Blog - Crediti


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18 luglio 2011

TREMONTI CRITICO LETTERARIO

UN INATTESO RIFERIMENTO A DUE ROMANZI DI GEORGES SIMENON ALLIETA LA VITA POLITICA ITALIANA

Nel “Corriere della sera”di sabato 16 luglio ho trovato due citazioni riguardanti il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che mi hanno molto divertito ed interessato; entrambe inattese, anche se di peso diverso. La principale, ed anche la più sorprendente fra le due, è quella che riguarda una inaspettata confidenza letteraria del ministro. Così la rievoca Paola Di Caro: ”Ieri, mentre sorseggiava alla buvette un cappuccino con Gianfranco Fini, con freddo sorriso, ai cronisti che l’assediavano per avere un commento (uno qualunque, a scelta) sui problemi che assillano il governo e lui personalmente (….) Tremonti ha dato solo un consiglio: leggetevi Simenon. Tre camere a Manhattan, per esempio. O Il Presidente, è bellissimo……”Al “Corriere” hanno giudicato la battuta così straordinaria da collocare l’inizio del pezzo addirittura in prima pagina (poi “gira” a pagina 6, con a fianco un brano di chiarimenti letterari e diverse precisazioni storiografiche). Confesso che Tremonti mi è sempre stato simpatico, con quella sua ostentata e compiaciute pignoleria tributaria innestata su un secco, provinciale accento di Sondrio. Ma adesso che ha citato Simenon mi è diventato ancor più simpatico. Perché , tuttavia, quella citazione? In particolare, perché Tre camere a Manhattan ? Come è noto è un romanzo (Marcel Carné ne trasse un film nel 1965 con Annie Gerardot, Maurice Ronet, Geneviéve Page e Gabriele Ferzetti) in cui Simenon rievoca e trasfigura una furibonda storia d’amore personale con una franco-canadese, Denyse Ouimet, assunta come segretaria bilingue. Essa diventerà poi la seconda moglie di Simenon, legata a lui da un sofferto rapporto romanzesco. La conosce nel Quebec, prima tappa “fissa” del suo complicato girovagare nel nuovo mondo, iniziato nel 1945 e di fatto terminato 10 anni dopo. Per Denyse Simenon lascerà la prima moglie, Régine Renchon detta Tigy, di Liegi come lui, da cui avrà un figlio, Marc. Da Denyse – nel 1950, a Reno nel Nevada, nel giro di soli due giorni riuscirà a divorziare da Tigy ed a sposare la segretaria – avrà poi tre figli, Jean detto Johnny, Marie-Jo (tormentata ragazza che finirà suicida) e Pierre Nicholas Chrétien. Questo matrimonio, contrariamente al primo, finirà in modo tempestoso e Denyse scriverà, credo, due libri per attaccare l’ex-marito.

Come ho già scritto non ho capito bene il rinvio ai giornalisti del romanzo di Simenon, mentre invece è complessivamente meno oscura la citazione de “Il Presidente”. E’ un romanzo del 1958 in cui il talento di Simenon si esercita magistralmente nel disegnare la figura di un famoso uomo politico francese, che ha avuto un passato splendido e vive un presente di frustrazione e isolamento, rinchiuso nella sua villa di provincia ed accudito da una segretaria, da domestici e gendarmi, tutti apparentemente fedelissimi. Molti hanno voluto vedere nel protagonista una esplicita allusione alla figura di Georges Clemenceau (1841-1929) che fu per decenni uno degli uomini più importanti della politica francese ed europea. Vandeano ma non “chouan”, fu anticlericale e repubblicano. Dopo un soggiorno in America di 4 anni, intraprese decisamente una carriera politica che lo portò ad essere, nel 1870, l’anno della guerra contro i prussiani, sindaco di Montmartre e poi, via via, deputato, senatore, ministro dell’interno nel 1906 e due volte Presidente del Consiglio, dal 1906 al 1909 e, soprattutto, dal 1917 al 1920. Questo vecchio uomo di sinistra – si battè senza risparmio nella difesa di Dreyfus - divenne poi, spostato a destra, un simbolo dell’unità nazionale e della guerra vittoriosa, per cui fu soprannominato “Père- la- Victoire” con un modo di dire francese in cui esiste una sfumatura non traducibile in italiano. Temuto e rispettato per la durezza del carattere e la testardaggine nell’azione, fu sconfitto due volte, nel 1920, nella corsa alla presidenza della Repubblica (era stato accettato all’ “Academie Française nel 1918) dopodichè si ritirò dalla vita politica scrivendo anche due libri di memorie. Pur privo di potere la sua presenza simbolica rimase decisiva nella politica francese. Per cui interpretare il romanzo di Simenon come un’ allusione a Clemenceau non è sicuro ma è un’ipotesi difendibile. Nessuno discute i meriti del libro mentre meno celebrato è risultato il film che Henry Verneuil ne ha tratto nel 1960. Forse perché il regista (vero nome Achad Malakian, un armeno fuggito a Marsiglia con i genitori all’età di 4 anni) è sempre stato passato sotto silenzio e mal compreso dalla critica. In realtà era un uomo di talento, colpevole solo di aver realizzato molti film dal grande incasso. In particolare “Il Presidente” ci offre non solo una splendida interpretazione di Jean Gabin (Emile Beaufort) ma anche di Bernard Blier (Philippe Chalamont) nella parte di un suo ex-capo di gabinetto, divenuto importante uomo politico, a cui viene addirittura offerta la Presidenza del Consiglio. Beaufort, che ha nelle mani una lettera in cui Chalamont ammetteva le sue colpe in un affare losco, riesce ad impedirgli di accettarla. Il film – a fianco dei due protagonisti ci sono anche Louis Seigner, che è il Governatore della Banca di Francia, Renée Faure, segretaria e governante di Beaufort e Alfred Adam, il fedele autista – è delizioso a vedersi per chi ama la politica, spicciola e grande, ed il cinema francese degli anni ’50 e ’60. Con i suoi attori collaudatissimi e la presenza nella sceneggiatura di un dialoghista di grande talento come Michel Audiard. Perché Tremonti l’abbia consigliato rimane un piccolo mistero, ma non v’è dubbio che la struttura del racconto ed il livello della realizzazione (si veda e si ascolti il significativo discorso di Gabin all’Assemblea Nazionale) potrebbero riuscire utili a dei politologi in erba come i giornalisti parlamentari.

Devo aggiungere che in questa occasione Tremonti ci obbliga comunque a pensare. Nel suo intervento alla camera egli ha dichiarato: “siamo come sul Titanic, neanche la prima classe è al sicuro” (questo è il senso della frase anche se la formulazione stilistica mi sembra, per quel che mi ricordo, diversa). Dato che il mondo è pieno di osservatori esatti, anche se vagamente maniacali, ecco che nello stesso numero del 16 luglio del “Corriere della Sera”, in una delle lettere indirizzate a Sergio Romano, un lettore (arnaldo.alberti@katamail.com) fa rilevare che sul Titanic i passeggeri della prima classe si salvarono al 60%, quelli della seconda al 40%, e quelli della terza al 25% come l’equipaggio. Ho tenuto e tengo da decenni rubriche di corrispondenza con i lettori e so che non bisogna mai sottovalutare né la loro preparazione né il loro implacabile ma esatto gusto per le minuzie.

14 luglio 2011

A DOMANDA RISPONDE

RINGRAZIAMENTI A PIER E RISPOSTE SPECIFICHE

Ringrazio Pier Luigi Ronchetti per le parole affettuose, e saluto sua moglie che è all'origine di tutto il pezzo su "l'ispettore Barnaby". Per quel che riguarda gli altri post mi pare curiosa e significativa la testimonianza di Enrico, con precisazione finale sul "Theremin", che evoca i cortesissimi poliziotti inglesi. Mi riservo di rispondere al più presto ad "Anonimo" a proposito del "CSI". Sono anche io un fruitore abbastanza sistematico dei telefilm polizieschi americani, sin dal momento in cui comprai in America "Miami Vice", insieme a Fuscagni che dal canto suo aveva già comprato a suo tempo "Murder She Wrote", che in Italia si chiamò la "Signora in Giallo". Credo che una parte della grande tradizione poliziesca del cinema americano si sia da tempo parzialmente trasferita nella produzione televisiva. "CSI" ne è un esempio tipico, anche perchè il successo di questa serie iniziale, ambientata a Las Vegas, ha dato vita a due "Spin Off", quello di "Miami" e quello di "New York". Uno dei due ha avuto ed ha un successo ancora maggiore. Cercherò di approfondire il tema in una prossima occasione, avvertendo sin da adesso che tutte e tre le serie ,con un numero molto alto di interpreti, tendono a creare una certa confusione nella memoria dello spettatore, anche se i sistemi di analisi criminali conservano la loro fascinazione tecnica. Infine per quel che riguarda il problema del doppiaggio sollevato da "Anonimo (ms)" ho bisogno di spazio per una risposta approfondita. Si tenga conto del fatto che da 14 anni sono il direttore artistico del primo, e forse più importante, Festival Italiano appunto dedicato al doppiaggio ("Voci nell'Ombra"), e perciò mi sono molto occupato dell'argomento, dopo aver fatto larga esperienza in materia alla Rai. Chiarirò tutto nel mio prossimo intervento proprio su questo tema.

