Blog - Crediti


L'audio e i video © del Blog sono realizzati, curati e perfezionati da Lorenzo Doretti, che ha anche progettato l'intera collocazione.
L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

17 giugno 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito riporto qui il testo della mia rubrica domenicale di ieri 16 Giugno 2013 apparsa sul "Corriere Mercantile". In attesa di contributi più ampi molti cordiali saluti a tutti.


VISTO CON IL MONOCOLO

SU CLASS TV TORNA IL CRITICO COL PAPILLON

Giovedì scorso ho terminato il mio viaggio nel passato. Ho registrato (a casa mia qui a Genova) le ultime tre presentazioni di film -9 in tutto- che andranno in onda a partire da Settembre su Class TV, rete televisiva milanese rintracciabile al numero 27 del digitale terrestre. E’ un esperienza di ritorno all’indietro che faccio per la seconda volta. L’anno scorso registrai complessivamente 10 presentazioni che andarono poi in onda settimanalmente, sempre su Class TV, a partire dal 05/10/2012. Il mio ritorno dopo tanti anni fu gentilmente salutato nei giornali da vecchie conoscenze come Alessandra Comazzi (La Stampa) e Aldo Grasso (Corriere della Sera) e anche in diverse testate da molti altri colleghi. In questo modo, seppure alle prese con un pubblico infinitamente ridotto rispetto a quello di Rai Due e di Rai Uno, rientravo ufficialmente in un mito cinematografico degli anni dai ‘60 ai ‘90, e cioè quello del critico ufficiale che introduceva la visione di un film, secondo un rito inventato, molti anni prima dell’avvento della televisione, nei Cineguf d’anteguerra e nei Film Club del dopoguerra. Era una sorta di utile scocciatura culturale (Paolo Villaggio rese famoso il suo giudizio sull’Incrociatore Potemkin: a volte, secondo gli umori, egli sostiene che sono io il critico in questione, altre volte che è Claudio Bertieri) a cui pagarono il loro tributo intere generazioni di spettatori. Traslocato di peso in televisione ne divenne, in certo modo, un simbolo (per questo molta gente di una certa età si ricorda ancora delle mie presentazioni in video corredate da cravattina a farfalla). A questo punto, al di là del piacere procurato dal cedere ad  una personale vanità mi chiedo se l’esperienza (mia ma anche di tanti altri, come Rondi, Di Giammatteo, Pintus, Razzini, eccetera) si è portati a chiedersi se l’esperimento può essere tollerato dallo spettatore televisivo di oggi. Abituato non ai pochi film settimanali di un tempo ma al torrente in piena della programmazione cinematografica attuale, che tracima in tutte le televisioni pubbliche e private. Avrà voglia e tempo di ascoltarmi (per tre minuti) o gli sembrerò un fantasma del passato?
Vorrei proprio saperlo.


12 giugno 2013

A DOMANDA RISPONDE

Secondo consuetudine e buona educazione mi accingo a rispondere ai post giunti a partire dal 13/05/2013. Se fosse un burocrate fatto e finito direi “mi accingo ad evadere la corrispondenza”, frase che contiene una tonalità, come dire, anti-carceraria che mi è parsa sempre divertente.
Ringrazio Enrico per la precisazione su “robba paccuta” e per l’elenco di film che mi ha inviato, molti dei quali sono prodotti di alta classe tipici di un cinema medio-alto che adesso sembra stratosferico, immagine di un’ Italia totalmente scomparsa nel giro di pochi decenni. Oltre a quelli famosissimi (tipo “I soliti ignoti”, “I mostri”, “C’eravamo tanto amati”, “La grande guerra”, “Una vita difficile”, eccetera) mi fa piacere poter annotare “Audace colpo dei soliti ignoti”, “Fantasmi a Roma”, “L’udienza”, “Quelle strane occasioni”, “Io, io, io…e gli altri”, “Policarpo ufficiale di scrittura”, “Il padre di famiglia”, eccetera. 
Per descrivere un rimpianto senza possibilità di riscatto in genovese c’è un bellissimo modo di dire: “Sun messe dite” a cui si risponde “E vespri cantè”. E cioè “sono messe dette” (cioè: celebrate) e “vespri cantati”. Evidentemente è un risvolto verbale nato in un’epoca di maggior dimestichezza liturgica. Ringrazio Enrico per il saluto e Luigi Luca Borrelli il problema calcistico che mi pone non è di facile risoluzione: penso anche io che dietro le squadre importanti della Bundesliga e della Liga (senza Bund) ci sia molta paccottiglia, anche se vedendo certe partite tedesche e spagnole si ha la sensazione che in entrambi i campionati, al di là del valore reale delle squadre, si giuochi con un abbandono e una felicità che noi abbiamo completamente perso. 
Ringrazio Enrico e Rosellina Mariani per i loro commenti a proposito dei “femminicidi”. 
Per quel che riguarda l’ossessione di apparire in televisione mi ha divertito la citazione riguardante “El besuquero”, che però mi sembra parola più spagnola che portoghese. Chiedo il parere di Rosellina.
Per quel che riguarda la posta del 27 Maggio ringrazio tutti quelli che hanno gustato le “Favole di Framura”. Ho girato a mia moglie i loro commenti. Mi dicono che i commenti (recensioni) possono essere scritti direttamente su Amazon, cliccando su “recensioni clienti” e seguendo poi le direttive.
Passiamo ai post del 30/06/13. Ringrazio Rosellina per la mia “cultura enciclopedica”. Prendo atto delle riserve di Enrico, Giulio Fedeli e Luigi Luca Borrelli a proposito di Gaetano Quagliariello. Ho ordinato il libro, lo attendo e, con il giusto intervallo, vi riferirò le mie impressioni. Su De Gaulle ho letto molto (perfino i due corposi libri di intervista con il figlio, Ammiraglio Philippe De Gaulle) e perciò starò molto attento. Ma non intendo partire prevenuto, come mi sembra facciano i miei lettori.
Venendo ai post del 5/06/13 faccio presente a Luigi Luca Borrelli (vivacissimo in queste ultime puntate) che il libro che sto scrivendo e che contiene parecchi contributi di altri autori è quasi terminato. Per scaramanzia non ne parlerò prima di aver consegnato il testo all’editore. In quanto a Giancarlo Giannini confermo che, non appena avrò un po’ di tempo libero intendo assolutamente realizzare la telefonata promessa. A Rosellina preciso che, in realtà, io ho segnalato il film che Giannini ha recentissimamente diretto e interpretato in America. Ma in senso stretto, non avendolo visto, non ho raccomandato di andarlo a vedere, anche se la segnalazione, in certo senso, può parere quasi una raccomandazione. Sempre a Rosellina ricordo che le segnalazioni dei critici hanno luogo nel periodo in cui si realizza, mensilmente, la cosiddetta Stanza del Cinema. In Luglio, Agosto e Settembre essa è sospesa ed è quindi anche sospesa l’aggiudicazione mensile dei voti. Giusta l’annotazione di Enrico per quel che riguarda Alain Delon e Giancarlo Giannini ne “La prima notte di quiete” diretta da Valerio Zurlini (1972) (fra gli altri attori Adalberto Maria Merli, Renato Salvatori, Salvo Randone, Alida Valli, eccetera). C’è tutta una generazione che è rimasta fulminata da questo film. Il mio amico Natalino Bruzzone, che adesso ha sessant’anni, ne era talmente affascinato che il suo concittadino Antonio Ricci (quello di Striscia la Notizia: sono entrambi albenganesi) lo chiamava: “Natalon Delon”.
Venendo ai post del 10/06/13 ho già risposto a Rosellina per quel che riguarda la paternità di “Derrick” e “Hill Street”. Ringrazio SG per le precisazioni su alcuni titoli di film polizieschi (“Criminal Minds”, “Justified”, “The Mentalist”, eccetera). Naturalmente se ne potrebbero aggiungere molti altri, ad esempio “The District” (con Craig T. Nelson protagonista) che in America è durato solo 4 anni e che in Italia va ancora in onda adesso. Per non fare troppe ricerche ho attinto ad un unico elenco ma evidentemente la “fornitura” americana è molto più ampia e, quasi sempre, di buono, se non di ottimo, livello. Ma forse, proprio per questa ragione, è un pochino pericoloso, come una sorta di immensa antologia di messaggi subliminali? Me lo chiedo ogni tanto. Penso che Rita M. dimostri buon gusto attenendosi a molti piccoli classici del passato. Non c’è dubbio che in questi ultimi decenni la produzione televisiva sia diventata estremamente più esplicita e violenta di quanto non lo fosse un tempo. Pensi ai diversi seriali ambientati all’interno di servizi specializzati nei rilievi scientifici sulle vittime di crimine: più passa il tempo e più la macchina da presa si muove su corpi umani dilaniati dai proiettili e sventrati dagli anatomisti della polizia (si tratta, e vero, di manichini costruiti in laboratorio, ma la perentoria violenza dell’immagine resta).
Vedo infine con piacere che SG spiega ad Enrico che cosa vuol dire “ligéra”. Proviene dal gergo che descriveva la malavita milanese di molto tempo fa. Ho la sensazione che sia diffusa anche in altri dialetti gallo-italici ma non è ho le prove. Per ricorre a quello della mia città ricordo che in genovese “legera” (o leggera) significa, al femminile anche se si tratta di un uomo, vagabondo, mascalzoncello, persona di costumi discutibili. Sembra che non sia citato nel famoso vocabolario ottocentesco del Casaccia ma io l’ho sentito usare più di una volta (quello li è “una” legera).

