Blog - Crediti


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L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

17 febbraio 2012

MOVIOLA PERSONALE (TUTTA CINEMATOGRAFICA)

Il recente "J.Edgar" di Clint Eastwood è al tempo stesso un abbrividente ritratto di un'America estremamente pubblica ed estremamente privata, ed una testimonianza della operosa sincerità personale e professionale e morale del suo autore.

J.EDGAR (2011)
di Clint Eastwood

Sceneggiatura: Dustin Lance Black - Direttore della fotografia Tom Stern -  Montaggio Joel Cox, Gary D. Roach - Scenografia James J.Murakami.
Interpreti, personaggi e doppiatori: Leonardo di Caprio (J.Edgar Hoover) ((Francesco Pezzulli)); Harmie Hammer (Clyde Tolson) ((Gianfranco Miranda)); Naomi Watts (Helen Gandy) ((Barbara De Bortoli)); Josh Lucas (Charles Lindbergh) ((Vittorio De Angelis)); Ed Westwick (Agente Smith) (( Davide Perino)); Lea Thompson (Lea Rogers) ((Elettra Bisetti)); Dermot Mulroney (Colonnello Schwarzkopf) (( Angelo Nicotra)); Jeffrey Donovan (Robert F. Kennedy) (( Massimo De Ambrosis)); Judy Dench (Anne Marie Hoover) ((Marzia Ubaldi)); eccetera.
Produzione Malpaso Production/Wintergreen Productions – Produttori: Clint Eastwood; Robert Lorenz; Brian Grazer; Ron Howard – Distribuzione italiana: Warner Bros.
Da tanti anni io leggo e mi interesso al tema originato dalla figura misteriosa e complessa di J.Edgar Hoover. Ora giunge saggiamente questo film di Clint Eastwood (più invecchia e più diventa giovanilmente coraggioso nell’affrontare soggetti complicati) a riproporlo attraverso un’opera complessa, e dolorosa nel tema e nella sua realizzazione. Non è certamente la prima volta che il cinema evoca la figura di Hoover. Senza essere sicuro che sia una lista completa ricordo qui un film televisivo, “J.Edgar Hoover” diretto nel 1987 da Robert L. Collins. Poi nel 1992 ecco la evocazione del capo del F.B.I. (interpretato da Kevin Dunn) come personaggio “cattivo” nel film di Richard Attenborough “Charlot”, sulla vita e la figura di Charlie Chaplin. Nel 1995 tocca ad un tipico protagonista del cinema americano “di denuncia”: Oliver Stone. In “Gli intrighi del potere-Nixon” con un eccellente Anthony Hopkins nella parte del presidente (quella di Hoover compete a Bob Hoskins). Nel 2000 un caratterista famoso come Ernest Borgnine è al centro di un film che si chiama appunto “Hoover”diretto da Rick Pamplin. Nel 2009 il grande Michael Mann (forse più bravo in televisione che al cinema) utilizza Billi Crudup, per disegnare un Hoover “arrogante e antipatico” in un notevole film centrato su Johnny Depp: “Nemico pubblico”, tutto inteso a rievocare la figura di John Dillinger, forse il più famoso rapinatore di banche negli Stati Uniti, visto come una sorta di eroe alla rovescia che piace agli americani colpiti dalla depressione. Nel 2011 la serie televisiva “The Kennedys”, contrastata e combattuta in America, vede ancora un Hoover in scena alle prese con i fratelli John e Robert che egli faceva intercettare. Hoover è impersonato da un attore canadese figlio di italiani, che ribadisce la sua origine persino nel nome proprio: si chiama infatti Enrico Colantoni. E così siamo arrivati a questo ultimo Hoover, che è un bravissimo Leonardo Di Caprio, ora giovane ora ferocemente invecchiato dal trucco secondo le esigenze di una sceneggiatura altalenante, che dà indubbiamente al capo del FBI una coloritura tragicamente rabbiosa e ricca di semi-toni allusivi.
Quel che ha infatti colpito molti, e non tutti favorevolmente, in questo film di Eastwood è l’ andamento temporalmente intricato del film, in certo senso contro le regole del “biografico”, con la vicenda che si sposta capricciosamente avanti e indietro nel tempo. La sceneggiatura, volutamente snobistica, di Dustin Lance Blake ora segue, un J. Edgar giovanilmente ambizioso nell’utilizzare gli strumenti di potere che gli vengono posti a disposizione quando arriva a controllare l’inane Federal Bureau mutandolo nell’efficientissimo F.B.I. Ora, invece, torna indietro nel tempo quando un anziano J.Edgar (il trucco muta ingegnosamente la fisiologia stessa di Leonardo Di Caprio) ormai prigioniero delle sue ossessioni politiche e sessuali gioca a tutto campo con le immense possibilità che gli sono state concesse, e che egli ha strappato alla politica americana, nel porre in opera un’operazione minuziosa di controllo sulla stessa esistenza politica degli Usa come mai nessuno prima di lui (in quanto al dopo una disposizione di legge che limita a dieci anni la durata dell’incarico al direttore dell’ F.B.I. risolve implicitamente molti problemi). La tecnica è risultata irritante per molti spettatori, a quanto sembra di capire, ma attinge alla stessa beffarda mescolanza di passato e di presente che reggeva la geniale ricostruzione dei tempi posta alla base stessa di “Quarto potere” (Citizen Kane, 1941) di Orson Welles. Film così spesso invocato per spiegare e giustificare il “nuovo” andamento del grande “sceneggiato”cinematografico americano del dopoguerra (si ricorderà che il film era di fatto opera di scrittura dello stesso Welles innestata su una precedente sceneggiatura del talentuoso Herman J. Mankiewicz). In particolare il fatto che la sceneggiatura sia opera di un esplicito laudatore dei movimenti omosessuali come Dustin Lance Black motiva i palesi rinvii ad un atteggiamento doppiamente ambiguo di Hoover (e non molto controverso) sia nei rapporti con la madre che in quelli successivi con il fedelissimo Clyde Tolson suo collaboratore di una vita allo F.B.I.
Quel che in realtà affascina il film è il talento con cui Eastwood (è un po’ imbarazzante scriverlo in un momento in cui, dopo decenni di tacito o esplicito disprezzo, tutto quel che fa diventa automaticamente geniale) riesce a disegnare a tutto schermo la figura e la psicologia di un uomo che è stato, e vero, un torbido dominatore del suo tempo ma che al tempo stesso ha dotato gli Stati Uniti di un complesso strumento di investigazione “federale”. Che non solo mancava (così facendo ha pertanto risolto enormi problemi funzionali causati dalla struttura federale dello stato americano) ma che è diventato strumento di studio e di parafrasi in tutto il mondo occidentale.
Il fatto che a costruire questo ambiguo monumento alla grandezza ed alla bassezza di Hoover sia un uomo come Eastwood – un conservatore che alle ultime elezioni americane parteggiò per McCain contro Obama – ribadisce la semplicità e la singolarità delle sue opinioni di uomo pubblico e di uomo privato.

14 febbraio 2012

GENOVA, UNA "EX CITTA'" TUTTA DA SCOPRIRE...

Le recenti elezioni delle primarie del PD e la vittoria del figlio di Giorgio Doria, apparentemente non ipotizzata dall'autorità centrali del partito, sono stat ee sono all'origine di molti tentativi di descrivere la connotazione politica della mia città.