12 luglio 2011

MOVIOLA PERSONALE (ED ANCHE TELEVISIVA)

INCHIESTA MOLTO INGLESE SULLA FIGURA, LE MOTIVAZIONI E LE CARATTERISTICHE DELL'ISPETTORE BARNABY

Il mio amico Pierluigi Ronchetti - vecchio giornalista dalle molteplici esperienze: per lunghi anni è stato anche direttore di "Sorrisi e Canzoni"- ha risposto ad una mia lettera di argomento privato ed in fondo ha aggiunto un "post scriptum" che diceva letteralmente: "... Mia moglie adora l'ispettore Barnaby e io non capisco perché. Ma poi mi viene alla mente un verso di Gozzano: "...donna mistero senza fine bello!"
La moglie di Pier sarà senz'altro un bel mistero senza fine, ma in questo caso mi pare che non sia misteriosa per niente e che abbia ragione. Se è un argomento a favore faccio osservare che anche mia moglie guarda volentieri la serie, e credo che ci sia per questo una ragione fondata. Si tratta in effetti, fra quelle prodotte nell'ultimo quindicennio, di una delle migliori fiction poliziesche di origine inglese. Il suo successo è molto forte non solo in patria ma anche in moltissimi altri paesi dove è stata venduta: ad esempio in Canada, in Francia, in Israele, in Sud Africa, in Spagna, in Svezia, negli Stati Uniti e in molte nazioni dell America Latina. E interrompo qui un elenco ancora lunghissimo. Il che significa che la fascinazione in qualche modo avvertita dalle nostre mogli ha un ampio fondamento internazionale e rispecchia un moto assai diffuso dell'animo. di molti Quali possono esserne le ragioni? Innanzitutto il nitore tutto britannico della confezione e dell'ambientazione. Gli esterni sono infatti girati nelle contee inglesi del Berkshire, del Buckingamshire, dell'Hertfordshire, dell'Oxfordshire e del Surrey. In modo decisivo la serie campa proprio sull'impeccabile vocazione figurativa della campagna inglese: belle ville fra gli alberi, prati verdi in modo splendente, piccole case civettuole tenute con larga cura, strade solitarie ma curate sulle quali le automobili, che tengono rigorosamente la sinistra, scorrono veloci ma correttissime.
Al centro di tutte le vicende appunto l'ispettore Tom Barnaby (che è DCI, cioè Detective Chief Inspector) assistito dal sergente (DS, Detective Sergeant) Gavin Troy (l'attore Daniel Casey) mentre invece recitano Jane Wymark nei panni della moglie Joyce e Laura Howard in quelli della figlia Culley (200o-2009) . Barnaby è un funzionario di polizia all'interno di una di quelle complicate divisioni settoriali che in certo modo reggono tutta l'Inghilterra. Dove infatti la competenza dei diversi servizi è, in certo senso, "regionale" oppure di contea, rispecchiando le distinzioni secolari tipiche di una nazione storicamente concretata da molti secoli. Per l'esattezza il titolo originale "Midsomer Murders", cioè "Gli assassinii di Midsomer", rinvia all'immaginaria contea di Midsomer , creando confusione perchè in realtà esiste un paese che si chiama Midsomer Norton e che è situato nel Somerset. ma che non ha nulla a che vedere con la serie. A proposito delle polizie inglesi tutti conoscono "Scotland Yard" e molti europei ritengono che sia la polizia britannica in assoluto. Mentre è soltanto quella della Grande Londra che , dopo la riorganizzazione dell'aprile 2000, conta ormai 25.500 "ufficiali di polizia" e 10.000 funzionari civili , estendendo la sua competenza su 1600 Km2 e su 7,5 milioni di abitanti. Ma si tratta soltanto del cosidetto "Metropolitan Police Service" , ovvero "The Met", che ha la sede principale in un edificio di 20 piani a Westminster chiamato abitualmente "The Yard". Il resto dell'Inghilterra è appunto sezionato in polizie diverse ma correlate fra di loro, giusto quel che accade nella sezione di cui è a capo Barnaby. La serie è basata sui romanzi gialli di Caroline Graham e la maggior parte degli episodi è stata scritta da Anthony Horowitz, via via insieme ad altri sceneggiatori. Il protagonista , popolarissimo in Inghilterra quanto relativamente sconosciuto nel resto del mondo nonostante il suo radicato successo televisivo, si chiama John Nettles, nato in Cornovaglia l'11 ottobre 1943. E' sulla breccia da molti anni ma i suoi grandi successi sono stati appunto nel piccolo schermo. Barnaby è arrivato ormai alla tredicesima stagione (in Italia viene trasmesso da "La7" ma credo anche da Foxcrime nei satelliti Sky) ed è prevista una quattordicesima stagione (ricordo che in patria va in onda dal marzo del 1997). E dal 2009 il tabloid "Mirror" ha annunciato che Barnaby sarà affiancato dall' assistente Stevens (WPC, cioè Woman Police Constable) probabilmente in sostituzione del fedele sergente Troy. Come si vede da questi particolari non tutti gli ultimi anni di produzione sono già giunti in Italia. In quanto a John Nettles vorrei ricordare che il suo grande precedente successo televisivo è un' altra serie poliziesca, intitolata nell'originale "Bergerac" , che andò in onda in Inghilterra dal 1981 al 1991 e che per iniziativa di una mia funzionaria venne trasmessa da Rai Due, con il titolo da lei scelto, "L'asso della Manica". Palese allusione al fatto che l'azione si svolgeva, come indica il nome di origine francese del protagonista, nell'isola anglo-normanna di Jersey, vicina alle coste francesi ma territorio britannico. John Nettles aveva quindi 30 anni di meno quando iniziò la serie ed era molto più atletico, imponendosi come il più fortunato attore poliziesco della televisione britannica.
Credo che valga la pena di precisare un particolare , di cui non sapevo nulla e del quale ho ritrovato i dati in Internet. Per la colonna sonora della serie, composta da Jim Parker , è stato utilizzato uno strumento curioso e da me insospettato. Si tratta del "Theremin". Così chiamato dal nome di uno violoncellista russo che, nel 1919 lo aveva inventato quasi per caso eseguendo per l'esercito esperimenti con degli amplificatori a valvole. Egli si chiamava in realtà Lev Sergeevich Termen ma il nome venne francesizzaro in Lèon Theremin o Theremine,. Lavorando si accorse che a volte gli amplificatori producevano un fischio il quale cambiava frequenza se variavano le distanze delle mani dalle valvole. Egli lavorò sulla sua scoperta e costruì un vero e proprio strumento musicale inizialmente chiamato "Eterofono" ma che poi è stato conosciuto con il cognome dello scopritore. Secondo alcune fonti sarebbe stato usato in numerose colonne sonore di film, fra i quali " La moglie di Frankenstein" di James Whale (1935), " Io ti salverò" di Alfred Hitchcock (1945), "Ultimatum alla terra" di Robert Wise (1951) e "Qualcuno volò sul nido del Cuculo" di Milos Forman (1975) e successivamente da diversi musicisti Rock.
Questi alcuni dati essenziali sulla trasmissione. Quali sono i pregi e i difetti? Fra i primi senz'altro l'esattezza inglese della recitazione (secondo me gli attori britannici sono i migliori del mondo), il nitore dell'ambientazione già da me ricordato, la bellezza degli sfondi e l'esattezza, anche essa molto inglese, della sceneggiatura, in quella che è tutto sommato la patria di Conan Doyle e di Eric Ambler. I difetti sono quelli della serialità televisiva poliziesca di successo (si pensi alla "Signora in giallo"). E cioè l'ossessiva presenza di uno o più morti in ognuna delle puntate. Un paesino delizioso e le ville vicine sono ad ogni volta contraddistinte da almeno uno o più morti (un errore che Simenon probabilmente non avrebbe mai fatto in questa misura). Gli autori sono pertanto costretti a scandagliare continuamente famiglie aristocratiche e famiglie proletarie, tutte egualmente viziate da colpe profonde e nascoste. Probabilmente se la serie avesse avuto un carattere più agiatamente poliziesco e meno criminogeno ne avrebbe guadagnato in resa globale. Ma forse avrebbe scontentato milioni di spettatori...