11 giugno 2013

PRECISAZIONI

PRECISAZIONI SU DERRICK


In attesa di rispondere (con il solito A Domanda Risponde) ai vari interventi che riguardano i miei contributi più recenti sul Blog, sento il dovere di precisare una cosa. Rosellina Mariani, nel suo commento alla mia rubrica sul Corriere Mercantile che riguarda i telefilm polizieschi mi impresta il merito di aver portato in televisione "Derrick", "Hill street giorno e notte", "Miami Vice" e "Hunter". In un periodo di circa 13 anni la loro collocazione in palinsesto e la loro programmazione è dipesa da me. Infatti nella rubrica ho scritto "Ho contribuito a programmare". Ma i meccanismi di acquisizione sono stati diversi per ognuno di essi. "Derrick" è stato segnalato e fatto comprare da un amico, Piero Castellano, che lo scovò in uno dei primissimi MIP di Cannes. Piero allora lavorava a Rai Due mentre io a Rai Uno mi occupavo solo di film e non di telefilm. Quando poi divenni Capostruttura a Rai Due fra le mie varie competenze rientrarono anche i telefilm, di cui all'interno della struttura Piero Castellano continuò ad occuparsi con la sua abituale solerzia. Del magazzino faceva ormai parte, in modo decisivo, "Derrick" che io contribui a far acquistare ad ogni nuova produzione (in genere ne venivano girati 11 all'anno, ovvero 1 al mese più un mese di ferie). All'epoca andai a Monaco di Baviera e su "Derrick" girai un documentario; durante la lavorazione appresi, fra l'altro, che gli interni generalmente erano realizzati non in studio ma in un appartamento (ogni volta diverso) affittato per un mese. In quanto a "Hill street" quando arrivai a Rai Due me lo trovai già acquistato e doppiato, per merito di qualcuna delle eccellenti funzionarie che nella rete si occupavano di telefilm. Non era ancora stato trasmesso e, siccome il titolo originale era "Hill street blues" io, temendo che la gente lo prendesse per un programma musicale, feci a tempo a chiamarlo "Hill street giorno e notte" per suggerire un sottofondo più drammatico (in realtà non servì a niente perché tutti continuarono a chiamarlo solamente Hill Street). Degli ultimi due mi assumo completamente la responsabilità: Miami Vice lo vidi e lo feci comprare subito durante uno dei miei viaggi annuali a Los Angeles per un grande mercato internazionale chiamato "May Screening", cioè le "Proiezioni di Maggio". "Hunter" l'acchiappai al volo durante un mercato in Europa, ma non mi ricordo esattamente dove. In America era in onda da anni ma per un problema di diritti non era mai stato posto in vendita in Europa. Per cui, acquistandolo, mi trovai a disposizione un gran numero di episodi, così da garantire una programmazione a lungo termine. Ci tenevo a fornire queste precisazioni per non dare l'impressione di volermi appropriare di meriti non miei.

10 giugno 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come ogni lunedì pubblico il testo della mia rubrica domenicale sul Corriere Mercantile. Mi auguro che il tema dei telefilm polizieschi io sia riuscita a svilupparlo abbastanza bene, cosa non facile avendo a disposizione soltanto 2.200 battute.
Approfitto dell'occasione per assicurare tutti quelli che mi hanno scritto ultimamente che cercherò di rispondere a tutti, riservando loro il maggior spazio disponibile.
Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

L'ARTE IMITA LA VITA O VICEVERSA?

Credo onestamente di avere qualche responsabilità. Sono un lettore di romanzi polizieschi sin dalla primissima adolescenza quando, sfollato nella campagna di Novi Ligure, venni iniziato da un amico più anziano ai gialli Mondadori. Da allora ho continuato a leggere libri e, da dirigente Rai, ho anche contribuito a programmare in televisione molti seriali polizieschi, da “Derrick” a “Miami Vice”, da “Hill Street giorno e notte”, ad “Hunter” e via citando. Come appassionato sono lieto del crescente interesse che la produzione televisiva (in gran parte americana, ma non solo) riserva ai “thriller” seriali. Ma al tempo stesso non posso liberarmi da un vago ma tirannico senso di colpa. Vedo che i televisori traboccano sempre più di opere di genere. Fra quelli tuttora in corso c’è NCIS, sia sulla Rai che su FoxCrime. Il quale nasce da una tale ossessiva ricerca della specializzazione che l’acronimo significa Naval Criminal Investigative Service, ovvero rispecchia (non so se esista davvero) un servizio di polizia criminale della Marina Militare degli Stati Uniti. Poi c’è “Major Crimes” che è, come si dice, uno spin-off (cioè una derivazione) di “The Closer”. Poi ancora “The Glades”, con un ispettore che indaga sullo sfondo delle Everglades, zona paludosa della Florida. Poi ancora “Bones” (cioè Ossa) con una antropologa forense che fa inchieste sugli scheletri. E ancora in vita (forse per poco) “Criminal Minds”, cioè “Menti Criminali” su Rai Due. Senza contare i titoli, terminati di recente o ancora in corso, dovuti al talento di quell’ abilissimo e fortunato produttore di cinema e TV che è Jerry Bruckheimer: “Senza Traccia”, “Chase”, “Cold Case”, “The Forgotten”, “Hostages” (per documentarmi ho attinto, lo confesso,  a “Serialmente” di Arnalda Canali su Sette).
Come si vede un accerchiamento quasi ossessivo di prodotti spesso di alto livello, ma altrettanto spesso durissimi e spietati. In un mondo reale, che ci ossessiona ogni giorno con crimini d’ogni specie e di ogni tipo di forsennata violenza, i quali  sembrano rimbalzare dalla vita agli schermi e viceversa. Sarà vero, come dicevano un tempo le mamme, che il degradarsi della vita sia (almeno in parte) colpa della TV?

Claudio G. Fava
(battute 2.200)

5 giugno 2013

STANZA DEL CINEMA

Come ho già fatto in precedenza pubblico qui l'abituale elenco mensile concernente  27 film "usciti" a Genova nel mese di Maggio e i relativi voti dei colleghi del Gruppo Critici Ligure. 
Insieme a questo elenco ne pubblicherò un altro di un tipo a cui attingo per la prima volta. Si tratta dell'elenco dei film usciti in Italia o di uscita imminente, in questo caso dal 29 Maggio al 6 Giugno. Se la cosa interesserà vedrò di aggiornare l'elenco periodicamente. Altrimenti la sospenderò.
Cordiali saluti a tutti.


FILM USCITI IN ITALIA DAL 29 MAGGIO AL 6 GIUGNO


FILM IN USCITA il 29 Maggio 2013 in sala solo un giorno

Akira animazione e azione
Diretto da Katsuhiro Otomo
con Mitsuo Iwata, Hiroshi , Nozomu Sasaki, Mami Koyama, Tesshô Genda, Masaaki , Yuriko Fuchizaki, Tatsuhiko Nakamura, Takeshi Kusao, Kazuhiro Kamifuji.
Nexo Digital.
durata 124 min

FILM IN USCITA il 30 Maggio 2013

Una notte agli studios
Diretto da  Claudio Insegno
con  Giorgia Wurth, Enrico Silvestrin, Claudio Insegno, Beppe Iodice, Francesca Nunzi,  Sandra Milo, Eva Robbin's e con Pino Insegno, Michele La Ginestra e la partecipazione di Daniel Mc Vicar e Luca Ward
Pierluigi Manzo

Tulpa – I demoni del desiderio
Diretto da  Federico Zampaglione
con Claudia Gerini, Michele Placido, Michela Cescon, Nuot Arquint, Ivan Franek, Federica Vincenti, Giorgia Sinicorni, Giulia Bertinelli e Crisula Stafida
AI Entertainment.
REGGI&SPIZZICHINO Communication


Ti ho cercata in tutti i necrologi
Diretto da  Giancarlo Giannini
Con  Giancarlo Giannini, F. Murray Abraham, Silvia De Santis
Bolero Film
Ufficio Stampa Ornato Comunicazione S.r.l

Solo Dio perdona
Regia di Nicolas Winding Refn
Con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Tom Burke, Vithaya Pansringarm,
Durata 90 minuti circa


Una notte da leoni 3
Diretto da Todd Phillips
con  e Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Justin Bartha, Ken Jeong, John Goodman, ecc
distribuito da Warner Bros
durata 100 min.


