Blog - Crediti


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26 febbraio 2009

Uno Zelig genovese

Ho scritto questa lettera oggi a Sergio Romano, per la sua rubrica sul "Corriere della Sera", in risposta ad una missiva di Mario Taliani.
Credo di non commettere nessuna scorrettezza inserendo direttamente il testo della mia lettera nel Blog.


Caro Romano,
ho letto la lettera di Mario Taliani e la sua risposta riguardante la curiosa personalità di Giovanni Ansaldo. Giornalista, secondo me, di un talento straordinario: fra i migliori in assoluto della sua generazione, da un punto di vista di personale eleganza stilistica si collocava al livello dei Vergani e dei Monelli, ma rispetto a loro la sua cultura politico-sociologica era probabilmente molto più estesa. Ansaldo sofferse di una sorta di frattura morale: era in qualche modo avvelenato dal suo desiderio di continuare a giocare in Serie A, nonostante la sua militanza di sinistra che via via gli bloccava ogni sbocco di carriera.
Negli anni ’50 ho imparato a impaginare, lavorando alla “Gazzetta del Lunedì”, nella famosa tipografia de “Il lavoro”, in Salita Di Negro. I tipografi più anziani, grandi artigiani all’antica, non solo ricordavano benissimo il giovane Granzotto, prelevato da Mussolini in una redazione del G.U.F. e nominato, di fatto al posto di Ansaldo, direttore (uno dei tipografi insegnò a nuotare a quello scaltro giovanotto, quando questi temeva di essere richiamato alle armi e inviato in Albania per nave), ma erano anche testimoni della ormai antica presenza dello stesso Ansaldo che, come lei ricorda, fu una delle colonne de “Il lavoro”. La sua firma “Stella nera” per anni incoraggiò il latente antifascismo di quel frammento compatto del proletariato industriale di Genova che esisteva una volta e che garantiva un numero minimo di copie a “Il lavoro”. E il personale della tipografia aveva presente sia le complicazioni grafiche, sia le complicazioni causate dalla sua illeggibile grafia (come sempre in casi del genere c’era un solo linotipista in grado di interpretarla), sia la sua avarizia che ribadiva, ai limiti della barzelletta, la sua totale genovesità. Converrà ricordare che “Il lavoro” rappresentava una sorta di “imbarazzo” per Mussolini, che ai tempi delle dispute socialiste si era rifugiato nella redazione ed era stato salvato da non so più quali rappresaglie. La presenza di Ansaldo non gli consentiva di intervenire con la freddezza chirurgica con cui aveva evirato il giornalismo italiano, e non sapeva come regolarsi. La “conversione” di quest’ultimo all’ammiccante fascismo di Galeazzo Ciano gli tolse un peso dallo stomaco e gli consentì l’ “operazione Granzotto”.
Ho cercato per anni di capire la complessa personalità di Ansaldo, leggendo i suoi diari e cogliendo il suo stupore nel ritrovarsi, quando usciva dalla tipografia in un momento dato della sua carriera, non più nelle strade di Genova che lui amava con fisiologica intensità ma in quelle di Livorno, che gli rimanevano sostanzialmente estranee. Più largamente ho cercato di capire come potè adattarsi, con la sua potenza di stile e con la sua cultura, alle necessità di propaganda che si espressero alla radio nelle cosiddette “Cronache del Regime”, affiancandosi a Forges Davanzati, Gherardo Casini e persino Mario Appelius. E ho capito che, in realtà, lui soffriva della “sindrome di Zelig”: la massima vittima di questa malattia fu Galeazzo Ciano, vale a dire quegli che lo portò a Livorno a dirigere, dal 1937 al 1943, “Il Telegrafo”, antenato de “Il Tirreno”. Ciano infatti, come il personaggio di Woody Allen, si plasmava su tutte le persone che avvicinava. Diventava un fascista intransigente quando sfiorava Mussolini, un poliglotta mondano quando costeggiava le principesse romane al Club del golf, un aspirante letterato quando aveva il coraggio di entrare nella terza saletta di Aragno, un commediografo ambizioso quando trovava la forza di firmare dei copioni, un romanzesco pilota da guerra quando guidava gli aerei della “Disperata” a mitragliare i tucul degli etiopici, un diplomatico di carriera rigidamente ancorato alle tradizioni ed ai concorsi tipici della condizione, quando si trovava al Ministero degli Esteri. Terminò interpretando la parte di un condannato a morte del Fascismo a Verona. E, poverino, lo fece bene.
In altro senso, anche Ansaldo era un super-Zelig. Consapevole dell’ampiezza e della varietà del suo talento, non gli andava proprio di uscire dalla comune lasciando il campo libero a suoi colleghi, meno dotati di lui (quasi tutti, visti adesso guardandoli fuori dalla mischia). In effetti cosciente del fatto che le sue capacità tecniche erano di un tale virtuosismo, da concedergli praticamente tutto e il contrario di tutto. Naturalmente il suo adeguarsi alle personalità degli altri rimase condizionato dalla sua eccezionale personalità, sicché anche il suo “imitare” fu sottile e cautamente articolato. C’è una persona che lo ha intuito mirabilmente, e si tratta di un arguissimo scrittore, anche diplomatico (forse lei lo ha conosciuto), che, scacciato dalla carriera perché ebreo, ebbe poi, a guerra finita, l’eleganza di sapervi tornare senza fare drammi. Si tratta di Paolo Vita Finzi, autore di alcune biografie “apocrife” di straordinaria finezza nella riproduzione dello stile e del vocabolario di famosi letterati. Egli scrisse, fingendo di parlare di un famoso giornalista francese della seconda metà dell’ ‘800 che, se ricordo bene, aveva finito lui, repubblicano storico, con l’esaltare Napoleone III, un ritratto perfetto di Ansaldo, chiamato “Jean de l’Etoile Noire” (in virtù dello pseudonimo “Stella nera”, popolarissimo nella sinistra italiana d’epoca).
Termino qui avendo scritto delle cose che lei conosce benissimo, ma che forse per molti lettori, meno incuriositi dalle storie del Ventennio, possono risultare utili per cogliere quella straordinaria componente di verità e di menzogna che spesso è alla base della carriera di tanti giornalisti, anche di talento.
Cordiali saluti
Claudio G. FAVA

Lionello's Zena

Antonella Sica e Cristiano Palozzi, animatori del Genova Film Festival, hanno avuto la gentilezza di inviarmi le foto di Oreste Lionello, scattate nel corso di una sua visita alla 6° edizione dell' ormai collaudata rassegna cinematografica genovese, della quale Antonella e Cristiano sono i fondatori.





23 febbraio 2009

Le voci di Oreste



Non è facile scrivere di Oreste Lionello in presenza di un plebiscito televisivo in cui tutti i suoi compagni di lavoro hanno gareggiato nel tesserne elogi d’ogni tipo, mi auguro sempre sinceramente. Così come non è semplice recuperarne i lineamenti artistici di fronte ad un successo globale, che lui non faceva nulla per diminuire o circoscrivere. Sarebbe anche troppo facile dire che la sua partecipazione, come quella di Leo Gullotta, era fin troppo superiore al livello medio del Bagaglino ed a quello dei comici che ne compongono il tessuto. In realtà, Oreste aveva una straordinaria capacità di adeguarsi alla tenuta dei suoi compagni di lavoro, ed al tempo stesso di lasciarseli alle spalle con un solo movimento del sopracciglio. I suoi talenti erano eccezionali ma sembravano comuni proprio per la sua estrema semplicità di muoversi e di parlare. Non è un caso che egli eccellesse non solo nelle impennate improvvise della parodia (il suo Andreotti, senza la minima necessità di trucco, era diventato ormai una bandiera) ma anche nell’oscuro eppur delicatissimo lavoro di fondo del doppiaggio. Non faccio qui cenno della voce clamorosamente imprestata a Woody Allen (e probabilmente anche delle “aggiunte” al testo originale che egli praticava con lo scrupolo inventivo del grande adattatore), per non parlare di Gene Wilder e molti altri, ma proprio del lavoro di base e di rifinitura che costituisce il segreto della “traduzione” di una sceneggiatura in un’altra lingua. Lavoro solitamente trascurato e mal pagato e che pure implica una contestuale difficoltà. Come mi diceva sempre uno dei miei più cari amici nell’ambiente, “Il lavoro dell’adattatore è difficile e incompreso perché è uguale a quello del traduttore di un romanzo o di un testo teatrale, ma è condizionato dai movimenti labiali di un’altra lingua”.

Il suo retroterra era curiosamente intricato: nato a Rodi, era cresciuto a Reggio Calabria ma, adolescente, era stato partigiano in Veneto, trovando quindi il tempo, prima di approdare in teatro, per esperienze diverse, fra cui una Laurea in Legge.
Fra le sue capacità c’era, appunto, quella di lavorare sui testi. Io me ne accorsi anni fa alla RAI quando decisi di importare tutti i film inediti interpretati dai fratelli Marx. Purtroppo non ci riuscii per problemi di diritti e dovetti accontentarmi di “Duck Soap”, peraltro forse il più famoso. Tenuto conto della fragorosa irrequietezza delle immagini e dei dialoghi lo battezzai con un titolo, credo ancora oggi difendibile: “La guerra lampo dei Fratelli Marx”. Ed ebbi la fortuna che fosse proprio Oreste Lionello ad occuparsi del doppiaggio. Ed io che lo conoscevo poco ebbi modo di constatare la tranquilla ingegnosità con cui adattava il dialogo ai gesti, condizionati dai giochi di parole inglesi, dell’originale. Se si vede il film con calma e con attenzione non è difficile ammirarne il virtuosismo. Lo persi di vista per anni ma ebbi poi molte occasioni di incontrarlo alla Mostra di Venezia, quando veniva al Lido, invitandomi ogni volta, insieme alla cara Giuliana, in ristoranti di lusso, e nascondendo ogni volta la gentilezza dietro le pieghe di un garbo signorile. Andare in giro con lui al Palazzo del Cinema era sempre un divertimento e una sorpresa. Abituato sin dalla giovinezza ad andare in giro nei palazzi del Festival munito di tessere e “badge”, che mostravo ossequiosamente a destra e sinistra, non riuscivo ad accettare l’idea che andare in giro con Oreste rendesse tutto inutile: scattavano sull’attenti le maschere, ma anche gli ufficiali dei carabinieri, a testimonianza di una popolarità totale e automatica, paragonabile solo a quella di cui si godeva andando a passeggio per Roma insieme ad Alberto Sordi (i quiriti, inizialmente distratti o scettici, quando lo riconoscevano cadevano in catalessi. Le reazioni dei veneziani erano sostanzialmente affini, anche se meno clamorose).
Ebbi anche un’occasione più articolata per avere rapporti con Oreste. In una delle edizioni di “Voci nell’ombra”, il Festival del doppiaggio, prima di Finale Ligure e poi di Sanremo di cui sono dalla fondazione direttore artistico, Oreste ebbe la gentilezza di organizzare insieme a Tatti Sanguineti un omaggio vocale a Fellini che com’è noto gli affidò gran numero di voci di “Prova d’orchestra” (1979). E solo Lionello avrebbe potuto “sdoppiarsi” come Fellini richiedeva. Anche lì ebbi occasione di constatare non solo il garbo ma il grande scrupolo professionale di Lionello, che fece di quella serata un “unicum” non ripetibile.
Ecco dunque i frammenti di una conoscenza personale, protratta nel tempo ma anche ostacolata dal fatto che dal 1995 son tornato a vivere a Genova e che quindi le occasioni di andare a Roma sono diventate, anche per ragioni di salute, via via più difficili.
Adesso me ne rimane la tristezza e il rimpianto.


