Blog - Crediti


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24 luglio 2013

A DOMANDA RISPONDE

Come al solito rispondo in blocco ad un certo numero di post giunti a partire dal 25 Giugno in poi.
Ringrazio Maria Francesca (giovane e valente collega del Gruppo Ligure Critici Cinematografici) che comprando “Stampa” e “Mercantile”-come si dice, “in panino”- ha letto la mia rubrica. Ringrazio Enrico per gli apprezzamenti, la segnalazione del sito “Luce e Cinecittà” e, ancor più per “l’esilarante sketch Sordi-De Laurentiis-Montanelli”, che non ho ancora visto ma che cercherò. Ringrazio infine Luigi Luca Borrelli (divenuto un fedele corrispondente) per le precisazioni su YouTube. Probabilmente le perplessità da parte di Rosellina Mariani (che lavora ad “Uno Mattina”) sono giustificate ma i suoi dubbi  sul modo un po’ “facile di fare televisione” sono probabilmente dovuti al fatto che noi siamo stati modellati non solo in un’altra Rai ma, in senso più ampio, all’interno di un mondo televisivo profondamente diverso. 
Il 2 di Luglio Rosellina, sempre puntualissima, reagisce alla pubblicazione all’elenco dei “film in uscita nazionale” dicendomi che andrà a vedere “To the wonder” di Malick e che si chiede se le piacerà?
Lo ha visto? E in questo caso che cosa ne pensa?
Passiamo ai post per l’8 Luglio. Da un lato ancora Rosellina che, rievocando la felicità calcistica della sua infanzia brasiliana, ricorda Pelé, Vavà, Garrincha allegri e sorridenti, senza niente di rabbioso. Dall’altro Enrico ci fa giustamente ricordare che vi sono “etnie che nutrono un amore violento per lo sport: i brasiliani, i turchi, i serbi.” E rievoca le conseguenze (sapevo che lo scoramento totale aveva colpito il paese ma non che vi fossero stati addirittura decine di suicidi) dopo la famosa sconfitta del Brasile con l’Uruguay del 1950, con i brasiliani spietatamente inchiodati dal goal di Chiggia. Lo ricordo ancora dopo sessant’anni…Il calcio è veramente un mistero che in pochi (Soriano, Gianni Brera) hanno cercato di perforare…
Rosellina e Borrelli mi offrono il destro per ricordare rapidamente la sorridente, tagliente e “facile” allegria di quel grand’uomo del cinema che è stato Ernst Lubitsch (Berlino 28 Gennaio 1892- Los Angeles 30 Novembre 1947). In meno di quarant’anni di attività egli, figlio di un piccolo sarto ebreo-polacco emigrato a Berlino, da comico nei “music-hall”divenne attore di teatro, poi dal 1913 interprete di comiche centrato su un personaggio di nome Meyer e dopo subito regista di film inizialmente comici poi di più esplicita ambizione drammatica. Per approdare infine a Hollywood, ove visse sino alla morte, pur con numerosi viaggi negli anni trenta a Parigi, a Roma, a Londra e perfino nella Russia di Stalin per prepararsi segretamente a “Ninotchka”. Fu molto fertile nel periodo del muto, con diversi film di notevole valore, fra cui è ricordato, nel 1925, “Il ventaglio di Lady Windermere” da Oscar Wilde. Il sonoro consacrò definitivamente il talento di Lubitsch, con molti film in cui si rivelava il suo gusto naturale per la commedia e l’ironia, a suo agio nella variazione musicale ma, ancor più, in film di vocazione gentilmente beffarda, spesso ambientati in un’Europa stilizzata. Fra i molti citerò: “Mancia competente” (1932), “Se avessi un milione”(idem), “Partita a quattro” (1933), “Angelo” (1937), il già ricordato “Ninotchka” (1939), e “Scrivimi fermo posta” (1940). Per scrupolo ricordo che quest’ultimo film è stato rifatto nel 1988 da Nora Ephron con Tom Hanks e Meg Ryan nelle parti che erano state di James Stewart e Margaret Sullavan. Fra quelli successivi è doveroso ricordare quel “Vogliamo vivere!” (1942) che ha motivato i post dei corrispondenti e “Il cielo può attendere” (1943), che forse è l’ultimo dei suoi piccoli capolavori. Del 1946 è “Fra le tue braccia”. Ed è del 1948 (uscito quindi dopo la sua morte) “La signora in ermellino, che venne in realtà terminato da Otto Preminger, perché Lubitsch venne colpito dal suo sesto infarto al nono giorno di lavorazione.
Che cosa forma la grandezza di Lubitsch? Un insieme di manifestazioni di talento: il gusto sorridente per una descrizione ironica, che confina da un lato con la commedia più aperta e dall’altro  con la drammaticità più sottile. L’uso, con una intima eleganza che non diventa mai ostentazione, di una macchina da presa che al tempo stesso è leggerissima e invadente, esibendosi, il bisogno, in caute ma clamorose acrobazie. La predilezione per una sceneggiatura minuziosa ma mai perentoria (uno dei suoi ultimi allievi e collaboratori sarà un altro grande, Billy Wilder, accomunato dalla stessa origine askenazita, che sembra sia stato l’inventore della famosa definizione: “The Lubitsch’s touch” ovvero “Il tocco di Lubitsch”). L’uso magistrale di interpreti di grande talento che lui riesce ad esaltare. La presenza sempre consapevole della grande lezione brillante di una recitazione che egli riesce a far oscillare, con estrema e apparente facilità, dal comico al drammatico. 
Queste sono alcune delle qualità del nostro Ernst. Confesso di aver attinto, per controllare il mio ricordo, alla voce su di lui curata, nella Enciclopedia del Cinema, da un amico di grande talento. E cioè da uno dei più sottili critici cinematografici della sua generazione, Guido Fink, di cui vanno citati almeno due libri, dallo stesso Fink giustamente inclusi nella bibliografia compilata per la voce prima ricordata. E cioè, “Ernst Lubitsch” (Firenze 1977, nuova edizione Milano 1997) e  “Non solo Woody Allen-la tradizione ebraica nel cinema americano” (Venezia, 2001).
Lubitsch è un autore ed un tema sul quale, ora che dovrei avere più tempo, vorrei ritornare con i necessari approfondimenti.
Vengo ora ai post del 15 Luglio per ringraziare in blocco Rosellina Mariani, Enrico e Giulio Fedeli per i loro complimenti e le divagazioni varie sul tema del cioccolato.
Veniamo ora ai post del 17 Luglio. Di nuovo grazie a “bollicine”, Rosellina e ad Andrea Napoli. Mi segnala informazioni varie su quel curioso attore orgogliosamente autodidatta che fu Folco Lulli. Opportuna la citazione di Alberto Farassino, che anch’egli era un amico.
Infine ecco i post pubblicati ieri e riguardanti il mio Blog. Ho gradito le informazioni inviate dal Principe Myskin. Confesso di aver dovuto consultare il vocabolario per capire cosa può significare “narcisismo anancastico”: ho appreso che l’anancasmo è, in psichiatria, il comportamento sintomatico delle persone affette da disturbo ossessivo-compulsivo, per cui il soggetto non può mancare di compiere alcune azioni o di avere determinati pensieri. L’etimologia (uso, per semplificare, l’alfabeto latino) rimanda al greco “anaykazo”, ossia costrizione, violenza, da un verbo che significa “costringere”. Per cui anche vedi “ananke” e cioè il destino ineluttabile tradotto in latino con “necessitas”. Per la verità non ho capito niente ma mi sento vagamente più colto. L’idea che il molo prescelto per loschi traffici sia automaticamente il numero 13 non so quanti riscontri abbia in dottrina.
Ringrazio PuroNanoVergine per le informazioni sui numeri delle “visite” sul mio Blog, sull’esplicito apprezzamento con cui Enrico “quota” le valutazioni dello stesso PuroNanoVergine e sulle osservazioni di Luigi Luca Borrelli. Ringrazio anche Rosellina, sempre presente, e mi auguro che possa venire presto a trovarmi a Genova.
Grazie e saluti a tutti.