Tutti pazzi per Rose (Populaire)
Diretto da Régis Roinsard
con  da Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo, Shaun Benson, Mélanie Bernier, ecc
distribuito da Bim Distribuzione
durata di 90 min

Benvenuti a Saint-Tropez
Diretto da Danièle Thompson
con  Eric Elmosnino, Lou de Laâge, Kad Merad, Clara Ponsot, Max Boublil, Monica Bellucci, ecc
distribuito da Made in Italy Film
durata di 100 min

Slow Food Story  documentario
Diretto da Stefano Sardo e interpretato da Carlo Petrini, Azio Citi.
distribuito  da Tucker Film
durata di 74 min.

FILM IN USCITA dal 3 al 5 giugno

Carlo! Documentario
Diretto da Gianfranco Giagni, Fabio Ferzetti
della durata di 76 min.                


FILM IN USCITA 04 giugno

Monicelli. La versione di Mario documentario
Diretto da Mario Canale, Felice Farina, Mario Gianni, Wilma Labate, Annarosa Morri.
della durata di 83 min.

FILM IN USCITA 6 giugno

AFTER EARTH
Regia di M. Night Shyamalan
con Will Smith, Jaden Smith, Sophie Okonedo e Zoë Isabella Kravitz
Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 100 minuti

THE BAY  Il panico si nutre di paura
Regia di Barry Levinson
Con Kristen Connolly, Kimberly Campbell, Christopher Denham,
distribuito M2 Pictures
durata di 84 min

Holy Motors
Regia di Leos Carax
Con Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Denis Lavant
durata  115 min

Quando meno te lo aspetti (Au bout du conte - Under the Rainbow.)
Diretto da Agnès Jaoui
con  Agathe Bonitzer, Arthur Dupont, Valérie Crouzet, Jean-Pierre Bacri, Agnès Jaoui
distribuito da Lucky Red
durata  93 min

Voices
Regia di Jason Moore
con Anna Kendrick, Brittany Snow e Rebel Wilson
Universal
Durata 112 min.


The butterfly room  sarebbe disponibile il regista Jonathan Zarantonello
Diretto da Gionata Zarantonello
con Barbara Steele, Ray Wise, Erica Leerhsen, Heather Langenkamp,
distribuito in Italia da Achab Film
della durata di 87 min.

Paulette
Regia di Jerome Enrico
Con Bernadette Lafont, Carmen Maura, Dominique Lavanant ecc
Movimax
Durata 87 min

FILM IN USCITA 7 giugno
P.O.E. - Poetry of Eerie
di Autori Vari - Film a Episodi - distr. Distribuzione Indipendente
Alessandra Sciamanna
Ufficio Stampa | Distribuzione Indipendente
mobile: (+39) 334 72 03 546
press@distribuzioneindipendente.it



Invito i lettori a fare attenzione. Fra i Film in uscita il 30 Maggio ce n'è anche uno dal titolo volutamente bizzarro: TI HO CERCATA IN TUTTI I NECROLOGI. Non l'ho visto ma credo che valga la pena di segnalarlo perchè è interpretato ma anche diretto da Giancarlo Giannini. Il quale ritorna così dopo 26 anni a fare il regista (nel 1987 egli esordì con "TERNOSECCO"). Su questo film è già apparso in internet molto materiale: interviste, recensioni, anche video on-line. Il film è stato girato in inglese in America (fra Canada, Texas e Arizona) e a quanto sembra nasce da un progetto accarezzato per anni dallo stesso Giannini e finalmente realizzato. Il tema centrale è tipico di una certa "fantascienza fredda" (stile "LA DECIMA VITTIMA"): un taxista di origine italiana accetta, per pagare un debito di gioco, a rischiare, per venti minuti, di essere ucciso in una caccia spietata. Sembra che il film sia ricco di sequenze di azione che Giannini (anni 71) ha interpretato di persona e senza controfigura. Ha dichiarato: "Mentre giravo ho pensato o esce il film o muoio io".
Per fortuna è rimasto vivo e quindi in grado di essere intervistato. Avevo già preso dei contatti telefonici con Giancarlo, che è sempre gentilissimo, e poi all'ultimo momento lui ha avuto un problema. Appena mi libero dagli ultimi pesi del libro in preparazione lo richiamo e vedo di allestire una lunga telefonata. Credo che ai lettori possa interessare.

3 giugno 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come ogni lunedì riporto qui il testo della mia rubrica apparsa sul Corriere Mercantile 2 Giugno. Come vedrete il tema è quello di una decisiva riforma costituzionale, che ricorre ormai ossessivamente, sia nei giornali che alla televisione. La cosa che mi stupisce, e sulla quale vorrei tornare in seguito, è che ormai le voci favorevoli al semi-presidenzialismo ed al doppio turno di voto si infittiscano, sia a destra che a sinistra. Eppure mi ricordo un tempo, lontano ma non lontanissimo, in cui parlare di repubblica presidenziale suonava come un anatema, come una sorta di indiretto ma determinante richiamo ad una forma strisciante di fascismo. Dietro il presidenzialismo era in agguato la dittatura. Chi ha una certa età ricorda che il povero Randolfo Pacciardi, che aveva comandato il Battaglione Garibaldi delle Brigate Internazionali durante la Guerra di Spagna ed era stato ferito, fu praticamente accusato di golpismo e di fascismo, perché voleva una Repubblica Presidenziale, vicina in questo alle richieste di Edgardo Sogno (che lui, si, se ricordo bene, confessò apertamente in una lunga intervista di avere meditato un colpo di stato, stante il pericolo di una occupazione comunista della cosa pubblica). Che l'accusa di fascismo colpisse uno che aveva combattuto contro Franco e provenisse da gente che, magari, durante gli anni del Regime, era stata prudentemente zitta, rimane un fatto tipico di quel che è la lotta politica in Italia (e, forse, la lotta politica ovunque, senza distinzione di confini e di etnie).

VISTO CON IL MONOCOLO

QUAGLIARIELLO EVOCA L’OMBRA DI DE GAULLE
Io sono affetto da quella che si potrebbe definire una “ignoranza enciclopedica”. Vale a dire che potrei sommare tutti i grumi della mia ignoranza in ordine alfabetico e raggiungere praticamente l’intero scibile umano. Farò un esempio abbastanza crudele. Fino a qualche tempo fa non sapevo neppure chi fosse Gaetano Quagliariello. Sembra il nome di un fantasista napoletano dei primi del’900, invece è quello di un importante accademico, ordinario di storia dei partiti politici presso la LUISS di Roma, ed ora Ministro per le riforme costituzionali nel governo Letta. Ho scoperto anche che è considerato il più importante studioso nostrano di De Gaulle. Non solo ha pubblicato un libro sul Generale (ultima edizione italiana del 2012) ma almeno due testi in francese: “La religion gaulliste” (2007) e “Gaullisme, une classification impossibile. Essai d’analyse comparée des droites françaises et italiennes” (2009). Da vecchio estimatore di De Gaulle mi vergogno della mia ignoranza ma soprattutto mi auguro che questa coincidenza -forse non del tutto casuale, Letta mi sembra informato- porti a felici risultati. Fra i tanti meriti del Generale (e di Michel Debré che collaborò in modo decisivo alla Costituzione del 1958) vi è sicuramente quello di aver introdotto in Francia una forma di semi-presidenzialismo che, attraverso un sistema di elezioni a due turni, consente ai cittadini di scegliere il proprio Presidente e, soprattutto, un Presidente dotato di poteri decisionali essenziali (il Primo Ministro è, nel migliore dei casi,  il suo primo esecutore e comunque non può essere sfiduciato dal Parlamento). E’ un meccanismo che da circa 60 anni ha consentito alla Francia di funzionare senza eccessivi traumi sostanziali, ed ha anche superato la difficile prova della cosiddetta “coabitazione” (il Presidente di un colore ed il Primo Ministro ed il Governo del colore opposto). Altrimenti il meccanismo avido di potere dei partiti avrebbe provocato le stesse conseguenze che si sono verificate in Italia (ed a cui ha cercato di porre riparo, negli ultimi anni, il Presidente Napolitano, forzando le prerogative, squisitamente notarili, del capo di una Repubblica parlamentare).
Speriamo bene.
Claudio G. Fava
(battute: 2.198)