Vorrei tornare rapidamente su un argomento di attualità (cerco sempre di tener fuori dal Blog riferimenti del genere, ma ogni tanto diventa quasi indispensabile). Ne hanno larghissimamente scritto tutti i quotidiani d’Italia: vale a dire la clamorosa notizia della vittoria di Marco Doria (45.99%) alle primarie del partito democratico contro il 27.50% del sindaco in carica Marta Vincenzi e il 23.60% dell’altra candidata Roberta Pinotti. La disfatta della signora sindaco secondo gli specialisti pone in gioco competenze e abilità della stessa gestione Bersani, che qui esce clamorosamente sconfitta. Quel che mi preme di notare come genovese, è che il vincitore Marco Doria è il figlio di quel Giorgio Doria che abbandonò la sua posizione di “delfino” della nobiltà genovese per iscriversi al Partito Comunista italiano (PCI). I comunisti genovesi lo spinsero sino alla carica di vice sindaco (se ricordo bene con Cerofolini sindaco) consentendogli successivamente di coltivare una decorosa carriera universitaria come specialista di economia. Tutti i genovesi della mia generazione si ricordano bene di Giorgio Doria, che portava la sua presenza ufficiale e ovviamente ostentata di comunista in tutte le cerimonie pubbliche in cui appariva con una impeccabile eleganza di portamento. Avevamo molti amici comuni ma in senso stretto non l’ho mai conosciuto personalmente. Quando mi incontrava aveva l’abitudine di salutarmi con un lieve cenno del capo, un po’ come un principe ereditario. Del resto i suoi amici lo erano stati prima e dopo che diventasse comunista, e spesso si abbandonavano ad affettuose battute proprio su queste clamorose caratteristiche della sua biografia (uno di essi aveva l’abitudine di dire: “Se Giorgio non fosse stato marchese non sarebbe mai diventato vice sindaco comunista”). Ora apprendiamo che questo suo figlio, di cui mi vergogno a dire che ignoravo perfino l’esistenza, segua le sue orme in una decorosa carriera universitaria ed anche nel cammino politico: Giorgio era stato contrario alla famosa dichiarazione della Bolognina e per protestare contro lo scioglimento del PCI si era iscritto al movimento di Rifondazione Comunista (credo che il figlio lo abbia seguito su questa strada). La sua candidatura è stata appoggiata a Genova dal movimento che fa capo a Vendola e in particolare da quello che si riconosce in Don Andrea Gallo, curioso personaggio di sacerdote “da strada”, accanito propugnatore di tesi di estrema sinistra e nello stesso tempo cattolicamente devoto alla sua disciplina di prete.
Tutti questi movimenti possono spiegare, ma non totalmente, il successo del professor Doria. C’è un motivo molto più complesso che condiziona e regge la città. La quale è tradizionalmente una città di sinistra, molto di più di altre clamorosamente collocate in quella destinazione (da Bologna a Milano). Vorrei ricordare che Genova è la città dove, nel giro di un pomeriggio, è caduto il governo Tambroni, ed è sempre quella dove il proletariato organizzato scese clamorosamente per strada alla notizia dell’attentato a Palmiro Togliatti il 14 Luglio 1948. Di fatto (io l’ho visto dalle finestre di casa mia in via XXSettembre) si verificò a Genova l’unico caso di esplicita insurrezione contro le forze dell’ordine dello Stato che abbia avuto luogo in una grande città italiana, in un primo tempo scagliandosi addirittura contro le posizioni attendiste dell’autorità comuniste locali.
Lo dico per ricordare le caratteristiche segrete di quella che è stata una grande città industriale. Fortemente ancorata a sinistra (salvo che in alcuni quartieri borghesi o nelle appendici di Levante come Quarto, Quinto, Nervi eccetera) Genova è sempre stata persuasa di essere una città social-democratica senza sapere di covare in realtà un’anima bolscevica. La quale ogni tanto torna tumultuosamente alla superficie. Mi pare che in questo senso deve scriversi in modo esplicito l'inattesa vittoria del professor Doria, che esce da un lungo limbo di dimenticanza per ricordarci la presenza e la singolare personalità del padre.
Fra le migliaia di parole che sono state scritte in occasione delle primarie genovesi vorrei ricordare almeno una cosa e cioè l’articolo di Aldo Cazzullo, del Corriere della Sera inviato in città per una disamina accurata nelle intenzioni. Il pezzo incominciava in prima pagina lunedì 13 Febbraio 2012 con questa intestazione di rubrica (una città, un Paese e sotto il titolino “Si vive meglio ma conta meno”) il brano iniziava così: “Genova è risorta. Si è ripresa il mare, ha restaurato il palazzi. Non si è mai vissuto così bene, non è mai stata così bella. Peccato che non conti quasi più nulla”, ed il pezzo “girava” poi per due pagine, cercando di illuminare un concetto di base. E cioè che la città usciva di fatto sconfitta dal suo lungo conflitto con Milano. Leggendolo si aveva la sensazione che Ferruccio De Bortoli avesse mandato Cazzullo a Genova un po’ con gli stessi criteri con cui gli Albertini avevano spedito Barzini alla battaglia di Mukden. Rimando al testo per chiarire i concetti di base di una valutazione sostanzialmente accettabile (mi è capitato spesso di dire che Genova è “una ex-città”) in cui si sommano alcuni difetti fondamentali dei genovesi ed altri che sono invece propri della sinistra cittadina, con la sua ossessione di pianificare e di disporre. Resta il fatto che nel giro degli ultimi decenni la città ha perso alcune centinaia di migliaia di residenti e che quella che negli anni ’50 era ancora un’alternativa attendibile al resto del centro-nord (penso alla Confindustria ed alle aziende armatoriali presiedute da Angelo Costa, alla vivacità di un tessuto industriale che andava dal fondamentale scooter della Piaggio alla estrema articolazione di un industria di costruzioni navali elencate a tutti i livelli, eccetera).
Tutto questo mondo è sparito ed è stato faticosamente sostituito da un grande archivio di pensionati e di badanti. Può darsi che la sinistra ne sia orgogliosa.

6 febbraio 2012

RITORNO A DOC HOLLIDAY

Cari amici,
problemi di salute renderanno per qualche tempo più complicata la redazione del Blog. Per ora ho pensato di riprendere l’esperimento che avevo fatto in passato, pubblicando larghi estratti della rubrica di posta “lettere a Doc. Holliday” che alimento da una decina di anni nella rivista Film Doc. Per adesso pubblico qui le ultime cinque puntate del 2011. Non trascrivo ancora l’ultimissima perché è stata appena consegnata e deve ancora essere pubblicata, e mi parrebbe scorretto renderla nota prima che conquisti la sua cittadinanza nella carta stampata.
Ripeto qui quel che avevo avuto occasione di scrivere in passato e cioè che il contatto con le lettere dei lettori, tutte autentiche e senza nessun rifacimento da parte mia, possa costituire un utile termometro delle reazioni del “consumatore medio” di una rivista che ha caratteristiche tutte particolari.
In attesa di riprendere il mio lavoro nel Blog e di portare a termine qualche altra telefonata invio a tutti i miei migliori saluti.

POSTA DOC GENNAIO 2011   
Gent.mo Dr. Fava ,
mi permetto rivolgermi direttamente a Lei perché solo dalla Sua posta del n. 91 di FILMDOC ho appreso degli incontri mensili che si tengono ogni primo lunedì del mese presso Palazzo Ducale del quale ero completamente all’oscuro .
Essendo amante del cinema e quindi desideroso di parteciparvi , potrebbe cortesemente segnalarmi in quale sala essi si tengono , se sono ad invito, se è necessario iscriversi a qualche associazione, insomma tutto ciò che occorre sapere sull’argomento ?
La ringrazio fin d’ora e Le porgo i miei più cordiali saluti.
Marco Giampietro
 

Caro Sig. Giampietro,
gli incontro mensili a cui Lei fa riferimento sono quelli della così detta Stanza del Cinema che si svolge ogni primo lunedì del mese a Palazzo Ducale. Utilizziamo il salone della società di Storia Patria che, se si entra da Piazza De Ferrari, si trova a pochi metri dall’ingresso, sulla sinistra. La manifestazione iniziò 10 anni fa su invito dell’amico Arnaldo Bagnasco, allora presidente di Palazzo Ducale, che si rivolse a me invitandomi ad “inventare” una manifestazione sul cinema, in certo modo analoga a quella da Lui patrocinata riguardante la poesia. Gli dissi che da solo non sarei stato in grado di realizzarla ma che avremmo potuto farlo insieme con i colleghi del Gruppo Ligure Critici Cinematografici. Inventai un meccanismo che è sempre stato rispettato e che ha fatto la fortuna della manifestazione. Da me coordinati due colleghi del gruppo (ovviamente a turno) riferiscono al pubblico sui film interessanti proiettati a Genova nel mese appena trascorso. L’iniziativa ha dato vita ad un gruppo di fedelissimi (anzi, di fedelissime, dato che si tratta in maggioranza di signore) che vengono a Palazzo Ducale con assoluta fedeltà.
L’appuntamento va dalle 17:30 alle 19:00 (ora nella quale dobbiamo restituire la sala alla società di Storia Patria) e la gente arriva con molta puntualità e in anticipo. Quando l’incontro inizia in genere tutti i posti sono occupati. Oltre a questo appuntamento principale(che, ripeto, ha luogo il primo lunedì del mese, in genere da ottobre a giugno) da qualche anno è stato istituito un secondo appuntamento mensile, appunto nel secondo lunedì del mese ove invece di un resoconto delle programmazioni mensili dei cinema cittadini, a turno uno dei colleghi svolge un tema specifico: ad esempio una conferenza su un regista o su uno specifico tema sulla storia del cinema, dove possibile corredato dalla proiezione di un DvD.
Si tratta di una iniziativa che, anche essa, è seguita con fedeltà dal nostro pubblico e ribadisce un legame, animato dai critici genovesi, che non ha eguali in Italia. Al di là di ogni compiacimento localistico, questa è ancora una riprova del fatto che tante iniziative genovesi sono serie e attendibili, anche se la sostanziale indifferenza dei mass media, anche in questo caso, contribuisce a far mancare ampiezza d’informazioni e curiosità di stampa.
E’ un’ iniziativa minima, che tuttavia ha destato e desta interesse in critici di molte città italiane. In nessuna di esse in questi 10 anni c’è stato un gruppo di persone in grado di prendere un’analoga iniziativa.
Mi auguro che queste informazioni possano interessarle e la inducano a venire a Palazzo Ducale per seguire dal vivo, almeno una volta la manifestazione. Spero di avere soddisfatto la sua curiosità e la prego di accogliere i miei migliori saluti.

Claudio G. Fava
(battute 3.444)

FILM DOC MARZO 2011 
Buona sera, sono Rimassa Mauro. Come sta? Spero bene e spero di vederla presto.
Che ne pensa degli Oscar?
Di recente ho visto in tv due film(s) di Clint Eastwood - Changeling e Flags of our fathers - che mi hanno impressionato favorevolmente, specialmente il secondo. A proposito di quest'ultimo volevo chiederle, se lo ha visto, cosa ne pensa e se è  attendibile la ricostruzione di quell'episodio della seconda guerra mondiale.
Cordiali saluti.
Mauro Rimassa