5 commenti:

Rosellina Mariani ha detto...

"The tree of life" di Malick mi aveva lasciata stupefatta per la bellezza delle immagini e per il racconto, la descrizione della "Grazia"...Questo non è accaduto con "To the wonder",che rimane , però, un film da vedere per come sa raccontare la filosofia della vita...impresa non facile...e comunque , secondo me , assolutamente fuori luogo i fischi veneziani!
Grazie per le risposte. A proposito del mio post su you tube hai perfettamente ragione: noi non solo siamo stati "modellati in un'altra rai,ma all'interno di un mondo televisivo assai diverso" e questo lo considero un privilegio ed un raro bagaglio professionale. Grazie ancora

Principe Myskin ha detto...

Mi interessa molto il giudizio su "To the wonder". Personalmente ho amato talmente tanto "The tree of life" da pensare, in modo del tutto irrazionale, di non poter guardare nessun altro film successivo di Malick per il timore della delusione

bollicine ha detto...

Farò la voce fuori coro. Non ho visto "To the Wonder" ma ho visto "The tree of life". E' un film con una fotografia stupenda, ma credo abbia solo quello...Sia chiaro il mio è un parere profano e soggettivo. Credo che i virtuosismi estetici del film abbiano superato e poi soffocato la parte emotiva. Un film che dovrebbe esprimere profondi sentimenti diventato poi un susseguirsi di splendide immagini, risultando freddo..."sinestetico"
Grazie per i ringraziamenti.

Luigi Luca Borrelli ha detto...

Mi rallegro per aver scaturito righe di splendide memorie parlando di To Be or Not to Be. Credo saremmo tutti felici se lei decidesse di scrivere ancora riguardo a Lubitsch; non è certo l' unico grandioso talento statunitense ed ebraico del periodo.
Lo erano ad esempio anche gli "asburgici" Von Sternberg e Frtiz Lang e George Cukor

Principe Myskin ha detto...

A me The tree of life ha commosso profondamente ed è sembrato molto ricco di sofferti riferimenti personali (a naso, ignoro ovviamente qualsiasi cosa della biografia del regista, di cui conoscevo - e amavo moltissimo - la sottile linea rossa).
Mia moglie non è mai riuscito ad andare oltre metà perché ogni volta che ci prova le causa un blocco emotivo riaprendole delle ferite mai rimarginate della infanzia..., piange e scappa via.

Di forse un filino meno riuscito ho trovato il sottofinale sulla spiaggia (una versione balneare del girotondo di Otto e mezzo?) dove alcuni dei figuranti sono obiettivamente un po' goffi (non Sean Penn che si inginocchia, però).
Ho avvertito al contrario molta spontaneità (certo espressa da una mente molto strutturata) e pascoliano "fanciullino": la scena - indimenticabile della farfalla il volteggio stile Solaris, le ombre dei bimbi che giocano, la mano che plana sull'aria fuori del finestrino dell'auto.
Mia cognata, al contrario, ha trovato il film deludente perché non svela i particolari e le responsabilità della morte del figlio biondino.
Credo però sia, forse, questione di gusti, non direi di "esser profani": io sto tecnicamente al cinema come il Genoa di Dalla Costa stava alla Champions League...