11 luglio 2011

A DOMANDA RISPONDE

INFORMAZIONI LE PIU' AGGIORNATE POSSIBILI PER QUANTO RIGUARDA ARNALDO BAGNASCO

Rispondo volentieri ad "Anonimo" che mi chiede informazioni aggiornate su Arnaldo Bagnasco, che lui ha conosciuto come conduttore di "Mixer Cultura". Mi fa piacere farlo perché Arnaldo è una vecchia conoscenza, di cui ho seguito le diverse mutazioni come attore, sceneggiatore, programmista televisivo e, appunto, punto di riferimento di trasmissioni Tv (la domanda è originata dal fatto che nella sua intervista Giovanni Minoli cita "Mixer" fra gli infiniti titoli da lui inventati e lanciati nel piccolo schermo). Diciamo che Arnaldo Bagnasco è nato nel 1936 a Dernice, piccolo comune in provincia di Alessandria. In realtà si tratta di una delle tante località confinanti con la Liguria che da questa regione (si pensi a Novi Ligure) hanno tratto caratteristiche etno-linguistiche. Infatti Bagnasco è un cognome tipicamente legato alla nostra regione (se lei consulta in internet gens.labo.net vedrà che la zona di appartenenza è prevalentemente ligure con fitte intrusioni in Piemonte). Comunque Arnaldo si è svolto completamente a Genova iniziando una complessa carriera in cui, via via, ha indossato i panni scintillati delle diverse attività che ho sopra specificato.
Ha iniziato molto giovane come attore (credo che la prima recensione a lui dedicata sia stata la mia riguardante una interpretazione alla "Borsa di Arlecchino", piccolo teatro sperimentale reso celebre in Italia da Aldo "Dado" trionfo).Ha fatto parte della compagnia goliardica "Baistrocchi" (come Enzo Tortora e Paolo Villaggio), per il "Cut" genovese esordisce come protagonista nel "Caligola" di Camus. Dal 1962 al 1965 lavora nella compagnia dello Stabile di Genova ("Il Diavolo e il buon Dio" di Sartre, "Ciascuno a suo modo" di Pirandello, "Il processo di Savona" messo in scena da Paolo Giuranna). Dal 1966 al 1968 è regista stabile della compagnia di Tino Buazzelli. Qualche anno dopo entra in Rai come programmista- diventerà poi dirigente- collaborando poi a molti sceneggiati di successo dell'azienda, fra cui appunto "Mixer Cultura", "Aspettando...", "Tenera è la notte", "Palcoscenico", eccetera.
Da dirigente diventerà poi capo struttura di Rai Tre per la Liguria, e con la riforma che affidò alle sezioni regionali della Rai ampie competenze di produzione e programmazione (fui chiamato da Roma a comporre la giuria di Genova del concorso che l'azienda aveva indetto proprio per assumere nuovi programmisti per questa specifica necessità: al primo posto si classificò l'allora genovese Enrico Ghezzi). Come capo struttura Arnaldo lasciò una impronta importante nell' ultimo momento di autonomia di cui godettero le sedi regionali dell' azienda (mi ricordo che quando venivo da Roma mi faceva improvvisare dei soliloqui alla radio...). Andato in pensione Arnaldo fu il primo presidente della Fondazione del Palazzo Ducale di Genova, inaugurando una tradizione tuttora valida. Vale a dire che fu posto alla guida del nuovo Ente chiamato a prendere posto nell'antica e decaduta sede del Doge genovese, completamente rinnovata e riattata. Palazzo Ducale divenne perciò la maggior attrazione di piazza De Ferrari, che segna il centro della città. Ormai affermato come sede di importanti mostre d'arte, Palazzo Ducale è stato l'ultimo ma sicuramente non il meno importante dei molteplici risultati dell'esperienza artistica e professionale di Bagnasco. Proprio per rispondere compiutamente alla richiesta di "Anonimo" ho cercato Arnaldo sia al telefono di casa a Genova che a quello di campagna. Purtroppo non ho avuto risposte e non posso dare informazioni sullo stato attuale della sua salute. So che diverse volte, e in particolare due anni fa, ha attraversato difficili momenti, ma mi dicono i suoi amici che si è ripreso bene. Credo che siamo in molti a compiacercene. Divido con lui l'imbarazzante coesistenza con un anonimo, che credo sia un sociologo, e che viene spesso confuso con Arnaldo nelle informazioni in Google. E' quel che capita anche a me con il mio omonimo Claudio, giornalista e politico catanese vicino a Nichi Vendola, che a ribadire l'affinità formale è figlio di un giornalista, Giuseppe Fava, detto Pippo fondatore de "I Siciliani", ucciso, a quanto sembra, dalla mafia. Anche mio padre si chiamava Giuseppe Fava, detto Peppino, a ribadire una curiosa iterazione dell'omonimia. Per fortuna io ho la "G" che mi salva...!
Giustifica

8 luglio 2011

Per piacere intercettate! - Giovanni Minoli - Audio

PER PIACERE INTERCETTATE (ANCORA UNA VOLTA NE VALE LA PENA)
Comincio a mantenere le mie promesse. Dopo Tatti Sanguineti (seconda puntata), Bruno Gambarotta e Carla Signoris, ecco uno dei “colpi” che avevo anticipato. Rispondendo ampiamente, e vorrei dire affettuosamente, alle mie domande, Giovanni Minoli traccia un approfondito disegno di se stesso ma anche e soprattutto un ritratto di quarant’anni di attività alla Rai. Dove ha inventato decine di programmi di successo e dove è tuttora in onda su Rai Due e Rai Tre (alla sera ed al mattino) e sul canale tematico Rai Storia, in tutte le collocazioni, appunto con programmi storici ricchi di qualità. Con Giovanni siamo stati colleghi capistruttura a Rai Due, il che significa che siamo stati per molti anni importanti dirigenti di una azienda servita con orgogliosa fedeltà.
Mi auguro che quelli che ci lavorano adesso al momento di andare in pensione possano dire la stessa cosa.

7 luglio 2011

A DOMANDA RISPONDE

Ringrazio Puronanovergine (curioso pseudonimo) ed Enrico per i complimenti che mi inviano. Per quel che riguarda Pozzo e Garbutt mi par di ricordare che essi furono riluttanti protagonisti, di una avventura libertina della nazionale di calcio, credo a Marsiglia. Quando di fronte ai risultati poco entusiasmanti della prima partita, (l’Italia aveva battuto la Norvegia 2-1 ma la squadra scandinava era allora molto periferica e la vittoria striminzita risultava poco incoraggiante per una Nazionale che aveva vinto il Campionato nel 1934) i giocatori si ribellarono. Reduci dal severo clima di reclusione adottato da Pozzo nel ritiro de L’Alpino, inviarono ai superiori una specie di cellula sindacale. I componenti fecero presente che non ne potevano più del clima di astinenza a cui erano stati condannati. Un autorità federale ed anche politica (il generale Vaccaro che era appunto tenente generale della M.V.S.N.) prese in mano la situazione con criteri militareschi. Non so se si trovasse già a Marsiglia o se ci fosse andato apposta. Comunque credo che per una sera la Federazione italiana abbia noleggiato in esclusiva la migliore “maison de passe” della città (quella cui Brera allude con fiorita vocazione maupassantiana). Alla prima partita successiva i calciatori italiani, soddisfatti e rinvigoriti, vinsero in modo netto, per 3 a 1, una partita calcisticamente e politicamente molto importante contro la Francia.
Sono sicuro di aver letto questa storia fra il militaresco e il libertino, ma non ricordo più dove e quando, forse proprio nelle pagine di Gianni Brera. Spero che la memoria non mi inganni e mi sembra che l’arrivo di un generale (sia pure della Milizia) ribadisca in modo creativo la vocazione creativa da sottufficiale dell’Impero dell’ottimo Garbutt.
Per quel che riguarda il tifo degli italiani emigrati in Francia, credo giusto che vi siano state due reazioni. Una automaticamente patriottica e l’altra apertamente politica, proprio in funzione di un’ampia colonia nostrana, ove erano numerosi sia i lavoratori generici che, in minor misura, quelli apertamente fascisti (esisteva una specifica organizzazione dei Fasci italiani all’estero) e quelli esplicitamente antifascisti, in buona parte nati da una emigrazione forzata di fuoriusciti politici.
Mi pare invece strano che sia stato suonato l’Inno di Mameli, che solo nel 1946 è diventato, con la proclamazione della Repubblica, l’”hantem” ufficiale dell’Italia, sia pure formalmente proclamato in epoca recente. Sotto il fascismo venivano normalmente suonati due inni. Quello nazionale in senso stretto, e cioè la “Marcia Reale”, e quello che ufficiosamente il fascismo aveva fatto diventare una sorta di inno parallelo e chiaramente di parte, e cioè “Giovinezza”. Mi sembra pertanto poco probabile che il Protocollo francese, ammesso che abbia fatto eseguire sia la “Marcia Reale” che “Giovinezza”, ne abbia anche aggiunto un terzo. E vero che i francesi in genere ci considerano un popolo a forte vocazione musicale (“Le pays du Belcanto”) ma questo mi sembrerebbe troppo…

1 luglio 2011

Per piacere, intercettate! - Carla Signoris - Audio


Per sommi capi, ma con grande affetto, la vita professionale di un'attrice di talento.
Sto preparando un colpetto telefonico che mi auguro piaccia ai frequentatori del blog. Ma anche questo di oggi, che Lorenzo Doretti ha estratto dalle viscere del microfono e reso udibile, mi sembra niente male. Carla Signoris, che con me è sempre gentilissima e affettuosa, si è sottoposta ad una lunga inchiesta microfonica (credo quasi 50 minuti) nella quale l’ho indotta a rievocare i temi principali della sua carriera d’attrice. Un’attrice di cui il cinema italiano credo cominci tardivamente a rendersi conto. Ascoltatela, ne vale la pena. E, per piacere, non dite: “Ah, si. E’ la moglie di Crozza” perché, con tutta la simpatia per Maurizio, Carla è soprattutto Carla e va elogiata come tale. E il mio non è soltanto un complimento fra genovesi.