27 maggio 2013

FAVOLE DI FRAMURA IN EDIZIONE AMAZON

Circa vent'anni fa mia moglie Elena Pongiglione ha scritto e contestualmente arricchito di disegni un libro intitolato "Favole di Framura". In esso ha ripreso, reinventato, arricchito ed allargato antichi stimoli favolistici che aveva colto già sin dalla prima giovinezza. Framura è un piccolo comune, tuttavia articolato in frazioni a volte minuscole, collocato nella Riviera ligure di Levante esattamente fra Deiva e Bonassola, affacciata sul mare ma con le colline già alle spalle.
Il libro è scritto in una lingua che attinge deliberatamente alle sollecitazioni  del dialetto ancora genovese di una parte del Levante spezzino. Le favole, ovviamente illustrate da Elena,  piacquero molto a Italo Calvino: una sua lettera manoscritta, nettamente elogiativa, è riprodotta all'inizio del libro. Che venne tirato all'epoca in mille copie e si esaurì rapidamente. Da allora Elena ha ricevuto moltissime richieste da parte di Enti, biblioteche e privati ma non è più riuscita a trovare un editore che volesse rischiare una ristampa, pur presumibilmente fruttuosa.
Su consiglio e grazie all'opera di Lorenzo Doretti e dei suoi collaboratori, Elena ha provato una cosa che può sembrare esplosiva ma che sta entrando rapidamente nelle abitudini di un mondo editoriale sconvolto dall'uso rivoluzionario dei computer. Come è noto da qualche anno si sta operando nel mondo del libro stampato una mutazione ancor più decisiva, nella diffusione della parola scritta, di quella che fu l'invenzione della linotype nell'Ottocento, se non addirittura del decisivo apporto di Gutenberg. Elena, infatti, è ricorsa a quello che è presumibilmente il più diffuso dei diversi canali usati per commercializzare gli scritti nell'universo on-line. Cioè ha inviato ad Amazon il suo testo adattando la veste grafica alle esigenze di una stampa così innovativa. Il testo è stato pubblicato e le "Favole di Framura", che replicano fedelmente l'originale,  possono ora essere acquistate in tutto il mondo. Il sistema più semplice è quello di usare una carta di credito. Ricevuto il versamento Amazon provvederà a stampare una copia (o più copie, se ovviamente si versa il prezzo necessario) ed a spedirvi a casa il plico entro pochi giorni.

Se siete interessati potete visitare il sito di Amazon cliccando su questo tasto QUI!


COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

SBARRAMENTO CONTRO GLI INTRUSI

Da diverso tempo il BLOG è preso d'assalto da un misterioso meccanismo di computer che invia a raffica insensati commenti in inglese. Su consiglio di Doretti e di Laura abbiamo provato ad inserire uno sbarramento che funziona in questo modo: chi scrive per giungere a pubblicare un commento sul Blog deve preventivamente digitare una brevissima scritta, che apparirà automaticamente ogni volta che si aprirà la voce "Commenti". Poiché questa rapida operazione esige un intervento umano non può automaticamente essere portata a termine da un robot ed implica  comunque che un essere umano voglia interferire offrendo un minimo di "manipolazione".
Mi rendo conto che può sembrare noioso a chi vuole inserire nel Blog un suo commento, ma è un esperimento che facciamo nella speranza di dirottare i maligni disturbatori automatici.
Se non dovesse funzionare o se destasse proteste e rimproveri provvederemo ad annullare l'intera (piccola) operazione difensiva.


L'OSSERVATORE GENOVESE

Come d'abitudine appongo qui di seguito la puntata domenicale della mia rubrica "Visto con il Monocolo" per il Corriere Mercantile. Mi auguro che l'argomento, pur nella sua futilità, possa interessare a qualcuno. Approfitto dell'occasione per far presente che sto terminando uno dei due libri che ho in preparazione e che spero di consegnarlo all'editore entro giugno. Dopo essermi liberato di questo piccolo incubo portatile potrò occuparmi di nuovo,  e di più, del Blog e dei suoi affezionati lettori. Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

QUEL CHE CONTA OGGI E' APPARIRE IN TELEVISIONE
Ho conosciuto qualche giornalista, volenteroso ma tendenzialmente ignorante, che iniziando a scrivere, diceva ai colleghi: “Mi manca l’incomincio”. Confesso di trovarmi quasi nella stessa situazione perché, quasi per caso, ho scoperto che tramite internet si possono scoprire moltissime cose su due “disturbatori professionisti”, i quali da anni appaiono in televisione con misteriosa e micidiale regolarità. L’uno è il più noto Gabriele Paolini nato a Milano nel 1964 (padre generale e mamma cantante lirica) che si è definito “il profeta del condom”, ha un suo sito, irrompe di continuo in programmi televisivi, soprattutto nelle dirette giornalistiche, ha collezionato molte denunce e condanne a diversi anni di carcere (ma c’è stato veramente?), è citato nei Guinness dei primati e una volta è stato preso a calci in diretta dal giornalista Fraiese. Da diversi anni è affiancato da un concorrente (con cui non si parlano da tempo): si chiama Mauro Fortini, romano, lo si vede ormai quotidianamente in tutti i telegiornali (è quell’uomo di mezza età, dall’aria addolorata, che spesso tiene in mano un taccuino palesemente inutile ed è sempre a ridosso dell’intervistato). Anche lui è largamente ritrovabile in internet, si scopre che, contrariamente a Paolini, non vuole disturbare e si propone soprattutto di apparire anche lui nel Guinness dei primati. Dice di aver collezionato fino ad oggi 38mila apparizioni e in 12 anni di non aver mai avuto un mese di buco (a casa, con due televisori e vecchi videoregistratori ormai fuori commercio, colleziona tutte le immagini che lo riguardano). Sembra essere di condizioni modeste ma non lavora e grazie, ad una sistematica ricerca compiuta ogni mattina presso i palazzi del potere, è più aggiornato lui sui movimenti degli uomini politici che gli stessi giornalisti veri (molti dei quali lo consultano periodicamente per essere informati in tempo).
Sono entrambi due esempi spaventosi di ciò che la televisione ha modellato nel mondo da quando è diventato un complemento inevitabile della nostra esistenza. Quel che conta non è essere, fare, parlare o scrivere. Ma apparire. Essere “dentro il video”. Confesso che mi fanno un po’ paura tutti e due.

Claudio G. Fava
(battute 2.197)
(titolo originale: QUEL CHE CONTA IN QUESTO MONDO E' APPARIRE IN TELEVISIONE)



20 maggio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Ribadendo un'abitudine che si è ormai quasi consolidata riporto qui il testo della mia rubrica domenicale apparsa sul "Corriere Mercantile" del giorno 19/05/13. A rileggerla mi sembra un po' noiosa, ma spero di sbagliarmi. Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

TROPPO SBALORDITI DAL FEMMINICIDIO

Ci sono due cose che mi colpiscono molto nell’Italia, di oggi. L’una è l’imperversare orribile dell’uccisione di donne da parte di uomini che faziosamente rivendicano dei diritti su di esse: ex-mariti, ex-fidanzati, ex-qualche cosa. Tutti uniti in nome di una folle comunità di intenti: essi hanno assolutamente il diritto di non essere abbandonati, e se questo avviene uccidono. Naturalmente l’elemento base della gelosia che sfocia nel delitto è sempre esistito: motiva tanti successi della letteratura alta e di quella bassa. Ed un certo numero annuale di delitti passionali fa parte delle statistiche della criminologia, delle scadenze del giornalismo ed in certo senso della logica stessa della narrazione romanzesca. Ma quel che sta succedendo da qualche tempo in Italia, sfida ogni precedente e fa venire i brividi. Ha persino portato alla creazione di un sostantivo, “femminicidio”, corretto nella struttura ma credo mai usato in precedenza (il dizionario del Battaglia, che è la mia bibbia in materia, non ne fa menzione). Non vorrei essere frainteso: non è che io pensi che vi sia un numero fisso accettabile nel caso dei delitti passionali. Sono tutti egualmente deplorabili e terribili. Ma da qualche tempo si direbbe che abbiano colpito l’Italia come un flagello o un virus. E visibilmente la nostra società, che affronta tutti i tempi nuovi con una organizzazione di altri tempi, né vuole né è in grado di porvi rimedio, a dimostrazione del fatto che la nostra Repubblica è sempre più disancorata dalla realtà di tutti i giorni. L’altra cosa che mi lascia ugualmente stupefatto è l’unanime reazione di tutti i testimoni, dei vicini di casa, dei negozianti, dei conoscenti, anche occasionali, di vittime di un massacro orribile: sono sempre sbalorditi. Come è possibile? Tutti dicono: persone così perbene, apparivano così gentili quando salutavano di fronte all’ascensore, fra di loro sembravano andare estremamente d’accordo…e via dicendo. Con le banalità usuali, in cui si articola la maggior parte delle conversazioni pubbliche e private. Mai che qualcuno abbia provato un minimo sospetto. E’ possibile che un’intera nazione sia attonita e sbalordita di fronte al Male? Non ci credo.