Claudio G. FAVA

19 febbraio 2009

Morire per un'altra Germania

Operazione Valchiria

Precedenti storici

(Qui sotto: la vera immagine di Claus von Stauffenberg)

L’attentato ad Hitler del 20 Luglio 1944 fu il punto terminale di lunghi anni di sofferenza morale e di materiale cospirazione. Gli italiani e i francesi pensano di avere, fra i vecchi paesi militari, il monopolio della Resistenza. In realtà, l’esperienza lacerante che attraversò la Germania dal momento in cui Hitler prese il potere nel 1933 durò, sino alla fine della guerra, dodici anni, ponendo a migliaia di tedeschi un delicato problema morale. Infatti, una volta “incoronato” con il 48% dei voti ma in realtà senza opposizione nel paese”, il Führer, aveva in qualche modo unificato la carica di Cancelliere con quella di Presidente della Repubblica, pretendendo poi un giuramento che lo menzionava personalmente. Soprattutto per i militari che coltivavano la virtù prussiana di mantenere la parola data, questo giuramento fu un deterrente decisivo. Molti alti ufficiali, che personalmente disprezzavano Hitler e ritenevano che stesse portando la nazione alla rovina, si considerarono tuttavia sempre legati da un impegno che avevano esplicitamente prescelto, spesso con la migliore disposizione dell’animo. Per cui, rifiutarono sempre qualsiasi atteggiamento o atto che con il giuramento potesse contrastare.
Questo vale per la maggioranza ma non per tutti gli ufficiali. Qui non ho lo spazio per ricostruire il complesso panorama della parte via via non nazista della Germania, che doveva scoprire un mondo di potenziale rivolta. Bisogna anche ricordare che in certo senso le condizioni di partenza di Hitler furono quelle più adatte a farlo amare dai tedeschi. Combatté le conseguenze eccessive del trattato di pace, che praticamente rendevano impossibile l’equilibrio amministrativo del paese. Riuscì a riportare una stabilità contabile che eliminò la rincorsa furente al valore della moneta (con i biglietti di banca che valevano ognuno milioni di marchi ed il cui valore variava dalla mattina alla sera). Grazie alle grandi imprese di lavori pubblici ma anche a enormi impegni nel campo dell’armamento, riportò la maggioranza dei tedeschi al lavoro, creando ovviamente un clima di ottimismo. E seppe lusingare il vecchio ma sempre vivo sentimento di orgoglio patriottico che era stato una delle caratteristiche della società tedesca. Per rendersi conto che Hitler si stava avviando ad una guerra mondiale senza averne completamente i mezzi, e che al tempo stesso stava imprigionando la nazione intera grazie ad un meccanismo dittatoriale sempre più sfacciato e feroce, era necessario conservare lucidità ed equilibrio. Solo pochi fra i militari di carriera, che non di rado riproponevano l’altezzosa solitudine nobiliare degli “junker”, possedevano gli strumenti culturali e morali per arrivare a formulare giudizi freddi e lucidi, e ancor meno erano quelli disposti ad arrivare sino in fondo. Vale a dire a rendersi conto che se si voleva impedire che Hitler sporcasse per sempre il nome della Germania, viste le forsennate caratteristiche dittatoriali del suo regime, era inevitabile arrivare ad ucciderlo. Ovvero violare il giuramento di fedeltà nel modo più completo e traumatico. Eppure furono in migliaia nelle forze armate ad arrivare a tale decisione estrema. In parte per un ostinato legame con un’interpretazione lucida e restrittiva dei propri doveri militari. In parte per una cristiana consapevolezza (cattolica o protestante, poco importa) degli obblighi morali continuamente violati dall’organizzata ferocia in cui operavano le organizzazioni naziste in generale, e in particolare le S.S., ed i diversi gruppi e corpi di sicurezza che da esse derivavano. E in parte per furbizia, cercando di saltare in tempo sul carro del vincitore. Ecco dunque perché, sin da prima che la guerra scoppiasse, una frastagliata ma ostinata resistenza al nazismo si era affermata nelle forze armate e particolarmente nell’esercito, “Heer”: l’aviazione, la “Luftwaffe”, era la più nazista di tutte, cappeggiata da un ex asso della prima guerra mondiale divenuto uno degli esponenti più in vista del partito, e cioè Goering; la marina, “Kriegsmarine”, era rigidamente professionale, nello sforzo mai celato di imitare gli inglesi, ma certamente poco sensibile ad altre sollecitazioni, anche se fu proprio un marinaio, l’ammiraglio Canaris, a comandare per anni il servizio unificato di informazioni della Difesa, la “Abwehr”. Ove, operando con scaltra ambiguità, seppe chiudere spesso un occhio se non due su coloro, fra i suoi sottoposti, che palesemente cospiravano contro Hitler.
Un altro elemento fondamentale nella cospirazione fu rappresentato, come si accennava prima, da quell’elemento religioso che si incarnava in diversi prelati di ambo le chiese e in molti borghesi, spesso in grado di animare movimenti specifici di Resistenza. Come ad esempio il Conte Helmut James von Moltke, discendente del famoso maresciallo, che aveva studiato ad Oxford come molti del suo ambiente e fu al centro di quello che venne chiamato il Circolo di Kreisau. (si vedano le motivate riserve di Luciano Garibaldi nel suo articolo riportato in calce e per lo ringrazio ancora).
Non è pertanto un caso che, una volta scoppiata la guerra, vennero organizzati non meno di diciassette tentativi di uccidere Hitler. Spesso sventati dall’incredibile fortuna che fino all’ultimo lo protesse. Si ricordi che non era semplice isolarlo e arrivare a colpirlo all’interno del complesso sistema di controlli che lo circondavano nella cosiddetta “tana del lupo”, dove trascorse la parte finale del conflitto, per non parlare dei sotterranei della cancelleria, dove poi si suicidò.

L’azione narrata nel film

La sceneggiatura di Christopher McQuarrie e Nathan Alexander ricostruisce puntualmente il meccanismo di fondo che portò un gruppo di alti ufficiali congiurati ad effettuare l’attentato del 20 Luglio 1944, che consistette nella posa di un ordigno esplosivo al’interno di un salone dove Hitler aveva indetto per quella mattina una riunione di tutti i maggiori responsabili della condotta della guerra. Come è noto, l’esplosivo era contenuto in una borsa che il più deciso e lucido dei congiurati, il colonnello Klaus Schenk Graf von Stauffenberg (Graf significa “conte”, ma era stato incluso nel cognome quando nel primo dopoguerra la Repubblica di Weimar aveva abolito i titoli nobiliari) era riuscito a deporre nel salone. Per attivare l’esplosivo Von Stauffenberg, che combattendo in Tunisia aveva perso un occhio, una mano e tre dita del’altra, dovette lungamente esercitarsi con una pinza, per riuscire a tagliare i condotti dell’acido destinato ad attivare la detonazione. E solo lui fra i congiurati aveva un pretesto per partecipare alla riunione, in qualità di Capo di Stato Maggiore dell’“Ersathzeer”, e cioè dell’esercito territoriale di riserva, che comprendeva un ampio numero di soldati. E che aveva elaborato un piano nazista, che si chiamava appunto “Valchiria” o “Operazione Valchiria”, per proclamare lo “stato d’assedio” nel caso i milioni di lavoratori stranieri ospitati in Germania avessero creato torbidi o si fossero rivoltati. I congiurati, fra cui Stauffenberg era forse il più deciso e il più intelligente, avevano premuto per utilizzarlo in modo da avere la forza per impadronirsi del potere, arrestare poi i comandi del partito e delle S.S., e proclamare l’avvento di un nuovo governo. Il film segue puntualmente la preparazione dell’attentato, l’avventuroso percorso di Stauffenberg all’interno della “tana del lupo”, le complicate manovre per attivare l’esplosivo in modo da collocare la borsa sotto il tavolo sul quale c’erano le carte geografiche che sarebbero state esaminate da Hitler, e infine il pretesto con cui Stauffenberg avrebbe dovuto lasciare la sala e, una volta constatata l’esplosione, raggiungere in macchina i posti di blocco esterni della “tana del lupo”, imbarcandosi sull’aereo che lo aspettava con i motori accesi. Uscendo da una sala devastata dall’esplosione Stauffenberg era ragionevolmente persuaso che Hitler fosse morto. Non poteva sapere che la borsa contenente l’esplosivo era stata spostata all’ultimo momento, sicché l’esplosione aveva ucciso diversi ufficiali ma aveva risparmiato miracolosamente la vita di Hitler, che pure ne aveva ricavato un incontrollabile tremito alla mano destra. Nel pomeriggio dello stesso 20 Luglio alla “tana del lupo” era giunto in treno Mussolini: i frammenti di cronaca girati in quell’occasione costituiscono anche una testimonianza sullo stato di salute del Führer. Sicuro di aver ucciso Hitler, come già detto, Stauffenberg riuscì a mettere in funzione il “Piano Valchiria” facendo arrestare a Berlino (ed anche a Parigi, ma qui non lo si vede) i comandi delle S.S. e del Partito Nazista, sfiorando il colpo di stato fino a quando Hitler non riuscì a mettersi in collegamento telefonico ed a riportare all’ordine le truppe. Com’è noto, tutti i responsabili del “putsch” vennero spietatamente uccisi a migliaia dalle S.S. (furono fortunati quelli ammazzati subito come Stauffenberg) mentre molti altri furono sottoposti a ignobili processi e impiccati poi a ganci di macellaio. Si arrivò al punto che il generale Von Stülpnagel, che aveva cercato di uccidersi e si accecò, venne trascinato al processo malgrado la sua dolorosa cecità. Per la verità vi fu anche qui si uccise come Von Treskov, mettendosi una bomba a mano sotto la gola. Il film è profondamente condizionato dalla presenza di Tom Cruise, che non ha la classe né la sottigliezza necessarie per restituire l’elegante distacco ironico del protagonista, un nobile bavarese di antica famiglia e di compiaciute frequentazioni culturali. Tom Cruise rende forse possibile la realizzazione del film, ma ne è anche un limite. Si confronti la sua recitazione allo scorrevole Von Treskov di Kenneth Branagh o all’austero Ludwig Beck di un irriconoscibile ma sempre dotato Terence Stamp (probabilmente dal film non si capisce l’importanza morale di Beck, profondamente rispettato da tutti, futuro Capo di Stato nei piani dei congiurati, e già Capo di Stato Maggiore dell’esercito, a suo tempo allontanato dalla carica a causa della motivata diffidenza di Hitler). Nel film resta impeccabile la struttura thriller, via via che ci si allontana dalla ricostituzione di un momento decisivo della coscienza morale tedesca, ove molti dei protagonisti, a cominciare dallo stesso Von Stauffenberg, agirono non solo o non tanto per scongiurare il pericolo di una sconfitta catastrofica ma per salvare le loro coscienze di fronte al ritratto di una Germania che bruciava i bambini nei forni.

I precedenti al cinema

(Qui sotto: un'immagine di Georg Wilhelm Pabst)











Sullo stesso tema è obbligatorio citare un film diretto nel 1955 da Georg Wilhelm Pabst (1885-1967), che riprende puntualmente tutti i risvolti di fondo utilizzati nel film di Bryan Singer, ma messi in scena da un tedesco con attori tedeschi a undici anni di distanza dagli avvenimenti che vi sono narrati e quindi con la sollecitazione di una memoria storica ancora prossima. Il film è “Accadde il 20 Luglio” (Es geschah am 20. Juli). La figura decisiva di Von Stauffenberg è affidata ad un attore di rilievo, Bernhard Wicki, che fu anche regista di qualche notorietà (si veda “Il ponte” e la parziale partecipazione a “Il giorno più lungo”) e, come interprete, ha lavorato in molto film ma in Italia è soprattutto ricordato per la parte dell’amico morente all’inizio de “La notte” (1961) di Michelangelo Antonioni. Per quello che riguarda il resto della distribuzione, la parte del fondamentale generale Beck (nel film recente non si coglie completamente la ragione della sua presenza) è affidata Karl Ludwig Diehl, quella del generale Fromm a Carl Wery, quella del generale Olbricht a Erik Frey, quella del generale Keitel a Jochen Hauer, quella di Goebbels a Willy Krause, quella di Von Witzleben a Ernst Fritz Fürbringer. Nel film tedesco figura anche, affidato a Malte Petzel, la figura del fratello di von Stauffenberg, Berthold, che fu anch’egli fucilato e che nel film americano mi sembra sia scomparso. Il film lo ricordo come ben diretto e compatto (è vero che è passato mezzo secolo!) e la presenza stessa di Pabst garantiva un soffio di dolorosa autenticità, risale alla parte finale della carriera. Vorrei ricordare che anche se questo film appartiene al frammento finale della carriera del regista (nato da famiglia viennese a Raudnitz, ora Radnice, attualmente compresa nella Repubblica Ceca ma che allora faceva parte dell’Impero austro-ungarico), Pabst è generalmente ricordato soprattutto per quella parte della sua traiettoria artistica che ai tempi del muto e del primo sonoro si svolse inizialmente in Germania (“Il vaso di Pandora”, “La via senza gioia”, “Diario di una donna perduta”, “Westfront ‘18”, “Kameradeschaft” e “Atlantide”), e poi per diverso tempo in Francia (“Mademoiselle Docteur-Salonicco nido di spie”) e negli Stati Uniti (“Shangai”). Contrariamente a tanti registi del cinema tedesco tornò in Germania poco prima dello scoppio della guerra e vi girò durante il conflitto diversi film, fra cui “I commedianti”, e dopo nello stesso anno, oltre al film su Von Stauffenberg prima citato, “L’ultimo atto”, ambientato nel bunker della Cancelleria durante gli ultimi giorni di Hitler.