La ringrazio della sua lettera. Le domande sono due. Comincio dalla seconda, che mi sembra la più interessante. Per risponderle ho attinto ampiamente a due fonti: a) Wilkipedia per quel che riguarda la battaglia, evocata nei film “Flags of our fathers” e “Lettere da Iwo Jima”; b) l’ottimo libro su Clint Eastwood del mio amico Alberto Castellano, che lo ha recentemente ampliato e aggiornato arrivando ad esaminare tutti i film sino ad “Hereafter”compreso. Le ricordo che la battaglia di Iwo Jima iniziò il 19 febbraio 1945 e terminò il 26 marzo dello stesso anno (anche se ci vollero altri due mesi per eliminare tutte le sacche di resistenza dei giapponesi). Iwo Jima significa l’“Isola dello Zolfo”, fa parte dell’arcipelago di Ogasawara e si trova a circa 1080 km a sud di Tokyo, a 1130 km a nord di Guam ed a circa mezza strada tra Tokyo e Saipam. L’ostinazione degli americani nel conquistarla era determinata dal fatto che, insieme ad Okinawa era di fondamentale importanza strategica per ospitare i bombardieri pesanti in grado di bombardare il Giappone. Consapevole di ciò i giapponesi vi concentrarono 25.000 uomini (22.000 secondo altre fonti) agli ordini del generale Tadamichi Kuribayashi, nato il 7 luglio 1991 e morto a Iwo Jima il 26 marzo del 1945, data citata in precedenza come termine della resistenza organizzata da parte giapponese (sembra che egli si sia suicidato ma la cosa non è sicura). Complessivamente le forze assalitrici americane, comandate dal famoso ammiraglio Raymond A. Spruance, ammontavano a circa 100.000 uomini, fra cui almeno 70.000 Marines, appoggiati da una imponente forza aereonavale. Il generale Kuribayashi, che sembra fosse persona di valore (era stato vice addetto militare a Washington; per due anni viaggio attraverso gli Stati Uniti portando a termine un’ampia ricerca militare e industriale e fu anche per un breve periodo studente ad Harward) impostò lo scontro come un’ imponente battaglia di logoramento. Allontanata la popolazione civile egli fece scavare un complesso sistema di gallerie. La battaglia durò un mese e mezzo e fu terribilmente sanguinosa: la guarnigione giapponese venne quasi completamente annientata (i prigionieri furono solo 1.083). Dal canto loro gli americani ebbero un alto numero di uomini fuori combattimento, circa 26.000. Sostanzialmente mi sembra che Clint Eastwood abbia cercato di restituire quell’immane tragedia nel modo più attendibile. Si fece tradurre dal giapponese molti libri riguardanti il generale Kuribayashi, trovando anche una raccolta di lettere dello stesso generale. Come è noto globalmente la reazione della critica italiana e straniera è stata ampiamente favorevole a questo film, forse ancor più di quanto non lo sia stata nei confronti del precedente “Flags of our fathers”, che racconta la stessa battaglia dal punto di vista degli americani e di cui “Lettere da Iwo Jima” è la logica e schiacciante conclusione. Mi sono soffermato su questo secondo film proprio per un logico processo d’integrazione. Mi pare che anche “Changeling” meriti la stessa rispettosa attenzione, ma qui non ho più spazio per occuparmene come si dovrebbe.
In un'altra occasione avrò lo spazio per rispondere alla sua domanda sugli Oscar, premio “sindacale” al quale ritengo che in Europa si conceda troppo spazio. Personalmente mi compiaccio del risalto dato a “The King’s Speech”, clamoroso riconoscimento non solo dell’eccellenza del cinema britannico ma anche della convincente autorevolezza della lingua inglese quando è pronunciata da inglesi (o affini).
(battute: 4.000)

FILM DOC LUGLIO 2011
Nell’ultimo numero avevo risposto ad una lettera di Mauro Rimassa. Per motivi di spazio non ho risposto alla sua richiesta di fornire un parere sui premi Oscar. In particolare egli si riferiva alle ultime statuette assegnate nel 2011, ma mi limiterò a specificare quel che penso sull’argomento.
Nella prima edizione vennero assegnati due Oscar distinti, uno per il miglior film ed uno per la miglior produzione artistica. Dal 1929 si designò solo il miglior film con un'unica statuetta. Con l’andar del tempo venne completato l’elenco dei premi. Oltre a quelli per il miglior attore, la migliore attrice e il miglior regista, che esistevano sin dall’inizio,  dal 1936 sino quasi ai giorni nostri vennero aggiunti molti altri premi specifici, compreso quello per il miglior film straniero che in realtà è il miglior film in lingua non inglese.
Per quanto ne so io il regolamento degli “Accademy Award” prevede due turni di votazione. Il meccanismo funziona così: i circa 6000 membri attivi ricevono schede di votazione e promemoria riguardante i film ammissibili al concorso per data di uscita. Dato che ogni socio è iscritto in una delle numerose specializzazione di appartenenza (regia, sceneggiatura, direzione della fotografia, scenografia, musica, montaggio, disegni animati, sonoro e montaggio del sonoro, eccetera) in una prima tornata egli vota per il migliore della sua categoria, con alcune eccezioni. Ad esempio nella categoria del miglior film tutti i membri hanno subito diritto di voto per scegliere i candidati alla vittoria. In una seconda votazione egli può esprimersi nell’ambito di quasi  tutte le categorie. Si formano così le cosiddette “nominations”, che sono da tre a cinque, fra le quali sono scelti i vincitori, svelati soltanto la sera delle premiazioni. Come si vede è un regolamento di un tipo quasi “parlamentare” che riesce a consacrare i pareri della maggioranza, secondo un criterio rigidamente democratico. E’ ovvio che l’alto numero degli aventi diritto al voto e il carattere specialistico delle diverse categorie non garantiscono che tutti i soci riescano a vedere tutto, anche se credo che ultimamente ad essi vengano forniti DvD in tempo utile. E’ ovvio che il voto di categoria forma una iniziale base di schede in cui giocano in modo decisivo le diverse specializzazioni mentre un sapore più collettivo si riflette nei voti per il miglior film. Come si vede è un tipo di premio quasi sindacale, che sempre riflette le opinioni più diffuse nell’ambiente del cinema hollywodiano, ma che manca di quel carattere specificamente astratto pur essendo meno professionale, tipico delle giurie formate da critici. Non è un caso che un premio di categoria (ad esempio quello dei giornalisti specializzati di  New York, Los Angeles e Boston) generalmente assegnato poco prima della consegna degli Oscar, finisca spesso con l’assumere un carattere ammonitorio ed indicativo.
E’ evidente che in presenza di un meccanismo così complesso e con un numero così alto di votanti, si comprendano le motivazioni di molti premi e in diversi casi l’assenza di film che con l’andare del tempo si riveleranno importanti ed a volte decisivi. Il che rende in certo modo fragili gli stessi Oscar ma, forse proprio per questa ragione e perché gli “Accademy Award” sono attribuiti nella patria stessa del Grande Sogno Cinematografico americano, essi sono divenuti un simbolo determinante nel mondo del cinema e dell’esercizio cinematografico. I premi in genere influiscono in modo notevole sugli incassi. Ad esempio in Italia, ma credo anche negli Stati Uniti, è un fenomeno corrente vedere che un film, ormai già distribuito nei locali e poco compensato dal pubblico, inaspettatamente vince  un Oscar importante e viene immediatamente riproposto in uno o più locali con forte pubblicità specifica. Ecco perché, pur col massimo rispetto per i votanti che rappresentano in un certo senso la crema professionale del cinema americano, io tendo a non dar troppa importanza a questo premio. Che è più il frutto di una specifica tendenza collettiva di un mondo di professionisti più che quello  di un meditato giudizio. Non è un caso che l’anno dopo l’assegnazione (accade anche con Cannes e Venezia) quasi nessuno ricordi più i titoli dei film premiati…
(Battute 4.255)

FILM DOC SETTEMBRE 2011
Gentile Dr. Fava,
mi permetto disturbarla per poter beneficiare, ove Lei sia consenziente, della Sua vasta cultura cinematografica.
Io sono un vecchio appassionato di cinema, e negli anni ho accumulato nei ricordi centinaia di pellicole Ora, passata la soglia dei 70, mi capita di perdere i riferimenti di scene e sequenze di film, ancorchè vecchi....
Il mio attuale cruccio riguarda una piccola sequenza di un film americano.
In realtà ero convinto che facesse parte de "Il cacciatore" di M.Cimino, ma rivedendolo recentemente sono andato in crisi: quella scena non c'è!!!
Da qui la mia ricerca del titolo del giusto film a cui si riferisce, che finora, fra amici e conoscenti, è risultata vana!
Le descrivo la sequenza:
Un gruppo di amici (4 o 5) esce dal lavoro (o da un pub) e si infila in una auto americana con capote. Il tempo atmosferico è pessimo: neve e gelo dappertutto.
Tuttavia il conducente della vettura, sembra il più buontempone di tutti, apre inopinatamente la capote esponendo gli amici al gelo esterno. Naturalmente fra le energiche proteste dei medesimi!!!
Qui finisce il ricordo. Le sarei oltremodo grato se potesse darmi lumi.......
La saluto cordialmente
Alberto De Santis

 
Caro De Santis,
mi arrendo. Ammesso e non concesso che io sia titolare di una vasta cultura cinematografica (lo dice lei) non son proprio riuscito a capire di che film possa trattarsi. Ho girato la sua e- mail a Renato Venturelli che, per doveri professionali e per maggiore baldanza di età, vede molti più film di quanti non ne veda io, ed anche lui si è arreso immediatamente. In sostanza il vero, o supposto, frammento di film a cui lei fa riferimento è al tempo stesso minimo e fugace: neve e gelo, auto americana con capote, quattro o cinque amici che si infilano all’auto, il conducente buontempone che apre la capote fra le proteste degli altri…Il suo desiderio di identificare il film è moralmente comprensibile ma tecnicamente arduo e forse impossibile a soddisfarsi. Non riesce a farsi venire in mente qualche piccolo particolare collaterale? Non so, ad esempio da che tipo di casa escono gli amici: se è in pub ci sono insegne luminose? Se è una casa, è piccola e monofamiliare, come lo sono spesso i “villini” in cui risiedono milioni di americani, quali sono le sue caratteristiche? Un giardino grande o piccolo? Giocattoli infantili abbandonati nell’erba, appunto come si vedono spesso nei film d’oltre oceano? (è vero che per abbandonare i giocattoli sotto la neve ci vuole una famiglia particolarmente disordinata, il che potrebbe essere un indizio narrativo). Se lei non riesce a fornire dati più circostanziati, credo che dovremmo arrenderci. Francamente, al di là della piacevole follia contenuta nella sua domanda, l’unica mia speranza consiste adesso proprio nella pubblicazione su “Film Doc”.
Spero che qualche lettore dotato di memoria ferrea possa venirci in soccorso e che altrettanto possano fare i colleghi del gruppo critici di Genova e, più largamente, i frequentatore della mensile “Stanza del cinema”, che io normalmente dirigo a Palazzo Ducale ed a cui girerò la sua, mi conceda, bizzarra e simpatica richiesta. Si tratta di un nucleo, consolidato ormai da una decina di anni, fra cui sono numerosi i frequentatori abbastanza regolari di cinematografi. C’è solo un problema, al tempo stesso favorevole o sfavorevole… Anche loro, molto spesso hanno passato, come lei, la soglia dei settant’anni (si figuri io!), per cui la loro memoria dovrebbe esercitarsi su un tempo e una programmazione molto ampi, con gli impliciti vantaggi e svantaggi, che la cosa implica.
La sua domanda fa nascere un interrogativo di fondo sull’esattezza, della memoria cinematografica. Credo che tutti noi abbiamo sperimentato, nel corso del tempo, la labile consistenza delle immagini di film che ci restano in mente. Ad esempio, a volte ne aboliamo letteralmente alcune fondamentali, altre volte invece ne inventiamo altre della cui esistenza siamo persuasi e che invece non sono mai state girate.
A presto…