(TITOLO ORIGINALE: UN'ITALIA CHE UCCIDE E UN'ALTRA CHE NON SE NE ACCORGE)

Claudio G. Fava
(Battute 2.200)

15 maggio 2013

A DOMANDA RISPONDE

Da almeno due mesi non rispondo alla posta che mi è via via giunta nel Blog (per la verità qualche commento mi è giunto via mail e poi l’ho trasferito nel Blog, ma preferisco che il materiale affluisca direttamente a Clandestino in Galleria, considerato anche il fatto che il sistema per farlo è assai semplice).
Comincio in ordine di data con le missive più lontane nel tempo. Dopo la pubblicazione di “L’Italia di Totò e dei Moschettieri” (2/04/13) Gianni Dello Iacovo mi fa osservare che così come si parla sempre dei Tre Moschettieri che in realtà erano quattro (ma D’Artagnan inizialmente venne arruolato nelle Guardie e solo in un secondo tempo fu posto, insieme a Athos, Porthos e Aramis, agli ordini di Monsieur de Treville) si citano sempre i quattro moschettieri Gasman, Manfredi, Sordi e Tognazzi e mai il quinto. E cioè, secondo Dello Iacono, Mastroianni. Mi sembra che sia un esclusione giustificata dalle caratteristiche peculiari di Marcello, in cui si rinvenivano anche, occasionalmente, tonalità comico-grottesche, ma che incarnava prevalentemente una maschera sospesa fra il drammatico e il poeticamente attonito. Grazie ad essa rivelava le sue qualità migliori, quelle a cui dovette la sua fama internazionale. Concordo con Rear Window sulle caratteristiche genialmente inventive di Age e Scarpelli come creatori di un nuovo linguaggio. Concordo anche  con Rosellina sul fatto che il cinema italiano di qualche tempo fa riposava su una inventiva robustezza di fondo, la quale consentiva a registi, sceneggiatori ed attori di esprimersi al meglio. In realtà penso che sia la società italiana nel complesso ad attraversare un peggioramento globale e facilmente avvertibile, sia, come si dice, nella sfera pubblica che in quella privata. Gli esempi, che attengono alla cronaca politica come a quella giudiziaria e criminale, sono davanti agli occhi di tutti. Il cinema, pur con lentezze, goffaggini e sfacciate scaltrezze, è un riflesso di quello che la società è e di quello che la società vive. Quest’ultima osservazione è anche implicitamente ed esplicitamente, una risposta a Rita M.
Passiamo ora ai commenti riguardanti il mio brano su Jannacci (9/04/13): sostanzialmente concordano tutti nei giudizi favorevoli. Divertente il testo della canzone “Giovanni telegrafista” (“…per andare abitare città grande piena luci gioielli”) con le preposizioni tagliate secondo la regola dei telegrammi, inviato da Enrico. Rosellina e Rita M. sono d’accordo con me e il ricordo personale di PuroNanoVergine, che all’età di sette anni conobbe il cardiologo Jannacci, è indubbiamente curioso e inatteso.
Rosellina e Enrico hanno scritto a proposito dell’humour ligure (15/04/13). Faccio osservare che quello di Dapporto fu una variazione tutta particolare, tipica della Sanremo di una volta e più largamente di quel frammento della Liguria di ponente che fino agli anni trenta era ancora legata alla vicinissima Francia di confine da un antico rapporto che risaliva al Regno di Sardegna. Per la gente di Ventimiglia Mentone e Nizza erano molto più famigliari di Genova. E, prima di imbattersi nel curioso ma sostanzialmente comprensibile provenzale di Nizza, si veniva a contatto, poco dopo il passaggio di frontiera, con il “post-genovese” parlato a Monaco (u munegascu). In questo senso le citazioni francesi di Dapporto (…dal gallico) avevano un senso preciso e rivelavano una dimestichezza quotidiana che via via, con il passare delle generazioni e l’arrivo in massa dei calabresi, ha mutato tutte le antiche caratteristiche comuni fra il Ponente ligure e la vecchia Contea di Nizza. Tanto è vero che quando Dapporto provò, lui Sanremasco, a recitare a Genova il repertorio di Govi dovette letteralmente cambiare lingua.
Per quel che riguarda l’articolo del 22/04/13 su Papa Francesco (che, non so perché continua ad essere citato dalla stampa scritta e dalla televisione come Francesco e non come Francesco I) ringrazio i fedelissimi Rosellina e PuroNanoVergine. A proposito della mia confessione di stanchezza apparsa nel Blog il 27/04/13, ringrazio ancora il gruppo dei fedelissimi: Rosellina, Rita M., Enrico (in tanti anni di vita a Roma non ho mai sentito l’espressione “robba paccuta”!), Giorgio e Luciano Garibaldi con cui passammo tanto insieme in redazione più di quarant'anni fa. Per quel che  riguarda PuroNanoVergine non so se posso garantire un altro settennato o, come si diceva meglio un tempo, settennio; (ho controllato nel Battaglia e ho visto che la parola “settennato”, anche se presente già in Croce e in Gramsci, è ricalcato sul francese “septennat” mentre “settennio” viene dal latino tardo “septennium”).
Mi fa piacere che Rosellina (3/05/13) legga con interesse la tabella dei film usciti a Genova; mi auguro che possa venire una volta a Genova ed assistere (un primo Lunedì del mese, da Ottobre a Giugno) ad una Stanza del Cinema, che vive ormai sullo zoccolo duro di appassionati (per la verità di appassionate, perché sono quasi tutte signore). In quanto alle osservazioni varie sulla Germania 06/05/13 faccio osservare a PuroNanoVergine ed a Corto Maltese che io pensavo istintivamente a squadre di Club (tipo “Champions League”) e non a rappresentative nazionali, dove in genere l’Italia, pur con minor applicazione ma con maggior inventiva, riesce quasi sempre a vincere. Le squadre di Club sono attualmente una dimostrazione della furbizia e della elasticità con cui i tedeschi si stanno impadronendo di nuovo dell’Europa. Ad esempio il Bayern Munchen conta 26 giocatori che formano la cosiddetta “rosa”: di essi 14 sono tedeschi e ben 12 stranieri (sono rappresentati la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Svizzera, il Perù, il Brasile, la Croazia, la Spagna e l’Austria). Come si vede l’abitudine di attingere fuori dai confini, comune ormai a tutte le squadre europee, è rigorosamente praticata anche dalle squadre tedesche, che sono anche per quel che mi risulta, le più solide finanziariamente (stadi efficienti, pubblici compatti). La voglia tedesca di dominio è intrisa di una furbizia un tempo assente in Germania, che la rende ora doppiamente “pericolosa”.
I post giunti il 6/05/13 (ringrazio per le lodi) mi consentono una precisazione che riguarda proprio il mio omonimo. Infatti in questi giorni si parla di lui come di un possibile Presidente del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), importantissimo perché veglia sui nostri Servizi Segreti.
Veniamo infine ai post giunti in occasione del mio scritto del 13/05/13 su Andreotti. Enrico, a cui il personaggio non garbava, fa un riferimento a Tatti Sanguineti di cui si occupava anche Anonimo in un post del 6/05/13. Facendo cioè riferimento alla telefonata in cui lo stesso Tatti parlava a lungo del suo sfortunato documentario su Andreotti, rimasto purtroppo incompleto. Ne abbiamo parlato al telefono e mi pare di capire che nutra qualche speranza di poterlo recuperare.
Spero di avere risposto a tutti in modo abbastanza esauriente. Ringrazio i soliti fedelissimi della loro utilissima partecipazione al Blog e resto sempre in attesa di commenti e suggerimenti, entrambi graditissimi.
Mi auguro a presto con qualche mio apporto nuovo e più sostanzioso…