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Sul film mi è arrivato un articolo di Luciano Garibaldi (e lo ringrazio anche per iscritto), per molti anni mio collega al “Corriere Mercantile”, protagonista di un giornalismo di divulgazione storica di notevole peso, che a suo tempo portò a termine un’accuratissima inchiesta sulla storia del 20 Luglio. Un suo libro sull’argomento, intitolato appunto “Operazione Valchiria”, è stato riedito di recente a cura delle Edizioni A.R.E.S. Luciano mi ha inviato l’articolo via e-mail, precisando che la prima destinazione è stata “Il Domenicale”. Con l’autorizzazione dell’autore lo riporto qui integralmente, dato che Luciano è sicuramente, e non solo in Italia, uno dei più autorevoli nel giudicare l’attendibilità morale e storiografica del film.

«OPERAZIONE VALCHIRIA»: UN FILM RIUSCITO
di Luciano Garibaldi

Ho visto il film con Tom Cruise «Operazione Valchiria» in una multisala di Milano, domenica 1° febbraio sera, e la prima cosa che mi ha colpito è stata constatare come il locale fosse gremito in ogni ordine di posti: e non solo anziani curiosi o nostalgici, ma coppie giovani, gruppi di amici. Insomma, un indubbio successo. Dovuto al soggetto o al protagonista? Difficile rispondere. Più facile esprimere un’opinione sulla validità del film. Che, a mio modesto avviso, va riconosciuta. Sia per l’indubbia capacità espressiva di Tom Cruise, sia per la fedeltà agli eventi storici, narrati generalmente con adesione alla realtà (qualche critica la farò dopo), al punto che, seguendo lo sviluppo degli eventi descritti sullo schermo, mi pareva di rileggere le pagine del mio libro.
Non c’è dubbio che lo sceneggiatore e il bravo regista Bryan Singer hanno deciso di attenersi ai fatti senza lasciarsi trascinare da pulsioni sentimentali o voli di fantasia, dando vita così a quello che potrebbe definirsi un documentario storico reso avvincente dai primi piani dei volti dei protagonisti, dall’ottima ricostruzione ambientale (perfetti le divise, i veicoli, i carri armati, le telescriventi, i telefoni), dai dialoghi, assai verosimili.
Lo spettatore che non conosce a fondo la dinamica del 20 luglio ha perfettamente capito che l’insuccesso del complotto fu dovuto alla componente umana dei suoi ideatori: se fossero stati molto più duri con chi esitava, molto probabilmente il «Putsch» sarebbe riuscito, nonostante l’insuccesso dell’attentato vero e proprio. Sarebbe bastato tenere in pugno la sede della radio (onde impedire a Goebbels di accedervi per diramare il primo dei suoi comunicati-stampa) e porre nell’impossibilità di nuocere il generale Fromm, comandante dell’Esercito Territoriale (Ersatzheer). Ma né Von Stauffenberg, né Olbricht, né – meno che mai – l’anziano e umanissimo Beck (destinato a diventare il nuovo Capo dello Stato) avrebbero mai ucciso a freddo un oppositore. Difatti, si limitarono a «dichiarare in arresto» Fromm, invitandolo a ritirarsi nel suo ufficio, da dove il doppiogiochista (che, in un primo tempo, aveva lasciato intendere di aderire all’Operazione Walkiria) poté trasmettere una serie catastrofica di contrordini telefonici, contribuendo al fallimento del piano.
Se una osservazione posso fare, sulla sceneggiatura, riguarda piuttosto il momento dell’attentato vero e proprio. Non sarebbe stato male dedicare cinque minuti delle riprese a ciò che accadde nella «tana del lupo», a Rastenburg, dopo che Von Stauffenberg uscì dalla baracca dopo aver collocato la borsa con l’esplosivo a un metro da Hitler. Lo spettatore vede infatti il colonnello uscire dalla sala delle conferenze, precipitarsi di corsa verso l’auto dove lo attende il fedelissimo Von Haeften, e poi la terribile esplosione, che dà l’idea di una vera e propria strage. Sarebbe stata certamente una scena di grandissima «suspence» descrivere i vari movimenti che la borsa subì a opera dell’ufficiale al quale essa impediva di avvicinarsi alla carta geografica stesa al centro del tavolo delle conferenze. Prima spostata un po’ verso destra, poi spinta al di là del pesantissimo zoccolo di legno del tavolo che salvò la vita al Fűhrer causando per contro la morte di tre ignari e innocenti ufficiali.
Ma in fondo si tratta di particolari. Una critica, invece (come accennavo prima), va fatta, allo sceneggiatore, e mi sento di farla. Essa riguarda l’assoluta dimenticanza della componente religiosa sia nella personalità di Claus von Stauffenberg, sia nello svolgimento degli eventi. Nelle scene girate all’interno del Circolo di Kreisau, in un certo senso quartier generale del complotto, non compare mai, neppure una volta, un religioso. Eppure la componente, sia cattolica sia protestante, della Resistenza tedesca, non solo esistette, ma fu importante quanto quella militare e quanto quella della diplomazia (gli ambasciatori a Mosca e a Roma). Basterebbe ricordare due delle più illustri vittime della repressione, il pastore protestante Dietrich Bonhöffer e il gesuita padre Alfred Delp. Allo stesso modo, nel lavoro cinematografico non v’è traccia di un episodio fondamentale della vicenda storica di Von Stauffenberg: il fatto che, esattamente dieci giorni prima dell’attentato, ossia il 10 luglio, si fosse incontrato con l’arcivescovo di Berlino, conte Konrad von Preysing, al quale aveva preannunciato che intendeva uccidere il Führer. Il cardinale non aveva inteso frapporre ostacoli religiosi alla sua decisione. Debbo sottolineare che, sul punto, non è stata mai fatta completa chiarezza. Quando lo intervistai a Berlino, padre Harald Pölchau disse di avere appreso senza ombra di dubbio, dai numerosi capi del complotto da lui assistiti in punto di morte nel carcere di Tegel, di cui era cappellano protestante, che Von Stauffenberg si era confessato, era stato assolto e si era anche comunicato. Nel suo libro «Shirt of Nessus» (Londra, 1956), Constantine Fitz Gibbon, storico irlandese, uno dei massimi studiosi del 20 Luglio, sostenne che Von Stauffenberg si confessò senza tuttavia ricevere l’assoluzione. L’arcivescovo Preysing gli avrebbe però detto che «non si considerava autorizzato a trattenerlo in base a motivi ideologici». Nel 1963 fu inaugurata a Berlino, nel quartiere operaio di Siemensstadt, la chiesa cattolica Regina Martyrum, edificata in memoria dei religiosi impiccati in seguito ai fatti del 20 Luglio. All’inaugurazione era presente il cardinale Döpfner, attorniato da tutti i vescovi della Germania. Tutti dissero che, avendo fatto costruire quel tempio, la Chiesa di Roma implicitamente aveva ammesso la liceità del tirannicidio.
L’omissione riguardante il capitolo religioso è però compensata, nel film, dalla saggia e opportuna decisione di non scendere nel patetico indugiando in superflue scene di affetto tra Von Stauffenberg e la giovane moglie, la contessa Nina. La quale (scomparsa nel 2006) non avrebbe comunque gradito si parlasse di lei neppure al cinema. Come fece con me quando mandò a monte l’appuntamento che in un primo tempo aveva accettato per lasciarsi intervistare. Dovevo incontrarla a Francoforte, ma era improvvisamente partita per la sua residenza di campagna di Bamberga. Così, le feci telefonare da una signorina nell’ufficio di «Inter Nationes», che aveva organizzato il mio viaggio in Germania, e chiedere, anzitutto, se poteva mettere a mia disposizione qualche fotografia inedita di suo marito. La risposta fu negativa, nel modo più assoluto. La contessa disse che non intendeva più dare fotografie di suo marito per scopi propagandistici, e fece capire che non gradiva essere disturbata. Nina von Stauffenberg, all’indomani del 20 luglio, fu rinchiusa in un campo di concentramento con i suoi quattro bambini. Ebbe salva la vita per miracolo. Il suo primogenito, Berthold, divenne ufficiale fino al grado di Generale di Divisione nella Bundeswehr e adesso è in pensione. Anch’egli – come la madre e i fratelli – ha sempre rifiutato di concedere interviste a giornalisti e storici sia tedeschi sia stranieri. Il film di Bryan Singer, quindi, ha trattato con il dovuto rispetto la famiglia del grande tedesco.