28 giugno 2011

INIEZIONI DI CALCIO PER PATERNOSTRO

L’amico Mario Paternostro, direttore di "Primo Canale", mi ha chiesto per una sua nuova rivista di cultura e cultura “I quaderni genovesi” edita dalla Fondazione De Ferrari (il primo numero uscirà nel prossimo ottobre) un articolo sul calcio, che dovrebbe essere il primo di una serie e che io ho appunto intitolato “ Iniezioni di calcio 1”. L’unica condizione che io gli ho posto è che Mario indichi nella rivista l’origine dell’articolo e precisi quindi i dati sul Blog. L'unica condizione che lui mi ha posto è che io, pubblicandolo nel Blog, faccia riferimento alla sua nuova rivista di imminente pubblicazione. Avveratesi entrambe le condizioni ecco qui di seguito il brano.
...Mi ricordo che da ragazzo mi ero lasciato scappare una battuta che adesso, nel clima di celebrazione continua che c’è e ci sarà in tutto il 2011, può sembrare più polemica di quanto in realtà non fosse. La battuta è questa: “L’unità d’Italia venne fatta soprattutto per poter disputare un campionato a girone unico, senza play-off fra il Regno di Sardegna, il Regno delle Due Sicilie, gli Stati della Chiesa, e via elencando”. Come accade con tante battute anche qui c’è un fondo di verità. Probabilmente la conservazione dei vecchi Stati prerisorgimentali sarebbe piaciuta di più a Cavour ed avrebbe conservato un fondo di saggezza. Ma le complicazioni per organizzare i campionati e le finali sarebbero stati un vero incubo per la Lega (intendo la Lega Calcio e non la Lega Nord).
Sono considerazioni meno paradossali di quanto non sembri. E’ profondamente vero che, ben prima della Televisione, del maestro Manzi e di Mike Buongiorno, il calcio ha contribuito in modo decisivo a dare vita ad una nazione nuova, costruita sulla base delle antiche, fortissime unità statuali a carattere, come dire, “dialettale”. Già nel nome rappresentò un collante unitario. “Calcio” e non più “Football”, frutto di una progressiva unificazione linguistica che, soprattutto nel Ventennio(il Fascismo detestava i dialetti e la lingua inglese ma adorava l’ italiano di Starace) fece sostituire le parole “back” con “terzino”, “half” con “mediano, “forward” con “attaccante”, “goalkeeper” con “ portiere”, “referee” con “arbitro”,“kick-off” con “punizione”e, ancor più, “football” con “calcio”. Via via rivoluzionando l’approssimativo ma volenteroso dizionario anglo-italiano dei tifosi dell’epoca. Forse le ultime parole rimaste, fra tante tramontate, sono “corner” - ancor viva, probabilmente perché breve e aggressiva, pur dopo l’arrivo ufficiale di “calcio d’angolo” - e “cross” che non è stato scalzata dal pedantesco “traversone” ed ha addirittura originato il verbo anglo-italiano “crossare”). In compenso va ricordato che le parole “tifo, tifoso e tifosi” sono, nella nostra lingua, un apporto patriottico ma doverosamente curativo alla traduzione nostrana di “supporter”, n tempo usato, o comunque compreso, in quasi tutti i paesi del mondo. Ovviamente, ogni paese a modo suo. Ad esempio nell’immenso universo ispanico del calcio esiste in particolare la parola “hincha” per tifoso e “hinchada” per tifoseria. Curiosamente “inchado” vuol dir gonfio (che ci sia, anche qui, una allusione sanitaria ?). Ed è evidente il processo di religioso assorbimento del calcio nella lingua italiana di tutti i giorni, visto che il significato precipuo della parola originaria e dei suoi derivati, è stato praticamente cancellato. In effetti, in un primo tempo, “tifo” e “tifoso” erano usati con palese intenzione o ironica o deprecativa. Per indicare dei malati tutti particolari ma indubbiamente affetti da un grave disturbo della salute che li spingeva ad assieparsi urlando intorno ai prati dove correvano, inseguendo un pallone, ventidue signori in mutande. Oppure a riunirsi, come cospiratori, in misteriosi capannelli, sussurrando febbrilmente parole negli angoli dei portici cittadini. Ora sono parole accettate, nella prevalente intonazione calcistica e comunque sportiva, anche dai grandi vocabolari.
Questa non è che una minima parte di quel che si potrebbe scrivere sulla intrusione del calcio nella lingua italiana e sul contributo che esso ed essa hanno dato all’unità d’Italia.
Volendo lo si può fare. E lo farò
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In effetti uno dei misteri, anche linguistici, del calcio italiano, è l’uso della parola “Mister”. Ormai universalmente adottata dai calciatori dei nostri Campionati, anche minori, per indicare, con una terminologia servilmente semi-anglo-africana, il loro rispettivo allenatore. Evidentemente è un abitudine che si è radicata da noi con l’arrivo dei primi allenatori inglesi. I quali erano inglesi per la stessa ragione per cui erano inglesi i primi giocatori. In realtà, per quel naturale moto nazionalistico che avvolge gli sport molto popolari, da noi si tende a dimenticarlo ma furono dei cittadini britannici, in buona parte credo piccolo e medio borghesi, espatriati non per turismo ma per motivi di lavoro (venivano appunto a lavorare in Italia per conto di ditte esclusivamente o prevalentemente originate in Gran Bretagna, e l’Italia era molto spesso Genova e, in particolare, il porto di Genova) i quali si riunirono fra di loro per giocare uno sport ormai popolare in patria ma totalmente ignorato nella maggior parte dell’Europa continentale. Gli inglesi che nel 1893 fondarono quello che è oggi il “Genoa Cricket and Football Club” ebbero, come tanti britannici, un naturale riflesso casalingo. Adottarono i nomi inglesi come avevano adottato motivi musicali inglesi da cantare negli incontri formali. Il professor Massa, minuzioso ricercatore della storia genoana, ha trovato un ritaglio di giornale dei primi del ‘900 in cui si diceva che, al termine di una partita – non so neppure se del “Genoa” o di altra squadra settentrionale - i giocatori avevano “intonato gli inni della patria”. Che naturalmente, cominciavano, secondo gli anni, con il “God Save the Queen” o il “God Save the King”, perché in campo, da una parte e dall’altra, erano in maggioranza sudditi britannici e la patria era la Gran Bretagna.
Non so se sia una leggenda metropolitana genoana, o la verità storica, ma sembra che l’uso della parola “mister” risalga alla presenza in Italia di un favoloso personaggio che si chiamava William Thomas Garbutt, nato il 9 gennaio 1883 ad Hazel Grove, sobborgo di Stockport sito ad una decina di chilometri da Manchester, e morto il 24 febbraio 1964 a Warwick, nel Warwickshire, a meno di 20 chilometri da Coventry. Da giovane si era arruolato nelle forze armate britanniche – credo sia arrivato al grado di sergente, cominciando a giocare al “football”nelle file degli artiglieri dell’ esercito – e iniziò poi una carriera di calciatore, che lo portò dal 1903 al 1912, come ala destra, nelle file del “Reading”, dell’ “Arsenal” del “Blackburn” e poi ancora dell’ “Arsenal”. Quando in seguito ad un infortunio smise di giocare, arrivò a Genova, non per il “football”, si badi, ma per ragioni di lavoro. Era un tempo favoloso (è passato giusto un secolo) in cui, come ho ricordato prima, si veniva in massa a Genova per cercare, e trovare, lavoro (prevalentemente in porto). Sembra uno scherzo ma è vero.
Torniamo a Garbutt. Giunto a Genova per lavorare entrò rapidamente in contatto con il “Genoa”, dove i rapporti con gli inglesi erano ovviamente ancora abbastanza intensi, e in virtù del suo decoroso passato di calciatore venne arruolato come allenatore. Probabilmente era anch’essa una funzione recente, si presume priva di quell’ossessionante sapore sciamanico che ora la circonda. E’ ragionevole presumere egli non sia stato estraneo all’invito, fatto nel 1913, alla sua prima squadra inglese, il “Reading”, a compiere una tournée in Italia che poi si rivelò trionfale. Il “Reading” battè le migliori squadre italiane del tempo (la Pro Vercelli,il Milan, lo stesso Genoa, la Nazionale italiana e perse soltanto con un altro squadrone d’epoca, e cioè il Casale).In quel periodo iniziale Garbutt rimase al Genoa durante 17 anni decisivi, salvo ovviamente gli anni della prima guerra mondiale (per noi 1915-1918) quando i campionati vennero sospesi e durante il quale credo che egli sia tornato in Inghilterra per ritrovare la divisa. In quello scorcio di secolo divenne il “Mister” per antonomasia, probabilmente proprio aiutato dalla sua esperienza come sottufficiale in un esercito dove i sottufficiali avevano un peso ed una autorità simili a quelle prussiane. Si dice che il suo nome fosse stato suggerito da Vittorio Pozzo (1886-1968), torinese di famiglia biellese, dirigente della Pirelli, grande appassionato di “football” – nel 1905/1906 aveva anche giocato nel “Grasshoppers”di Zurigo – destinato a diventare una decisiva presenza nel calcio italiano. A questo ultimo titolo Pozzo divenne per tre volte unico commissario tecnico della Nazionale (si badi, senza stipendio in funzione di una sua esplicita richiesta in questo senso). Alla terza nomina Pozzo inaugurò una stagione trionfale rimanendo in carica dal 1929 sino al 1948 e vincendo i due consecutivi campionati del mondo del 1934 e del 1938 (allora si chiamava, e si chiamò ancora per anni, Coppa Rimet). Rimase quindi in carica fino allo stesso anno in cui terminò la carriera di Garbutt nel Genoa! Il clamoroso cammino di Pozzo –gettò le basi di una conduzione tuttora viva ai giorni nostri: non a caso è l’inventore dei “ritiri”- divenne un veicolo per il suo sincero patriottismo da tenente degli Alpini nella prima guerra mondiale. Nessuna ostentazione “jingoista”in lui, si badi. Pozzo, abituato a viaggiare per l’Europa, era molto più internazionale di quanto usasse allora e di quanto si supponga oggi. Aveva imparato a parlare diverse lingue straniere e credo che l’inglese fosse divenuto il suo secondo idioma. Ma parallelamente alla sua onesta e celebrativa felicità vittoriosa si schierò anche la rumorosa propaganda fascista dell’epoca, che peraltro riusciva molto gradita a buona parte del pubblico italiano (si veda, in un cinegiornale Luce, la naturalezza integrata, al tempo stesso automatica e remissiva, con cui Meazza e i suoi famosi compagni di squadra facevano il saluto romano prima di ritirare la coppa e le medaglie). In un qualche modo Pozzo divenne, credo, il mallevadore di Garbutt. Se non sbaglio se lo portò in Francia proprio come secondo durante quel celebre campionato. E Garbutt, il quale era rimasto nel fondo un rigido sergente vittoriano, credo che a Marsiglia arrivasse a dormire mettendo il letto di traverso davanti alla porta, nell’appartamento dove alloggiavano i calciatori italiani (si temeva che i più intraprendenti fuggissero alla notte per dedicarsi a piaceri illeciti).