13 maggio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Con la solita scadenza settimanale riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il monocolo" apparsa sul "Corriere Mercantile" di domenica 12 Maggio. Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

PURTROPPO NON C'E' STATO IL PAPA GIULIO I


É probabile che domenica 12 Maggio, quando queste righe appariranno, i commenti alla morte di Giulio Andreotti siano già stati superati, o in qualche modo aggirati, nella perenne gara di inseguimento delle notizie tipico della nostra epoca. Tuttavia, correndo il rischio di apparire goffo o superato, voglio anche io scrivere un modesto contributo in materia. Andreotti aveva circa 10 anni più di me. Essendo egli stato precocissimo posso ben dire che la mia intera vita, come quella di tanti altri italiani, è stata scandita da infinite notizie su di lui e sul suo cammino. Che io da lontano, e senza minimamente conoscerlo, ho sempre seguito con estremo interesse, persuaso, come ero e come sono, che egli fosse un protagonista essenziale della politica italiana (scriveva anche libri divertenti e informati). È stato forse il nostro Talleyrand, come qualcuno ha scritto (come abilità manovriera, forse, ma non certo come avidità di denaro e di piaceri, vista la sua vita austera) ma sicuramente aveva una caratteristica che lo rendeva diverso da quasi tutti i politici democristiani. Era profondamente romano, ma era anche (limitatamente) italiano. In realtà Andreotti era soprattutto, e in maniera decisiva, vaticano. Se si fosse fatto prete, come tanti suoi amici di giovinezza, avrebbe potuto diventare uno straordinario cardinale- un Segretario di Stato ben superiore anche a quelli più famosi nella carica- e, forse, un Papa. Vescovo di Roma, e notoriamente romanista, sarebbe stato un pontefice profondamente radicato nella città (“…romano lo volemo, o almanco italiano!”) e al tempo stesso istintivamente internazionale come lo furono nel passato tanti ecclesiastici capitolini. Come uomo politico fu naturalmente paralizzato dal fatto di operare in una nazione di grande importanza storica e culturale, ma che in politica estera conta poco o nulla. Dal Vaticano (con cui egli visse in simbiosi sin dalla giovinezza) avrebbe potuto spaziare su tutto l’universo mondo con una autorità a cui la sua scaltrezza ed il suo tempismo avrebbero conferito un “tocco” probabilmente insuperabile. Ha preferito sposarsi ed avere una bella famiglia. Ma ha perso la possibilità di un’avventura esaltante.

6 maggio 2013

E' DIFFICILE CONVIVERE CON UN (QUASI) OMONIMO PIÙ GIOVANE

Credo di dovere un minimo di spiegazione ai miei lettori. Da tanti anni convivo con un' ombra umana, che nella realtà è un giornalista siciliano mio quasi omonimo. Si chiama Giovanni Giuseppe Claudio Fava ed è nato a Catania il 15 Aprile 1957. Suo padre (incredibilmente si chiamava Giuseppe, proprio come mio padre) era anch'egli un giornalista, che si dilettava di politica e di calcio e che, proprio per la sua militanza politica, venne ucciso nel 1984 quando dirigeva la rivista "I Siciliani". E' convinzione comune che egli abbia disturbato troppo la mafia e che questa abbia provveduto a sopprimerlo. Con Fava (chiamato abitualmente Pippo) eravamo diventati amici quando, non so più in quale Festival del cinema (mi pare a Sorrento) l'ufficio stampa continuava a confonderci inviando all'uno i comunicati indirizzati all'altro, con il risultato che avevamo incominciato a frequentarci. Il suo nome, uguale a quello di mio padre (che però in famiglia era chiamato non Pippo ma Peppino) mi aveva turbato da quando avevo scovato la sua firma su "Tuttosport". Quando nel 1970 mi trasferii a Roma per lavorare alla Rai, Pippo, che si trovava spesso nella Capitale per motivi di lavoro e credo anche per motivi personali, veniva sovente a trovarmi in ufficio. Conservo ancora uno dei suoi libri con una dedica affettuosa. Suo figlio sapevo che esisteva e che si chiamava come me (anche se controllando su Google ho appreso che Claudio è solo il suo terzo nome dopo Giovanni e Giuseppe). Di fatto non l'ho mai incontrato salvo una volta che lo sfiorai occasionalmente in un aeroporto  e lui venne verso di me tendendomi la mano e dicendo qualcosa come: "a questo punto...".
Da molti anni le nostre carriere si sfiorano, senza nessuna occasione d'incontro, ma essendo ognuno dei due consapevole dell'esistenza dell'altro. Ma da quando la posizione professionale e politica di Claudio Fava è diventata più visibile e ben più importante della mia (attualmente è deputato e portavoce di SEL, il movimento che fa capo a Niki Vendola) le occasioni di citazione e quindi di confusione sono diventate più palesi. Non è un caso che in Google a volte risultino mescolate le sue e le mie opere (quando vinse un premio per la sua partecipazione alla costruzione ed alla sceneggiatura del film "I Cento Passi"di Marco Tullio Giordana, io ricevetti una telefonata non so da dove di un signore misterioso che mi disse pressapoco: "Sapevo che lei si interessa di cinema ma non che si occupasse anche della lotta contro la mafia. Molti complimenti per I Cento Passi").
L'unica cosa che mi salva da una (quasi) omonimia è l'abitudine che presi da giovanissimo, pressapoco a diciotto anni, di firmarmi "Claudio G.", affascinato dal doppio ma brevissimo secondo nome di tanti scrittori americani. C'è indubbiamente una sorta di curiosa predestinazione in questa vicinanza di denominazioni, vista la scelta operata dall'"altro Claudio" di usare il suo terzo nome come se fosse il primo. Ma indubbiamente il mio desiderio di differenziarmi da lui, sia per ragioni di età (ho 28 anni più di lui) che per ragioni politiche, resta, mi sembra, assolutamente legittimo. E mi auguro che i miei lettori lo comprenderanno.

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come è ormai tradizione riporto qui il testo della mia rubrica domenicale su il Corriere Mercantile, pubblicata pubblicata il 5 Maggio. Considerata la data, la coincidenza è del tutto casuale. Non intendo assolutamente paragonarmi ad Alessandro Manzoni.

VISTO CON IL MONOCOLO

LA GERMANIA ARRIVA IN FINALE
Volevo dedicare questa puntata della rubrica a Gaetano Quagliariello, attuale ministro delle Riforme Costituzionali. E’ uno degli specialisti italiani di De Gaulle e intendevo approfittarne per recuperare la straordinaria lezione di ingegneria costituzionale che il Generale ci ha lasciato in eredità, grazie alla Costituzione da lui varata. Ma c’è tempo per farlo la settimana prossima, mentre oggi reagisco ad una foto apparsa nella prima pagina del Corriere della Sera con il sopratitolo “Bayern-Borussia”, il calcio come metafora con un articolo di Gian Arturo Ferrari intitolato: “Ordine e talento, la lezione tedesca”, tema ribadito in due pagine di sport,. In effetti la lezione che emerge dalla vittoria del Bayern sul Barcellona, e quindi dal fatto che la finale della Champions League vedrà addirittura due squadre tedesche disputarsi il titolo, dovrebbe incuriosire anche chi non si interessa di calcio. Vale a dire il fatto che in Europa nonostante ogni sforzo contrario alla fine le caratteristiche collettive dei tedeschi finiscono sempre con l’imporsi:la dedizione al lavoro, la capacità di cooperare ad un obbiettivo comune, la disciplinata testardaggine nel dedicarsi ai propri compiti. In Europa ci abbiamo provato due volte a liberarci dai tedeschi: dal 1914 al 1918, e dal 1939 al 1945. Ogni volta la Germania era debellata, totalmente sconfitta, finanziariamente annullata e, nel secondo caso, anche fisicamente distrutta. Ed ogni volta nel giro di pochi anni è ritornata in piedi, compatta e combattiva (ha recuperato anche l’immenso peso negativo dell’eredità DDR). Non è un risultato che mi entusiasmi particolarmente ma è innegabile e davanti agli occhi di tutti come lo è l’ovvia preminenza che la signora Merkel esercita sull’intero continente. Come latini, e particolarmente come italiani, mi rendo conto che è un risultato finale fatto apposta per lasciarci al tempo stesso perplessi ed irritati. Ma penso che dovremmo prenderne atto una volta per tutte e tenere definitivamente conto del fatto che nell’Europa di oggi il peso della Germania è molto superiore a quello che aveva vagheggiato Bismarck nei suoi momenti di maggior ottimismo. Rassegnamoci, una buona volta.