Luciano Garibaldi

11 febbraio 2009

Misteriosa e inspiegabile Margherita

Girovagare in Internet è uno dei piaceri sottili che la tecnologia ci ha offerto. L’altro giorno, e non saprei dire come, sono capitato su una voce dedicata a Margherita Sarfatti, a cura di una istituzione intestata a Don Milani. Francamente credevo che fosse un ente cattolico di sinistra. Invece era il Blog (www.donmilani.it) di una scuola superiore di una cittadina meridionale. Perché si sia dotata di un periodico culturale non saprei dire, ma quel che è sicuro è che la voce sulla Sarfatti era ampia e ben redatta. E ancora una volta ha stimolato la mia curiosità su un personaggio che resta uno dei più inquietanti fra i protagonisti della cultura italiana fra le due guerre. Evidentemente nel riproporne i dati biografici fondamentali mi rivolgo a persone sostanzialmente ignare o troppo giovani, perché chiunque abbia un minimo di conoscenza di quel che accadde in Italia fra i ‘20 e i ‘40 sa chi era la Sarfatti. Da ragazzo mi ricordo di aver letto la sua famosa biografia di Mussolini in Italia intitolata “Dux”, scritta per istigazione di Prezzolini e, come ho poi scoperto, venduta in tutti i paesi del mondo (solo in Giappone 300.000 copie). La Sarfatti è stata indubbiamente un personaggio romanzesco, ormai dimenticato per la rapidità sempre più incalzante con cui la nostra società accumula, ma anche annulla, ricordi e personaggi di rilievo. Senza farla troppo lunga, vorrei rammentare che, nata come Margherita Grassini a Venezia nel 1880 in una ricca famiglia ebrea divenuta fin da quando Margherita era piccola proprietaria di Palazzo Bembo sul Canal Grande, era stata allevata con i privilegi dovuti a una principessa. Ad esempio non andò a scuola ma ebbe tre precettori, tutti personaggi notissimi nella cultura italiana dell’epoca: Pietro Orsi, storico importante e senatore, Pompeo Molmenti, giornalista e deputato, e Antonio Fradeletto, intellettuale e ministro. Questo per situare Margherita all’interno di una collocazione sociale equivalente a quella di una nobildonna dell’epoca (si ricordi che proveniva da una famiglia probabilmente soggetta, solo qualche generazione prima, alla discriminazione del ghetto). Imparò ad amare Ruskin e Carducci, conobbe un noto scrittore inglese di origine ebraica, Israel Zangwill, che, colpito dallo scampato suicidio di Marco, fratello maggiore di Margherita, centrò su di lui un romanzo, individuandolo come il prototipo del giovane ebreo dell’inizio del secolo che, partecipe di un’antica tradizione religiosa, non riusciva a vivere nell’epoca della modernità. Abbastanza estranea alle tradizioni religiose della famiglia israelita (Margherita, come vedremo, più tardi si convertì al Cattolicesimo) e avvicinata al Socialismo da un professore quarantenne conosciuto al mare, cedette alla corte di un penalista ebreo - Cesare Sarfatti - anch’egli socialista, il quale riuscì a sposarla nonostante la posizione contraria della famiglia di lei. Al momento del matrimonio Margherita aveva solo diciotto anni. Sembra che durante il viaggio di nozze a Parigi la ragazza abbia dato prova della sua competenza artistica e del suo occhio di collezionista comprando ben due Toulouse-Lautrec. A Milano il marito divenne l’avvocato di punta del Partito Socialista e lei stessa si mise in luce fra le donne più importanti che militavano nel partito, quasi alla pari con le due famose russe Anna Kuliscioff e Angelica Balabanov, anch’esse ebree (non ho ancora capito se sono state entrambe, in qualche bizzarro momento della loro vita, amanti dell’insaziabile Mussolini) a testimonianza della decisiva presenza dell’ “intelligentzia” israelita, soprattutto femminile, fra gli intellettuali socialisti dell’epoca. Nel 1909 la Sarfatti divenne responsabile della critica d’arte dell’ “Avanti!” e cominciò ad esercitare un notevole peso in una città che all’epoca era all’avanguardia in Italia non solo dal punto di vista industriale-commerciale ma anche da quello giornalistico e artistico. La sua lussuosa abitazione al n. 93 di Corso Venezia divenne un punto di attrazione di scrittori come Massimo Bontempelli e Ada Negri, di scultori come Medardo Rosso e Arturo Martini e del gruppo tumultuoso dei futuristi, cappeggiato da Filippo Tommaso Marinetti. Non è un caso se Margherita insieme al gallerista Lino Pesaro, anch’egli ebreo, sia stata l’iniziatrice di un movimento inteso a mettere in luce il primo nucleo di pittori del novecento, fra cui Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppo e Sironi. Il 1912 fu un anno decisivo per Margherita perché il 1 Dicembre tale Benito Mussolini, a capo della sinistra del partito, si stava avviando ad impadronirsi del socialismo italiano e in questa ottica divenne in quel giorno direttore dell’ “Avanti!”. La Sarfatti, che faceva capo alla corrente moderata di Filippo Turati, squisita figura di intellettuale travolto dai fascisti e dai comunisti, il giorno della nomina si presentò in redazione per rassegnare le dimissioni dall’incarico di critico d’arte. Quel che successe è diventato palese per le conseguenze. Fra l’aggressivo e contadinesco giornalista romagnolo di sinistra e la raffinata e ricca signora veneziana di ottima famiglia ebrea, scoccò la scintilla di Eros. Mussolini si vantava della sua fama di donnaiolo a tutto tondo (amava dire: “Io gli uomini li giudico dalla cintola in su”) e quindi si prese anche Margherita, che non seppe o non volle resistere, iniziando così una relazione che doveva andare avanti per molti anni. Infatti per un lungo periodo sopravvisse anche ai continui tradimenti dell’uomo, il quale non volle mai accettare la fedeltà a cui Margherita avrebbe tenuto. Non sappiamo esattamente quale era il tipo di rapporto che la legava al marito, dal quale ebbe tre figli: Roberto, Amedeo e Fiammetta. L’avvocato Sarfatti morì, poi, nel 1924 e non sembra che ignorasse la relazione della moglie con Mussolini. Tuttavia, rimasta vedova, la Sarfatti si legò sempre più profondamente a quegli che si accingeva a diventare Duce, e che essa seguì fedelmente nel complesso passaggio (non solo di loro due ma anche di tanti socialisti) dal pacifismo di sinistra all’interventismo di destra. Che si riassunse, sotto un profilo politico e personale, nell’espulsione dal Partito Socialista nel 1918, anno in cui essa entrò apertamente a far parte della redazione de “Il Popolo d’Italia”, e via via nell’invenzione post-bellica del movimento fascista che, dopo una nascita furbesca e ammiccante (ne fecero parte anche Toscanini e, si dice, Pietro Nenni, vecchio amico di Mussolini dal tempi della lotta nel 1911 contro l’intervento dell’Italia in Libia) si avviava a diventare lo strumento di potere totale di un uomo che non era più il “compagno Benito” ma tout-court “Il Duce”. La Sarfatti apportò alla definizione del nuovo personaggio un testo decisivo e cioè la già citata abilissima, scaltra e benevolente biografia di Mussolini, che appunto non a caso in Italia si chiamava “Dux”, come si è detto prima. Divenuto Mussolini Presidente del Consiglio, anche la Sarfatti si trasferì a vivere a Roma alla fine del 1926 in un lussuoso appartamento di Via dei Villini, dopo il trauma della morte in guerra del primogenito Roberto, diciassettenne, decorato di medaglia d’oro e sepolto nel Sacrario di Asiago, situato sul colle Leiten. Qui, giacciono le spoglie di 34.286 militari italiani caduti nella grande guerra, di cui solo 12.759 sono identificati, mentre 21.491 sono rimasti ignoti. In un articolo di “Moked”, portale dell’ebraismo italiano, ho trovato la testimonianza di un certo Federico Steinhaus, il quale ha scoperto che, nel settore del sacrario riservato alle 11 medaglie d’oro, gli ebrei decorati sono 2, cioè oltre a Roberto Sarfatti anche il sottotenente triestino Guido Brunner, e ha iniziato una lunga battaglia burocratica con il Ministero della Difesa. Ottenendo nel 2008 che i simboli cristiani, i quali comprendono tutti i caduti, fossero nella fattispecie sostituiti dalla stella di David e da una lapide commemorativa, “ulteriore prova” – scrive Steinhaus – “del forte patriottismo che ha sempre animato gli ebrei”.
Il periodo di Roma fu quello in cui da un lato si consolidava il rapporto fra la Sarfatti e Mussolini, che pure la tradiva quotidianamente e apertamente, e dall’altro si ribadiva l’importanza che aveva assunto la donna nel campo delle arti figurative e della pubblicistica specializzata. Al tempo stesso, si mettevano le basi per un progressivo distacco fra i due, concretatosi poi nella fascinazione esercitata su Mussolini dal Nazismo e nella subitanea accettazione delle teorie naziste da parte del Fascismo. Via via che le cose progredivano ne risentiva anche la relazione fra i due, finché nel 1938 essa non riparò in Uruguay, a Montevideo. Qui, grazie all’aiuto di Raffaele Mattioli, notissimo banchiere che alla testa della Comit era diventato in Italia una vera autorità intessendo rapporti d’ogni colore politico, era già riuscito a sistemarsi il figlio di Margherita, Amedeo. La Sarfatti continuò ad occuparsi intensamente di critica d’arte e rientrò a Roma nel 1947. Ma la società italiana preferì di fatto ignorarla, poiché la sua presenza era imbarazzante. Se da un lato essa riproponeva buona parte della storia figurativa e perfino uniformologica del Fascismo (si diceva che fosse stata lei ad ispirare fregi e orpelli tipici delle divise del Regime), dall’altro era difficile dimenticare che molti dei movimenti che avevano ispirato la pittura italiana durante il Ventennio risalivano a lei. Essa morì nel 1981 in una villa, comprata prima della prima guerra mondiale, chiamata “Il Soldo”, a Cavallasca in provincia di Como, dove si era rifugiata da tempo.
In realtà la Sarfatti rimane un enigma. Così come sua presenza di creatrice e divulgatrice culturale resta fondamentale, così egualmente la sua conversione al Cattolicesimo non fu un modo per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche (anche se il realtà non sarebbe servito a nulla), ma risale ai primi rapporti avuti da bambina a Venezia con una istitutrice cattolica incaricata di insegnarle il tedesco. Contribuì molto, sino a metà degli anni ‘30, al “lancio” del Fascismo nel mondo e probabilmente portò dentro di sé questa dolorosa consapevolezza, insieme all’imbarazzo che forse provò sempre confrontando la sua eleganza intellettuale con la furbesca astuzia e l’improntitudine contadinesca che furono essenziali, in Italia ma non solo in Italia, nella formazione del mito mussoliniano.
Fra le testimonianze indirette ma significative sul personaggio-Sarfatti vi sono il romanzo “La notte italiana” di Nicole Fabre, in cui la giovane protagonista, Giulia, diverrà l’amante di Italo Balbo, presentato alla ragazza da Margherita Sarfatti, direttrice di un giornale in cui essa ha trovato lavoro. Altra inattesa testimonianza è quella contenuta nel film “Il prezzo della libertà” (“Cradle Will Rock”, 1999) diretto da Tim Robbins, ambientato nell’Estate del 1937 a New York. In esso, oltre a una miriade di personaggi storici, si ritrova anche, impersonata da Susan Sarandon, la “contessa” Margherita Sarfatti, che vende quadri di contrabbando per finanziare Mussolini…

6 febbraio 2009

CAMERA EYE: TESTIMONIANZA SU SORDI



Un giornalista, Carlo Calabrese, mi ha scritto nei giorni scorsi chiedendomi una breve testimonianza su Alberto Sordi da inserire in un libro che egli, per conto della casa editrice Edi Lazio diretta da Winlly Pocino, sta scrivendo sull’attore. Vi saranno anche contributi di Gian Luigi Rondi, Giuliano Montaldo, Carlo Lizzani, Carlo Verdone, Mario Monicelli, Piera Degli Esposti, Franca Valeri, eccetera. L’ho scritta e gliel’ho inviata. Poiché, al di là della vanità personale, mi sembra un accettabile frammento di riflessione, ho deciso di ricopiarlo qui nel Blog (a giudicare dalle mancate testimonianze che riguardano quasi tutto quello che ho pubblicato in questo diario telematico, così facendo l’ho anche votata all’oblio).