Insomma egli divenne il prototipo del “Mister” calcistico dell’epoca, ribadendo la decisiva presenza degli inglesi al comando delle squadre italiane, da cui ci siamo liberati solo da una quindicina di anni (in un mondo completamente cambiato se mai sono gli inglesi ad adottare,oltre che giocatori di ogni nazione e d’ogni colore, costosi allenatori italiani). Ma qui converrebbe fare una riflessione a parte sul tramonto definitivo del “fardello dell’uomo bianco” sia nel calcio che altrove, e la consacrazione di Londra non più capitale di un impero ma capitale dei gusti del viver bene. E’ un tema su cui sarebbe bello ritornare.
A Genova Garbutt, come si è detto con l’interruzione della guerra, restò per oltre 15 anni, dalla stagione 1912-1913 a quella 1926-1927. Fu il quindicennio in cui il Genoa vinse i suoi ultimi scudetti, sino a quello del 1924. La presenza del magico William, detto ovviamente “Willy, segnò tutto un momento della storia del calcio italiano. Ad esempio, se non erro per iniziativa di Geo Davidson, l’inizio del professionismo dei calciatori, attraverso la corresponsione di un prezzo per l’acquisto e poi anche, credo di uno stipendio mensile. In un calcio, che non prevedeva ancora l’arrivo sistematico delle scommesse, fecero scalpore gli acquisti di Renzo De Vecchi (detto “Il figlio di Dio” nella retorica parasalgariana dell’epoca) proveniente dal Milan, e di Attilio Fresia, entrambi per 400 lire, oltreché di Aristodemo Santamaria (“O Santamaia”) e di Enrico Sardi (per 1600 lire ciascuno) addirittura dall’ Andrea Doria. Le accuse furono violente contro la società e i giocatori coinvolti dovettero addirittura affrontare delle squalifiche. Comunque ormai Garbutt, che il Genoa aveva reso noto, era il “Mister” per antonomasia, inaugurando una moda, verbale e scritta che dura tuttora. Poi cominciò a girare l’Italia. Nel 1927 andò alla Roma appena creata. Non so perché si tende a dimenticare che è una squadra nata addirittura nel sesto anno del Gabinetto Mussolini e ad opera di due esponenti del Regime. Infatti la Roma, frutto della fusione di alcune formazioni locali (fra cui sicuramente “L’Alba audace” presieduta dall’on. Ulisse Igliori, membro del Direttorio Nazionale del P.N.F, il “Roman” e la “Fortitudo Pro Roma”) era stata appena fondata, secondo alcune fonti il 7 giugno e secondo altre il 22 luglio, sempre, come si è detto, del 1927. La fusione fu opera di appunto di Ulisse Igliori e di un altro gerarca fascista, Italo Foschi, segretario della Federazione romana del Partito, membro del CONI e dirigente della “Fortitudo Pro Roma”. Dal canto suo Igliori, fiorentino, era un personaggio romanzesco, medaglia d’oro al valor militare nella prima guerra mondiale (aveva perso il braccio sinistro), capo, dicono spietato, dello squadrismo romano insieme a Giuseppe Bottai, sempre importante durante il fascismo ed anche fortunato imprenditore edile e produttore cinematografico. Nel primo anno Foschi fu anche il primo presidente della nuova Società e Igliori, credo, amministratore delegato. E naturalmente Garbutt ne fu, per due anni, il primo allenatore. Probabilmente il suo passato nel Genoa rappresentava agli occhi dei romani una sorta di passaporto diplomatico in un calcio dominato tradizionalmente dalle squadre del Nord, ove il campionato a girone unico con 18 squadre (si veda la mia discussa arguzia iniziale) venne introdotto solo nel 1929. In quell’anno egli passò al Napoli e vi rimase ben sei anni. Poi, alla vigilia della guerra civile, andò addirittura in Spagna, in quella che è storicamente la più antica squadra ispanica, e cioè l’Athletic Bilbao, che risale al 1898 e non a caso ha un nome inglese come il Genoa (infatti è “Athletic” e non “Atletico” come diverse altre squadre spagnole). Nel 1937 (in Spagna c’era la guerra civile) Garbutt tornò ovviamente in Italia, passò brevemente al Milan e poi riapprodò fatalmente al Genoa, sino al 1940, anno della guerra sciagurata. Egli la visse in Inghilterra ma già nel 1946 tornò a Genova e dal 1946-1948 ridivenne l’allenatore della squadra rosso-blu. Poi, come ho scritto prima, si ritirò e venne lentamente ma non totalmente dimenticato dai tifosi.
Debbo dire che io l’ho visto. E non soltanto da lontano ai bordi del campo. Facevo ancora il Liceo o il primo anno di Università, non ricordo, quando un pomeriggio andai ad un allenamento del Genoa al “Ferraris” (all’epoca tutto accadeva lì, non c’erano altre sedi oltre il campo di Marassi, si entrava liberamente, o forse si pagava una minima quota, in una atmosfera fra l’affettuoso e il famigliare che era quello del calcio di allora; alla fine i giocatori uscivano da un’apertura della rete e se ne andavano quietamente negli spogliatoi fra due file taciturne ed educate di spettatori). In quella occasione egli girò instancabilmente il campo per tutto l’incontro fumando la pipa, un’immagine vera che ora sembra falsa, quasi fosse una approssimativa ricostruzione cinematografica di un momento passato del calcio. Ad un certo momento vidi, quasi commosso, Garbutt in funzione. Durante una partita di allenamento fra i titolari e le riserve, un giovane calciatore – probabilmente non era un titolare,si chiamava Vitali, me lo ricordo ancora, giocava ala destra ed aveva i capelli lucidi di gomina - si era accentrato seguendo un’azione. Allora il tourbillon di oggi non esisteva. Continuando a rimestare nella pipa e senza alzare gli occhi Garbutt disse forte: “a posto, quell’ala!” in un italiano correttissimo e vigoroso, proprio con la voce nitidamente secca di un sergente maggiore. Vitali, pur distante, obbedì di scatto, come un cavallo spronato.
Io fui contentissimo – ero solo - di aver visto e sentito, da adolescente devoto, un momento minimo ma rivelatore del mondo del calcio. Soltanto molto tempo dopo capii che quell’uomo era l’ultimo sottufficiale immortalato da un racconto di Kipling.
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Una immagine ben più recente del calcio, a suo modo goffamente aggiornata ai tempi, è quella che ci viene proposta da Sky nelle sue onnivore telecronache del campionato di serie A. Fastidiosissime foneticamente per via delle grida innaturali a cui si abbandonano i commentatori, desiderosi, ma per fortuna incapaci, di eguagliare le micidiali urla tarzaniane dei telecronisti sudamericani. In compenso le riprese sono tecnicamente precise ma da qualche tempo vengono precedute da un imbarazzante preludio. Vale a dire , in prima battuta, da una serie di incerti colpi d’ occhio all’interno degli spogliatoi delle due squadre, che danno l’impressione di ampi locali adibiti alla riunione di igienici condannati a morte in una camera a gas. Privi dei vestiti i giocatori indossano già i casti e imbarazzanti mutandoni usati nel calcio odierno e si concentrano cupamente nel compito, peraltro decisivo tenuto conto della fallosità media del gioco italiano, di cingersi le caviglie e i piedi con metri di cerotti adesivi che si spalmano sul corpo con indubbia maestria, come se nella vita non avessero imparato a fare altro (ipotesi del resto probabile). I volti, a modo loro autorevoli e tuttavia primordiali, tradiscono in genere una cupa concentrazione. E’ vero, qualcuno sorride o fa cenni di saluto verso la camere, ma anche in questo caso tutti gli altri restano taciturni, posseduti da un silenzio senza apparenti speranze. Si ha la sensazione che desiderino di finirla al più presto con questa goffa esibizione corporale – serve soprattutto a mettere in mostra i terrorizzanti tatuaggi con cui sono doverosamente istoriati i calciatori odierni - e chiedano soltanto di poter scendere in campo al più presto, si suppone nella più onesta delle ipotesi, per poter riscuotere senza indugi il premio partita. E qui c’è la seconda battuta: i giocatori vengono allineati in un corridoio illuminato da gelide luci ospedaliere, in piedi vicini ai muri, ogni squadra da un lato. Essi si guardano in faccia senza parlare. Poi ogni tanto accade una cosa curiosa. Qualcuno da un lato della fila subitamente riconosce chi gli sta di fronte e lo saluta con un entusiasmo forse comprensibile in un gruppo di scampati ad un disastro ferroviario ma incongruo in persone che si incontrano puntualmente almeno due volte all’anno e vivono all’interno di una consorteria ristretta e ottusamente privilegiata. Molti subitamente si abbracciano, con una sorta di entusiasmo infantile da cui si riscuotono poi con imbarazzato silenzio. Danno la sensazione di accogliere come una liberazione la possibilità di sciamare sul campo e di sciogliersi le gambe. Ormai da una certo tempo è invalsa l’abitudine di mettere al fianco dei giocatori, bambini e bambine, spesso molti piccoli, vestiti con la riproduzione esatta delle divise dell’una e dell’altra squadra. Tutti sono palesemente divisi fra una vaga paura ed una profonda gioia che si porteranno dietro vita natural durante. I giocatori qualche volta li coccolano, altre volte se li tirano dietro come valigette ingombranti in un aeroporto. Poi finalmente la partita inizia. I giocatori li ritroveremo alla fine intervistati da pieghevoli giornalisti, al tempo stesso ossequiosi e malignetti. Basta vederli in faccia, gli uni e gli altri, per indovinare il tenore delle domande e delle risposte. Gli intervistatori dominati dalla furia parossistica di formular quesiti e di suggerire già le conclusioni.. Gli intervistati dominati da un roccioso vocabolario valido per tutti gli usi ma sorretto da una tenue sintassi.
Riusciamo ad immaginarli anche senza vederli, tanto siamo italiani…….
Claudio G. Fava
(Battute 20.482)