Claudio G. Fava
(Battute 4.000)

FILM DOC DICEMBRE 2011
Egregio dott. Claudio G. Fava,
in questi ultimi tempi sta crescendo sempre più quello che chiamano "culto" di Audrey Hepburn. "Colazione da Tiffany" è diventato un capolavoro,  la Hepburn è diventata quasi il simbolo della femminilità al cinema, addirittura scavalcando - dicono sui giornali - Marilyn Monroe.  Che ne pensa?  Le sembra giusto?  Era una grande attrice o una donna molto elegante?  Io appartengo ancora alla generazione per cui la grande Hepburn era l'altra, Katharine, che invece ormai non ricorda quasi più nessuno.
La ringrazio molto se vorrà rispondermi e le porgo i miei migliori saluti.  
Amalia Ricci – Genova


Cara Signora anche per me la “vera” Hepburn è Katharine. Posso dire di aver acquistato un merito particolare dedicandole alla Rai un ciclo specifico, che a suo tempo ebbe molto successo, e per il quale posso anche vantarmi di avere scoperto un piccolo gioiello inedito: “Amore tra le rovine” (1975), interpretato dalla stessa Katharine e dall’eccellente Laurence Olivier e diretto nientemeno da George Cukor! Il titolo era stato sistematicamente trascurato dagli importatori perché all’origine era un TVFilm. Ciò detto riconosco volentieri non solo l’inattesa fama attuale di Audrey Hepburn fra le ragazze ventenni (si pensi, per cogliere il divario di generazioni, che essa era nata a Bruxelles il 4/05/1929 e morì in Svizzera, a Tolochenaz, il 20/01/1993) ma anche i suoi notevoli meriti. Nata in Belgio, da padre inglese e da madre olandese di origine aristocratiche cresciuta nei Paesi Bassi, si trasferì da ballerina a Londra nel 1948, cominciò a fare del cinema, si mise in luce in teatro, reggendo per sei mesi a New York le repliche di “Gigi”, tratto da un romanzo di Colette. Aveva ventitre anni, e almeno sette presenze cinematografiche,  quando si sottopose ad un provino per “Vacanze romane”, che William Wyler doveva girare a Roma. Il grande regista la scelse a preferenza di Elizabeth Taylor, e il film fu, a fianco di Gregory Peck, un successo mondiale, imponendo la presenza decisiva di Audrey nel cinema di maggior richiamo. Non a caso l’anno dopo Audrey fu la protagonista di un altro film di enorme esito (a fianco di Humphrey Bogart e William Holden ) e cioè “Sabrina”(nome proprio che divenne un successo mondiale!) diretto dal grande Billy Wilder. Fu la sua definitiva consacrazione a diva internazionale, imponendo con questi due film un personaggio di ragazza, sia altolocata che di modeste condizioni, destinata a diventare un modello femminile per generazioni e che, come la stessa lettrice rileva, esercita anche oggi un grande fascino su ragazze di un'altra epoca. “Colazione da Tiffany” (1961) non sarà un capolavoro ma certamente l’attrice è pienamente all’altezza dell’elegante regia di Blake Edwards. Del resto in quasi tutti i film in cui ha lavorato Audrey ha dimostrato duttile eleganza di recitazione e autentico talento ora comico ora drammatico. Penso a molti titoli tipici della parte centrale della sua non lunga carriera. Ad esempio “Guerra e Pace” (1955) di King Vidor, “Arianna” (1957) ancora di Billy Wilder, il drammaticissimo “La storia di una monaca” (1959) di Fred Zinnemann, il western “Gli inesorabili” (1960) di John Huston, “Quelle due” (1961), ancora di William  Wyler, “Sciarada” (1963) di Stanley Donen. “My Fair Lady” (1964), di nuovo di George Cukor, “Due per la strada” (1967) ancora di Stanley Donen, “Gli occhi della notte” (1967) di Terence Young, eccetera. Si sposò due volte, una volta con Mel Ferrer e l’altra con il medico italiano Andrea Dotti, ebbe due figli, uno per matrimonio. Via via che rallentava l’attività cinematografica aumentava quella di ambasciatrice straordinaria dell’Unicef. Morì di un cancro al colon e fu sempre una gran signora. Quando abitava a Roma io inclusi “Vacanze romane” in un ciclo e la invitai a partecipare alla presentazione. Rifiutò ma dopo la proiezione mi mandò un gentilissimo telegramma di ringraziamento. Cosa rara in un ambiente facilmente incline al cinismo.

Claudio G. Fava
(battute 3.997)

3 febbraio 2012

Per piacere, intercettate! - Enrico Bertolino

Una telefonata con Enrico Bertolino in cui si rievocano la sua iniziale carriera di bancario (è un lavoro che gli piaceva molto!) e il successivo approdo alle tavole del palcoscenico. Dove, via via, dagli inizi esitanti alla consacrazione di “Zelig”ed alle numerose apparizioni al cinema e in televisione egli si è costruito una carriera di successo, non trascurando, la sua attività di “formatore”aziendale.

18 gennaio 2012

MOVIOLA PERSONALE (SOLO CINEMATOGRAFICA)

“Midnight in Paris”
di Woody Allen

Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen – Direzione della fotografia (colore): Johanne Debas, Darius Khondji – Musica: Stephane Wrembel – Scenografia: Anne Seibel - Montaggio: Alisa Lepselter – Produzione: Letty Haronson – anno 2011– Interpreti, personaggi e doppiatori: Owen Wilson (Gil) - ((Massimiliano Manfredi)); Rachel McAdams (Inez) – ((Chiara Colizzi)); Kurt Fuller (John) – ((Carlo Valli)); Mimi Kennedy (Helen) – ((Melina Martello)); Michael Sheen (Paul) – ((Loris Loddi)); Nina Arianda (Carol) – ((Franca D’Amato)); Carla Bruni (Guida a Versailles) – ((Se stessa)); Marion Cotillard (Adriana) – ((Elsa Mollien); Adrien Brody (Salvatore Dalì) – ((Neri Marcorè)); Corey Stoll (Ernest Hemingway) – ((Adriano Giannini)); Kathy Bates -  (Gertrude Stein) ; ((Ludovica Modugno)); Tom Hiddleston (Francis Scott Fitzgerald) - (( Riccardo Rossi)); Alison Pill ( Zelda Fitzgerald) – ((Alessia Amendola)); Léa Seydoucs ( Gabrielle) – (Diana Fleri)) eccetera. Doppiaggio : CVD – dialoghi italiani: Elettra Caporello – Direzione: Maura Vespini. (L’indicazione delle voci italiane è ricavata dal prezioso sito di Antonio Genna “Il Mondo dei doppiatori”).