Non è facile per me scrivere poche righe su Alberto Sordi. A suo tempo gli dedicai un librone (con utili collaborazioni di Umberto Tani ed Enrico Lancia) che a qualcosa deve essere servito, visto che un altro biografo di Sordi, Goffredo Fofi, a suo tempo mi ha inviato affettuosamente una copia del suo libro (“Alberto Sordi – L’Italia in bianco e nero”, edito da Mondadori nel 2004) con una dedica che dice: “Caro Claudio, senza il tuo “Gremese” avrei faticato il doppio. Te ne sono infinitamente grato”, concetto ribadito anche nell’introduzione. E questo perché l’operosissima vita di Sordi è talmente stipata di avvenimenti e di film che è impossibile ricostruirla in poche pagine. A dirlo così sembra strano, ma su Sordi ho molto riflettuto. Che cosa fa del suo tragitto professionale un “unicum”, anche sullo sfondo di una cinematografia fittissima di personaggi di talento e di invenzioni? Si tratta, in realtà, di una intrusione estremamente violenta delle sue caratteristiche “etniche” all’interno di un mondo di spettacolo che viveva in modo doloroso e creativo il passaggio fra il dialetto e la lingua. Con questo voglio dire che Sordi recupera, con inconsapevole ma straordinaria tensione morale, il taglio cesareo che, invece di dividere, paradossalmente salda l’Italia di Vittorio Emanuele III – dove, durante la prima guerra mondiale, i giovani ufficiali morivano in italiano e i loro soldati morivano in dialetto – con quella già italofona di De Gasperi, ove De Sica sembrava un pericoloso rivoluzionario e il giovanissimo Fellini si apprestava, nel futuro, a fornire sogni barocchi per una Roma gongorista. All’interno di quella stessa Roma, Sordi si mosse con una fisiologica intensità che gli consentì, più volte, di porsi all’incrocio di diversi momenti della nostra storia: la sua apparizione nel cinema italiano venne salutata come l’occasione d’una ritrattistica nostrana che ne faceva un tipico esempio di italiano dei tempi moderni. E cioè cinico, furbesco, all’occasione prepotente o servile, pronto a gettarsi sul carro del vincitore, ma anche a incarnare inaspettati risvolti morali. Quando cominciò a diventare noto, io scrissi un suo ritratto intitolato “Un italiano formato tessera”. Con l’andare del tempo ho capito di avere sbagliato. Non vorrei che questa affermazione offendesse qualcuno, ma credo che la vera dizione dovrebbe essere “Un romano formato tessera”. In effetti, in un cinema italiano girato e pensato a Roma, dove in apparenza le commistioni linguistiche fra la lingua e il dialetto sono continue, automatiche, insistite e a volte maniacali, una distinzione del genere può apparire immotivata. Mentre invece risponde ad una profonda esigenza, che vorrei definire “narrativa”. In un cinema ambientato a Roma, Sordi era uno dei pochi, veri romani, capaci di superare il folklore, sia pure toccante, dei Carotenuto e dei Fabrizi. Tutto in lui implicava una cittadinanza capitolina che lo riportava indietro di secoli. Il suo rapporto con la Chiesa e con il Papa è splendidamente implicato in alcuni film di Gigi Magni e ne “Il marchese del Grillo” di Mario Monicelli: quando apparve nel 1981 sembrò soprattutto un divertente elzeviro romanesco e invece, visto e rivisto adesso, possiede molte caratteristiche di un capolavoro. In realtà Sordi era un romano anteriore all’unità d’Italia, il quale ha continuato silenziosamente a vivere, con il Papato e con la Chiesa, un rapporto profondo e “contemporaneo”, che non solo non escludeva, ma anzi implicava, unghiate ironiche e strizzatine d’occhio, tipiche di un popolo che ha sempre visto nel Papa un personaggio duplice: vicario di Cristo ma anche prefetto di Trastevere e di Monti, delegato ad occuparsi non solo della salvezza dell’anima ma anche della fisica amministrazione della “monnezza”. Una sua straordinaria battuta su Giovanni Paolo II poteva nascere solo sulle labbra e nel cuore di un suddito di altri tempi (infatti una volta mi disse: “Ma questo Papa, quando dice – e qui imitò l’accento polacco – “La Matonna”, che fa? Bestemmia?”).
Questo era il mondo come lo vedeva Sordi e come lo reinventava Sordi, romanescamente capace di beffardi ritratti di monsignori (si veda quel suo personaggio al centro de “L’ascensore” di Luigi Comencini, episodio contenuto ne “In quelle strane occasioni”, ove vestendo e svestendo abilmente la tonaca, possiede appunto in un ascensore la Sandrelli e poi le spiega che non sono colpevoli perché, dato il guasto meccanico, erano privi del libero arbitrio).
Ma egli fu anche capace di offrirci sofferte partecipazioni all’umanità dei personaggi, con una scioltezza ed una testarda applicazione al lavoro che adesso ci fanno capire che, in realtà, si trattava di un genio.

Claudio G. FAVA

22 gennaio 2009

DUE MOMENTI DELLA RESISTENZA FRANCESE

Nell’ampio ventaglio delle mie collaborazioni relativamente recenti, destinate a pubblicazioni di diversa natura, ve ne sono due che mi sembra possano presentare dei motivi di interesse per gli eventuali e misteriosi lettori del Blog (se ne esistono). L’uno è il mio contributo al catalogo della retrospettiva dedicata a Jean-Pierre Melville all’interno dell’edizione 2008 del Torino Film Festival, catalogo curato da Emanuela Martini, che mi ha assegnato il film “L’armata degli eroi” (“L’armée des ombres”), capolavoro ambientato durante gli anni della Resistenza in Francia. Mi è parso giusto allargare il testo cercando di evocare nel modo più stringato possibile le caratteristiche politiche di come si formò e si organizzò, dal 1940 al 1944 il variegato mondo della lotta contro i nazisti e contro Vichy (temi su cui gli italiani in genere non sanno praticamente nulla, e non è detto che ne sappiano qualcosa i francesi).
L’altro brano, che riproduco qui, riguarda un testo scritto per la Multimedia San Paolo, che ha curato un’edizione speciale de “Il condannato a morte è fuggito” di Robert Bresson. Il mio saggio riguarda la personalità e i dati biografici di André Devigny, trascurato autore del libro da cui il film è tratto, ed unico prigioniero che riuscì a fuggire da una famosa e sinistra prigione francese della Gestapo.
Pur con orientazioni diverse i due brani riguardano lo stesso periodo storico ed illuminano figure e particolari di un momento fondamentale della storia non solo di Francia, ma dell’Europa, durante il secondo conflitto mondiale. Abbiamo inserito nel testo un’immagine di André Devigny in divisa da tenente colonnello, e un’inquadratura de “L’armata degli eroi”, dove figura uno dei protagonisti, Lino Ventura.



L'ARMATA DEGLI EROI (L'ARMEE DES OMBRES)

Preliminari storici

Ho accettato con piacere l’invito di Emanuela Martini a scrivere per il catalogo-Melville un pezzo dedicato a “L’armata degli eroi” (“L’Armée des Ombres”). Ma per farlo è assolutamente obbligatorio ricordare al lettore italiano, sicuramente coltissimo ma potenzialmente distratto, come andarono le cose in Francia nell’Estate del 1940 e come si arrivò alla formazione nella Francia occupata di una resistenza originariamente articolata in due tronconi, quella del nord e quella del sud.
Nel Giugno del 1940 l’esercito francese, considerato da tutti il migliore e il più importante del mondo, crollò dopo pochi mesi dall’inizio dell’offensiva tedesca e fu costretto a cedere le armi. Passando dall’Olanda e dal Belgio le famose “Panzer Divisionen” del generale Guderian, dal 10 di Maggio alla metà di Giugno colpirono al cuore l’esercito francese (un milione e mezzo di prigionieri in poche settimane), che il 22 Giugno firmò l’armistizio a Compiègne, nello stesso luogo dove i delegati tedeschi si erano arresi nel 1918. Intanto lo Stato francese aveva subito una serie di scosse mortali: il 14 Giugno si era trasferito a Bordeaux; il 16 Giugno Paul Reynaud aveva rassegnato le dimissioni da capo del governo e il presidente della repubblica Lebrun aveva dato l’incarico di presidente del consiglio al maresciallo Philippe Petain, notoriamente contrario alla guerra e desideroso di interromperla. Infatti il 17 Giugno Petain chiese al nemico di negoziare un armistizio. Gli strumenti politici e giuridici per portarlo a compimento gli furono dati il 10 Luglio quando le Camere (deputati e senatori) riunite al casinò di Vichy assegnarono a Petain i pieni poteri al fine di cambiare la costituzione della terza repubblica: l’Assemblea Nazionale assegnò 569 voti a favore, 80 contrari e 17 astensioni; con l’assenza dei rappresentanti comunisti che, essendosi rifiutati l’anno prima di votare i crediti di guerra contro la Germania, erano stati di fatto dichiarati fuorilegge: alcuni di essi furono addirittura ricercati per renitenza alla leva. Lo stesso Maurice Thorez, rifugiato in U.R.S.S., venne “graziato” nel 1944 da De Gaulle. Solo nel 1941, dopo lo scoppio della guerra fra l’U.R.S.S. e la Germania, il partito comunista francese entrò massicciamente nella resistenza diventandone uno dei centri motori.
La resa della Francia e la popolarità di Petain, che la gente considerava il più umano dei generali francesi della prima guerra mondiale, fecero sì che l’armistizio e il nuovo regime fossero di fatto molto popolari, almeno nei primi anni. Il francese medio pensava di essersi liberato di una classe politica inefficiente che lo aveva trascinato in una guerra inutile e perduta. Anche se qualche dubbio sulla legittimità costituzionale del nuovo regime permaneva (la fretta con cui Petain incontrò lo stesso Hitler il 24 Ottobre 1940, nella stazioncina di Montoire-sur-le-Loir, entrando – come egli stesso disse – nella “via della collaborazione” stupì molti) la Francia del Maresciallo era all’inizio fortemente radicata nei sentimenti popolari. Anche se sul nuovo potere si stendeva l’ombra ambigua di un grande e abile avventuriero come Pierre Laval, divenuto un collaboratore autentico lui, vice-presidente che lo stesso Petain fece arrestare il 13 Dicembre 1940, ma di cui i tedeschi, il 17 Aprile 1942, imposero il ritorno al potere, sconfessando quindi in modo decisivo il Capo dello Stato. L’armistizio aveva diviso il paese in due tronconi: una parte occupata direttamente dai tedeschi, Parigi compresa; l’altra che aveva appunto eletto la sua sede a Vichy, città termale e pertanto ricca di alberghi, direttamente amministrata dai francesi, i quali però dovevano sottostare alle richieste finanziarie e organizzative dell’invasore. La divisione fra le due France (l’ “occupata” e la “non occupata”) era ribadita da un confine vero e proprio, chiamato la “Ligne de Demarcation”, con blocchi militari e controlli di documenti. Ecco dunque che i primi, timidi tentativi di non tener conto di quello che era stato negoziato dal governo si urtarono non solo con la struttura dello Stato francese e con le sue forze di polizia, rimaste nella sostanza intatte, ma dovettero fare i conti con la già citata spaccatura del paese in due (fu solo nel Novembre del 1942 che i tedeschi invasero la Francia non occupata, quella appunto su cui fino a quel momento aveva “regnato”, con molti limiti di competenza, il governo Petain). Intanto era successo qualcosa di estremamente importante nella storia della seconda guerra mondiale, ma che nei primi tempi apparve un accadimento periferico e di scarso rilievo. Un ufficiale di carriera francese, il colonnello Charles De Gaulle, grande specialista di carri armati, nominato da Reynaud generale di brigata a titolo provvisorio e sottosegretario, aveva preso contatto con il governo inglese rifiutandosi di accettare l’armistizio ed, a titolo personale, si era rivolto a tutti i francesi proponendo di “tener viva la fiamma della resistenza”. Inizialmente De Gaulle, giunto avventurosamente a Londra mentre la moglie e i figli si incamminavano anch’essi per l’Inghilterra in modo altrettanto avventuroso, era solo, unicamente accompagnato da un ufficiale d’ordinanza. Accettò l’invito di Churchill e rivolse il 18 Giugno del 1940 un appello radiofonico ai francesi. Pochi lo ascoltarono, ma di fatto fu quel gesto a segnare il cambio di un’epoca: da un lato tagliò i ponti fra il generale e lo Stato francese (il governo lo condannò a morte per diserzione) e dall’altro consentì a De Gaulle di iniziare una galoppata solitaria, eroica e straordinariamente fortunata, che gli permise solo quattro anni dopo di rientrare a Parigi idealmente alla testa di milioni di compatrioti. Sin dai primi giorni De Gaulle capì l’importanza di un’attività di indagine, di spionaggio e di propaganda nella Francia sconfitta. Fra i primissimi ufficiali che si schierarono con lui in un appartamento d’occasione di Londra vi fu un certo André Dewavrin – conosciuto poi come colonnello Passy - capitano di stato maggiore. Dopo un colloquio, De Gaulle gli affidò l’incarico di costituire il “Deuxieme Bureau”, ovvero nella terminologia militare francese il servizio informazioni. E sin dall’inizio ci si rese conto che non di un normale servizio di intelligence doveva occuparsi l’ufficio, ma di un autentico percorso ideologico e politico, per rinsaldare la resistenza a Petain e per risvegliare un’autentica coscienza democratica. Tant’ é vero che dopo un po’ il servizio di Dewavrin venne battezzato “B. C. R. A.” (ovvero “Bureau Centrale de Reinsegnement et d’Action”). Ad esso tendevano a far capo i vari gruppi di resistenza che prima timidamente e poi con maggiore compattezza si organizzarono nella Francia occupata. Per ragioni di spazio è impossibile ricostruire qui la mappa dei movimenti. Per tenermi ai più importanti mi limiterò a ricordare che nella zona sud fino alla fine del 1942 si misero in luce “Combat”, “Libération”, “Franc Tireur”, mentre al nord i movimenti più importanti furono “Libération-Nord”, “O. C. M.” (“Organization Civile et Militare”) e infine il “Front National” (controllato dai comunisti, entrati in massa nella guerra clandestina dopo il 1941). I loro compiti furono di riunire informazioni sulle truppe tedesche, sulle loro armi, i loro magazzini (costituendo eventualmente dei depositi di armi in previsione di una rivolta aperta) e di fare poi tempestivamente affluire queste informazioni ai comandi inglesi a Londra. Dovettero imparare tutto o inventarsi tutto, compreso l’uso degli impianti mobili di trasmissione radio e i sistemi per cifrare e trasmettere il più rapidamente possibile il materiale informativo.
Il problema dei francesi era che tutti i rapporti con Londra erano nelle mani dei servizi inglesi (dalle radiotrasmittenti alla comunicazione aerea con i piccoli “Lysander” che trasportavano coraggiosamente agenti da e per la Francia) per cui il “B. C. R. A.” dovette affrontare una lotta continua con i britannici. Per non perdere il controllo della situazione e mettere un freno alla concorrenza esplicita nell’istruzione e nel lancio di agenti francesi, che spesso avrebbero voluto battersi per De Gaulle e invece, di fatto, lavoravano per il “S. O. E.” (Special Operations Executive”) guidato dal colonnello inglese Buckmaster. E tenendo conto del fatto che molti dei movimenti in territorio francese non volevano sottostare, per motivi ideologici, alle disposizioni di un generale che automaticamente consideravano un personaggio di destra, si capisce da qui il capolavoro di De Gaulle, tramite alcuni suoi straordinari inviati, nel riuscire a modellare ai suoi ordini (grazie a Jean Moulin) un quasi unico organismo di resistenza in Francia, comprese le importantissime colonie del cosiddetto Impero, costituisca uno dei numerosi prodigi che egli realizzò durante la guerra.
Per terminare il ritratto dell’epoca bisogna ricordare che la resistenza ebbe contro di sé non solo le diverse strutture della polizia francese, rimasta intatta con l’armistizio, ma anche la complicata architettura dei reparti antiterrorismo tedeschi, sia dell’esercito che delle S.S. e della Gestapo (la quale organizzò anche reparti interi esclusivamente animati da francesi, come ad esempio la sezione di Rue Lauriston a Parigi), per non parlare degli organismi nuovi espressamente creati in funzione antipartigiana: si pensi alla cosiddetta “Milizia” di Darnand ed al collegato “S. O. L.” (“Service d’ Ordre Legionnaire”).