15 giugno 2011

A DOMANDA RISPONDE

MISSIVE RIGUARDANTI GAMBAROTTA E SANGUINETI

Ringrazio il primo anonimo per i complimenti indirizzati alla rubrica. Ringrazio anche Enrico per i suoi complimenti e per quel che riguarda gli interrogativi che lui pone ho interpellato Sanguineti il quale ha dichiarato quanto segue. Memmo Dittongo non sa chi sia ma Dino Pasquadibisceglie lo ha conosciuto ed era il primo fonico del "clan". In quanto all'ipotesi che al giovanissimo Walter Chiari sia stata prescritta cocaina farmaceutica come cura delle balbuzie, Tatti lo ha categoricamente escluso ma ha trovato l'idea tanto divertente che l'inserirà in un libro che sta scrivendo. Mi ha assicurato che sa benissimo chi sono le tre persone colpevoli di aver iniziato Walter alla droga. Non c'è un medico ma in compenso c'è una famosa soubrette e, addirittura un parente. Francamente non mi sembrava opportuno infierire su Gambarotta girandogli la Domanda Rituale su Ciprì e Maresco. Ricordo che sui due cineasti siciliani Giuseppe D'Amico ha inviato un post che segnalo a quanti volessero intervenire sul tema. Per tornare a Gambarotta sono comunque lieto che l'"Understatement" piemontese di Bruno sia filtrato anche attraverso il microfono. Infine ringrazio il secondo anonimo per l'esplicito richiamo a Oreste de Fornari. Egli è già prenotato e aspetta che, in funzione dei molti obblighi professionali di Doretti, gli fissi il giorno della telefonata. In ogni caso dal post ho appreso che Oreste ha ampliato la prima edizione di "Teleromanza" e che ha pubblicato un libro sui "classici americani" (credo sia una raccolta di articoli pubblicati su "Dirigido por", rivista barcellonese di cinema che sento sempre menzionare da Aldo Viganò e che mi ha incuriosito perchè il titolo è in catalano ma la pubblicazione è redatta in castigliano). Ho provveduto a richiederlo all'amico Scapolla, editore de Le Mani, il quale mi ha promesso di farmi avere il libro al più presto.

10 giugno 2011

Per piacere, intercettate! -Bruno Gambarotta - Audio


La lunga vita intensa di Bruno Gambarotta, che non è solo il complice di Celentano...
Dopo l’atteso exploit di Tatti Sanguineti, ecco quasi 40 minuti di telefonata con Bruno Gambarotta. Come potrete ascoltare dalla sua voce, nato ad Asti, cresciuto a Torino, entrato in RAI come cameraman ma divenuto poi un importante funzionario alle spalle di molte fiction di successo, Bruno è anche romanziere (giallista e non giallista), attore in cinema e in TV, da decenni apprezzato collaboratore della”Stampa”, intellettuale che nasconde di esserlo, esperto gastronomo, intenditore e commentatore della radio, ”inventore” di Luciana Litizzetto e mille altre cose ancora…Circa 35 anni fa abbiamo condiviso alla Rai di viale Mazzini a Roma la stessa stanza di ufficio. Sono lieto adesso di aver potuto, via microfono, restituirgli, in piccola parte, le amichevoli cortesie di cui allora egli fu prodigo con me.

3 giugno 2011

A DOMANDA RISPONDE

4 RISPOSTE ALLE MAIL SU TATTI SANGUINETI
Ringrazio i quattro corrispondenti che hanno inviato quattro post, tutti molto positivi e utili. Io cerco di rispondere a tutti quelli che scrivono, ma naturalmente ricevere posta specifica fa molto piacere, soprattutto se si tratta di elogi! Per una curiosa coincidenza io ho avuto per diversi decenni rubriche di corrispondenza con i lettori su pubblicazioni e giornali assai diversi tra loro (la più recente, tuttora in corso dopo diversi anni, è sulla rivista FILM D.O.C con il titolo, ispirato ad un ovvio gioco di parole, de "La posta di D.O.C Holliday"). Sono pertanto abituato ad un raporto bilaterale con i lettori che, ripeto, dura da moltissimo tempo.
Venendo in particolare ai post ricevuti a proposito dell'ultima telefonata, rispondo nell'ordine:
1) A Damiano Debiasi: concordo pienamente sulla genialità di Tatti, che è un vecchio amico. Per quello che riguarda la gentile offerta di Debiasi di "installarmi" nel suo canale collocato in Youtube, innanzitutto lo ringrazio del pensiero. Ne parlerò al più presto con Lorenzo Doretti e gli invierò una risposta entro la prossima settimana.
2-3) Grazie al primo Anonimo e per quel che riguarda il secondo Anonimo ho molto apprezzatto l'allusione al "domatore sornione" ed al "leone spettinato". Quella poi alle mie "vibrisse" è un invenzione antropo-animalesca di cui mi compiaccio.
4) Infine a Davide Barranca dico che in futuro ci sarà senz' altro un'altra telefonata a Tatti (che è un deposito imperdibile di aneddoti su almeno quarant'anni di cinefilia militante). Grazie per i complimenti che riguardano le telefonate: se esse esistono è, ancora una volta, merito di Lorenzo Doretti che ha inventato il Blog e che di fatto lo tiene in piedi.
Approfitto per rispondere al Post pubblicato il 2 maggio 2011 alle 2:10 am, che all'inizio dice "anonimo" ma reca la firma "Damiano". La missiva riguardava Jean- Marie Straub e sua moglie Daniéle Huillet, e i loro commenti a proposito di "Orizzonti di Gloria" di Stanley Kubrick. Le dirò subito che delle osservazioni della coppia Straub - Hulliet sono portato, a differenza di buona parte della critica italiana, a non tenere assolutamente conto. A suo tempo controllai alla Rai insieme a lui la sottotitolazione italiana di quello che resta forse, a mio parere, il miglior film di Straub, e cioè "Cronache di Anna Magdalena Bach" (1967). Dal primo all'ultimo momento Straub, che presumibilmente vedeva in me un'incarnazione del potere capitalistico e reazionario tipico dell'azienda televisiva, fu praticamente indisponente. Pur avendo allora una conoscenza relativamente limitata della lingua italiana egli contestò sistematicamente pressochè ogni mia osservazione. Mi ricordo di aver dovuto quasi alzare la voce per fargli accettare la didascalia "Capo della Polizia" per la battuta originale in tedesco "Polizei President", che lui voleva ad ogni costo venisse sottotitolato come "Presidente della Polizia". E io dovetti perdere un sacco di tempo per dimostrargli che la frase era totalmente priva di significato nella nostra lingua.
E' un particolare tipico del suo atteggiamento verso il mondo. Non credo sia una persona cattiva ma mi risultò di difficilissima frequentazione. Essendo lorenese mi parlò a lungo del trauma subito nell'autunno del '40, quando, tornato a scuola, apprese che l'insegnamento sarebbe stato non più in francese ma in tedesco. Lingua di cui lui, malgrado il nome dal suono germanico, tipico di molti abitanti della Lorena, ed anche dell'Alsazia, non sapeva una parola. Come è noto fu questa la conseguenza di un colpo di forza dei tedeschi che violarono le clausole dell'armistizio con la Francia, stipulato da pochi mesi, annettendo di fatto le due regioni a due "Gau" germanici confinanti. Come è noto la Lorena e l'Alsazia, nel fondo tedesche di cultura ma francesi oramai da secoli, furono strappate alla Francia nel 1871 dopo la sconfitta di Napoleone III, rimasero tedesche fino al 1918, alla fine di quell'anno vennero riprese dalla Francia e, come ho scritto prima, di nuovo "tedeschizzate" dal 1940 sino quasi alla fine della guerra.
In quanto alla moglie è ancora meno simpatica. Il giudizio di Straub sul film di Kubrick è, a dir poco, oltraggioso, e quello della Huillet è, per quel che ne colgo, letteralmente incomprensibile. E' difficile che io possa dire più di questo.

