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12 giugno 2009

ANGELA, NON SEMPRE ANGELICA


(A lato: la Lansbury nell'immagine codficata di Jessica Fletcher)

La prima volta che sentii parlare de “La signora in giallo” non si chiamava ancora “La signora in giallo”. Mi trovai a Los Angeles nel 1984 a comprare materiale per RAIDUE insieme a Carlo Fuscagni, massimo acquirente di RAIUNO. Un giorno vedemmo, presso la stessa casa di distribuzione (la Universal), due “piloti”, o più esattamente un “pilota” vero e proprio e la prosecuzione di una serie già iniziata, che si chiamava “Murder, She Wrote”. Mentre lo visionavamo Carlo mi disse: “Questo è un seguito. I primi telefilm della serie li abbiamo già” (bisogna spiegare che all’epoca, contrariamente a RAIDUE, RAIUNO trasmetteva pochi telefilm, tenendone un mucchio inutilizzati in magazzino). Infatti Carlo mi spiegò che “Murder, She Wrote” era doppiato e pronto, ma non veniva mai messo in onda. Allora, visto che in quel momento avevamo una certa possibilità di manovra con quel venditore, io gli dissi: “Miami Vice lo prendo io. E l’altro lo
prendi tu, visto che è un seguito”. Siccome eravamo amici, accadde proprio così e le due serie, una volta in onda, ebbero successo. Il primo lo battezzai “Miami Vice – Squadra anti-droga”, temendo che il solo titolo originale risultasse enigmatico. L’altro aveva già un titolo italiano, che io conobbi dopo, “La signora in giallo”, tuttora ampiamente ricordato dai telespettatori italiani. Ne è al centro un’attrice che ha diviso la sua carriera fra parti da protagonista ed altre, forse più numerose, di caratterista di lusso. E che mi sembra un personaggio di alta qualificazione professionale, di cui forse si parla poco. Si tratta di Angela Lansbury.
Inglese di origine e di educazione, si rifugiò negli Stati Uniti durante la prima adolescenza, quando la Gran Bretagna irruppe nella Seconda Guerra Mondiale. Nacque a Londra il 16 Ottobre nel 1925, figlia di un’attrice e nipote di un famoso uomo politico laburista, iniziò a studiare recitazione in una scuola inglese (la “Webber-Douglas School of Singing and Dramatic Art”) e poi in una americana (la “Feagin School of Drama and Radio”), ed esordì al cinema nel 1944, appena diciannovenne, in un film che godette di una notevole notorietà, “Angoscia” (“Gaslight”) diretto da un regista famoso George Cukor. A testimonianza del suo talento d’attrice e della varietà delle sue tonalità, la parte della Lansbury era quella di Nancy Oliver, una scaltra e piacente servetta, di fatto complice di un marito astutamente criminale (Charles Boyer), deciso a spingere sull’orlo della pazzia la moglie (Ingrid Bergman), salvata poi da un abile agente di Scotland Yard (Joseph Cotten).



(Nella foto qui sopra: una scena tratta dal film "Angoscia", con la Lansbury e la Bergman)