Il romanzo e lo scrittore

Non si può parlare del film senza far cenno del libro e del suo autore. Famosissimo ai suoi tempi, Joseph Kessel ebbe una vita avventurosa che si rispecchia gloriosamente nelle sue opere. Nato il 18 Febbraio 1898 a Clara (Entrerios), in una famiglia di ebrei di origine lituana che avevano deciso di partecipare alla “colonizzazione” ebraica dell’interno dell’Argentina. Il padre medico passò il dottorato a Montpellier, mentre Joseph trascorse in Argentina i primi anni della sua vita, per tornare successivamente dal 1905 al 1908 a Orenbourg negli Urali dove la sua famiglia possedeva beni e denaro. Dal 1908 in poi i Kessel si trasferirono in Francia e Joseph si francesizzò fulmineamente. Studiò al Liceo Masséna a Nizza, poi al Louis-le-Grand a Parigi. Nel 1914, scoppiata la Grande Guerra, divenne infermiere nell’esercito. Nel 1915 ottenne la “License” in Lettere e nel 1917 trovò lavoro al “Journal des Débats” e fu ricevuto come alunno al conservatorio. Poi, appena diciottenne, si arruolò nell’esercito e venne assegnato ad una squadriglia d’aviazione, la “S.39”. In effetto in una squadriglia era ambientato il suo primo romanzo “L’ Equipage” (1923), che lo rese famoso. Al ritorno ottenne la nazionalità francese: era insignito della “Croce di guerra” e della “Médaille Militaire”. Da quel momento esplose letteralmente la sua carriera di romanziere e di giornalista. Girò il mondo seguendo da vicino il dramma della rivoluzione irlandese e dei moti ebrei in Israele. Raccontò i bassi fondi di Berlino, volò sulle prime linee aeree del Sahara e con i negrieri del Mar Rosso. E contemporaneamente pubblicava moltissimi libri che gli detterò la notorietà e fruttarono un gran successo di pubblico (fra di essi “Belle du Jour”, da cui il noto film di Buñuel)*. Godeva ormai di una popolarità mondiale, facendo parte di un famoso manipolo di giornalisti animati da Pierre Lazareff, futuro fondatore di “France Soir”, che fu un simbolo fra i quotidiani francesi.
Dopo la sconfitta, si arruolò nella resistenza e attraverso i Pirenei raggiunse Londra per schierarsi con De Gaulle. Insieme al nipote Maurice Druon scrisse le parole del famoso “canto dei partigiani” che Yves Montand avrebbe reso famoso nel dopoguerra. In base alle informazioni che raccoglieva a Londra, nel 1943, in piena guerra, pubblicò un’opera fondamentale. Appunto, “L’Armée des Ombres” da cui il film di Melville (bisogna far presente che la traduzione italiana di “armata” è imprecisa perché qui la parola ha il senso riassuntivo di “esercito”; inoltre si tratta di “ombre” e non di “eroi”, giusto per rispettare la mancanza di retorica di Kessel). Da allora fino alla morte, nel 1979, Kessel – diventato membro dell’Accademia di Francia nel 1962 - allineò un lungo elenco di libri di successo.


Il romanzo – ricordo, siamo nel 1943 - è costituito da una prefazione (in cui Kessel spiega le enormi difficoltà di scrivere una storia fatta da avvenimenti veri che riguardano persone viventi, ma che non debbono essere individuate) e da otto capitoli: “L’evasion”; “L’execution”; “L’embarquement pour Gibraltar”; “Ces gens-la sont merveilleux”; “Notes de Philippe Gerbier”; “Une veillée de l’age hitlerien”; “Le champ de tir”; “La fille de Mathilde”.
· Il primo capitolo, “L’evasion”: Gerbier è condotto dai gendarmi in un campo di concentramento retto da francesi ad uso di altri francesi e inizialmente costruito (durante la “Drôle de Guerre”, come dice il gendarme che scorta Gerbier) per custodire prigionieri tedeschi che, allo scoppio del conflitto nel 1939, si pensava dovessero essere numerosi. Invece non ve ne furono e Vichy lo utilizzò per tenere in prigione ogni serie di avversari, dai politici agli ebrei, ai borsaneristi. Gerbier è collocato in una baracca, dove si trovano anche un colonnello, un farmacista e un viaggiatore di commercio. Lì fa amicizia con un giovane malato ai polmoni che vorrebbe rendersi utile alla resistenza ma rinuncia a qualsiasi prospettiva di fuga. Gerbier riesce a mettersi in contatto con il suo “Reseau” e prepara l’evasione.
· Il secondo, “L’execution”: Gerbier, ormai libero, riceve l’ordine di procedere all’esecuzione capitale di un compagno di resistenza che, presumibilmente, ha tradito. La cosa avviene in un appartamentino di Marsiglia affittato per l’occasione, strangolando il colpevole: esperienza terribile per Gerbier e per gli altri resistenti.
· Il terzo, “L’embarquement pour Gibraltar”: il giovane Jean-François, ex pilota militare, incontra un suo amico, Felix (aiutante di Gerbier) che lo arruola nella resistenza. Jean-François se la cava molto bene, impara ad eseguire ordini disparati avendo come solo punto di riferimento Felix. Una volta portato a termine un pericoloso incarico a Parigi (doveva consegnare una radiotrasmittente che aveva nella valigia), riesce finalmente a far visita al fratello Luc, grande studioso, che Jean-François in omaggio al gusto di quegli per la vita spirituale chiama “Saint-Luc” e che considera, nonostante tutto il suo affetto, un simpatico vile completamente estraneo alla tragedia che vive la Francia. Ritornato alla base nel sud, anche Jean-François si trova coinvolto in una complicata operazione intesa a imbarcare su un sottomarino britannico un gruppo di resistenti e di prigionieri inglesi fuggiaschi. Egli sarà in particolare incaricato di condurre in barca quello che i resistenti chiamano “Le Grand Patron”, e cioè il comandante di tutto il “Reseau”. È il fedele “Le Bison” che l’accompagna alla barca manovrata da Jean-François. Solo prima di salire sul sottomarino Jean-François scopre inaspettatamente che “Le Grand Patron” è suo fratello Luc, che egli considerava un imbelle intellettuale.
· Il quarto, “Ces gens-la son merveilleux”: è centrato a Londra e racconta in prima persona di una cena in casa di una nobildonna francofila, in cui si mangia molto bene e si gustano cibi raffinati (introvabili nella Francia occupata).
· Il quinto, “Notes de Philippe Gerbier”: Gerbier tornato in aereo da Londra, annota particolari, impressioni ed esperienze della sua vita quotidiana da clandestino. Ad esempio il fatto che sia reduce da Londra, lo rende mitico agli occhi dei resistenti con cui prende contatto. Scrive Gerbier: “Presso i musulmani i pellegrini che sono stati alla Mecca portano il titolo di Hadj e indossano un turbante verde. Io sono un Hadj. Ho diritto al turbante verde dell’Europa asservita”. E questo gli sembra paradossale perché a Londra il mito è la Francia occupata. Il fatto di viverci, sottoposti alla fame, al freddo, alle privazioni, alle persecuzioni, e di partecipare alla resistenza, rendono tutto eroico e romanzesco.
Per un certo periodo Gerbier viene ospitato dal barone de V... (nel film è ribattezzato da Melville, barone de La Ferté-Talloires), uomo di estrema destra che aveva armato i suoi contadini prevedendo un colpo di stato monarchico, ma che poi è passato nelle file della resistenza dicendo: “Preferisco un francese rosso ad una Francia che arrossisca”. Gerbier lascia il castello in tempo e due giorni dopo il barone è fucilato. Compie infinite esperienze, conoscendo resistenti d’ogni tipo, e Kessel racconta, attraverso la mediazione di Gerbier, che scrive in prima persona, i frammenti di resistenza che lo scrittore poteva svelare nel 1943. Ad esempio, attraverso Jean-François, riceve notizie di Félix, che è stato arrestato in strada da due agenti della Gestapo, i quali l’hanno condotto a casa sua picchiandolo davanti alla moglie e al bambino. Félix ha avuto il coraggio di fuggire da una finestra del primo piano, si è slogato una caviglia, ma è riuscito a correre lo stesso. Per strada ha incontrato una pattuglia di poliziotti ciclisti francesi, ha detto la verità al brigadiere che li comandava, e questi lo ha condotto da un membro della Resistenza e via via, di clinica in clinica, Félix si è salvato ma non potrà rivedere la sua famiglia sino alla fine della guerra.
Episodio per episodio, in questo capitolo le notazioni di Gerbier sono innumerevoli ed è impossibile rievocarle tutte. Ne vien fuori, attraverso l’incontro con decine di persone diverse una minuta ricostruzione di avvenimenti, personaggi e caratteristiche, che segnano l’esistenza di tanti compagni di lotta, ed un quadro molto preciso della vita da loro condotta nelle condizioni più perigliose e difficili che si possano immaginare.
Fra i vari resistenti, Gerbier conosce Mathilde, che è fuggita dal Palazzo di Giustizia di Parigi, impara a conoscerla e scopre che questa madre di famiglia ha grandi qualità umane e tecniche che ne fanno un elemento molto importante per la Resistenza. La stessa vocazione al sacrificio che la lega ai suoi numerosi figli, sarà la caratteristica che la porterà alla perdizione.
· Il sesto, “Une veillée de l’age hitlerien”: catturato e in attesa di una condanna, Gerbier parla con altri sei detenuti che come lui aspettano di essere fucilati.
· Il settimo, “Le champ de tir”: i sette prigionieri vengono condotti dai tedeschi all’interno di un’immensa prigione per essere uccisi. Un tenente delle S.S. li fa allineare e in un ottimo francese spiega loro: “Entro un minuto vi piazzerete qui davanti alla mitragliatrice, volgendole il dorso. Dovrete correre il più presto che potrete. Non spareremo subito. Vi daremo una chance. Chi arriverà in fondo sarà ucciso più tardi con i prossimi condannati”. Gerbier e altri due si rifiutano di eseguire l’ordine. Poi il tenente tira tre colpi di rivoltella e anch’essi si mettono a correre. All’improvviso cala l’oscurità e un’ ondata di fumo spesso e nero ricopre tutto il campo di tiro. Gerbier non sente l’esplosione delle granate fumogene, ma capisce che quella nebbia è destinata a lui. Egli è l’unico che non si ferma. Un proiettile gli strappa un pezzo di carne dal braccio, un altro gli brucia la coscia. Sorpassa gli ostacoli e dietro vede un muro e dal muro spunta – Gerbier ne è sicuro – una corda. Risale a forza di braccia e a qualche centinaio di metri vede, all’esterno, un’automobile. Al volante il fidatissimo Le Bison, ex sottufficiale della Legione Straniera che partecipa al colpo di mano agli ordini di Mathilde, e un altro resistente (Jean François). Alla fine, la gelida Mathilde prende una mano di Gerbier e la chiude fra le sue.
· L’ottavo, “La fille de Mathilde”: Gerbier è ospitato per tre mesi in una casa isolata di campagna dove Le Bison lo rifornisce di viveri. Un giorno riceve inaspettatamente la visita del “Patron”, costretto ad affrontare un argomento terribile: Mathilde, che era caduta nella mani della polizia tedesca, è stata rilasciata ma tre resistenti sono stati catturati a loro volta. Luc Jardie affaccia la possibilità che la donna si sia venduta per salvare la figlia adolescente da un destino spietato (nel migliore dei casi un bordello sul fronte russo). E pertanto, vedendo che Mathilde si espone camminando per le strade, sostiene che è lei stessa a chiedere di essere giustiziata, ma che non vuole uccidersi essendo cattolica praticante. Nel suo animo il “Patron” non è totalmente convinto ma è questa un’ipotesi che non può trascurare e che propone ai compagni come una sicurezza assoluta. Ed è proprio “Le Bison”, che inizialmente non vuol far nulla contro “Madame Mathilde”, a premere il grilletto in strada per l’esecuzione. Luc Jardie ha voluto essere presente nella macchina da cui “Le Bison” ha esploso i colpi mortali sulla donna, perché Mathilde lo veda per l’ultima volta.

