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29 settembre 2008

Le vecchiette di Di Gregorio

Alla recente Mostra di Venezia, ha costituito un inatteso motivo di curiosità ed ha dato origine a un piccolo caso. Ha ricevuto anche diversi riconoscimenti, fra cui il “Premio De Laurentiis” per la migliore opera prima. Si tratta di “Pranzo di ferragosto” di Gianni Di Gregorio, uomo ormai di una certa età con un passato ormai ampio di sceneggiatore e di aiuto regista, ma che qui esordisce come attore e di fatto anche come protagonista. Selezionato e presentato alla “Settimana della critica”, “Pranzo di ferragosto” ottenne un riscontro inatteso ed ora è entrato nel circuito cinematografico, con un palese successo di pubblico. Ha indubbiamente molti meriti fra cui quello di durare soltanto un’ora e un quarto, caratteristica nobilissima in un momento in cui tutti i film tendono a durare oltre le due ore, smentendo così le tradizioni di concisione e di brevità che un tempo contraddistinsero l’opera di molti grandi registi. Un’altra caratteristica di fondo è il sofferto carattere autobiografico del film, che a quanto si capisce è girato nella stessa abitazione trasteverina del regista. Del resto tutto il film è molto capitolino, a cominciare dalla presenza di Di Gregorio, il quale riesce a spalmarvi sopra la sua sottile romanità, ribadita dall’accento, dal vocabolario e ancor più dal suo volto che in linea di massima è molto generico e senza severe collocazioni etniche, ma che è anche animato da una sorta di arresa arrendevolezza parastatale, grazie alla quale il personaggio diventa compiuto e coerente. Egli è qui Gianni, uomo ormai di una certa età, senza un mestiere preciso, che vive con l’anzianissima madre e si occupa dei lavori di casa, inciampando di continuo nei debiti (non paga la luce da anni, utilizza gratuitamente l’ascensore e di fatto desta la riprovazione dei condomini che vorrebbero farlo mandar via). Per non scontentare Luigi (Alfonso Santagata), l’amministratore che lo protegge e gli offre di scontare i debiti condominiali (dice che deve andare alle terme per motivi di salute ma poi parte con una ragazza giovane), accetta di tenere in casa durante il periodo di ferragosto la madre di quest’ultimo. Ed è poi costretto a far lo stesso con la zia dello stesso Luigi e con la madre di un amico medico, che lo cura gratis affettuosamente, e che non vuole lasciarla sola durante il turno di notte. Alla fine si trova quattro anziane donne in casa, fa delle acrobazie per sfamarle, è costretto ad andare in giro in una Roma deserta per trovare del pesce per un conveniente pranzo di ferragosto, per accorgersi poi di aver dato vita ad un quartetto femminile di straordinaria intensità da cui accetterà denaro per tenere in piedi una sorta di famiglia senile ma felice.
Si sente che il film è opera di uno sceneggiatore improvvisatosi regista, ma si sente anche il gusto della piccola opera esatta e rifinita, del piacere di un aneddoto breve ma civile, di un elzeviro inatteso in un momento in cui il cinema italiano è prevalentemente magniloquente e ammonitorio o soltanto furbesco. È un film pieno di trovate minime ma garbate: si veda il rapporto fra Gianni, ormai uomo di casa da molti anni, con la cucina e il vino bianco, di cui fa un consumo affettuoso e continuo secondo le tradizioni proletarie di una città ove il vino rosso è sempre stato considerato con sospetto. Naturalmente il film vive grazie alla rinsecchita ma festosa presenza di quattro anziane signore, e cioè: Marina Caciotti (85 anni, la madre di Luigi), Valeria De Franciscis (93 anni, la madre di Giovanni), Grazia Cesarini Sforza (90 anni, madre del medico impersonato da Marcello Ottolenghi) e Maria Calì (87 anni, la zia di Luigi). Sono loro la grande invenzione di un piccolo film grazioso ed al tempo stesso simbolo di una nazione ormai protesa senza remissione verso la vecchiaia.



Claudio G. FAVA




("EMME-Modena Mondo", a. 2, n. 81 del 24 Settembre 2008)

1 commento:

Ballestrero ha detto...

Ho trovato il film delizioso, oltre che originale ed amabilmente leggero. Vorrei però che mi spiegasse questo questa sua frase:
" ...con la cucina e il vino bianco, di cui fa un consumo affettuoso e continuo secondo le tradizioni proletarie di una città ove il vino rosso è sempre stato considerato con sospetto".
Che vuol dire esattamente?
La ringrazio,
B