Blog - Crediti


L'audio e i video © del Blog sono realizzati, curati e perfezionati da Lorenzo Doretti, che ha anche progettato l'intera collocazione.
L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

29 settembre 2010

Le mammine mannare

Fra le risposte che ho ricevuto al mio blog su Emanuele Filiberto ve ne è stata anche una del dottor Marcheselli. E’ un signore dalla personalità spiccata che per tredici anni ha fatto il giudice nelle carceri, poi, dopo aver scritto un libro sull’argomento, ha abbandonato la Magistratura e adesso è divenuto professore universitario a Torino. Abita a Genova in un quartiere medio-alto borghese (si chiama Castelletto), e sulle giovani madri del quartiere ha scritto un elzeviro che mi ha mandato. Mi pare divertente e con la sua autorizzazione lo pubblico qui nel blog:

Caro Maestro,

leggerla è sempre una gioia e un conforto (ma anche una ragione di un relativa depressione, per tutto il resto intorno).
Su Emanuele Filiberto posso solo dire che, imbattutomi nel video e notandolo boccheggiare come un'aragosta lessa, in frac, di fianco alla Presentatrice mi sono, per qualche momento, pentito di aver provato pena, qualche volta, al ristorante, vedendo l'acquario dei crostacei da cucinare.

Alberto Marcheselli

P. S.
Non c'entra niente, ma mi viene da accluderLe una cosa che avevo scritto, in preda a una analoga irritazione, qualche tempo fa, quando ero solito accompagnare i bambini a scuola e imbattermi nelle terribili mammine di Castelletto.
Che poi è il mio ambiente amatissimo, per carità.

Le Mammine Mannare
Un mostro si aggira per le città italiane. Non con il favore delle tenebre, ma in pieno giorno, sotto i nostri occhi ancora incapaci di distinguere il pericolo.
Effetto collaterale della dovuta emancipazione femminile e fenomeno meno evidente del vituperato (e temutissimo) fenotipo della vigilessa, per le nostre strade circolano decine, centinaia, migliaia di mammine mannare. Come in quel film di Buster Keaton, dove la città era scorsa da un’orda di donne in abito da sposa, alle ore giuste e nei posti giusti i nostri quartieri sono battuti da legioni di puerpere feroci e mamme grintose.
Scarpe basse Ferragamo, maglioncino cachemire blu (o giallino crema) con collo a v, filo e/o orecchini di perle, nei quartieri in. Tuta, scarpe da ginnastica, tinta casalinga e tatuaggio d’ordinanza, nei quartieri out.
Ma la sostanza è la medesima. Circolano per le strade brandendo le carrozzine come sciabole di invisibili duelli ed esibendo cinturoni messicani di port-enfant, tra gli sguardi bassi dei pochi maschi all’orizzonte e quelli, severi, delle suocere da passeggio.
Ogni quartiere, poi, ha il suo Giardino delle Primipare. Chi abbia sufficiente sprezzo del pericolo può avvicinarsi e carpire qualche brandello di conversazione. Fitti conciliaboli per determinare quale sia il pediatra più autorevole per stabilire se “Luca possa già mangiare l’uovo” o “quale sia l’ora più giusta per Miriam per fare il bagnetto”. Non ci si stupirebbe di veder evocato un ingegnere per insegnare ad Alessio ad allacciarsi le scarpe o un astronomo per misurare l’altezza di Vanessa.
Poco più in là le panchine delle Mamme in Gamba, dove ci si scambiano esperienze sui corsi di Aikido, vela, flamenco, nuoto sincronizzato, arpa e robotica antropomorfa cui i pargoli più cresciuti vengono coartati, per realizzare tutti i sogni dismessi dai genitori.
Alle loro spalle, svolazzano, operose, le più disinvolte mamme in carriera, ansiose di propalare il loro perniciosissimo cattivo esempio. Al posto del collant velatissimo bianco delle prime si azzarda qualche mossa avventata. Un accenno di pitonatura, un tacco assassino sono il punto di appoggio - malfermo, ci mancherebbe - di uno sguardo ugualmente e disperatamente vacuo.
Dopo pochi minuti vieni individuato. I primi a muoversi, come sempre, sono i bambini. Stai giochicchiando con una nespola per terra. Si avvicina il primo innocente: “Cosa è ?” “Una nespola: quando è arancione è molto buona”. Ne accorre un secondo che pesta gioiosamente sul frutto, e chiede cosa succede se si sbucciano i noccioli. Una terza bambina, almeno 7 chili sopra il suo limite di peso, che sarebbe a occhio non più di 25, domanda se “mettere i piedi nell'erba è pericoloso”. Rassicuri sorridendo la bambina da appartamento: è pericoloso solo in caso di maremoto. Sembra sollevata: oggi non c'è maremoto, vero ?
Ma la Psicopolizia è in agguato, una mammina e una vedova ancora in gamba, inesorabili come un pattuglione della morte, ci piombano addosso: una grida, con la calma con cui annuncerebbe un incendio: "attento che ti sporchi". L'altra è disperata: "Le nespole sono velenose !"
Ti allontani, giusto in tempo perché un assembramento attiri di nuovo la tua attenzione. Dai cancelli sotterranei di un edificio giallo e alto, in cui l'occhio del cronista riconosce senza esitazione un luogo istituzionale (si direbbe la sede del Partito) sciamano a frotte bambini, in gruppi omogenei. Hanno qualche cosa di predefinito, una nota di sottofondo unica, come il bordone della musica tradizionale: i maschietti sono vestiti come piccoli ammiragli, come generali in pensione, come commercialisti al sabato, "quando non ci sono clienti da ricevere". Le bambine sembrano bambole meccaniche, ancora lucide, appena uscite dal cellophane. Una frotta di mammine, tutta intorno, li squadra con l'occhio consumato e professionale di un sarto e di uno stilista, considerando con apprensione l'entità di una gualcitura, la simmetria di una pince e, con stizza, la piega della vicina.
Prima di essere catturato, noti che molte di loro, recuperato il Piccolo Prodigio, lo caricano su un SUV Fuoristrada dalle Dimensioni Inverosimili e dalla Potenza Inarrivabile, nel quale annegano, annaspano, galleggiano, allungandosi disperatamente nel tentativo di raggiungere pedali e leve sempre troppo iperuranici e lontani.
Negligentemente, mi lascio sfuggire la terribile domanda: ma perché in fuoristrada, alla fine dell’estate o in primavera, in Italia, quando si potrebbe viaggiare su una biga di petali di rosa trainata da un cocchio di aironi ?
"Perché sono macchine molto robuste, soprattutto in caso di incidente"
Hai capito la mammina previdente? Vuole essere sicura di una cosa, piccolo fiore scrupoloso: che, in caso di scontro con un'altra deliziosa mammina munita di utilitaria, siano - semmai – quella e il suo tenero piccino a morire tra le lamiere.
I bambini - galeotti ai ferri sui seggiolini posteriori di centinaia di auto - roteano gli occhi, cercando un'occasione, un mezzo, un complice per una non facile evasione.