Il film

«Mauvais souvenirs! Soyez pourtant les bienvenue, vous êtes ma jeunesse lointaine» - Georges Courteline
(«Brutti ricordi! Siate comunque i benvenuti, siete la mia giovinezza lontana»).


Melville amava molto questa frase in cui ritrovava ricordi e insegnamenti del passato e del presente, tanto da proporla all’inizio del film. Era la sua chiave di ingresso nel mondo di Kessel. Infatti egli, che aveva letto nel 1943 il romanzo a Londra (raggiunta faticosamente attraverso la Spagna), desiderò sempre di portarlo sullo schermo, e ci riuscì venticinque anni dopo. A Raul Nogueira (autore del fondamentale “Le cinéma selon Melville” del 1973, edito in Italia da “Le Mani” nel 1994) il regista dice che Kessel non riusciva a credere che si potesse inseguire un’idea per tanto tempo così tenacemente (peccato che la versione italiana sia incompleta rispetto all’originale). Naturalmente Melville era consapevole del fatto che dopo un quarto di secolo c’erano molte cose nel libro che non si potevano filmare. E sempre a Nogueira confessa: “…Trasformai un racconto sublime, un meraviglioso documentario sulla Resistenza, in una fantasia retrospettiva; un pellegrinaggio nostalgico in un’epoca che segnò profondamente la mia generazione”.
Il film inizia il 20 Ottobre del 1942. In quella data, dice ancora Melville: “Avevo venticinque anni. Ero soldato dalla fine dell’Ottobre 1937…Avevo alle spalle tre anni di vita militare (di cui uno di guerra) e due di Resistenza. È qualcosa che segna un uomo, mi creda”.
In effetti, l’adattamento del libro è una riprova, se ve ne fosse bisogno, del talento complesso, quasi nascosto, enigmatico ma trasparente di Melville. Buona parte della lettera del libro si trasfonde nel film, eppure si avverte in ogni inquadratura la presenza del regista, che trasforma quel che all’origine era una scaltra e commossa partecipazione da lontano ad un avvenimento sconvolgente, come l’occupazione e la Resistenza della Francia, in una sorta di elegia contemporanea, senza tempo, di ogni possibile umana resistenza all’oppressione ed alla persecuzione. Questo è uno dei motivi che fanno del film un capolavoro assoluto, probabilmente l’opera più grande che il cinema sia riuscito a produrre sul tema, e cioè sulla lotta insieme aperta e segreta contro un invasore nazista, pur essendo profondamente radicata in una precisa connotazione storica e geografica come la Francia del periodo 1940-1944. Dove si discosta dal libro (alcuni episodi), Melville introduce unghiate rabbiose e riassuntive – penso al colpo di testa di Jean-François, follemente intento a raggiungere Félix in carcere - che permettono allo spettatore, anche se ignaro dei riferimenti specifici alla cronaca francese, di cogliere i temi fondamentali di una vicenda umana e politica di rara complessità e violenza. Ad esempio l’inizio, con quel gendarme bonario e imbarazzato che conduce Gerbier al campo di concentramento gestito da Vichy (tutto un clima è riassunto nel soliloquio furbesco e servile del direttore) è una straordinaria rievocazione della Francia di Petain e dei suoi molteplici ma spesso sottomessi rapporti con i tedeschi. Si veda il passaggio dell’automobile che conduce poi Gerbier dal campo di detenzione all’albergo parigino, sede di un comando tedesco: i controlli ai posti di blocco della “Ligne de demarcation” ribadiscono la presenza dei gendarmi all’uno e all’altro capo dei confini delle due France, saldando insieme due diverse sfumature della collaborazione. Al tempo stesso, la concitazione violenta che conclude l’episodio è un segno altissimo della sapienza con cui Melville unisce il clamore alla concisione: Gerbier viene condotto in un comando dell’esercito a testimonianza della varietà delle competenze (non c’era soltanto la “Abwehr” oltre ai complessi servizi segreti nazisti) con cui i tedeschi combattevano la Resistenza. Pugnala una sentinella distratta, fingendo di chiedergli una sigaretta, stabilisce con un solo sguardo una complicità definitiva con lo sconosciuto compagno di detenzione che gi è seduto a fianco, e approfitta della fuga di quell’altro per gettarsi a sua volta verso una disperata libertà. Va detto che qui c’è l’unico e forse trascurabile frammento di inesatta ricostruzione d’epoca, che è invece una delle forze traenti del film. Gerbier fuggendo disperatamente entra stravolto in un negozio di barbiere che, salvo mio errore, non è oscurato, in un periodo in cui qualsiasi frammento di luce proveniente dalle case era perseguito con estrema severità in tutti i paesi in guerra (Italia compresa). Siamo agli inizi, ma la qualità eccezionale dell’opera, interpretazione compresa, è già evidente. Sin dalla prima inquadratura, si avverte il peso della presenza fisica e morale di Lino Ventura nei panni di Gerbier. Tanto quanto erano pessimi i suoi rapporti con Melville (pare che sul set i due non si parlassero direttamente ma solo attraverso un assistente), tanto è decisiva la sua quieta e ostinata partecipazione alle cose ed agli avvenimenti. Qualità altissima che Melville è riuscito ad ottenere da tutti quelli che appaiono sullo schermo. L’apparizione di Paul Meurisse nei panni di Luc Jardie è uno dei risultati più alti di tutta la carriera dell’attore. La controllata e insieme caldissima intensità della presenza di Simone Signoret, in quelli di Mathilde, ribadisce la finezza e la corposità della sua prestazione di protagonista naturale. Il Jean-François di Jean-Pierre Cassel ha una tonalità toccante fra le più persuasive all’interno di una carriera molto lunga (nato nel 1932, morì l’anno scorso nel 2007). E la fuggevole presenza di Serge Reggiani, svela un’esplosiva capacità di comunicazione. Del resto sono tutti bravi. Si pensi a Christian Barbier (Le Bison), a Paul Crauchet (Félix), via via sino ad apparizioni di pochi secondi, come Jean-Marie Robain, che è il già citato barone de La Ferté-Talloires. Melville abitualmente ha sempre ottenuto grandi risultati dai suoi interpreti ma qui siamo al livello massimo, ovviamente nei protagonisti ma ancor più nei personaggi secondari.
In quanto all’attendibilità storica della sceneggiatura, alcune polemiche francesi sono apertamente ridicole. Dire che il film è “Gollista” significa dimenticare che è centrato su un “Reseau” di osservanza gollista che fa capo al “B.C.R.A.”, come moltissimi settori della Resistenza. Il che accadde grazie all’abile processo di unificazione, portato a termine proprio sotto la sorveglianza del generale, ad opera di quel personaggio fondamentale che fu il già ricordato Jean Moulin (non ho qui lo spazio per rievocarne pienamente l’opera e la figura). Così il viaggio a Londra di Luc Jardie e di Philippe Gerbier trova il suo completamento proprio nella breve scena in cui De Gaulle, in una camera d’albergo (per non obbligare i premiati a recarsi nel comando della Francia libera, svelando la loro identità) decora Jardie con quella che suppongo sia l’insegna dei “Compagnons de la Libération” (1.038 membri nel periodo di massimo sviluppo; ora ridotti a pochi a causa del passare del tempo). Del resto le notazioni d’epoca ed i rinvii operati da Melville ed evidenti per tutti gli spettatori che avevano vissuto nel periodo della guerra, sono numerosi: si pensi alla presenza in carne e ossa di un uomo che fu fondamentale per la Resistenza ed ebbe poi un controverso destino post-bellico; e cioè André Dewavrin, che abbiamo citato in precedenza, detto Colonnello Passy (tutti i responsabili dello spionaggio gollista avevano assunto dei nomi di battaglia che erano quelli delle stazioni della metropolitana a Parigi). Un altro tocco rivelatore è la presenza di personaggi collaterali che fanno pensare a membri del “Reseau Cohors-Asturies”, il quale faceva capo a “Liberation-Nord”, dove aveva militato lo stesso Melville. Una figura fondamentale fu Lucie Aubrac, celebre protagonista della Resistenza, che in molti particolari rinvierebbe al personaggio di Mathilde.
Il film inizia trionfalmente con una delle più grandi invenzioni di Melville e insieme una delle sue grandi conquiste, vale a dire con la ricostruzione della sfilata delle truppe tedesche, con banda, sugli Champs-Elysées. Nessuno aveva mai ottenuto il permesso per farlo, poiché “esisteva una tradizione, dalla prima guerra mondiale in poi, che vietava la presenza di attori con uniforme tedesca” in un luogo che tutto il mondo identificata con Parigi e con la Francia. Come ricorda lo stesso Melville, il permesso era stato negato addirittura a Vincente Minnelli per “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”. Il regista ribadisce anche che, al momento, fu la scena più costosa mai girata nel cinema francese (costò al produttore venticinque milioni di franchi), e che fu una delle due di cui era davvero fiero (l’altra è il famoso piano-sequenza di 9’ e 38’’ ne “Lo spione”). Sembra che il regista per impersonare i soldati tedeschi abbia arruolato dei tedeschi autentici, studenti a Parigi, persuaso che delle comparse francesi non sarebbero mai riuscite a riprodurre il suono dei talloni germanici sul selciato.
Il tocco melvilliano definitivo è che il film finisce tragicamente, al contrario del romanzo che si conclude addirittura con la frase: “Gerbier ha passato tre settimane a Londra. È ripartito per la Francia in buone condizioni e molto calmo. Aveva ritrovato l’uso del suo mezzo sorriso”. Invece Melville opta per un finale crudele. Nell’ultima inquadratura appaiono le seguenti scritte: “Claude Ullmann, chiamato Le masque, ebbe il tempo di ingoiare una pillola di cianuro l’8 Novembre 1943…”; “Guillaume Vermersch, detto Le Bison, fu decapitato con un’ascia in una prigione tedesca il 16 Dicembre 1943…”; “Luc Jardie morì sotto le torture il 22 Gennaio 1944 dopo aver rivelato un solo nome: il suo…”; “E il 13 Febbraio 1944 Philippe Gerbier decise, quella volta, di non correre…”.