Con questo film ho un particolare rapporto affettivo, perché mi capitò una cosa molto curiosa. Ero ancora, credo, a RAIUNO, e quindi presumibilmente negli anni ’70, ed avevo allestito un ciclo su Ingrid Bergman. Alla RAI si viveva nella tradizione di Bernabei, per cui quando un titolo era - come si diceva allora – “in locandina”, e cioè era stato inoltrato per essere stampato sul “Radio Corriere”, diventava intoccabile e non si poteva mutare per nessuna ragione. Mi capitò questo: la settimana prima di andare in onda i montatori dei magazzini RAI mi comunicarono inaspettatamente che la copia originale di “Angoscia” c’era, ma non si trovava il doppiaggio italiano. Feci una cosa che con l’età che ho adesso non rifarei nemmeno per un milione di euro, e cioè organizzai un doppiaggio nuovo di zecca. Si badi che la durata della pellicola è di 114’, a dimostrazione del fatto che non è una lavorazione semplicissima. Per farla breve, grazie ad una eccellente doppiatrice e direttrice di doppiaggio che si chiama Genta, organizzammo una sorta di catena di montaggio. Alla notte lei curava l’adattamento del testo originale, lo faceva battere a macchina, io lo ricevevo a casa mia verso le otto del mattino, lo leggevo apportando le eventuali correzioni e lo restituivo immediatamente. Lei si metteva al lavoro, doppiava il testo corretto e alla sera si metteva al lavoro per preparare un nuovo frammento. Chi è pratico di doppiaggio sa che cinque giorni effettivi di lavoro non sono molti. Ma lei ci riuscì e il Lunedì successivo andammo in onda, sul Primo Canale – come si diceva all’epoca – e nessuno si accorse che si trattava di un nuovo doppiaggio. Noi pochi al corrente ne ricavammo un forte senso di orgoglio, senza riuscire a comunicarlo quasi a nessuno.
Per tornare alla Lansbury, ricordiamo che agli inizi essa apparve tonda e sensuale, ribadendo una capacità di adattamento ai personaggi che nell’ultima parte della sua carriera, legata al successo televisivo di Jessica Fletcher, probabilmente sfugge a chi l’ha conosciuta solo grazie al piccolo schermo. Non bisogna dimenticare che la Lansbury è inglese, anche se naturalizzata americana dagli anni ’50. Vale a dire che partecipa della stessa condizione di cui godono tanti attori “americani” famosi nati e spesso cresciuti in Inghilterra - come Bob Hope, il più americano di tutti, Cary Grant e Elisabeth Taylor ed a maggior ragione Charlie Chaplin, che non ha mai avuto la cittadinanza americana, o ancora Sidney Greenstreet per non contare C. Aubrey Smith, inglese di professione che della sua nazionalità fece un marchio di fabbrica - a cui l’origine europea sembra aver spesso conferito una elasticità ed una sottigliezza differenti dagli attori che sono nati negli Stati Uniti. Un’occhiata alla carriera della Lansbury ne è un’ulteriore riprova. Non è un caso che essa ricevette il primo “Golden Globe” nel 1946 per la sua partecipazione a “Il ritratto di Dorian Gray” (“The Picture of Dorian Gray”) di Albert Lewin e il secondo nel 1963 per “Va’ e uccidi” (“The Manchurian Candidate”) di John Frankenheimer, ove la Lansbury incarna una forsennata americana di destra, che in realtà è una spia russa e spinge il figlio (Laurence Harvey) a compiere inconscio dei crimini sotto l’influenza dello spionaggio nord-coreano. La sua interpretazione è strepitosa e conferma un genio recitativo complesso e raffinato. Dimostrazione di talento, peraltro, disseminata nel corso di una lunga carriera durante la quale ha ricevuto molti premi di ogni sorta, fra cui diversi “Tony Awards”, “Emmy Awards”, e i già ricordati “Golden Globes”, non sempre e non solo per via de “La signora in giallo”. Che ovviamente ha rappresentato una consacrazione televisiva totale, poiché gli episodi sulla CBS andarono in onda con 264 puntate, ovvero 12stagioni dal Settembre 1984 al Maggio 1996, più 4 film tv dal 1997 al 2003. In Italia - poi RAIUNO ha deciso di trasmetterli dal 1988 per lo stesso numero di stagioni – la somministrazione non è mai terminata perché gli episodi sono stati ripresi sui satelliti da Fox Crime, a partire dal 18 Settembre 2006, e sono quindi tuttora trionfalmente in onda e accompagneranno per quasi un decennio gli italiani (che hanno avuto occasione di rivedere recentemente delle repliche anche su RAIUNO). Il trionfo televisivo della Lansbury è quindi completo e senza pause, celebrando una mitologia fra le più importanti del piccolo schermo. Va detto che ha molto contribuito all’esito finale della serie l’eccellente doppiatrice, e cioè Alina Moradei, chiavarese di nascita, attrice di talento, e in particolare in possesso di una voce particolare – si tenga conto che la Lansbury è anch’essa nota per la bellezza del timbro e per la scioltezza nel canto – voce che per milioni di spettatori è diventata quella della Lansbury, protagonista della serie in cui, ovviamente in altri personaggi si sono cimentati molti dei migliori doppiatori italiani (Bruno Alessandro, cioè la tipica voce di Derrick, Elio Pandolfi, Michele Kalamera, Gianfranco Bellini, Glauco Onorato, Giorgio Lopez, solo per citarne alcuni). Il successo de “La signora in giallo” non è solo dovuto alla scorrevolezza medio-borghese con cui la Lansbury disegna il personaggio molto americano di una giallista di successo, ma anche alla tecnica di fondo basata su uno dei “segreti”, peraltro molto palesi, di tanti seriali polizieschi. E cioè il continuo imbattersi della protagonista in morti ammazzati, che la circondano sia nella fittizia cittadina del Maine, Cabot Cove, ove sono ambientati molti episodi, sia nelle altre città, anche all’estero, dove l’hanno via via spostata gli sceneggiatori. È questa una caratteristica tipica di tutti i telefilm di successo legati ad una forsennata intenzione ripetitiva che fa a pugni col buon senso, ma non con la vocazione liturgica del genere.

1 commento:

Vale ha detto...

Molto interessante! Soprattutto perchè raccontato da chi ha vissuto la situazione.
Mi sto documentanto sul film Gaslight ed è bello sapere i retroscena italiani!
Valentina