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17 luglio 2013

BOTTAI, ROSSIF E LULLI FRA LA STORIA VERA E LA STORIA NEL CINEMA

Ho apportato alcune correzioni, in genere di stile, rispetto alla versione di questo brano riguardante "Ombre sul sole" , posto nel Blog qualche ora fa. Mi scuso con i lettori e mi auguro che in Google venga conservata questa versione corretta. In particolare mi scuso con "Bollicine" che  ha già inviato un post di commento, regolarmente pubblicato. Evidentemente se volesse fare ulteriori osservazioni sarebbe il benvenuto ma, in linea di massima, mi sembra che il testo nel suo assetto globale conservi le stesse caratteristiche di prima. Molti saluti a tutti.


Conosco da molti anni Enzo Natta. Il suo cognome è rivelatore perché svela la sua origine di ligure di ponente (un suo omonimo, Alessandro, dalle stesse origini, è stato uno degli ultimi segretari del PCI. In dialetto, per quanto ne so io, il cognome significa “sughero”).  Per l’esattezza è di Imperia (non voglio specificare se di Porto Maurizio o di Oneglia per non ravvivare un’antica polemica nata dall’incomprensibile decisione del primo governo Mussolini di fondere insieme i due borghi, vicini ma divisi da un odio antichissimo e dall’eredità della storia). Da molti anni Enzo abita a Roma ove si è sempre occupato di critica cinematografica. È stato per molto tempo il titolare della rubrica per “Famiglia Cristiana”, fra i curatori della pagina sullo spettacolo dell’”Osservatore Romano”, Capo Ufficio Stampa di molti enti cinematografici, Capo Redattore della rivista del “Cinematografo”, eccetera. Ne faccio cenno qui perché da pochi mesi è uscito un suo libriccino (11 euro) presso un editore di Chieti che ha un nome curioso “Gruppo Editoriale Tabula Fati”. Il libro è intitolato “Ombre sul Sole” e reca il sottotitolo: “Storie di uomini-contro: Bottai, Lulli, Rossif”. Mi pare doveroso farne cenno perché è collocato al centro di un rapporto fondamentale che mi ha sempre incuriosito, quello della vita pubblica e politica e quello del cinema, e perché è mosso da uno stimolo quasi giallo, nell’evocare tre persone che pur non avendo nulla in comune erano invece uniti a legami da loro stessi ignoti.