(battute 2.198)


(TITOLO ORIGINALE: PUO’ NON PIACERE MA ALLA LUNGA LA GERMANIA ARRIVA IN FINALE)

3 maggio 2013

LA STANZA DEL CINEMA

VOTI DEI FILM USCITI A GENOVA NEL MESE DI APRILE 2013
Come ogni mese Guido Reverdito mi invia la tabella dei film usciti a Genova nel mese e dei voti ad essi assegnati dai colleghi genovesi del Sindacato Nazionale Criticiti Cinematografici Italiani. L'elenco  che pubblico qui è quello completo. Lo stesso elenco, ridotto però per motivi di spazio del giornale ad un massimo di 15 titoli, verrà pubblicato nell'edizione di Lunedì 6 Maggio, in occasione dell'abituale incontro mensile con il pubblico genovese nella cosiddetta "Stanza del Cinema" di Palazzo Ducale.
Buona lettura a tutti.
(Ricordo che se la tabella non apparisse completamente leggibile può essere ingrandita nel computer cliccandoci sopra e zummando)


29 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Ribadendo un' abitudine che ho preso ormai da molte settimane riporto qui il testo della mia rubrica settimanale sul Corriere Mercantile: questa è apparsa domenica 28/04/13. Confesso che nello scriverla ho provato un certo tremore, perché ero consapevole di correre un duplice rischio: da un lato di sembrare pomposamente senile e dall'altro di risultare esageratamente addolorato. Ma quel che ho scritto, per banale che sia, è una testimonianza autentica di un moto dell'animo (e del cervello) che ho provato e che provo tuttora. Come sempre il giudizio tocca ai lettori.

VISTO CON IL MONOCOLO

L’ITALIA INFLIGGE TROPPI CHOC AD UN VECCHIO GIORNALISTA COME ME

L’anno scorso ad ottobre ho compiuto 83 anni. Sono ormai completamente assestato in quel magico decennio che va dagli 80 ai 90, entro il quale muoiono quasi tutti, quelli che quando la vita era più corta morivano fra i 60 e i 70 anni. E se ripenso alla mia vita fondamentalmente banale mi rendo anche conto che l’Italia mi ha sottoposto a troppi shock. La mattina del 26 luglio 1943 (sono sfollato tra Gavi e Novi) la mamma al mattino mi scuote per un braccio e dice: “svegliati, svegliati, è caduto Mussolini”. La sera dell’8 settembre sempre lei mi dice “è finita la guerra!” ed io, con improvvisa lucidità, rispondo: “non è finita, continuerà e sarà peggio di prima” (ci sono vissuto di rendita per decenni). Il pomeriggio del 14 luglio 1948, dopo la notizia dell’attentato a Togliatti vedo dalle finestre di casa, in Via XX Settembre, una folla immensa comporsi come un gelido fiume di carne: sotto i miei occhi si svolge l’ultimo tentativo di colpo di stato bolscevico (fallito) in Europa. 30 giugno 1960: sto chiuso tutto il giorno nella protetta redazione del Corriere mercantile in Via De Amicis a tradurre dall’inglese una storia a fumetti che riassume le vite di Nixon e di Kennedy da pubblicare nei giorni immediatamente precedenti le elezioni americane del novembre. Torna Manlio Fantini, sconvolto: ha passato tutto il pomeriggio in Via XX Settembre, gli scontri per l’annunciato Congresso M.S.I. sono stati così ampi e violenti che porteranno il 19 luglio alla caduta del Governo Tambroni. E io non mi sono accorto di niente. Dalla fine di quel decennio sino agli inizi degli anni’80 l’Italia attraverserà il più terribile momento di terrorismo collettivo che l’Europa abbia conosciuto. Anche qui l’ho attraversato passivamente, in fondo senza rendermi conto di nulla, occupato com’ero a comprare film e ad individuare Beautiful per sostituire Capitol. Ai giorni nostri provo l’ultima emozione: vedere un Papa a cui se ne affianca un altro, vivi entrambi, ed un vecchio Presidente che viene rieletto con amorosa disperazione. Otto Papi ho visto in vita mia: da Pio XI (che mi ha dato un colpetto sulla testa) sino a Francesco I, a cui non riesco proprio ad abituarmi, con un grande rimpianto per la cauta e timida eleganza di Benedetto XVI. Troppi shock ho ricevuto dall’ Italia ed io sono stanco, proprio stanco.

(Battute 2328)



22 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Sta diventando un'abitudine, e pertanto anche questa volta riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il Monocolo" apparso domenica 21 Aprile nel Corriere Mercantile. Ancora per qualche tempo non potrò occuparmi molto del Blog, a causa di tre impegni che tuttora mi preoccupano. E cioè la redazione definitiva di due libri diversi e la preparazione di un ciclo di mie presentazioni in video per la rete Class TV (darò più precisazioni al momento opportuno). Come sempre riporto in testa al brano il titolo definitivo con cui è apparso sul giornale, e in coda quello posto da me originariamente all'inizio del brano (come vedete l'intento è lo stesso, ma uno dei titoli è più breve e l'altro è più lungo).

VISTO CON IL MONOCOLO

UN PO' MARADONA E UN PO' BORGES...

Mentre scrivo sono in corso due processi diversi. Da un lato l’involuzione quasi totale della Repubblica italiana alle prese con le trappole infinite di una difficilissima elezione presidenziale. Ma quando mi leggerà il lettore, forse il problema sarà già risolto o avrà acquistato altre dimensioni. L’altro processo, sempre in evoluzione, è invece quello che riguarda la progressiva presa di potere di Papa Francesco I (la numerazione è abitualmente trascurata ma gli spetta di diritto). 80.000 spettatori in piazza San Pietro durante i giorni feriali e 150.000 per l’Angelus domenicale sono ormai una vetta popolare conquistata senza fatica dal pontefice argentino. Che continua ad imporsi per l’amore subitaneo che gli ha tributato la gente e per il modo di vivere furbescamente semplificato e allegramente articolato (si veda il duplice scambio di zucchetti bianchi con la folla). Ma a volte penso che, da europei, abbiamo trascurato un elemento di base per valutare il suo modo di vedere il mondo e di inserirsi nella società. Anche se di recente origine astigiana (o i genitori o i nonni) egli è pur sempre argentino, vale a dire cittadino di un paese alimentato dall’immigrazione italiana e spagnola ma al tempo stesso orgogliosamente autoctono nello sfrenato orgoglio nazionalistico. Di cui è un tipico prodotto il cosiddetto peronismo, vale a dire quella apparentemente contraddittoria mescolanza di stimoli destra e di sinistra, che in Europa non siamo mai riusciti a capire completamente e che credo sia rimasta profondamente confitta nelle vene della nazione, nonostante Peron e la moglie siano morti da anni. Ho trovato su questo tema un bellissimo aneddoto. Un giornalista britannico intervistava Peron sulle tendenze politiche degli argentini e questo rispose: “…Abbiamo un 30% di socialisti, un 20% di conservatori, un 30% di radicali…” “Ma i peronisti?” Lo interruppe il giornalista: “…Ma no, peronisti lo sono tutti quanti” rispose Peron. Mi chiedo se nella tenue mescolanza di elementi tradizionali e di elementi innovatori tipica di questo Papa, non agisca una forma di insolita convivenza che è proprio frutto del suo essere argentino (un po’ Maradona, un po’Borges).