Alberto Marcheselli

21 settembre 2010

Corrispondenza su Emanuele Filiberto

Il mio pezzo su Emanuele Filiberto ha provocato diverse missive inviate non al blog ma al mio e-mail privato (posso anche pubblicarlo qui: claudio.g.fava@village.it). Salvo un caso sono tutte persone che conosco da tempo: per uniformare la situazione ho aggiunto fra parentesi il cognome laddove (ed è la maggioranza delle volte) i mittenti avessero usato il solo nome proprio.
Nella maggioranza dei casi ho chiesto tempestivamente l’autorizzazione a pubblicare le e-mail nel blog. In ogni caso se gli autori non fossero d’accordo mi avvisino e provvederò a far togliere le lettere dal testo definitivo, conservato nel blog.
Per quello che riguarda i testi qui riportati, vorrei fare, nell’ordine, le seguenti osservazioni:



1)
Grande!
un saluto cordiale,
Angela Zamparelli

Ringrazio Angela Zamparelli, genovese che da molti anni lavora a Roma come regista a Radiodue, per il suo entusiasmo.


2)
Sulle propensioni omosessuali ho da qualche settimana una testimonianza diretta. Un signore conosciuto al bar mi ha raccontato di quando, lui cameriere al Savini, Umberto, sia pur accompagnato dalla favolosa Milly, indugiava a tastarlo mentre lo serviva e, infastidito dalla sua ritrosia, minacciò di farlo licenziare. Il suddetto preferì dare le dimissioni....
Lorenzo (Pellizzari)

Non so quanto sia attendibile, in una materia così delicata, la testimonianza di “un signore conosciuto al bar”. In ogni caso ci sono molti indizi in questo senso. Senza inoltrarmi nell’amplissima aneddotica riguardante la storia minore di casa Savoia, mi limiterò a ricordare che il marchese Falcone Lucifero, che fu ministro della Real Casa dal 1944 sino al referendum, racconta nelle sue memorie (fra l’altro di enorme interesse storico) che ad un certo punto ricevette, credo dalla Polizia o dal Ministero dell’Interno, un incartamento riservato frutto della sorveglianza esercitata da anni su Umberto. Senza neppure aprirlo Lucifero lo bruciò, non si sa se per estrema discrezione o per giustificata prudenza.