Il primo è Giuseppe Bottai (3 settembre 1895-9 gennaio 1959), che rimane forse la personalità più curiosa e contraddittoria creata dal fascismo. Da un lato ne fu uno degli esponenti più noti: romano di famiglia fondamentalmente proletaria, poi giovane ufficiale nella prima guerra mondiale, quindi organizzatore a Roma di gruppi squadristi, infine, giunto il fascismo al governo, si trovò per vent'anni  al tempo stesso al centro ed alla periferia del potere: fra l’altro fu Ministro delle Corporazioni e Ministro (come si diceva allora) dell’Educazione Nazionale (si deve a lui l’introduzione della scuola media unica: lo so perché appartengo alla classe di età che nel 1940 l’esperimentò per prima). Uomo misteriosamente contradditorio, da un lato aderì senza riserve all’applicazione delle leggi razziali, sia nel Gran Consiglio del Fascismo che nella pratica quotidiana al Ministero. Dall’altro fu un raffinato umanista -si deve a lui la rivista “Primato” a cui collaborò il fior fiore delle lettere e del giornalismo d’Italia- e al tempo stesso un fascista impegnato ma sempre più critico; decisivo, insieme a Dino Grandi, ed in misura diversa insieme a Galeazzo Ciano, nella mozione anti-mussoliniana del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943. Richiamato alle armi nella Seconda Guerra Mondiale per alcuni mesi in Grecia fu un eccellente Comandante di un Battaglione Alpini (credo il “Vicenza”). Nel 1944 ricercato dalle autorità della Repubblica Sociale Italiana, come la maggior parte di quelli che avevano votato con lui al Gran Consiglio, venne inizialmente salvato dal Vaticano, che lo fece ospitare in diversi Istituti religiosi, e poi decise di saltare il fosso, salvando da un lato la sua vita e dall’altro rimettendola in gioco, al fine di riscattarsi per le responsabilità che si assumeva “nella degenerazione finale del fascismo”. Si arruolò infatti nella Legione Straniera (con il nome di Andrea Battaglia e poi  con quello di André Jacquier), vi raggiunse via via il grado di Sergente e, nelle file del Reggimento di cavalleria della Legione, il I° R.E.C. (divenuto già allora un Reggimento blindato) nell’inverno 1944-45  combatté contro i tedeschi sino a quando i legionari arrivarono alla vittoria nel cuore stesso della Germania. Questa almeno è la versione ufficiale sin qui conosciuta. Ma Enzo è andato a scavare nel suo passato militare ed ha scoperto qualcosa di inatteso. Proprio in una delle istituzioni parallele ma decisive della Legione Straniera. Frédéric Rossif (è uno dei tre protagonisti del libro, ne riparleremo) ex legionario egli stesso, andò nel ricovero dei legionari anziani, aperto da anni nel sud della Francia, a Puyloubier, nei pressi di Aix- en Province, ricovero che si chiama “Centre Capitain Danjou”. Danjou, sia detto incidentalmente,  è il nome dell’ufficiale che,il 30 Aprile del 1863, cadde alla testa di un reparto di sessantadue legionari  in Messico a Camerone (in originale: Camarón de Tejada), combattendo contro duemila soldati messicani che concessero l’onore delle armi ai sei sopravvissuti. Da allora il 30 Aprile è la festa della Legione: si dice infatti “Fêter Camerone” e durante la cerimonia la mano di legno del Capitano Danjou è portata in processione da una persona di particolare rilievo, chiamato, in quell'occasione “porteur de la main”. Fra quei vecchi legionari di Puyloubier Rossif ne trovò uno che infrangendo un impegno solenne gli raccontò quella che doveva essere la vera storia dell’impegno del I Cavalleria della Legione ("le premier éntrangér de Cavalerie", come dice l'inno del reggimento stesso) nella parte finale della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 sbarcò in Provenza e, come si è detto, terminò la guerra giunto nel cuore stesso della Germania. Ma secondo il vecchio legionario contribuì in modo decisivo a liberare il sud della Francia prima di proseguire la marcia verso la patria del nemico. Questa liberazione sarebbe avvenuta grazie ai saggi consigli di Bottai, vecchio combattente di due guerre, secondo modalità che il libro illustra ampiamente. Ma non se n’è mai parlato per non dover ammettere che erano stati dei soldati (in prevalenza) stranieri e non francesi ad assicurare la liberazione di un’ampia parte della Francia.
Questa è dunque la tesi del libro di Enzo, illustrata grazie alla sua amicizia con Frédéric Rossif (1922-1990) un curioso personaggio del cinema che ebbe più di un momento di notevole notorietà in qualità di autore di documentari e antologie storiche (“Mourir à Madrid”, “Le temps du ghetto”, sono tra le opere più famose). Francesizzato nella vita e nel lavoro Rossif era, in realtà, nato a Cettigne in Montenegro ed era parente della Regina Elena. Venuto a Roma per studiare matematica, all'età di 19 anni decise di partecipare alla guerra, riuscì ad arrivare ad Alessandria e poi ad arruolarsi nella Legione Straniera. Tornò in Italia e conobbe nuove esperienze belliche. Nel dopoguerra, ormai noto documentarista, Rossif (che con facilità slava parlava ancora l’italiano) venne a Roma per cercarvi occasioni di lavoro nell’allestimento dei documentari di alto livello in cui si era specializzato. Ognuno per conto proprio sia Enzo Natta che io lo abbiamo conosciuto e frequentato: Rossif veniva spesso alla Rai in Viale Mazzini, in quelle occasioni passava a trovarmi nel mio ufficio: la sua conversazione era ricca di dati e misteriosa su molti frammenti del suo passato, ma di largo interesse umano e storico. Mi ricordo che mi ripeté spesso che il suo ingaggio nella Legione Straniera sfuggiva ai criteri abituali ed era uno di quelli determinato dallo stato guerra mondiale e dal desiderio di arruolare legionari mossi da motivi politici e di ideali e non dall’abituale desiderio di cambiare nome e vita che è sempre stato tipico del legionario medio. Rossif mi ripeté spesso che il suo contratto prevedeva un ingaggio sino alla fine della guerra più sei mesi. Quello di Bottai durò complessivamente quattro anni.

