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10 dicembre 2010

CONSIDERAZIONI (TEMPORANEE)
SU WIKILEAKS


Vladimir Putin e Julian Assange

Sto preparando, insieme ad alcuni amici, un ampio studio sui problemi dello spionaggio, vero e fittizio, e proprio adesso è scoppiato lo scandalo di Wikileaks. E’ chiaro che bisognerà aspettare gli aspetti futuri della vicenda. Ad esempio, mentre stavo scrivendo queste righe, è giunta la notizia che la magistratura inglese si impegna nel giro di pochi giorni a rispondere alla richiesta di estradizione in Svezia di Julian Assange. Contemporaneamente si è appreso che un importante esponente australiano di fatto ha accusato di furto gli Stati Uniti d’America (che, per quanto ne so io, sono essi le vittime di un furto, opera di “hackers” che hanno saccheggiato gli archivi elettronici americani). Si tratta evidentemente di uno degli scandali più clamorosi che abbiano scosso l’America e, al suo fianco, buona parte dei governi del mondo (il ministro Frattini, con una capacità immaginosa insolita nei politici italiani, ha detto che si tratta “dell’undici settembre della diplomazia mondiale”). Tuttavia sin da adesso è possibile procedere a qualche osservazione preliminare.
Quel che si può comunque osservare, in qualsiasi modo vadano a finire le cose, è l’estrema fragilità della civiltà telematica che abbiamo costruito in questi ultimi anni. Le incursioni di Wikileaks negli archivi degli Stati Uniti sono una riprova, ammesso che ve ne fosse bisogno, della incongruenza e della debolezza implicite in un sistema di archiviazione e di comunicazione che poggia su internet e che è implicitamente soggetto alla diabolica furbizia degli “hackers”. Se tutto lo stesso materiale segreto fosse stato compreso in contenitori all’antica (raccoglitori, faldoni, eccetera …) per svelarlo sarebbe stato necessario fotocopiarlo. Il che avrebbe reso molto più facile difenderne la segretezza e respingere le intrusioni. Vale a dire che la pretesa modernità dell’archiviazione contemporanea è in realtà una forma di debolezza e di inefficienza. Meglio i faldoni, che nei documentari sulla burocrazia italiana vediamo implicitamente sbeffeggiati, ed esplicitamente trasportati dagli uscieri su dei goffi carretti, che le modernissime memorie computerizzate. Non è improbabile che tutti i sistemi di archiviazione confidenziale di materiale scritto debbano essere rivisti e rivalutati, o almeno quelli riguardanti documenti implicitamente secretati. Fuori di dubbio c’è in tutto quello che è accaduto un elemento paradossale: l’urgenza di adattare gli archivi italiani ai nuovi dettami elettronici, raccomandata ed elogiata dal ministro Brunetta, è stata brutalmente smentita. Per il resto aspettiamo a giudicare. Per ora possiamo formulare un dubbio sui criteri usati dagli americani per alimentare i vertici delle loro rappresentanze presso gli stati stranieri. In Europa, in genere, diventano ambasciatori, alla fine di una lunga carriera, e dopo molteplici esperienze sia al ministero che in sedi consolari e diplomatiche all’estero. Non è escluso che siano dei cretini, legati alle correnti del potere dominante, ma è possibile che siano uomini saggi, levigati da decenni di pratica burocratica in tutto il mondo, spesso in grado di parlare diverse lingue, affinati, al di là ed oltre le rispettive intelligenze, da lunghe soste in paesi diversissimi dal loro. Invece negli Stati Uniti, credo non sempre ma sicuramente molto spesso, la carica di ambasciatore è una sorta di premio con cui il presidente rimerita gli amici o indennizza i nemici. Basta guardare agli ambasciatori americani a Roma per vedere quanti sono quelli estranei alla carriera e di nomina presidenziale. Ve ne fu uno che aveva la moglie veneta, la quale gli aveva insegnato a dire “prima de parlar, tasi” (la qual cosa, ovviamente, poteva capitare anche a uno di carriera, ma che nel caso specifico ebbe un insolito risalto mediatico). Una indagine meticolosa in argomento potrebbe fornire moltissimi nomi di ambasciatori “inventati” dai vari presidenti americani. Alcuni tornano alla memoria anche a me. Ad esempio il padre di John Fitzgerald Kennedy, Joseph Kennedy, uomo che aveva sotto molti riguardi una dubbia fama, fu nominato da Franklin Delano Roosevelt, di cui era un sostenitore, addirittura ambasciatore a Londra e rimase in carica dal 1937 al 1940, vale a dire nel periodo decisivo in cui la Gran Bretagna entrò in guerra. Una sua figlia, Jean Ann Kennedy, sposata a Stephen Edward Smith, una vota rimasta vedova fu nominata ambasciatore degli Stati Uniti in Irlanda, dal 1993 fino al 1998. Fra gli infiniti altri esempi possibili citerò quello di una buona amica democratica di Truman, che venne nominata ambasciatore in Lussemburgo (carica credo molto comoda, che le consentiva di vivere in Europa, in un