sono cattivissimi.



(Da "La posta di D.O.C. Holliday", "Film D.O.C.", anno 6, n. 28, Set.-Ott. 1998)

14 febbraio 2008

Mutatis mutandis - video



La posta di D.O.C. Holliday (2.a. puntata)

- LA POSTA DI D.O.C. HOLLIDAY -

A TUTTI. Le lettere cominciano ad arrivare sempre più numerose. Sarò perciò costretto ad assottigliarle al massimo per consentire a tutti (o quasi) quelli che mi scrivono di ottenere una risposta, magari breve, ma che in qualche modo li indennizzi di una attesa che è sempre lunga ed a volte lunghissima. Subito le prime risposte:
Al signor Battista Solari, che ha anche fatto una scommessa, confermo che tutti i dati in mio possesso mi dicono che Gong-Li è veramente cinese e non una americana travestita, come lui sospetta. O forse altri sospettano e lui vincerà, come mi auguro, la scommessa. La prossima volta, se disporrò di più spazio, le comunicherò tutte le informazioni di cui dispongo, ottenute questa volta attraverso Internet, grazie ai buoni uffici delle gentili signore dell'Agis di Genova.

"(...) ho sentito dire che dal romanzo breve di Honoré de Balzac., "La fille aux yeux d'or" é stato tratto anni fa un film con Marie Laforêt protagonista. Sarei molto interessato ad avere una conferma ed eventualmente qualche ulteriore informazione, (....) con amicizia". Paolo Borzone (Corso Genova, 7/5, Chiavari).

E' vero. Il film, del 1961, ha il titolo francese che lei cita e che è quello di Balzac (il romanzo breve fu scritto fra il 1830 e il 1832), si chiamò, in Italia altrettanto ovviamente, "La ragazza dagli occhi d'oro", e, se ricordo bene, fu presentato quell'anno alla Mostra di Venezia, dove lo vidi e lo recensii sul "Mercantile" (almeno così mi sembra di ricordare; a 37 anni di distanza non è facile). Il regista (nato a Cannes nel 1936) si chiama Jean-Gabriel Albicocco, ed è di ovvia origine italiana. Anzi suo padre, Quinto Albicocco, direttore della fotografia di questo, naturalmente, ma anche di molti altri film, era, a quanto si disse all'epoca, di origine genovese (non mi chieda da dove venga quell'insolito cognome). Sceneggiatura di Pierre Pelegri e Philippe Dumarçay, musica di Narciso Yepes. Gli altri interpreti: Paul Guers (Henry Marsay), Françoise Prevost (Eléonore San Real), Françoise Dorléac (Katia). Quest'ultima, morta venticinquenne in un incidente d'auto, era, come è noto, la sorella maggiore di Catherine Deneuve (credo che Dorléac sia il vero nome di famiglia e Deneuve uno pseudonimo per distinguere le due sorelle). Ricordo il film come una clamorosa antologia di belle inquadrature, sofisticate ed estetizzanti, tipiche del padre e del figlio Albicocco. Quest'ultimo doveva poi firmare altri film: "Il sentiero dei disperati" " I verdi anni della nostra vita", tratto da "Le grand Meaulnes" di Alain-Fournier, "Follia dei sensi", "Quel violento mattino d'autunno", spesso ispirati da opere letterarie. Dall'inizio degli anni '70 è praticamente scomparso e non so neppure se sia vivo o morto. Marie Laforêt - nata nel 1941 a Soulac- sur- Mer con il vero nome di Maïtena Doumenach - è anch'essa un curioso personaggio. Ha avuto un esordio quasi folgorante, ha lavorato ancora molto nel cinema ma con un successo decrescente, ad un certo punto si è trasferita a Ginevra per esercitare il mestiere di "commissaire - priseur", cioè di banditore di aste pubbliche, ed è poi ritornata nel mondo dello spettacolo, ed esattamente del "music - hall", come cantante, a partire dagli anni '80.

"Mi interessa sapere notizie sull'attrice Claudia Pandolfi, vista in "Auguri Professore". Grazie." - Adriana Ghio.