30 maggio 2011

Per piacere, intercettate! - Il ritorno di Tatti - audio


Sto ricominciando le telefonate che molti attendono e che alcuni corrispondenti mi hanno anche sollecitato. La prima, che udirete qui di seguito, è ovviamente quella di Tatti Sanguineti che nella precedente occasione aveva destato curiosità e attese, accennando al suo documentario su Andreotti. Ora Tatti parla a lungo di questo argomento, e di molti altri che mi sembrano ampliamente interessanti. Sono rimasto colpito, controllando il Blog, nel vedere che la prima telefonata di Sanguineti risale addirittura al 22 Giugno 2009. E’ vero che ad una certa età non si ha più la sensazione del passaggio del tempo e che avvenimenti di molti anni prima sembrano accaduti da pochi mesi. Mi auguro che tutti i lettori abbiano invece una memoria di ferro. Buon ascolto

17 maggio 2011

A DOMANDA RISPONDE

Carissimo Sig. Fava,

ringraziandola sempre per i contenuti che pubblica sul blog (sono in curiosa attesa delle prossime telefonate!) le vorrei gentilmente chiedere un commento sui cortometraggi di Ciprì e Maresco che sono andati in onda nei primi anni 90 ospitati, se non ricordo male, da Blob. Ovvero "Cinico TV", sul quale la Cineteca di Bologna - Il Cinema Ritrovato ha prodotto il primo di due cofanetti monografici pare molto ricchi, che ho intenzione di acquistare.

Ai tempi, li ho seguiti distrattamente e con un atteggiamento un po' scanzonato (per quanto "orridi", l'aspetto comico è evidente - questione sulla quale mia moglie, diciamo così, dissente in modo vivace), mentre oggi riguardandoli su YouTube intuisco che ci fosse molto altro dietro. Dei due lungometraggi ho visto solo il primo, direi, ma ricordo poco. Se mai fosse a corto di argomenti (dubito!) sarebbe per me cosa graditissima leggere la sua opinione sul lavoro di Ciprì e Maresco.
La ringrazio molto e le porgo un cordiale saluto, sperando che con la primavera i suoi guai di salute invernali siano ormai risolti! Non sono più un assiduo "consumatore" di televisione (figlia piccola, suocera, ho perso "il diritto di telecomando") e sono veramente contento di poter supplire alla mancanza di sue apparizioni in tv con il suo blog.

Davide Barranca

PS
Avrei un'altra domanda - della quale un po' mi vergogno: gliela porgo ugualmente, mi perdoni...
Sempre a causa della suocera di cui sopra (santa donna, ovviamente, ma pur sempre suocera), sono stato - diciamo così - piuttosto esposto ad una soap tedesca che Rete Quattro manda in onda ad ora di cena da qualche anno (il titolo italiano, che suona atrocemente, è "Tempesta d'Amore", essendo una traduzione quasi letterale, credo, dell'originale "Sturm und Liebe"). Vi recitano diversi (a mio parere) ottimi caratteristi, tra cui Dirk Galuba che ricordo assiduo in ruoli vari ne "L'ispettore Derrik", più attori giovani che si tempestano in vicende sentimentali più o meno credibili. Ammetto di essermi appassionato, ma più per la solidità della struttura "di contorno", che reggono sulle spalle appunto questi quattro o cinque attori "più esperti"; per quanto anche le nuove leve mi paiono enormemente (con qualche rara eccezione) più credibili dei corrispettivi italiani. Evidentemente in Italia arrivano i "prodotti televisivi" (virgoletto, perché per me è sempre strano parlare di prodotti) migliori - la Germania sarà invasa da zozzerie come noi, chissà. Però mi sembra che esista un "professionismo" anche in quel campo che garantisce un livello godibilissimo, mentre da noi... ecco: meno.
Sbaglierò, ma generalizzo a partire dal campo che conosco meglio (quello della fotografia, come ha indovinato mi occupo di post-produzione): il cosiddetto "alto livello" è rimasto, e più o meno prospera. Mentre il medio professionismo, un'intera categoria di solidi, capaci lavoratori (fotografi di prodotti per la Barilla, per le aziende regionali medio-piccole, fossero meccaniche, alimentari o di piastrelle) è stato decimato, sostituito dall'improvvisazione. Tra un prodotto di media-buona fattura che costa 100 e uno gratuito, per quanto quest'ultimo sia difettoso viene preferito - e si arrotonda sempre verso il basso.
Ho un po' l'impressione che lo stesso valga (con altri criteri, immagino) anche nelle produzioni televisive "di consumo". Lei che ne pensa? Sarà anche merito degli ottimi doppiatori italiani (mentre certe attricette italiane da primo pomeriggio sono veramente inascoltabili), però anche una Tempesta d'Amore, pur non aspirando ad essere null'altro che intrattenimento, non fa sentire in colpa anche spettatori casuali come me: e non ci vuole molto, attori credibili e dialoghi ben studiati (in un certo senso, è una soap che potrebbe essere tranquillamente "radiofonica").
Mi rendo conto ora di essermi fatto prendere un po' la mano, mi scuso e la saluto subito!