3)
Caro Claudio, grazie di allietarmi con i tuoi articoli in giornate in cui una cupa Rai, priva di teste come la tua , tendono a intristirmi.
Ma la tua grande capacità di raccontare mi fa tornare l'allegria e la voglia di combattere.
Un abbraccio
Rosellina (Mariani)

Rosellina è sempre troppo affettuosa e non so come ringraziarla.


4)
Caro Claudio, mi meraviglio che ti meravigli. Perché, a parte Gabriella, le altre due zie di Emanuele non mi pare che abbiano dato prova di comportamenti esemplari: Matrimoni con cugini, divorzi ecc. Ricordi la love-story di Titti con Maurizio Arena? I saluti alla folla da un balcone di Trastevere... Caro amico, io in questa Italia ho deciso di non stupirmi più di niente. La Televisione è ormai il moloch che ingoia tutto e, tragicamente, riesce a farcelo ingoiare. La dignità è un optional....
Un abbraccio forte
Lia (Volpatti)

Non mi meraviglio. Non è un caso che Maria Gabriella sia di altro parere. L’ho sentita io dichiarare in televisione che tutto risale alla madre di Emanuele Filiberto il quale, provenendo da una famiglia di industriali falliti, pensa solo al denaro. In quanto alla love story di “Titti”, mi ricordo ancora oggi il dolore e la stupefazione di una cassiera di un cinema di Genova che, quasi in preda alle lacrime, mi diceva: “Ma non può fare così! Lei che è la figlia del re”.


5)
Caro Claudio,
partecipo profondamente della tua delusione di fronte ai colpi di coda di questo paese ingrigito e imbarbarito anche nelle istituzioni e nelle persone che hanno rappresentato (o avrebbero dovuto farlo) una continuità storica, civile, sociale. Fosse solo colpa degli sgambettanti rampolli di casa reale. Ognuno ha i figli che si merita, ma dei nipoti proprio di rado si è responsabili...altre cose del nostro vivere sociale, della nostra tv (la tua tv), della nostra politica ma ancor più del nostro vivere quotidiano ci fanno e farebbero arrossire altrettanto se non più. Il fatto è che essere cittadini di un paese significa credere nel senso stesso dello stato, delle istituzioni a cui si è data fedeltà (talora giurando, talora solo credendoci) ed essere cittadini, io credo, significa ancor prima fare un atto di fede nell'intelligenza del prossimo. Che molto spesso si adopera in ogni modo per smentirci (hai notato quanti umani assomigliano ai pesci e che sfoggiano la stessa attonita espressione?), ma che esiste e vanta per fortuna infinite, luminose eccezioni. Come diceva San Paolo, la chiesa fin troppo spesso smentisce Gesù Cristo, ma nonostante sia fatta di uomini è più forte e più nobile dei singoli uomini. A cui è comunque concessa la redenzione. Chissà che una pur limitata folgorazione sulla via di Teulada tocchi un giorno anche a Emanuele Filiberto. Lo vedrei bene a ripristinare "Il fatto del giorno". Non sarà meglio di Bisiach, ma insomma...Un abbraccio serale,
Giorgio (Gosetti)

Ho conosciuto Giorgio Gosetti quando era ancora un giovane universitario che mi fece un’intervista alla Rai. Adesso, provenendo dal Mystfest di Cattolica, è da molti anni direttore, insieme a Marina Fabbri, di “Noir in Festival”, che è la più nota manifestazione italiana sul cinema e sul romanzo polizieschi. Giorgio è anche il Delegato Generale di “Venice Days”, cioè Giornate Degli Autori, una delle sezioni della mostra di Venezia.