Claudia Pandolfi è stata rivelata al pubblico da "Ovosodo " di Paolo Virzì e si è rivista adesso appunto in "Auguri Professore" - film ben diretto ma convenzionalmente scritto e sceneggiato con l'obbligatorio rinvio a quel tipo di "sgarrupata" scuola romanesca che è divenuta obbligatoria nel cinema italiano - dove dava vita ad una figuretta di professoressa contestatrice risolta con una certa disinvoltura. Anche lei è romana, da bambina voleva far la ginnasta, affascinata da Nadia Comaneci vista in TV, e pensava di iscriversi all' Isef. Invece nell'estate del 1991, non ancora diciassettenne, partecipò a Salsomaggiore alle selezioni per Miss Italia, giunse sino alle semifinali (vinse Martina Colombari) e venne avvistata durante il collegamento televisivo da Michele Placido, il quale cercava una ragazza romana, che non avesse mai recitato, per il suo film "Le amiche del cuore". Poi vennero per la televisione "Amico mio", "L'ultimo concerto", "La voce del cuore" (in quanti titoli del cinema e della televisione ricorre la parola "cuore" ?) e per il cinema "L'orso di peluche" a fianco di Alain Delon., e poi, dopo "Auguri professore", il film "Naja", uscito nel frattempo. Infine si scrive nei settimanali che si occupano di queste cose, che è fidanzata con Massimiliano Virgilii (proprio così, con due "i"). giovane attore e regista e che "un giorno i due si sposeranno ", affermazione importante e vaga insieme, come usa ormai ovunque ed in ogni sede. Mi pare bravina, soprattutto spavalda e, almeno in apparenza, sicura di sé. Con le attrici (e con gli attori) non si può mai dire. A volte son crisalidi che sbocciano splendidamente, a volte sono apparizioni illusorie, che sfioriscono dopo pochi anni. Staremo a vedere (detta così, è una frase crudele; ma il guardare allo spettacolo con freddezza è già in sé un atto di crudeltà).


Mi accorgo, come mi capita sempre, di avere consumato più spazio di quello messo a mia disposizione e con poche risposte. La prossima volta, lo prometto, sarò molto più conciso Intanto comunico a Paola Bertini (Genova) ,"profonda ammiratrice di Silvio Orlando", che può scrivergli presso Maurizio Totti, "Colorado Film", Via Montenapoleone, 3, Milano, tel:. 02/48.00.35.40, fax: 02/48.01,02,71. Per il prossimo numero sono iscritti a parlare la signora Matilde Risso Bo, con una lunga lettera che dovrà fatalmente scorciare, ancora la signora Antonietta Bollo ( di cui ho già pubblicato una missiva), e il signor Primo Borneto di Mignanego, che mi scrive cose interessanti sul fatto che in periferia non ci sono più cinematografi e in merito alla eccessiva lunghezza dei film di oggi. Pazienza e tenacia, o, come dicevano una volta i giocatori di biliardo (quelli a stecca, non a boccette) "calma e gesso". .Il vostro turno arriverà..
Ci vediamo, come al solito, all' O.K.Corral.


(Da "La posta di D.O.C. Holliday", "Film D.O.C.", anno 6, n. 27, Mag.-Ago. 1998)