Mi ero occupato qualche tempo fa (vedi nel Blog l’ articolo “Solo la Parigi del passato funziona nell’Europa del presente”, pubblicato in data 3 dicembre 2011) di questo recente film di Woody Allen, chiarendo il tema di fondo, e cioè la fuga ossessiva verso un mito letterario del passato, molto forte nella letteratura anglo–americana, ossia la Parigi degli anni’20. Come è noto gli idoli anglofoni del tempo furono molti. Da Ezra  Pound a James Joyce si potrebbero via via citarne molti. Ad esempio Scott Fitzgerald e la moglie risiedettero in Europa dal 1924 al 1929. Dal canto suo Ernest Hemingway passò a Parigi interi periodi dal 1921 al 1928, dopo esservi arrivato per la prima volta, appunto nel mese di dicembre del 1921, con la moglie Hadley. Fu a Parigi che scrisse i suoi primi racconti, e fu anche a Parigi che, nei bar nella zona di Montparnasse, scrisse “Fiesta” (“Il Sole sorge ancora”) e iniziò la stesura di “Addio alle armi”. Sulla città, nella quale tornò trionfalmente nel 1944 mettendosi alla testa di un gruppo di partigiani, le sue testimonianze sono infinite, a cominciare da una frase rimasta famosa grazie alla quale egli inventò anche il titolo di un romanzo: ”Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna, perché Parigi è una festa mobile”.
Tornando al film non è qui il caso di rievocare il cammino del protagonista, Gil, che appunto a Parigi viene accompagnato ogni sera da una impeccabile automobile d’epoca (probabilmente una Hispano-Suiza) nella città e fra i suoi frequentatori proprio del suo passato più splendido. In particolare fra i miti, in parte anglosassoni, di quella Parigi (non solo gli Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway prima citati, ma anche Cole Porter, Josephine Baker, Man Ray, T.S.Eliot, l’inevitabile Gertrude Stein con Alice B. Toklas, oltre a Salvador Dalì, Pablo Picasso, Luis Buñuel, Henri Matisse, eccetera). Questa vena rievocativa, tipicamente americana, serve anche a riproporci uno dei risvolti del gusto personale di Woody Allen. Vorrei ricordare che noi, e la gente in genere, pensiamo ad Allen soprattutto come ad un attore filtrato dalla voce quasi altrettanto celebre di Oreste Lionello. Ma egli, in realtà, ha iniziato la carriera come gagman e come autore di sketch teatrali e televisivi, finendo poi col tradurre di persona i suoi scritti e, trascinato dal successo e dal talento, col proporli personalmente a doppio titolo come attore e come regista. Egli ha tante vocazione ed al tempo stesso una sola, che è poi quella di mettere in scena fiabe ora ingenue, ora esilaranti, ora feroci che divertano il trepido e malignetto fanciullino newyorkese rimasto dentro di lui nel corso degli anni. Si ricordi che Woody, è nato, come Allen Steward Konigsberg, nel 1935 ed ha pertanto 77 anni. Via via che si avvicina all’ottantina ,  e diventa sempre più fragile d'aspetto, si avverte visibilmente in lui il desiderio preminente di restare dietro la macchina da presa e di essere solo regista, probabilmente sia per sfogo creativo che per reggere meglio il terribile giuoco cinematografico consistente nell’ essere al tempo stesso autore e interprete di immagini. Giuoco logorante, sia dal punto di vista inventivo che da quello fisico: io ne so qualcosa come spettatore perché, a suo tempo, ho lavorato in qualità di modesto attore secondario in “Ladri di saponette” di Maurizio Nichetti ed ho visto Maurizio sopportare il duplice stress di dirigere e poi di entrare in scena, ed una volta terminata l’ una e l’ altra incombenza costringersi a giudicarle entrambe. In effetti gli ultimissimi film di Allen sono spesso soltanto opera di regia e sceneggiatura. Si pensi a “Melinda Melinda”, “Sogni e delitti”, “Vicky Cristina Barcelona”, “Basta che funzioni” ed a questo “Midnight in Paris” in cui il giuoco d’autore dell’invenzione è forse ancora più palese. Evidentemente egli tornerà ancora (lo fa quest’anno nel film realizzato a Roma) sotto l’occhio della macchina da presa, perché è qui che la gente lo preferisce, appunto come l’attore che ha creato un piccolo mito. Ma è certamente come solo regista che egli può abbandonarsi al libero fluire delle sue memorie letterarie di venti/trentenne newyorkese. Molte allusioni che ci sono in “Midnight in Paris” sono probabilmente difficili da cogliere per un europeo (e forse anche per un americano) di oggi. Si osservi il piccolo particolare  di un inquadratura in cui campeggia l’immagine di una libreria, “Shakespeare and Company”, che una libraia ed editrice famosa fra gli espatriati americani, Sylvia Beach, tenne aperta con successo a Parigi dalla fine degli anni’20 sino al 1941. Il nome e la libreria vennero riproposti  da altri espatriati americani, a partire dal  1964 e il locale è aperto ancora oggi. Non è un caso che la libreria sia stata mostrata non solo nel film di Allen ma anche in “Before Sunset - Prima del tramonto” di Richard Linklater nel 2004. 

In questo senso tutto il film è una patetica e toccante galoppata verso delle memorie che Woody Allen vorrebbe fossero veramente le sue. Forse per questo essa è ricca di strizzatine d’occhio allo spettatore,  come accade quando il protagonista propone a Luis Buñuel di realizzare un soggetto che  in realtà è l’inizio de “L’angelo sterminatore”, famoso film enigmatico il regista spagnolo che diresse poi veramente in Messico nel 1962. La cosa divertente è che Gil continua a dirgli che il film dovrebbe iniziare con un gruppo di personaggi i quali si trovano bloccati da una forza misteriosa in una casa e non riescono ad uscirne. Mentre Buñuel, dal canto suo, continua a dirgli che non comprende e chiede ripetutamente: “ma perché non possono uscire? Non capisco proprio”.
In un certo senso Woody si diverte e, in gran parte, anche noi…

BISCAGLINA NON ALLA BASCA MA ALLA GENOVESE

Minimo commento linguistico alla favolosa telefonata fra il Capitano di fregata De Falco e il Comandante Schettino della Costa Concordia.

L’incredibile ed esplosiva telefonata fra il Capitano di fregata Gregorio Maria De Falco della Capitaneria di porto di Livorno e l’ancor più incredibile Francesco Schettino Comandante della Concordia contiene  un minimo elemento linguistico che curiosamente mi indennizza, come genovese, in presenza di un avvenimento tragico che proprio Genova ha la sua capitale di armamento (anche se la proprietà della Costa Crociere è ormai americana e non più italiana). L’elemento a cui faccio cenno è la parola “biscaggina”, ripetutamente usata dal Comandante De Falco mentre rivolge a Schettino i suoi inutili rimproveri. Egli allude esplicitamente alla tipica scaletta di corda usata da moltissimi anni in marina, che è forse uno dei più antichi sistemi di locomozione verticale inventati dai navigatori. La cosa che mi ha colpito è che De Falco (credo sia campano come Schettino, il quale proviene da Meta di Sorrento, paesino, come Camogli, patria tradizionale di comandanti di mare) usa, come si è detto, la parola “biscaggina” che è la versione genovese dell’esatto nome italiano, e cioè “biscaglina”. La quale parola italiana denunzia l’evidente origine basca, come è esplicitamente indicato dal fondamentale “Grande Dizionario della Lingua italiana” del Battaglia. Che ne dà due significati: il primo, da me ricordato, di scala volante composta da due cavi di corda i quali sostengono due scalini orizzontali di legno, e quello di nave a vele quadre tipica dei marinai biscaglini. E precisa che prende origine dallo spagnolo “Viscaya”, cioè appunto Biscaglia, che ha poi echi francesi e provenzali (“biscaïen”, “biscain”, “biscayenne”, eccetera). Quello che dunque mi sembra interessante è l’uso che della parola genovese fa De Falco. Il quale sembra ignorare che la sua sia una versione dialettale, tanto evidentemente essa è entrata da secoli nell’uso marinaro, e che egli esplicitamente pronuncia all’italiana, poiché in genovese la pronuncia della “n” sarebbe tutta diversa e particolare.
E’ una minima soddisfazione all’interno di quella che io, in qualità di genovese, risento come una grande umiliazione. E, se vogliamo, come una riprova del vecchio detto che “la vita imita l’arte”. Non credo che vi sia uno sceneggiatore di film catastrofici il quale avrebbe il coraggio di inventare una telefonata come questa per un suo testo.
Nel “Corriere della Sera” di oggi il fondo di apertura sul tema è di Aldo Grasso, il quale giustamente rileva le caratteristiche di una telefonata che credo rimarrà nella storia della marineria. Vorrei muovere un minimo appunto ad una vecchia conoscenza come Aldo, il quale termina con la frase “Grazie capitano De Falco, il nostro Paese ha estremo bisogno di gente come lei”. Totalmente d’accordo con il senso della frase, mi permetto di far rilevare che probabilmente ad un ufficiale superiore di Marina da guerra (e quindi anche della Capitaneria di Porto) non ci si rivolge chiamandolo Capitano - l’elencazione burocratica dei gradi è generalmente sostituita, all’inglese, dalla parola “signore”- ma semplicemente Comandante.

12 gennaio 2012

"LA TALPA" VISTA DA NATALINO BRUZZONE

 Il Secolo XIX mi ha cortesemente dato il permesso di riprodurre il pezzo di Natalino Bruzzone sul recente film tratto dal romanzo di John Le Carrè. Faccio così per far piacere a molti appassionati che troveranno qui precisazioni e indicazioni decisive da parte di un grande specialista della "Spy Story".

Nel Secolo XIX di ieri 11/01/12 è apparso un bell’articolo del mio amico Natalino Bruzzone a proposito del film “Tinker Taylor Soldier Spy” tratto dal famoso romanzo di John Le Carré che in Italia, sia nel libro che in televisione o al cinema è stato, battezzato “La Talpa”. Poiché sono, come si dice, un “culture della materia”, il pezzo di Natalino mi è molto piaciuto. Al punto che ho fatto una cosa abbastanza inusuale per questo blog. E cioè ho chiesto al Secolo XIX il permesso di riprodurlo. Ho parlato con il vicedirettore Alessandro Cassinis il quale, con molta gentilezza e senso di colleganza, mi ha concesso di farlo. Con Natalino abbiamo vecchi trascorsi come fedeli lettori di Le Carré ed anche come sbigottiti testimoni oculari i quali assistettero a Courmayeur, in occasione del “Noir in Festival”, ad una clamorosa conferenza stampa del grande scrittore inglese il quale di fatto rinnegava quasi tutto il suo passato. Ho fatto cenno dell’avvenimento in questo stesso Blog in una nota in data 6 Settembre 2011 a cui rimando per ogni altra indicazione, compresa la citazione del libro che Natalino ha dedicato alla saga di Le Carré, e cioè “La quadratura del Circus”. Ricordando che in essa “Circus” è il gergo dato alla sede centrale del servizio dello spionaggio inglese conosciuto come MI6 (Military Intelligence 6). A Londra il Cambridge Circus è lì incrocio fra la Charing Cross Road con la Shaftesbury Avenue. Non sono tuttavia sicuro che in questo luogo ci sia mai stata una sede dei servizi inglesi.
Ecco dunque il pezzo di Natalino:

Uomini che odiano e amano altri uomini. Nell’esercizio di una professione da maschere e pugnali dove anche il burattinaio dei traditori ha uno pseudonimo femminile. Sono dei vampiri del sangue, della carne e dell’anima del potere. Così lo svedese Tomas Alfredson,  dopo i glaciali canini della ragazzina protagonista dell’ambizioso horror “Lasciami entrare”, rilegge in immagini un testo fondamentale della Guerra Fredda combattuta nella finzione, “La talpa”. In principio era il verbo leggendario dell’olimpo della spy story ovvero il romanzo di John le Carré, poi un serial televisivo con uno straordinario Alec Guinness e ora un film, da venerdì nelle sale, che vuole colpire al cuore i giurati degli Oscar. Come spesso accade quando i capitoli di un libro diventano sequenze si possono accendere più di una discussione  su libertà interpretative, fedeltà e travisamenti. Ma per non cadere nelle trappola di chi scambia, recriminando, il  pupazzo che accoglie i visitatori dei parchi Disney con il vero Topolino dei cartoni, è meglio tenere ben separate le due dimensioni. E il primo consiglio, seppur paradossale, da rivolgere ai lettori del thriller è di dimenticare le pagine di le Carré. Sarà una sofferenza ma è indispensabile, altrimenti si rischia di non apprezzare il lavoro di Alfredson su uno spartito che rimanda all’inizio degli Anni Settanta, quando non solo era ancora in corso il conflitto iniziato nel 1917 con la Rivoluzione d’Ottobre, ma dilaniava il ricordo della generazione perduta dei Kim Philby, i figli prediletti dell’establishment di Sua Maestà che erano passati, armi bagagli e informazioni letali, alla Santa Madre Rossa di Mosca.  Allora: dopo la disastrosa “Operazione Testimone” fallita nel sangue a Budapest e che avrebbe dovuto fornire a Control, il capo dell’Mi6 britannico, il nome della talpa impiantata dal Kgb di Karla tra i massimi dirigenti del Circus, denominazione delle centrale londinese d’intelligence, scatta una purga che insieme al direttore manda in pensione anticipata anche l’anziano George Smiley, un “rospo” con impermeabile e occhiali, angariato da una moglie bella e sfacciatamente adultera ma anche il più geniale dei cervelli che abbiano difeso il Regno. Ma il ritorno in patria di un supposto disertore convince ministro e sottosegretario che ci sia del marcio dove ora spadroneggia il pomposo Percy Alleline. Esiste e chi è l’infiltrato di Karla? E’ un’indagine che solo Smiley può condurre al capolinea sconfiggendo enigmi che si celano dentro altri enigmi.
Comprimendo in 127 minuti trame e sottotrame lecarriane, Alfredson ha imboccato il sentiero che sfronda , taglia e cambia: la sua stella cometa è l’allestimento di un’atmosfera paranoica all’interno di un nevrotico apparato burocratico dove per la sua macchina da presa più che il cappa e spada dello spionaggio contano i duelli tra i caratteri delle persone. Una fiera della vanità alla quale si oppone il quasi geometrico e risoluto muoversi di Smiley, il Convitato di Pietra che difende il senso della lealtà e della moralità. L’etica di Smiley comporta dolori e sacrifici, pietas e crudeltà, lacrime e vendette. Alfredson gioca con i suoi Tinker ,Tailor, Soldier, Spy, il titolo originale del romanzo e del film derivato da una cantilena infantile applicata da Control come etichetta in codice a ciascun sospetto, pedinandoli con carrellate a seguire e a scoprire nel rigore di uno stile che si ammenta di mistero e patologia anche sentimentale. Tanto per non equivocare: “La Talpa” di le Carré è un capolavoro assoluto, “La Talpa” di Alfredson no, ma possiede la gemma incastonata nel labirinto dell’inganno: l’interpretazione che Gary Oldman assesta a Smiley  è abbacinante, soggiogante, una di quelle prove d’attore che valgono una carriera intera. Il suo Smiley è impastato nella tempra dei Churchill, capace di trasformare una debolezza in virtù, minaccioso e ironico, quasi mefistofelico e che alla fine con compiacimento prenderà posto sulla poltrona di Control. Tutto il cast, con la prevalenza umorale di un grande John Hurt e il sottotono  di Colin First, è di eccellente livello. Ma ad Alfredson che rivolgeva sguardo e attenzione altrove sfugge il fatto che la “talpa” sia qualcosa di più di un assassino da arrestare e così l’opera risente della mancata incombenza del colpevole, surrogata, ma non basta, dall’incubo Karla.
Dato al cinema quello che è del cinema, il catecumeno e lo studioso di le Carré hanno molto di che lamentarsi. Per esempio: perché Peter Guillam, donnaiolo impenitente, diventa gay?; perché spunta alla fine un fucile di troppo?; perché la Cecoslovacchia è diventata l’Ungheria e perché l’agguato tra i tavolini di un bar e non in una foresta di notte?; perché inventare che gli americani hanno torturato e strappato le unghie a Karla?; perché un party natalizio, creato dagli sceneggiatori,  che dovrebbe dare la sensazione del Circus come circolo aziendale e si rivela unicamente grottesco? Potrei continuare ma preferisco ricordare, invece, in  positivo, il montacarichi dell’archivio dei dossier riservati che allude alla fondamentale  religione dell’investigazione cartacea praticata da Smiley. E per chiudere, di Alfredson lascia assai perplessi una dichiarazione: "Ora che c’è un po’ di distanza dal periodo della Guerra Fredda possiamo avere uno sguardo più obiettivo sugli eventi di allora: i cattivi erano davvero cattivi?". Come dire: forse Dracula era un donatore di sangue.
(Natalino Bruzzone)     

11 gennaio 2012

A DOMANDA RISPONDE

Scrivo qui alcune risposte riguardanti i post via via ricevuti dopo la pubblicazione degli ultimi quattro brani sul Blog: naturalmente parto a ritroso in ordine di data, iniziando dal più lontano per tornare man mano in avanti.

Inizio con i post ricevuti dopo la pubblicazione del brano “Documentari bellici di Claudio Costa” avvenuta il 26 novembre 2011.
Ringrazio la fedelissima corrispondente Rosellina Mariani che ha apprezzato la qualità dell’ opera documentaria di Costa e so che ha avuto successivamente la possibilità di conoscerlo, visto che entrambi risiedono a Roma. Ringrazio anche un altro fedele, PuroNanoVergine il quale mi segnalava la proiezione su Iris del film di Enzo Monteleone  “El Alamein - La linea del fuoco”. Visto che mi sembra che il cinema di guerra gli interessi riproduco qui, proprio per gli espliciti riferimenti ad Enzo Monteleone ed alla sua opera, un articolo sul tema che il Professore Giorgio Fedel, purtroppo subitamente scomparso poco tempo fa, ha avuto l’estrema cortesia, inaugurando la rubrica “Ghiribizzi”, di voler pubblicare sul numero di agosto 2011 della rivista quadrimestrale “Quaderni di Scienza Politica”. Essa ha sede presso il Dipartimento di Studi Politici e Sociali, Sezione di Scienza Politica dell’ Università di Pavia ed è l’organo del Centro Interuniversitario di Analisi di Simboli e delle Istituzioni Politiche (CASIP) “Mario Stoppino” (è una dizione un po’ lunga ma mi sono limitato a copiarla integralmente dalla rivista stessa). Ecco dunque il brano che mi auguro non sia troppo lungo:



- Fra il 14 e il 17 aprile 2011 ha avuto luogo nel Palazzo Ducale di Genova un’ampia  edizione de  "La Storia in Piazza” dedicata questo anno a “L’invenzione della Guerra”, durante la quale moltissimi convenuti, storici, filosofi, antropologi, hanno parlato di “come la guerra sia una chiave di lettura dei processi di modernizzazione, della costruzione dell’immaginario collettivo e della memoria pubblica”, giusto per ripetere le frasi dell’opuscolo introduttivo. Per i non genovesi ricordo che Palazzo Ducale è l’antica sede dei “Dogi” di Genova: intorno si apre la piazza centrale della città, Piazza De Ferrari. Da diversi anni l’edificio è stato completamente recuperato e riattato, con l’obbiettivo di riportarlo alla struttura di un tempo e nel giro di questi ultimi anni è diventato una delle sedi principali dell’attività museale e culturale della città. Almeno di quella ufficiale, visto che la manifestazione (la ritengo abbastanza costosa dato l’amplissimo numero di convenuti) è stata finanziata, mi è parso di capire, dal Comune di Genova e presumibilmente da altri enti pubblici. All’interno di quest’amplissima iniziativa ha avuto un piccolo spazio anche il cinema. Per l’organizzazione ci si è rivolti ad Antonella Sica e Cristiano Palozzi che da molti anni mandano avanti, sempre con meno aiuti ma con grande tenacia e capacità di invenzione, il Genova Film Festival, vale a dire la manifestazione specializzata più importante in Liguria. Poiché entrambi sono amici che mi vogliono bene mi hanno riservato, fra l’altro, mezz’ora di tempo per parlare di un mio recente libretto intitolato “Guerra in cento film” edito da Le Mani. La mezz’ora successiva era stata riservata ad un regista, Enzo Monteleone,  autore fra l’altro di ”El Alamein- La linea del fuoco”, il più recente dei diversi film centrati sulla tragica battaglia che dalla fine di ottobre e l’inizio di novembre 1942 vide l’Armata Italo-Tedesca di Rommel e Bastico schiantata e distrutta dalle forze armate inglesi in quegli avamposti del deserto egiziano che erano stati occupati con eccessivo ottimismo. Gli organizzatori hanno deciso all’ultimo momento di fondere il mio spazio con quello di Monteleone, dando vita ad un incontro di un’ora che, debbo ammettere, è stato salutato da un grande successo di pubblico. Va anche detto che nell’ora precedente è stato proiettato un commovente documentario girato dallo stesso Monteleone e centrato su alcuni superstiti della battaglia. Tutti inquadrati nella Divisione Pavia che, anche se se ne parla meno, è stata distrutta a El-Alamein come altre Divisione più note: la “Folgore”, L’”Ariete”, la “Trieste”, eccetera. La Divisione Pavia discende dalla brigata omonima costituita nel 1860 e che ha combattuto in tutte le guerre, da quella data sino alla Prima Guerra mondiale. Nell’ agosto 1939 diventa, con l’ordinamento binario, la 17° Divisione di Fanteria “Pavia”, sempre centrata sui due tradizionali Reggimenti di Fanteria, il 27° e il 28°, insieme al 26° Reggimento di Artiglieria ed ai diversi reparti di servizi collaterali. In Libia la Divisione venne dislocata nel 1940 prima sul confine Libico-Tunisino e poi nella zona ad ovest di Tripoli. Nel 1941 vi rimase sino all’aprile per essere poi trasferita, tra l’altro, nella zona di Tobruk, contenendo fra novembre e dicembre gli assalti inglesi. Successivamente venne spostata in diversi luoghi, fra cui alcuni spesso citati ora con la rivolta in Libia. Ad esempio Bengasi e Agedabia. Nel 1942 infine, dopo diversi spostamenti fra Tobruk, Bardia e Sollum, la “Pavia” fini con l’arrestarsi davanti ad El-Alamein. In ottobre e sino al 3 novembre la Divisione dovette arretrare verso la cosiddetta depressione di El Qattara. Qui le retroguardie, raggiunte dalle unità corazzate inglesi, furono annientate. Successivamente tutti gli altri reparti vennero accerchiati e sopraffatti. Il 25 novembre la Divisione, che in patria aveva sede a Ravenna, venne sciolta e non mi risulta che sia stata più ricostituita. Alcuni dei superstiti intervistati nel frattempo sono morti (i più giovani erano ultra ottantenni) e la loro testimonianza risulta al tempo stesso decisiva e terribile. Un esercito di reclute spedite con fucili modello ’91, fasce mollettiere, scarpe da tennis e pesantissimi caschi coloniali (quelli inglesi erano saggiamente leggerissimi) a morire nel deserto, con poco cibo scadente e pochissima acqua. Io mi sono commosso diverse volte nel vedere il documentario- credo sia allegato al DVD del film- anche perché la lucida consapevolezza dei protagonisti sulla terribilità della guerra si sposava anche ad una sorta rattenuta dignità: quei vecchi spesso ribadivano che non si erano mai arresi formalmente e che avevano cessato la resistenza quando non avevano più munizioni, viveri e rinforzi di fronte ad un nemico ricco e organizzato, splendidamente armato e rifornito di ogni ben di Dio, dalla frutta sciroppata ai liquori ed all’acqua che giungeva spesso in prima linea direttamente grazie a tubature (gli italiani, quando la ricevevano, dovevano accontentarsi di un liquido disgustoso contenuto nelle taniche inizialmente destinate alla benzina e alla nafta).
A parte il fatto che ho dovuto superare il giusto imbarazzo e l’amarezza di Monteleone perché il suo film non era stato menzionato nel mio libro (mi sembra poco probabile che ci sia una seconda edizione, ma in questo caso farò il possibile per ovviare alla mancanza) dalle immagini e dalle nostre parole è balzato fuori ancora una volta il problema di fondo del cinema di guerra. E cioè la sostanziale impossibilità di ricreare nei volti degli attori – i protagonisti come le comparse – quel gelido sapore di paura che la guerra crea nel volto e negli occhi di chi deve sopportarla. So di cosa parlo perché, pure essendo nato nel 1929 (ero bambino all’inizio del conflitto ed entravo nell’adolescenza alla sua fine) ricordo lucidamente quel che si vedeva nei visi delle persone che mi stavano intorno durante i bombardamenti. Sia quelli aerei, che furono così intensi negli ultimi tempi del conflitto, sia quello navale del 9 febbraio 1941, quando la flotta inglese sparò almeno per tre quarti d’ora bordate su bordate di grossi calibri contro la mia città, Genova, totalmente incapace di difendersi (casa mia, nel centro della città, venne tagliata come una torta da un 305). Il paradosso dei film centrati sulla guerra, o che della guerra in qualche modo risentono, è tutto qui. Ed è straordinario il talento di alcuni grandi registi (a volte famosi, a volte dimenticati o per sempre sconosciuti) nel ritrovare nelle inquadrature almeno il sapore lontano di quella paura, così come dello sconvolgimento creato in un medio essere umano dalla necessità di uccidere (o di essere uccisi).
Varrà la pena di fare qualche titolo. Rimanendo nel discutibile ambito dei cento film citati nel mio libretto (per motivi di spazio ho rinunciato alla grande eredità del cinema muto, a tutti i film ambientati prima della Grande Guerra ed ho dedicato al massimo una scheda di film ad un regista, eventualmente evocando altre opere nel testo) vorrei menzionare alcuni dei titoli che mi sono più cari. Prima di tutto il film che in assoluto prediligo al mondo e cioè “La Grande illusione” (1937) di Jean Renoir, ove con mano magistrale sono disegnate le ascisse e le ordinate del modo in cui la guerra esplode. E cioè, nel momento stesso in cui i protagonisti cadono prigionieri, vengono alla luce, da un lato, la fraternità che si instaura fra i combattenti, e dall’altro, la sopravvivenza decisiva dei legami di educazione, di situazione sociale e di casta i quali si intrecciano fra nemici che sono molto più simili tra loro di quanto non lo siano con i camerati di combattimento. La silenziosa amicizia che nasce fra il patrizio tedesco  Erich von Stroheim e quello francese Pierre Fresnay (il primo sarà costretto ad uccidere il secondo) implica una secolare affinità che supera ogni senso patriottico di appartenenza. Ancora qualche titolo: “All’ovest niente di nuovo” di  Levis Milestone (1930), “Alfa Tau!” di Francesco De Robertis (1942) e dello stesso anno “Eroi del mare” di Noel Coward e David Lean, “Casablanca” di Michael Curtiz (1943), “Prigionieri dell’oceano” di Alfred Hitchcock (1944), “I sacrificati di Bataan” di John Ford (1945), “Paisà” di Roberto Rossellini (1946), “Bastogne” di William A. Welman e “Cielo di  Fuoco” di Henry King (entrambi del 1949), “Mare crudele” di Charles Frend (1953), “I ponti di Toko-Ri” di Mark Robson (1954), “Un condannato a morte è fuggito” di Robert Bresson (1956) “I dannati di Varsavia” di Andrzej Wajda  “Duello nell’Atlantico” di Dick Powell (entrambi del 1957) tempo di vivere di Douglas Sirk (1958), “La Grande Guerra” di Mario Monicelli (1959), “Tutti a Casa” di Luigi Comencini (1960) “317° Battaglione d’assalto” di Pierre Schoendoerffer, “L’Armata degli eroi” di Jean-Pierre Melville (1969), “Cognome e nome: Lacombe Lucien” di Louis Malle (1974), “Apocalipse Now” di Francis Ford Coppola (1979), “U-Boot” di Wolfgang Petersen (1981), “Anni ‘40” di John Boorman (1987), “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg (1998), “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow (2008).
E’ un elenco lungo, e spero non troppo fastidioso, ma è anche al tempo stesso un elenco breve perché mancano forse altrettanti film. E non è detto che in quelli che ho citato il fondamentale senso di paura a cui ho fatto allusione in precedenza sia sempre sensibile e consapevole. Ma probabilmente in tutte queste opere si avverte almeno un brivido di quel misterioso enigma, di quella forzata e infinità crudeltà, di quella disciplinata mostruosità che resta la guerra.-

Veniamo adesso ai post pervenuti dopo la pubblicazione di “Solo la Parigi del passato funziona nell’ Europa del presente” (3 dicembre 2011) riguardante il film di Woody Allen “Paris in Midnight”(faccio presente che sul film stesso ho intenzione di ritornare fra breve con un brano che esamini la parte temporalmente più vicina a noi della sua opera di regista). Anche qui un ringraziamento a Rosellina Mariani, un altro a Anonimo che mi auguro nel frattempo abbia avuto occasione di vedere il film, ed a Ivana. È vero quel che scrive rilevando la consapevolezza “per cui è illusione pensare che saremmo più felici, più appagati, più soddisfatti se potessimo vivere in un’altra epoca”. Credo che tutti, in tutte le generazioni, abbiano la tentazione di cedere a suggestioni del genere (per esempio a me sarebbe piaciuto vivere nella Torino di metà dell’Ottocento, con Cavour Presidente del Consiglio; è vero che non avrei trovato dentisti come quelli di oggi, tute comode come quelle di oggi e taxi rapidi come quelli di oggi). Appunto come dice Ivana “è il presente che ci angoscia” (e non parliamo del presente di questi ultimi mesi che è particolarmente terrorizzante).

A proposito del “Mito dell’allenatore” (16 dicembre 2011) ringrazio Enrico per le citazioni riguardanti Cosmi, Chiappella, Pugliese, Sacchi (“il mellifluo”) e Scopigno (detto misteriosamente “il filosofo”). Su Nereo Rocco esiste in effetti un’ ampia letteratura che qui non si può rievocare. In fatto di seduzioni linguistiche ho notato che sono soprattutto i giornalisti meridionali a compiacersi di chiamarlo “El Paròn”.

La “Duplice moviola telefonica” ha provocato due interventi. Ringrazio Anonimo (M.S.) e rilevo che PuroNanoVergine ha ancora una volta ribadito la sua infallibilità facendomi rilevare che un autore da me menzionato si chiama Claudio Bartolini e non Bartoli. PuroNanoVergine si è anche accorto che scrivo su “FilmTv”. Per l’ esattezza vi tengo una piccola rubrica rievocativa, intitolata  “Salvate la tigre”, che appare ogni primo martedì del mese.