(titolo originale: TUTTI GLI ARGENTINI SONO UN PO' MARADONA E UN PO' BORGES)




15 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito, e quindi come quasi ogni lunedì, riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il monocolo" apparso sul Corriere Mercantile di domenica 14 aprile. Non penso che sia particolarmente bello ma indubbiamente implica la necessità, per poter avere il taglio prescelto, che chi scrive sia genovese. Il che in astratto riduce di molto il numero degli autori potenziali presenti sulla piazza.
Spero che i miei lavori in corso terminino presto e che io possa di nuovo disporre di tempo da dedicare al Blog.
Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

IL GUSTO BIPOLARE DELLA COMICITA' GENOVESE

Sono sempre stato persuaso che esista, nell’eredità genetica ligure, una vocazione all’humor che non ha paralleli in Italia. Si pensi ad un personaggio fatidico come Govi (genovesissimo anche se di famiglia emiliana), molto più vicino nella mimica e nella vocazione grottesca ad un comico francese come Raimu che ad uno dei tanti attori romani e napoletani della tradizione italiana. E’ stata ora annunciata una collana di dieci DVD per raccogliere le parodie e le imitazioni più famose di Crozza (innumerevoli: dalla B di Bersani alla Z di Zichichi). Ho sempre desiderato di inserirlo in una delle numerose telefonate a personaggi vari (da Giulio Anselmi a Minoli, da Pupi Avati a Folco Quilici ad Aldo Grasso e via citando) che ho posto nel mio Blog “Clandestino in Galleria”. Ma ho sempre rinunciato a provarci, ammaestrato anche dalle parole affettuose di sua moglie Carla Signoris (anch’essa registrata nel Blog). Maurizio in genere non concede interviste (ma lo ha fatto con Gian Antonio Stella) e io non ci ho provato, anche se con me è sempre stato gentilissimo e amichevole (si può essere amici anche fra genoani e sampdoriani). Ma resta nel fondo una grande realtà italiana contemporanea: la nostra mitologia fantastica è dominata da due genovesi che entrambi hanno battuto le vie dell’humor, per approdare poi a sfondi e cammini completamente diversi. Appunto: da un lato Crozza e dall’altro Beppe Grillo. E’ innegabile che in entrambi la vocazione alla divagazione ironica sia poi esplosa, dopo un periodo di esperienze similari (più accademiche quelle del primo, più cabarettistiche quelle del secondo) in dimensioni totalmente diverse ma ciascuna a modo loro egualmente esplosive. Quel che è sicuro è che in entrambi fermenta una tradizione comico-satirica molto nostrana e regionale (si pensi alle invenzioni para-francesi di un ligure ponentino come Dapporto). Non so a quali conclusioni possano portare entrambi (quelle di Grillo sono sicuramente più esplosive e potenzialmente più pericolose, quelle di Crozza a modo loro egualmente demolitorie). Ma è certo che tutti e due (non lo scrivo per patriottismo cittadino) sono entrambi italianissimi ma in certo modo estranei all’Italia.

9 aprile 2013

L' OSSERVATORE GENOVESE


Come ogni settimana pubblico qui il testo della mia rubrica domenicale "Visto con il monocolo". Tuttavia,  invece che sul Corriere Mercantile di domenica 7 aprile, è stato pubblicato, per problemi di impaginazione e di spazio, il lunedì successivo 8 aprile,  nell'edizione che porta tradizionalmente il titolo di Gazzetta del Lunedì.

VISTO CON IL MONOCOLO 

QUEL MILANESE “INTERNAZIONALE”.

In un panorama sinistrato di viventi si direbbe che l’anima segreta dell’Italia si riveli in presenza solo di alcuni grandi funerali. Penso a quello di Roma per Alberto Sordi (rinnovato adesso per Califano), di Torino per Gianni Agnelli e quello, del 2 Aprile, di Milano per Jannacci. Malgrado la mia quasi totale ignoranza musicale posso scrivere qualcosa di Jannacci, che è stato il cantautore da me più amato, evidentemente dopo quello che mi è sempre stato nel cuore, e cioè Georges Brassens. Jannacci (aveva 6 anni meno di me, c’è una logica nei miei ricordi) l’ho visto crescere ed imporsi come interprete di una Milano proletaria e piccolo borghese, ed al tempo stesso crocevia di mode determinanti per tutta un’Italia, che non esiste più. Non solo nei riferimenti di case e strade presumibilmente mutate o scomparse, ma anche in quelli che prendevano le mosse da un’umanità stralunata e divertita. Fitta di personaggi divertenti e divertiti che andavano da Cochi e Renato sino ai grandi jazzisti, stile Livio Cerri, ai fantasisti musicali, tipo i quattro “Gufi” ed ai grandi protagonisti solitari come Giorgio Gaber. Fra tutti forse il più geniale e il più intensamente milanese era proprio Jannacci, nipote di un immigrato pugliese, che riuscì sia a diplomarsi al Conservatorio che a diventare cardiologo (sembra fosse molto bravo). E che soprattutto alimentava in sé un vigoroso empito poetico, capace di attingere splendidamente all’ultima generazione di milanesi che parlava ancora in dialetto. Confesso che quello fu lo Jannacci che preferii istintivamente. Di alcune sue canzoni, raffinate e falsamente semplici, ricordo ancora, io genovese, minutamente le parole milanesi. Ce ne è una che è un piccolo capolavoro e che comincia così: “Quel che sunt drè a cuntav l'è ona storia vera/de vün che l'era mai stà bon de dì de no./E s'eren conussü visin alla Breda/le l'era de Rogored e lü el su no. Un dì lu l'aver portada a vedè la fera/la gh'aveva un vestidin color de tra-sü/disse vorrei un kraffen oh... non ho moneta/Pronti, el g'haa dà des chili e l'ha vista pü.”
Poi Jannacci ha continuato a scrivere canzoni sempre più in italiano, ed io l’ho abbandonato. Ma era un piccolo genio.(Titolo originale:"Il milanese internazionale di Enzo Jannacci").

2 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come ogni settimana pubblico qui il testo della mia rubrica domenicale sul Corriere Mercantile. E in particolare quella di domenica  (31 Marzo). Gli attenti lettori potranno constatare che, prendendo le mosse dalla presentazione di un libro su Furio Scarpelli, che ha avuto luogo venerdì scorso alla Feltrinelli di Genova (come da me preannunciato nel Blog) mi sono lasciato andare ad un piccolo elzeviro, dedicato appunto al ricordo dello stesso Scarpelli e del suo ottimo complice Age. In qualche modo ho dato vita ad una duplice evocazione sullo stesso tema, ma mi è parso doveroso.
Ecco dunque il pezzo apparso sul Mercantile. Il titolo originale era: "L’AFFASCINANTE ITALIA DI TOTO’ E DEI QUATTRO MOSCHETTIERI"


VISTO CON IL MONOCOLO

L'ITALIA DI TOTO' E DEI MOSCHETTIERI

Venerdì scorso ho presentato alla Feltrinelli (insieme a due dei tre autori, Accardo e Govoni) un libro de Le Mani intitolato “Furio Scarpelli-Il cinema viene dopo”. Per ragioni di salute io esco di rado ma questo mio gesto mi è parso doveroso, in ricordo di un mio momento professionale che rivendico (non è il solo). Nel 1977 costruii su Rai Uno un grande ciclo del lunedì sera-allora era la determinante collocazione per il film serale di Rai Uno- in omaggio a quello che resta la più grande coppia di sceneggiatori del nostro cinema, e cioè Age e (appunto) Scarpelli. I due scrittori (usiamo la parola che si meritano) erano nati entrambi nel 1919 e morirono in epoca relativamente recente: Age nel 2005 e Scarpelli nel 2010. Ebbero nel corso di una lunga carriera (Scarpelli da solo la proseguì praticamente sino ai giorni nostri) più di trent’anni di lavoro in comune durante i quali contribuirono ad una larga parte del miglior cinema italiano: quello più raffinato e al tempo stesso più popolare (si va da Totò ad alcuni dei migliori film di Risi, Monicelli, Scola, Germi, Leone e compagnia cantante). Non è un caso che insieme ad un'altra grandissima coppia di scrittori italiani, Fruttero e Lucentini, essi sceneggiarono il film tratto da “La donna della domenica”, opera appunto degli ultimi due. Ancora una volta, presentando il libro e parlando a lungo del cinema d’epoca e di un’epoca, mi son chiesto perché qualche decennio fa i nostri film (d’accordo, in un mercato totalmente diverso) siano riusciti, spesso con splendida malizia, a restituire un ritratto dell’Italia di allora che il cinema di oggi non riesce se non larvatamente a replicare. Domanda che riguarda non solo i registi ma anche gli attori: di fronte ad un geniale (ma quasi senile) Toni Servillo si pensi alla batteria di interpreti, donne e uomini, che sfornò l’Italia del tempo. Capeggiata da quattro moschettieri (Gasman, Manfredi, Sordi, Tognazzi) scomparsi senza lasciare eredi. 
Che cosa è successo in Italia? Non è solo un problema di scarsezza di sale e di concorrenza televisiva. Ma probabilmente di una di quelle mutazioni profonde che nel corso dei secoli incidono sulla forma e sulla sostanza delle nazioni.