RISPOSTA (IN PARTE GERMANICA) A DAVIDE BARRANCA

Visto che Davide Barranca è uno dei pochi che mi scrive rispondo subito alla sua lunga lettera.
Andiamo per argomenti: per quel che riguarda le prossime telefonate vorrei esortare lei e gli altri lettori interessati ad avere ancora un po’ di pazienza. Spero nelle prossime due settimane di risolvere tutti i problemi posti dalla ricerca di numeri e dall’assenso agli interessati e di cominciare, sempre con l’aiuto di Lorenzo Doretti, a registrare le prime conversazioni.
Per quel che riguarda Ciprì e Maresco devo confessarle che, contrariamente a molti altri colleghi sono, di fatto, deplorevolmente ignaro in materia. Quindi lei non potrà leggere la mia opinione in proposito data la mia (quasi) totale ignoranza. Naturalmente so dei due quello che sanno tutti. E cioè che Daniele Ciprì (Palermo, 17/08/1962) e Franco Maresco (Palermo 1958) sono due registi, anche sceneggiatori, montatori, direttori della fotografia. Mi rifaccio a quel che è scritto in Wikipedia (così lei può controllare su due piedi). E cioè che, inizialmente scoperti dalle reti Fininvest, vengono successivamente inseriti da Enrico Ghezzi in “Blob” e si presentano “come una variante delle teorie del Trash del momento, comparendo con i loro sketch grotteschi e crudi”. Proseguendo nella lettura si trova anche che la continuità di cui danno prova “apre una finestra verso un mondo artistico, un mondo sub-umano, un mondo a parte, un mondo trascurato, dimenticato, un mondo che risponde solo all’idea di Post-moderno, Post-atomico, Post-storico, ma anche meta-storico, un cinema che racconta il dopo in maniera fortemente metaforica”. Si continua ancora così per parecchie righe e la voce è poi articolata in numerosi capitoletti che riassumono il misterioso e forse coraggioso cammino dei due registi. Sino ad ora essi hanno diretto almeno quattro film. E cioè “ Lo Zio di Brooklyn” (1995), “Totò che visse due volte” (1998), “Il ritorno di Cagliostro” (2003) e “Come inguaiammo il cinema italiano- la vera storia di Franco e Ciccio” (2004). Quest’ultimo film ha visto anche la collaborazione di un amico, e cioè Tatti Sanguineti, a cui eventualmente potremmo chiedere lumi in futuro. Il responsabile de “La Cineteca di Bologna” e de “Il cinema ritrovato” è il direttore della Cineteca stessa, Gianluca Farinelli, che anch’egli è un caro amico (non glie ne ho ancora parlato ma vorrei includerlo proprio nelle prossime telefonate). Mi faccia sapere se posso esserle utile per qualche specifica richiesta.
La ringrazio per la sua attenzione al mio Blog e passo ad occuparmi della soap-opera tedesca. Grazie ad una signorina che si chiama Laura ho fatto una attenta ricerca in Internet ed ho trovato, come oramai accade sempre con questa sorta di immensa libreria elettronica, molto materiale al riguardo. Il titolo tedesco originale di “Tempesta d’amore” è, per l’esattezza, “Sturm der Liebe”.
Si tratta appunto di una soap-opera ambientata in un lussuoso hotel a 5 stelle nei pressi di Monaco di Baviera, il Fürstenhof. In realtà è un castello privato situato nel paesino di Vagen, attualmente di proprietà della famiglia dei baroni Aretin. Il castello fu costruito nel 1768 ad opera dell’architetto Anton Vogt. Il palazzo è stato ampliamente rinnovato dai proprietari attuali nel 1995. A quanto sembra il paesino di Vagen (1.600 abitanti), situato nell’Alta Baviera, a circa 35 chilometri da Monaco, é ormai diventato famoso in tutta la Germania e, se ho capito bene, è meta di gite celebrative. Per quel che riguarda la soap non ho dubbi sul successo ottenuto presso sua suocera. Pensi che anche la nonna 95enne di un amico scaccia tutti quando deve vedere “Tempesta d’amore”. Ho appreso (è prodotta da una società bavarese ben conosciuta, la Bavaria Film) che in Germania va in onda a partire dal 26 settembre 2005 sulla “Erste”, la “Prima”, cioè la ARD, che è appunto la prima, e credo la più importante rete televisiva tedesca. In Italia ha cominciato ad essere programmata dal 5 Giugno 2006 – abbastanza rapidamente, tenuto conto dei tempi del doppiaggio - e da allora continua trionfalmente il suo cammino, ovviamente in Germania ma anche in Italia, dove è programmata su rete 4 ( e prima su canale 5). Si tratta di episodi di 48/50 minuti l’uno, che adesso sono diventati addirittura 1.322 (mi chiedo come facciano ad allestirne 5 alla settimana di quella lunghezza) più quelli in produzione per la settima serie: dovrebbe arrivare sui teleschermi italiani verso giugno/luglio 2011. Nei primi anni al centro della soap c’era un personaggio (forse era un cuoco) che si chiamava Robert Saalfeld (“Tempesta d’amore” sembra ricca di Saalfeld; ci sono stati, nel corso degli anni, anche Werner, Charlotte, Barbara e Valentina Saalfeld, ma non conoscendo il programma non ne conosco neppure il motivo). Robert era interpretato da un attore di chiara origine siciliana, Lorenzo Patanè, nato a Catania ma che i suoi genitori hanno portato in Germania quando sono emigrati e lui aveva pochi mesi. Non so neppure se e quanto conosca l’italiano (il suo doppiatore è stato Renato Novara) ma ho scoperto che è popolare non solo in Germania ma anche da noi. Proprio per il prolungato effetto ipnotico tipico delle soap, da tanti (compresi politici e demoscopi) scioccamente sottovalutato. Non ho mai visto “Tempesta d’amore”e probabilmente non la vedrò mai ma sono pronto a credere sulla parola al suo giudizio. Lavorando a RAI Due, fra le mille e altre cose, su e intorno a Derrick
– contrariamente a quanto molti credono il programma non l’ho portato io in Italia ma l’amico Piero Castellano, anche se poi l’ho gestito per circa tredici anni - ho finito con l’occuparmi di diversi programmi tedeschi. Sempre della ZDF, la Zweite Deutsche Rundtfunk , la seconda rete pubblica, che avendo Derrick nelle mani era diventata semi padrona del mercato televisivo tedesco nel mondo. Fra l’altro importai e lanciai con buon successo una doppia serie poliziesca che nell’originale aveva un unico titolo, “Der Alte”, inteso alla tedesca nel senso di “Il vecchio” ma anche “Il Capo” (ad esempio nei sommergibili il comandante è sempre stato chiamato “Der Alte”, quale che fosse la sua età). In Italia fui costretto a sdoppiarlo in “Il commissario Kress” e “Il Commissario Köster”(ovviamente la dieresi implica che la “o” sia pronunciata come la “eu” francese. Ma non sono mai riuscito ad ottenerlo dai doppiatori, ormai romani o romanizzati, per cui il suo nome venne sempre riprodotto con una “o” apertamente italiana. Sono cose minime ma a me fanno venire un nervoso enorme). Ma non c’erano solo i due commissari, peraltro al centro di due polizieschi di buona confezione ed uno dei due era anche un eccellente attore. Ci fu anche uno sceneggiato, di cui trasmettemmo almeno una settantina di puntate, intitolato “Die Schwarzwald klinik”, puntualmente tradotto in “La clinica della Foresta Nera”.
Anche questo un prodotto tipicamente germanico, che credo provenisse anch’esso dalla Baviera (sino dai primi tempi della Repubblica Federale la maggior parte della produzione cinematografica e televisiva tedesca, non trovando più spazio nella quadripartita Berlino, si concentrò a Monaco, dove, non a caso, è nato, è stato prodotto ed ambientato “Derrick”).
E proprio a Monaco girai un documentario su Derrick, scoprendo, fra l’altro, che il protagonista Horst Tapper proveniva dal teatro leggero e potei inserirvi anche un brano d’altri tempi in cui egli
cantava e ballava. “La clinica della Foresta Nera” era un programma mieloso e furbesco, ma non volgare, e nella sua convenzionalità da soap-opera, tipicamente tedesco nella sua mescolanza di sentimentalismo romanzato e di precisione tecnologica: non a caso era ambientato non in un albergo ma in una clinica (anche essa lussuosa ed immersa nella campagna bavarese) ove tutto si svolgeva secondo le regole dello sceneggiato “sanitario”portato poi alla perfezione in America da “E.R. medici in prima linea”. Credo quindi di poter capire facilmente tonalità e intenzioni di “Tempesta d’amore”, anche se qui manca la tonalità “medica” che in qualche modo nobilitava “La clinica della Foresta Nera” ed in compenso l’ambientazione in un albergo di lusso implica un ovvio scivolamento verso il dramma magari malizioso.
Credo per ora di avere esaurito l’argomento. Se Davide Barranca è soddisfatto così mi accontento. Altrimenti resto a disposizione per eventuali, e noiosi, trascorsi autobiografici.

9 maggio 2011

A DOMANDA RISPONDE

Rispondo subito a Carlo Bernasconi, a proposito di quel che ha scritto commentando "Riflessioni sul cinema di guerra". Mi ha giustamente rimproverato per l’assenza di “Orizzonti di gloria” dall’elenco dei film bellici in qualche modo da me prediletti, citati nel mio articolo precedente. In realtà tutto è successo per una mia distrazione. Per semplificare la compilazione dell’elenco, il quale prevedeva, a titolo esemplificativo, un certo numero di film che mi sono, fra gli altri, particolarmente cari, ho aperto il mio recente libriccino “La guerra in 100 film” (Le Mani Editore, Genova-Recco, 2010) ed ho rapidamente scorso con l’occhio i titoli che avevo prescelto. Per non sbagliarmi ho fatto riferimento all’indice del libro, organizzato in funzione della data, a cominciare dal 1930 con “All’ Ovest niente di nuovo” di Lewis Milestone per giungere sino al 2008 con “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow. Come ho spiegato nell’introduzione per ridurre l’immenso materiale disponibile, ho rinunciato a tutte le opere mute, a tutte le guerre anteriori al primo conflitto mondiale ed ho limitato i film ad uno per regista, fatta eccezione per i “gemelli” bellici di Clint Eastwood, mettendo purtroppo da parte tutti i film sul ‘700 e l’800, compresi i capolavori “militari” di John Ford. Nel guardare, preoccupato di non elencare troppi titoli, l’occhio ha frettolosamente saltato, pur facendomi citare i “Dannati di Varsavia” e “Duello nell’atlantico” altri due film del 1957: “Uomini in guerra” di Anthony Mann e anche, e soprattutto, il film di Kubrick, il quale ebbe su tutta la mia generazione un enorme impatto, e che mai e poi mai avrebbe voluto dimenticare. Per convincerla mi limiterò a citare qui poche frasi della scheda dedicata all’opera in “Guerra in cento film”. Si inizia dicendo: << …è difficile al giorno d’oggi restituire pienamente la stupefazione e la commozione che colsero un’ intera generazione di spettatori all’arrivo sugli schermi di “Orizzonti di gloria”… >>. E, molto più avanti (la rimando alla lettura completa del testo del libro, sperando che lo compri) si dice: << …la mano di Kubrick è sempre mirabilmente presente e, al di la di una certa concitazione retorica nelle sequenze riguardanti le condanne e la fucilazione dei semplici soldati, si avverte il peso che un grande narratore per immagini - ha appena trent’anni mentre realizza questo capolavoro – possiede quando evoca profili e risvolti dell’umana follia e in particolare della follia propriamente bellica. Nessun conflitto mondiale, come quello del ’14-’18, sintetizzò il coraggio, la spietatezza, la rassegnazione, l’eroismo e l’inutilità dell’umano sacrificio dei soldati in prima linea… >>
Riduco qui la citazione (mi accorgo fra l’altro, rifacendo i conti, che Kubrick, nato nel 1928, all’epoca del film aveva ventinove anni e non trenta come avevo scritto io) e prego lei, ed eventualmente altri lettori (tanto nessuno mi manda messaggi, e posso andare sul sicuro) di accettare le mie scuse.