Il brano “I necrologi e la vita” ha provocato quattro post. In uno “pc”(so chi è) ha scritto allegramente che “ovunque sia la Marchesa legge questo Blog e sorride”. Dal canto suo Rosellina mi dice che l’ articolo l’ha aperta al sorriso…del che mi compiaccio. Strepitosa la rievocazione di Enrico che cita la suocera la quale, iniziando la lettura del quotidiano dai necrologi, esclamava ogni volta: “anche oggi io non ci sono!”. A proposito degli Incisa della Rocchetta e degli Incisa di Camerana ritengo che queste due vecchie famiglie aleramiche abbiano uno stipite comune, anche se non so indicarglielo con sicurezza. Incisa di Camerana ne ho conosciuto ben due, che curiosamente non erano in contatto fra di loro e non si conoscevano. Uno era un importante esercente di cinema sia a Milano che a Genova (professione un tempo particolarmente redditizia). L’altro era il mio amico Vincenzo (suo fratello Bonifazio fu anche Capo di Stato Maggiore dell’ Esercito Italiano”) il quale nella Rai di Bernabei ricopriva un incarico delicatissimo. A capo di quel che si chiamava il “Servizio programmi” era di fatto incaricato di una discreta e non invadente censura appunto sui programmi destinati alla imminente messa in onda. Morì in automobile durante un viaggio di servizio. Anche sua moglie apparteneva ad una nobile famiglia piemontese, gli Accusani di Ritorto. Il Carlo Incisa di Camerana, che lavora alla Sezione Grafici del Tg3 credo sia loro figlio.

28 dicembre 2011

I NECROLOGI E LA VITA

Riflessioni superficiali ma rispettose a proposito della vita, e soprattutto della morte, prendendo spunto da una intera pagina di annunci mortuari apparsa nel quotidiano “La Stampa”.
Un tempo mia moglie era solita prendere affettuosamente in giro mio suocero. Il quale, da solido borghese genovese (classe 1886), invecchiando aveva preso l’abitudine di aprire il “Secolo XIX” nella pagina dei necrologi e di cominciare diligentemente a leggere, dopo aver detto ogni volta:”Vedemmo un pö chi l’é morto ancheu! (Guardiamo un po’ chi è morto oggi!)”. Analizzava con diligenza nomi e date di nascita e immancabilmente, almeno una volta, esclamava:”Beliscimo! O l’ea ciù zoêno de mi”(“Perbacco! Era più giovane di me”).
Con l’ andar del tempo, via via ho scoperto di aver in certo modo ereditato le sue abitudini, semmai moltiplicate dalla dimestichezza con diversi quotidiani, eredità della “mazzetta” tipica di una redazione. Per cui finisce che leggo i necrologi non solo genovesi ma anche milanesi, torinesi e romani, soffermandomi su decessi che avvengono in zone cittadine che mi sono ancor meno familiari. E anch’io, come mio suocero, ho cominciato a calcolare l’ età dei defunti, quanto si riesce a dedurla dal testo del necrologio. Mi sono chiesto spesso da che cosa sia causata questa piccola mania necrofilica. Indubbiamente essa è causata sia dall’ implicito valore romanzesco degli annunci mortuari, attraverso i quali si possono ricostruire interi frammenti della nostra società, sia da quel complicato terrore della morte, che dopo gli 80 anni costituisce un implicito riferimento personale della nostra esistenza, quasi un preannuncio decisivo, possibilmente articolato a breve termine (un tempo si moriva a 50 anni, poi a 60, poi a 70. Attualmente mi sembra di capire che l’elemento di svolta delle nostre esistenze sia ormai situato nel decennio sito fra gli 80 e i 90 anni, laddove si verifica buona parte della scomparsa delle persone d’ età).
Non stupirà quindi nessuno che nel numero della “Stampa” del 20 dicembre 2011 mi sia imbattuto in un intera pagina consacrata ai necrologi di una sola persona, e cioè la marchesa Giovanna Incisa della Rocchetta Cattaneo. Che io, lo confesso a mio disdoro, non avevo mai sentito nominare e che invece, a quanto ho appreso dalla “Stampa”, è stata importante per decenni nella vita di Torino. Al punto che dal febbraio al dicembre 1992 fu perfino Sindaco della città, in rappresentanza del Partito Repubblicano collocato allora nell’ arco del cosiddetto “pentapartito”. Tanto è vero che uno degli annunci è stato posto dal Sindaco, dalla Giunta, dal Presidente del Consiglio Comunale, dai Consiglieri Comunali e dai Presidenti e Consiglieri di Circoscrizione che hanno anche allestito una camera ardente presso il Palazzo Civico. Naturalmente gli annunci erano di due tipi: quelli con il nome della defunta in neretto e di corpo più grande e quelli più piccoli che in certo modo si inserivano fra i primi. Se non ho sbagliato i conti la pagina contiene 103 necrologi, di cui 58 in neretto e gli altri 45 più piccoli in tondo. E qui si rileva ancora una volta, come dicevo prima, quel che accade spesso nelle pagine dei necrologi, e cioè la proiezione di uno o più ambienti sociali. L’ annuncio ufficiale della famiglia elencava puntualmente titolo e nome completo: “Marchesa Giovanna Incisa della Rocchetta Cattaneo” e in effetti diverse venature nobiliari si rinvengono negli annunci di persone più vicine alla famiglia. Ad esempio ci si imbatte in un gruppo di parenti de Fonseca Pimentel, che quindi discendono dalla famosa Eleonora. Come è noto essa, di nobile famiglia portoghese (poi romanizzata e successivamente trasferitasi a Napoli) fu poetessa e donna di ampia cultura. A conclusione della tragica esperienza della Repubblica napoletana venne impiccata nella Piazza del Mercato il 20 agosto 1799, proprio lei che era stata amica e collaboratrice della regina Maria Carolina d’ Austria, moglie di Ferdinando I.
Si trovano negli annunci anche Fabrizio e Viola Lanza Tomasi (implicitamente di Lampedusa) e, ancora, una Lorian Leonetti con il marito Franz von Fürstenberg, quasi a ribadire l’ antica nobiltà aleramica degli Incisa della Rocchetta. I quali nelle ultime generazioni si sono messi in luce come sagaci produttori di vino, sia nel Monferrato che in Toscana, a Bolgheri, dove relativamente di recente è fiorito il famoso Sassicaia.
Ma la maggioranza delle persone menzionate nei necrologi sono soprattutto esponenti di quella che si suole chiamare la società civile, dato che la defunta fu Animatrice e Presidente di molte benemerite istituzioni cittadine. Ad esempio la Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino o il Consiglio Regionale  o gli Animatori del “Castello di Rivoli” (il Presidente è Giovanni Minoli), la Fondazione Torino Musei, eccetera. Per non contare la Fiat, presente in qualche modo in 2 annunci: in uno John Elkan e Sergio Marchionne, l’uno Presidente e l’ altro Amministratore delegato, “partecipano con profonda commozione al lutto del Dottor Oddone” e nel secondo John e Lavinia Elkan “partecipano commossi al lutto a titolo personale” così come fa Marella Agnelli che ricorda la defunta “con immenso affetto”. Una gran voglia di distinguersi si ritrova nella elencazione dell’ identità della scomparsa. A volte è Marchesa Incisa della Rocchetta Cattaneo (come usava un tempo prima il nome del marito e poi quello ”da signorina”). A volte è citata senza titolo nobiliare, in qualche caso in maniera ancora più accorciata, come Dottoressa Giovanna Incisa Cattaneo sino ad una riduzione dei titoli che non può essere del tutto casuale. Ad esempio l’ Unione industriali e la Camera di Commercio si limitano ad una Giovanna Incisa Cattaneo se non addirittura, vedi necrologio della Aon S.p.A., ad una Giovanna Cattaneo tout court (ma qui curiosamente fra i partecipanti al lutto c’è un Olderico Faà di Bruno, appartenente ad una nobile famiglia alessandrina nota soprattutto per il Capitano di vascello Emilio Faà di Bruno, morto nella battaglia di Lissa, 1866, e decorato di medaglia d’oro). Ci sono anche casi estremi, come quello di Giorgio e Daniela La Malfa che ricordano la defunta “con grandissimo affetto per la sua lunga militanza repubblicana, il suo impegno politico - civile, la sua profonda e calda umanità”, ma la citano come Giovanna Cattaneo Incisa omettendo, forse per scrupolo antimonarchico il predicato “della Rocchetta”, che, se ricordo bene, in base alla Costituzione fa ormai parte integrante del cognome. Ci sono casi ancor più estremi come i condomini di Via Governolo 28, situato nell’ elegante Quartiere della Crocetta, che “partecipano al lutto della famiglia per la scomparsa della Signora Giovanna Cattaneo”, senza titoli e cognomi acquisiti, come fanno anche gli esponenti della Fondazione per l’Arte CRT che “piange (una) donna sensibile e capace” o il  neo-ministro Elsa Fornero che ricorda con commozione ed affetto “Giovanna Cattaneo”, ancora tout court.
Non vorrei che questa breve nota suonasse irrispettosa, o peggio offensiva, nei confronti di una donna che oramai ho imparato a conoscere ed a cui mi sono quasi affezionato. L’ho scritta solo per ribadire ancora una volta la nostra difficoltà di viventi nel rievocare la morte. Un avvenimento decisivo (che “si piange”, che “commuove”, eccetera) ma nei confronti della quale non sappiamo mai bene come comportarci. Ci fa una paura terribile ma al tempo stesso serve per adornarci di buoni sentimenti e per nascondere il nostro spavento dietro una sorta di ritualità burocratica, con delle conseguenze spesso quasi buffe. Si pensi alla figura delle Società per Azioni che “partecipano al lutto” e dei Consigli di Amministrazione che “sono vicini nel dolore”(è un tema, questo, su cui, se ricordo bene, tanti anni fa Giovanni Mosca scrisse alcune pagine scintillanti).
Che conclusione si può trarre da questo modeste righe che ho scritto? Forse soltanto questo: ancora una volta, direi, un essere umano si trova disarmato, impotente e rispettosamente atterrito, di fronte un mistero che inizia con la nostra nascita e che termina appunto con la nostra morte.

(Battute 7.983).