paese di alto livello di vita, con tutti i privilegi dei diplomatici). Un altro caso è quello dell’ammiraglio William D. Leahy, amico di Roosevelt, che questi nominò ambasciatore a Vichy e che era ancora in carica presso Petain, nell’aprile del 1942, vale a dire cinque mesi dopo Pearl Harbour! Del resto Leahy era un beniamino di Roosevelt, fino a ricevere la nomina a “Five Star Admiral”, ovvero “Fleet Admiral”, cioè comandante della flotta. La sua missione a Vichy è stata discussa. Invece è sicuro che egli si sia opposto, con Truman presidente, al lancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki, dicendo che la guerra ormai era vinta, che si trattava di un gesto barbarico e che i conflitti non si conducono uccidendo donne e bambini.
Esempi di carriere “utroque jure” come questi ce ne sarebbero moltissimi, e se il dramma di Wikileaks dovesse continuare varrebbe la pena di fare un’indagine al riguardo, giusto per vedere se i pettegolezzi dei politici e degli industriali prestati alla diplomazia tendano ad essere più acri e insistiti di quanto non lo siano quelli dei diplomatici di professione.
Un’ultima considerazione da fare è che il saccheggio degli archivi digitali degli Stati Uniti alla lunga ricade su questi ultimi. Infatti se esiste un sistema di connessione e di scambio di posta fra computer e computer lo si deve ad un’esplicita richiesta dell’esercito americano. Che qualche decennio fa chiese agli specialisti di studiare un sistema di trasmissione di messaggi rapido, discreto e non intercettabile. Nessuno allora avrebbe potuto supporre che sarebbero esistiti gli “hackers”, vale a dire i responsabili di una sorta di aids delle macchine intelligenti. Tutta la nostra civiltà è ormai sottoposta a una sorta di immenso ricatto, e se ne leggono le caratteristiche molli e sprezzanti sul volto al tempo stesso disponibile e intollerante di Assange.
Un’ultima osservazione riguarda l’intervento di Vladimir Putin che ha deprecato l’arresto di Assange chiedendo pubblicamente se questa operazione sia compatibile con la democrazia. C’è in Putin una forma di ironia che non ho ancora capito se è volontaria o involontaria. Ricordiamoci che egli, dopo gli studi universitari, nel 1975 entrò nel KGB (Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti, ovvero Comitato per la Sicurezza dello Stato), vale a dire nel più ampio, ricco, potente sistema di polizia politica e di spionaggio, sia all’esterno che all’interno, che esistesse al mondo. Vi percorse una carriera confortevole ed evidentemente apprese tutte le astuzie del carrierista, perché, mentre stava nascendo una nuova Russia, Eltsin lo nominò capo dell’FSB, cioè dell’organismo poliziesco che aveva ereditato dal KGB i compiti riguardanti il controspionaggio vero e proprio. Putin rimase in carica dal luglio 1998 all’agosto 1999, mettendo le basi di una lusinghiera carriera politica. Infatti giusto per riprendere quel che ha scritto Wikipedia “il 9 agosto 1999 Vladimir Putin fu nominato Primo Deputato, carica che gli permetterà quello stesso giorno, dopo la caduta del precedente Governo guidato da Sergei Stepašin, di essere insignito dell'incarico di Primo Ministro della Federazione Russa dal Presidente Boris Eltsin. Eltsin dichiarò inoltre che avrebbe desiderato che Putin diventasse il proprio successore. Poco dopo tale augurio, il nuovo Primo Ministro dichiarò la propria intenzione di correre per la Presidenza. Il 16 agosto, la Duma ratificò la sua nomina a Primo Ministro con 233 voti a favore (contro 84 contrari e 17 astenuti), facendo di lui il quinto Capo di Governo in meno di diciotto mesi. In tale carica Putin, pur essendo pressoché sconosciuto all'opinione pubblica, durerà di più dei propri predecessori. I maggiori oppositori di Eltsin e aspiranti alla Presidenza, il Sindaco di Mosca Jurij Mikhailovič Lužkov e l'ex Primo Ministro Evgenij Primakov, stavano già cercando di rimpiazzare il Presidente uscente, e contrastarono duramente Putin quale nuovo concorrente. L'immagine di Putin come uomo d'ordine e il suo deciso approccio alla Seconda Guerra Cecena riuscirono tuttavia ad aumentarne la popolarità tra le masse, e gli permise di superare i propri rivali.“
Non mi pare che il suo passato lo autorizzi né a invocare né a giudicare la democrazia. Capisco che vi sia in lui un certo risentimento, probabilmente per alcuni giudizi della diplomazia americana sulla sua persona, ma è difficile immaginare che quest’uomo possa veramente inserirsi nel meccanismo parlamentare, sottilmente bilanciato, complesso e tortuoso di un vero regime democratico. Credo si possa dire che dei suoi giudizi faremmo volentieri a meno.


Claudio G. Fava.
10/12/2010
(battute: 9.363)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Tutta questione di traduzioni. Nel russo di Putin democrazia è un cocktail a base di polonio.