11 febbraio 2008

Enigmatico Redford - video



Enigmatico Redford

Facciamo un po’ di conti. Robert Redford è nato in una famiglia modesta (il padre contabile alla Standard Oil) il 18 agosto 1936 a Santa Monica (California) A 19 anni ottiene una borsa di studio per il base ball all’Università del Colorado ma ne è poi fu espulso per ubriachezza. Avrebbe voluto fare il pittore – venne a studiare anche in Italia – ma poi trova finalmente la sua strada frequentando una scuola di recitazione a New York. Nel 1960 approda alla televisione e sino al 1964 lavora ininterrottamente, con successo, in episodi singoli o seriali. Nel 1961 ecco la sua prima apparizione cinematografica a fianco di un altro attore esordiente, Sidney Pollack, poi famoso regista, in un piccolo e curioso film bellico, “Caccia di guerra” diretto da Denis Sanders, che fece molto sperare ai suoi esordi, e che ormai è morto e dimenticato da 20 anni. Da quel momento Redford inizia un cammino divistico che nel giro di meno di un decennio ne fa una icona hollywoodiana. Forse l’ultimo esemplare pienamente convincente della star tipicamente Wasp (White Anglo-Saxon Protestant), modello biondo che fa impazzire il mondo, nel passato simbolo trionfante del cinema americano ma ormai schiacciato dall’irrompere negli Stati Uniti di svariati moduli etnici alternativi. In meno di dieci anni diventa celebre ovunque. In un periodo di poco maggiore, dal 1969 al 1985, allinea molti titoli famosi. Alcuni dei quali ho sempre gustato moltissimo. Cito soltanto: “Butch Cassidy”, “Ucciderò Willie Kid”, “Lo spavaldo”, “La pietra che scotta”, “Il candidato”,“Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, “Come eravamo”, “La stangata”, “Il grande Gatsby”, “I tre giorni del condor”, “Tutti gli uomini del Presidente”, “Il cavaliere elettrico”, “Brubaker”, “La mia Africa”. Sostenuto da una recitazione piena, compatta, autorevole, non neurotica nello stile “Actor’s Studio” ma se mai intelligentemente legata alla consapevolezza divistica della vecchia Hollywood, Redford alterna le sue prestazioni da star ad una attività, intelligentemente promozionale, di produttore e di fortunato organizzatore culturale (si veda la Sundance Foundation, che ha ormai 26 anni, ed il conseguente Sundance Film Festival, bandiera delle produzioni indipendenti). Parallelamente, in un modo astutamente cauto, è venuto via via foggiandosi un suo personale cammino di regista, al tempo stesso sommessamente crepuscolare ma a tratti improvvisamente aguzzo e quasi doloroso. Dirige un film ogni tanto, con lunghe preparazioni e larghi intervalli. Dal 1980 ad oggi “Gente comune”(4 Oscar!), “Milagro”,“In mezzo scorre il fiume”, “Quiz Show”, “L’uomo che sussurrava ai cavalli”, “La leggenda di Bagger Vance”. Ora (siamo finalmente all’argomento) è giunto il settimo, “Leoni per agnelli” (il titolo si riferisce ad un presunto giudizio di un generale tedesco della Grande Guerra sui soldati britannici: bravi come leoni ma comandati da generali incapaci stupidi come agnelli). E un film curioso e inquieto, e in parte inquietante, forse concepito anni fa ed in ritardo sui tempi, segnato da una sceneggiatura penetrante ma indubbiamente oscura di un giovane che vien detto rampante, Matthew Michael Carnahan. Di fatto è costituito da tre blocchi narrativi che si sfiorano l’un l’altro: una giornalista “liberal” di una certa età (Meryl Streep) intervista un giovane, lucido, estremamente aggressivo senatore repubblicano (Tom Cruise) che cerca di farle accettare un improbabile piano d’assalto inteso a risolvere finalmente la guerra in Afghanistan. Un professore universitario (Robert Redford) tiene a bada un suo promettente allievo affetto da un illuminato cinismo mentre in Afghanistan due dei suoi allievi più brillanti del corso precedente (un nero e un ispanico. che hanno voluto arruolarsi nell’illusione di poter cambiare le cose al ritorno come certi sindacalisti italiani nel 1915) muoiono proprio nel corso di quella insensata guerra di “commando” propagandata come un gran novità dall’aggressivo senatore repubblicano. Spesso oscuro nelle motivazioni e nella costruzione reale dei personaggi è pur sempre un film di Redford, vale a dire di uno che sa recitare e che conosce gli attori. Tecnicamente i suoi duetti con i ragazzi – Andrew Garfield, Michael Peña e Derek Luke - e della Streep con Cruise sono spesso di altissimo livello professionale ed è impossibile non ammirarli. Così come accade con le voci della Di Meo per la Streep, di Chevalier tornato a Cruise e di Adalberto Maria Merli che ha brillantemente ereditato dal povero Cesarino Barbetti la voce (“profonda e pesante” la definisce lui stesso) di Redford.

(da "Clandestino in Galleria", "Emme - Modena Mondo", n. 47 del 9 Gennaio 2008)

5 febbraio 2008

Antologia da "La posta di D.O.C. Holliday"

Questa è la prima puntata della rubrica di corrispondenza con i lettori pubblicata nella rivista genovese "Film D.O.C.", di cui si sia conservata la versione nel mio computer.

D'ora in avanti le puntate della rubrica verranno qui riproposte in ordine cronologico.





- LA POSTA DI D.O.C. HOLLIDAY -



A TUTTI. Mi pervengono richieste di notizie e giudizi su attrici ed attori. Sintomo di un indice di gradimento favorevole, sin dal tempo della favolosa rubrica firmata "Il postiglione " su "Cinema" sulla quale si formò una intera generazione di appassionati ( di quel che allora non si chiamava ancora il grande schermo perché era l'unico schermo a disposizione) dall'anteguerra al dopo­guerra. Perciò senza altre interruzioni passo baldanzosamentre alla prima lettera:

"Una mia amica presente alla conferenza da lei tenuta AL Museo dell'Attore, mi ha detto che Lei ha osservato che si aprono tanti cinema e che addirittura si cambiano i cinema a luce rossa in cinema di qualità. Sarà, ma io credo che chiudono i cinema a luce rossa perché ormai la luce rossa é dappertutto. Io non vado molto al cinema ma vedo che in tutti i film ormai c'é la scena di letto tutti nudi e parlano sempre più sporco e volte attrici e attori fanno la figura di bestie. Ci vuole un bel coraggio. Speriamo che i teatri siano ben riscaldati , se no sempre lì come mamma li ha fatti rischiano la polmonite. Lei cosa ne pensa? Lo stesso si può dire della televisione. Anche lì non scherzano mica. Tutte le scuse sono buone per parlare sempre di sesso e annessi e connessi. Ma una volta la gente non se li poneva mica tanti pro­blemi, eppure il mondo andava avanti, no ?Approfitto di Film Doc, come mi suggerisce questa mia amica, e aspetto una risposta. Sono anche una sua ammiratrice di quando faceva il com­missario in televisione. Grazie."

Antonietta Bollo. Genova - Cornigliano

Per scusarmi di averla fatta attendere tanto tempo (ed anche perché sono vanitoso) pubblico per in­tero la sua lettera. Risposta forzatamente breve. Quel che ho detto sui cinematografi è vero e le sta­tistiche lo provano. Ma é anche vero che la liberalizzazione dei costumi è esplosa nel cinema da una ventina d'anni. Da allora molti produttori pensano essere almeno un accoppiamento, con i protago­nisti intenti a fingere tenacemente ed a più riprese un faticoso e rantolante piacere (come si sa al cinema, per mille motivi tecnici, è raro che il primo "ciak" sia quello buono), assolutamente indi­spensabile per dimostrare che si è rispettabili professionisti. Il problema è sempre lo stesso. E' stato il cinema ad influenzare i costumi o sono stati i costumi ad influenzare il cinema? E' se è accaduto è accaduto perché il pubblico "liberalizzato" richiedeva sullo schermo la stessa esplicita franchezza di rapporti che avrebbe desiderato praticare nella vita ? eccetera. In televisione, poi, si è trattato di un fenomeno riflesso. Finché gli sceneggiati ed i telefilm di produzione avevano per concorrenti i film relativamente moderati degli anni '60 (intendo moderati nelle immagini ma soprattutto nel doppiag­gio, ancor ricco di pudibondi freni primonovecenteschi) , il piccolo schermo restò una sorta di distaccata isola fra il gozzaniano ed il bacchelliano. Quando arrivarono con maggior larghezza, i film degli anni '70 e '80 (nelle private come alla Rai) tutte le barriere crollarono. In quanto al freddo sui "set" non si preoccupi: i riflettori creano sempre un caldo possente, a volte atroce. Raffreddori non se ne prendono, per quel che so io.

Vorrei chiedere perché non si girano più film a Genova? E' vero che non danno i permessi? E per­ché non fanno un film che si svolge al Salone Nautico? Non sarebbe un bel posto pieno di gente ? Potete far qualcosa in merito ? Grazie.

Diego Molinari. Genova-Quinto


Non credo sia un problema di permession credo sia un provl Non credo sia un problema di permessi . In passato sono sempre stati concessi dalle autorità (come si dice) competenti. Probabilmente la città, che ha sempre interessato poco i produttori, interessa an­cor meno di prima. Se si ricorda, vi fu una eccezione quando la scopersero i realizzatori dei "poliziotteschi" degli anni 70. Genova offriva il mare, il porto, le montagne a ridosso, il centro sto­rico, Corso Italia e Portoria diventata Piccapietra: i genovesi poterono vedere sullo schermo una città fantasiosa, reinventata per motivi di montaggio, in cui percorrendo via XX Settembre si sbu­cava magari a Boccadasse e dalla stazione dei Mille ci si trovava al Righi in pochi secondi, a mag­gior gloria delle fascinose qualità del montaggio. Ma girare in esterni lontano da casa costa di più che girare nel Lazio, laddove attori e tecnici possono tornare a casa alla sera e non sono in trasferta. Il cinema in Italia é fatto e pensato al 95% a Roma , e per il restante 5% altrove ma non certo a Ge­nova. Senza abbandonarmi al solito piagnisteo nostrano, le ricordo che le cose in Italia si decidono a Roma e, in misura sempre minore, a Milano. Genova è lontana dagli occhi e dal cuore (ho vissuto a Roma un quarto di secolo e so quel che dico). L'idea del film ambientato all'acquario (attenzionel'errore è stato rilevato da Piero e corretto nel testo) è divertente e potrebbe benissimo rappresentare lo spunto per un racconto giallo. Ma francamente non vedo bene che cosa potremmo fare da qui e con i nostri mezzi.

(Da "La posta di D.O.C. Holliday", "Film D.O.C.", anno 6, n. 26, Mar.-Apr. 1998)


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