Claudio G. FAVA

P.S.: La versione doppiata del film, quella che gli italiani prevalentemente vedono (e ascoltano) in televisione e che non permette di capire bene lo sviluppo della trama, allinea delle buone voci professionali d'epoca, ma dato il periodo e, trattandosi di un film della S.A.S., non è facile recuperare tutti i nomi dei doppiatori. Ho fatto ricorso a due grandi specialisti come Antonio Genna e Enrico Lancia, che purtroppo non sono riusciti a colmare il vuoto. Lancia ha spinto la gentilezza sino a vedersi una cassetta ed ha sicuramente riconosciuto le seguenti voci: Lino Ventura è doppiato da Emilio Cigoli, Simone Signoret da Adriana De Roberto e Paul Meurisse da Roberto Villa. La direzione del doppiaggio è di Roberto De Leonardis, evidentemente non colpevole dei tagli.


*Il cinema ed in piccola parte la TV hanno largamente attinto a Kessel. Senza nessuna pretesa di totale ricognizione, mi limito a citare qualche titolo: nel 2003 in televisione "Le lion", portato anche sullo schermo nel 1962 da Jack Cardiff con William Holden, Trevor Howard e Capucine; nel 1981 "La signora è di passaggio" ("La passante du Sans-Souci") di Jacques Rouffio con Romy Schneider e Michel Piccoli. Sembrerebbe che un suo romanzo, che si chiama "Les cavaliers" abbia avuto due versioni, una nel 1958, "I figli di Gengis Khan" a firma Jacques Dupont e Pierre Schoendoerffer (film di esordio di quest'ultimo), e l'altra "Cavalieri selvaggi", diretta da John Frankenheimer nel 1971 con Omar Shariff e Jack Palance; nel 1967 partecipò alla sceneggiatura di "La notte dei generali" ("The Night of the Generals" di Anatole Litvak, dal romanzo di Hans Helmut Kirst); nel 1955 è la volta del film "Oasi" ("Oasis") di Yves Allegret con Michéle Morgan e Pierre Brasseur, sempre tratto da un suo romanzo; nel 1954 da un altro romanzo tocca a "Les amants du Tage" di Henri Verneuil con Danielle Gélin e Françoise Arnoul; nel 1955 sempre da una sua opera "Fortune carrée" (probabile titolo italiano "Shaitan, il diavolo avventuroso") con Pedro Armendariz e Paul Meurisse; nel 1951 da "Coup de Grace" è tratto "Damasco '25" ("Sirocco") di Curtis Bernhardt con Humphrey Bogart. A questo punto occorre citare il libro che ha dato a Kessel una subitanea notorietà, e cioè "L'equipage" (1923), da cui tre film. Vale a dire una versione muta, quella francese di Maurice Tourneur del 1928, e due sonore sempre di Anatole Litvak, e cioè "L'equipage" (1935) e "The Woman I Love" (1937).
Non ho citato che le versioni dei romanzi originali, tralasciando la maggior parte delle sceneggiature.

UN CONDANNATO A MORTE E' FUGGITO



André Devigny, quasi completamente ignorato in Italia, è uno di quegli uomini fatti, in un loro modo schivo e silenziosamente eroico, per lo scontro e la guerra, che balzan fuori, solo nei momenti di grande pericolo, quando viene richiesta la totale dedizione di sé. Nacque il 25 Maggio 1916 a Habère –Lullin (paesino di poche centinaia di abitanti, appunto in Alta Savoia) in una famiglia di agricoltori e di militari. Dichiarato “Pupille de la Nation”, frequenta a Bonneville, sempre in Alta Savoia, l’ ”Ecole Normale d’Instituteurs”, poi va a compiere il servizio militare all’Ecole d’Officier de Saint-Maixent (meno nota di quella di Saint Cyr ma anch’essa antica). Ne esce sottotenente effettivo, è assegnato ad uno dei tanti reparti dell’esercito francese arruolati in colonia, il 5° RTM (Régiment de Tirailleurs Marocains) e già nel dicembre 1939, pochi mesi dopo l’inizio del conflitto con la Germania – in piena “drôle de guerre” quando tutti pensano che sul fronte franco-tedesco da una parte e dall’altra non succedesse mai nulla - riesce a respingere alla baionetta una offensiva tedesca. Per questo, a soli 23 anni, viene insignito della Legion d’Onore; fu, anzi, il più giovane Cavaliere dell’Ordine ed il primo a ricevere la decorazione nel conflitto. Una volta iniziata, nel maggio 1940, la decisiva offensiva tedesca - che condurrà rapidamente al collasso dell’esercito francese ed alla resa della Francia - è ferito ad Ham nel Nord del paese (dipartimento della Somme, prefettura di Amiens). Ricoverato all’Ospedale di Bordeaux viene dimesso, con Petain ormai al potere, nel mese di ottobre 1940. Qui inizia la parte più apertamente avventurosa della sua partecipazione al conflitto. Prende contatto con il Consolato britannico a Ginevra che l’invia in Marocco da cui, sino all’agosto 1942, fornisce agli inglesi preziose informazioni. Tornato in patria a partire dal novembre di quell’anno (quando i tedeschi, impadronendosi di tutta la Francia, invadono la cosiddetta “zona non occupata” retta dal Governo di Vichy), partecipa alla costituzione di un “reseau” della Resistenza militare, chiamato “Gilbert” comandato dal colonnello Georges Groussard- personaggio di non poco conto nella storia segreta di Francia: nelle sue memorie parla con grande ammirazione del coraggio fisico di Devigny - allora incaricato dallo spionaggio britannico di organizzare la fuga verso la Svizzera dei prigionieri inglesi. Devigny partecipa anche all’opera del “reseau” chiamato “Sosie” diretto dai fratelli Ponchardier. In effetti Groussard è uno di quei numerosi militari di destra che subito dopo la disfatta iniziarono a porre le basi per una resistenza armata contro i tedeschi. In fondo, essi pensavano, la Francia aveva stipulato un armistizio e non una pace definitiva, che avrebbe potuto essere denunciato se la situazione fosse cambiata…e del resto molti erano anche persuasi che Petain e De Gaulle, un tempo assai vicini, fossero segretamente d’accordo. E tutto questo, almeno inizialmente nel caso di Groussard, credo sempre in un’ottica rigorosamente petainista. Al punto che a Vichy fu proprio lui , ex- cagoulard e poi a capo di un reparto speciale, a provvedere nel dicembre 1940 all’arresto di Laval.; e a dire quando quest’ultimo, vice presidente del Consiglio, fu giudicato dal maresciallo Petain troppo filotedesco e, con un risvolto da Corte medioevale, messo in condizione di non nuocere, arrestato e rinviato a Parigi. Naturalmente due anni dopo, quando Laval, sotto la pressione germanica, ritornò trionfalmente al potere, Groussard aveva già provveduto a passare esplicitamente dalla parte degli Alleati ed a porsi in salvo in Svizzera da dove, come si è detto, diresse il gruppo “Gilbert”. “Cagoulard” (e cioè portatore di “cagoule” ovvero di una maschera) era il soprannome ironico dato agli aderenti dello CSAR, Comité Secret d’Action Révolutionnaire. Che non esitò a macchiarsi di molti delitti, compreso quelli dei fratelli Rosselli a Bagnoles de l’Orne, in Normandia, il 9 giugno 1937, quasi sicuramente su mandato dei servizi segreti italiani. Dopo la sconfitta, la maggior parte dei cagoulards si schierò con Vichy, più esattamente con i partiti e gli uomini più apertamente collaborazionisti. Ma alcuni andarono con De Gaulle, subito dopo l’appello del 8 giugno 1940. In sostanza ci fu una divaricazione naturale: la maggioranza della gente di destra andò con Vichy, che sembrava incarnare gli ideali maurassiani di uno Stato che ripudiando la Repubblica democratica e le sue “storture”, era autoritario e antisemita. Ma una minoranza, più numerosa di quel che abitualmente si crede, imbevuta dello spirito antitedesco che era appunto un altro tipico lascito della tradizione maurrassiana, decise che la cosa più urgente era di combattere e scacciare i tedeschi dal suolo francese e si schierò subito dalla parte del quasi sconosciuto De Gaulle.
Uno che si é sempre considerato un militare senza dubbi fu senz’altro Devigny. Che dopo aver ucciso a Nizza un funzionario del controspionaggio italiano, tale Angrisani, organizza un asssalto ad una polveriera di Tolosa senza sapere che un agente della Gestapo si è infiltrato nel suo “Reseau”. Il 17 aprile 1943 viene arrestato alla stazione di Annemasse, in Savoia, a circa 8 chilometri da Ginevra. Incarcerato nel terribile Fort Montluc di Lione (le cifre fanno rabbrividire: vi vennero rinchiusi 10.000 fra sospetti e resistenti, ben 7000 morirono, che io sappia solo Devigny è riuscì a fuggire !) viene interrogato e torturato e riesce a non parlare. Tenta la fuga una prima volta ma è ripreso e percosso crudelmente. Il 20 agosto 1943 è condannato a morte e decide di fuggire una seconda volta. Il 25 agosto riesce ad uscire dalla cella. Raggiunge il tetto, strangola una sentinella e con un compagno di fuga supera due muri di cinta grazie ad una corda fabbricata con materiali diversi. I due vengono ripresi a Vaulx-en-Velin, comune limitrofo di Lione. Ma il coraggio e la fortuna di Devigny non si smentiscono, si getta nel Rodano e resta per cinque ore nascosto nella fanghiglia, ha poi l’incredibile fortuna di imbattersi in un corregionale savoiardo che lo nasconde per una decina di giorni, sino a quando riesce a rifugiarsi in Svizzera. Da lì riesce a raggiungere il Nord Africa, riceve un addestramento da “commando paracadutista” e incorporato in una brigata d’assalto sbarca in Provenza nell’agosto 1944 e partecipa poi alla campagna d’Alsazia. Quando termina la guerra è capitano. Nel settembre 1946 “chef de bataillon” (ovvero maggiore), serve in diversi reparti, fra cui il suo vecchio 5° R.T.M, nel 1957 diventa tenente colonnello in Algeria dove nel 1959, viene ferito, e infine conclude in certo modo la parabola patriottica della sua esistenza entrando al “Service Action” incaricato delle operazioni nascoste dello spionaggio francese (allora SDECE ora DGSE), vale a dire nel reparto che si occupa dei colpi “duri” e clandestini. Devigny ne diventa, dal 1971 al 1976, addirittura il direttore. Quando va in pensione è promosso generale di brigata. Si ritira, naturalmente in Savoia, a Hauteville sur Fier, e vi muore, a 83 anni di età, il 12 febbraio 1999. A conclusione, a testimonianza dell’altissimo livello in cui operarono durante la Resistenza, vorrei ricordare che sia Devigny che i due fratelli Ponchardier prima citati vennero fatti “Compagnon de la Libération”, vale a dire membri di un ordine selezionatissino, istituito da De Gaulle nel novembre 1940 per rimeritare i benemeriti della lotta antitedesca. I “Compagnon” furono in tutto 1038 (ormai sono quasi tutti morti) più 18 reparti militari e 5 Comuni di Francia. Un curioso tocco cinematografico è quello che riguarda il minore dei Ponchardier, Dominique, (anche nel dopoguerra uomo di fiducia del gollismo nella lotta contro l’O.A.S.) che da ex-agente segreto si tolse la voglia di diventare scrittore - con il mezzo pseudonimo di A.L.Dominique - proprio di “spy-stories”. Il suo personaggio-base, il forzutissimo agente segreto Geo Paquet detto “Il gorilla”, fu addirittura al centro di una sessantina di fortunati romanzi seriali e fu portato sullo schermo con grande successo da Lino Ventura ed anche da Roger Hanin.