Terzo personaggio del libro è quell’ interessante personaggio del nostro cinema post-bellico che fu Folco Lulli (1912-1970). Molti lo ricordano come caratterista di peso in molti film italiani del dopoguerra via via sino agli ultimi anni ’60: una settantina di titoli spesso con registi di primo ordine. Fra di essi Lattuada, Camerini, Soldati (“Fuga in Francia” che Lulli, secondo Enzo,  sosteneva esser stato girato per intero da Pietro Germi, perché Soldati era malato), Malasomma, Steno e Monicelli, Fellini, Matarazzo, Blasetti, Clouzot, Carné, Coletti, eccetera. Dal libro di Natta scopriamo tutto un risvolto “storico” di Lulli che non sospettavamo. Nel 1943, quasi subito dopo l’8 Settembre, divenne partigiano in Piemonte e prestò servizio in quelle Brigate Autonome, che spesso erano monarchiche e venivano chiamati (dai fascisti ed anche dai “garibaldini”) i “badogliani”. Folco Lulli fu con il Maggior degli Alpini Martini detto Mauri: era a capo di forti formazioni partigiane nelle Langhe e sotto di lui militò Beppe Fenoglio (l’autore de “I ventitré giorni della città di Alba” e “Il partigiano Johnny”) che descrisse Mauri chiamandolo “il Comandante Lampus”. Catturato dai tedeschi Lulli si trovò, come uomo di fiducia di Mauri, al centro di un sottile rapporto di penetrazione nelle file dello spionaggio nazista, che vi lascio scoprire nel libro di Enzo Natta, per non svelare proprio tutti i segreti dell’opera.

Un’opera da raccomandare ai lettori interessati ai problemi della storia della Seconda Guerra Mondiale, in particolare di quella partigiana e italiana e dal tocco romanzesco che finisce sempre con l’unire (ma anche col dividere) la “storia nella storia” e la “storia nel cinema”.

4 commenti:

bollicine ha detto...

Questi sono i pezzi di una storia che non dovrebbe mai esser dimenticata. Pilastri e colonne dell'Italia d'oggi. Il valore, la volontà, la forza di chi, uscito da anni di guerra, non si è arreso ed ha continuano a vivere costruendo. Quegli anni se paragonati ad oggi splendono di luce, pur nella loro cupezza.
Grazie, ci incoraggi sempre a leggere, a guardare film ad aprire la mente verso prospettive prive di preconcetti.

Rosellina Mariani ha detto...

Grazie per questo consiglio di lettura! Comprerò al più presto
"Ombre sul sole" .Storia e cinema mi hanno sempre interessato ed affascinato e leggere di Bottai
( che studiai all'università) Lulli e Rossif mi incuriosisce molto! Grazie ancora

Andrea Napoli ha detto...

Sull'attività cinematografica di Folco Lulli segnalo un volumetto intitolato "Folco Lulli, attore solare", pubblicato nel lontano 1993 in occasione di una retrospettiva dei suoi film svoltasi a San Gimignano, la località dove l'attore abitò a lungo e gestì anche un ristorante. Libro introvabile ma di grande interesse, con vari scritti e testimonianze, nonché curiosità private, fotografie ed episodi inediti a cura del figlio Gino Lulli.

Alberto Farassino, in un noto volume sul Neorealismo da lui curato, raccontava come Folco Lulli, dopo essere stato catturato dai fascisti, fosse stato in un primo tempo condannato a morte, evitando la fucilazione con una deportazione nel campo di Sichelberg, in Polonia. Utilizzato come sguattero nelle cucine, una notte riuscì a fare ubriacare i guardiani del campo e a fuggire, unendosi poi ai partigiani polacchi. Tornerà in Italia alla fine 1945 con indosso una divisa sovietica...

Luigi Luca Borrelli ha detto...

Bottai è realmente un personaggio interessante di un ventennio dalla quale fascinazione , per vari motivi e non ultima la brutalità e lo spessore degli interpreti, è difficile rimanere estranei. Giordano Bruno Guerri , non nuovo a interessi di figure "ambigue" ha scritto due biografie, una dedicata a Bottai e l' altra proprio a Ciano, che immagino prima o poi leggerò (quella su Ciano la ricordo lunghissima...serve tempo !); La sorte del genero del Duce fu diversa. Su youtube esiste un filmato della sua fucilazione , ma decurtato nel particolare del colpo di grazia. Eppure leggo che il video integrale esiste.