6)
Gentile Claudio G. Fava (mi piacerebbe poi che mi svelasse la "G" per quale nome sta), sono appena rientrata da una assurda e più che sconcertante missione di "pace" in Afganisthan. L'inutilità di tante morti, l'assurdità della presenza dei contingenti, sarebbe argomento per una lunghissima discussione...Le interesserebbe aggiungere alla tristezza dell' inutile personaggio Emanuele Filiberto anche la triste consapevolezza di tante vite spezzate? Quando nel suo articolo parla di "rango" associato al nome di Milly Carlucci è una provocazione? Mi dispiace non essere d'accordo al suo ricordo di Umberto...io ricordo le Leggi razziali , ricordo mio nonno costretto a nascondere la sua identità e a celare la sua saggezza e cultura dietro un oscuro silenzio e anonimato! Umberto imbarazzato accanto a Hitler? Solo imbarazzato mi sembra poco e non assolutamente giustificabile!!! Filiberto è rientrato in Italia non dalla porta della cultura (ammesso che ne abbia), ma dalla parte meno nobile, cercando consensi da quegli italiani che guardano quei programmi spazzatura! La RAI è solo alla ricerca di ascolti. La RAI la ringrazio solo per avermi fatto conoscere Lei ed avermi regalato quel meraviglioso mondo che è il cinema d'autore!!!!
Affettuosamente
Rossella (Filippetti)

La dottoressa Filippetti è l’unica degli interlocutori che non conosco di persona. Deve essere (lo si desume dal testo della sua missiva) un personaggio particolarmente avventuroso, che ha passato 25 anni a Parigi come medico di laboratorio e che ora scopro essere di ritorno dall’Afghanistan. Per quello che riguarda le sue osservazioni su Umberto, le faccio osservare che lui con le leggi razziali non c’entra nulla. Se mai la colpa risale all’incomprensibile comportamento di suo padre, Vittorio Emanuele III, che accettò di controfirmare le leggi razziali, dimentico del fatto che era stato suo bisnonno Carlo Alberto ad avere concesso per primo la completa libertà ai valdesi ed agli ebrei (ci furono anche molti ebrei piemontesi nobilitati da casa Savoia, il che creò fra quelle comunità israelitiche e la famiglia regnante un legame particolare che rese ancor più dolorosa, se possibile, la spaventosa rottura del 1938). In questo senso il difetto di Umberto fu l’eccessivo ossequio agli ordini del padre, che dal canto suo (“I Savoia regnano uno alla volta”) non ebbe mai la minima intenzione di introdurlo al gravame del suo compito futuro. Pensi alle difficoltà che frappose alla sua abdicazione a favore del figlio, ormai nominato da due anni (grazie all’astuzia giuridico-partenopea di Enrico De Nicola) Luogotenente Generale del Regno, e quindi già in possesso di tutti i poteri reali, sostenendo che avrebbe accettato di farlo solo dopo essere tornato al Quirinale (in effetti avvenne ben due anni dopo, nel 1946, tanto è vero che Umberto fu soprannominato “Il re di maggio”). In ogni caso, ripeto, il problema non è lui, ma se mai suo padre, che resta un mistero. Per 22 anni, dall’assassinio di Umberto, (luglio 1900) alla marcia su Roma (ottobre 1922), egli fu un impeccabile sovrano costituzionale, estremamente sollecito nel rispettare le competenze del Parlamento. Una volta nominato Mussolini Presidente del Consiglio egli lasciò rosicchiare giorno per giorno lo Statuto concesso da Carlo Alberto e si avvalse tardivamente di una formalità procedurale, solo invocando il carattere decisivo del voto del Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio 1943. Basta sfogliare in diario di Ciano per trovare tante testimonianze sulla lucidità con cui il re seguiva il fluire degli avvenimenti politici, la manifestazione del suo odio per i tedeschi (che lui chiamava “quei brutti tedeschi”) e al tempo stesso sulla opaca rassegnazione con cui finiva per accettare il comportamento e le decisioni di Mussolini (l’opposizione più forte, in un certo periodo, fu quella contro l’istituzione, nelle forze armate, del grado di “Maresciallo dell’Impero”, grado che prevedeva due greche sulla manica e la formale eguaglianza fra il re e il duce). In senso stretto, aldilà di qualche battuta dialettale, egli non fu mai antisemita. E sull’argomento esiste una serie di testimonianze curiose. Laddove il Regio Esercito non doveva fare i conti con le strutture istituzionali del regime fascista le forze militari si astennero scrupolosamente dall’intervenire sul tema. Almeno nel caso delle regioni della Francia del sud occupate dall’Italia dopo l’armistizio del 1940. Io ho ascoltato una testimonianza di uno scrittore francese, ebreo polacco di origine, che quando lo conobbi era il segretario nazionale del P.E.N. club. Come molti israeliti francesi, appunto nel periodo fra il ‘40 e il’ 43, si era trasferito nel meridione appunto per approfittare della maggiore sicurezza garantita dalla presenza delle truppe italiane. Egli mi raccontò un episodio straordinario. Non so in quale anno di quel periodo la polizia francese, pur sempre legata a Vichy, operò una retata di ebrei conducendo gli arrestati nella sede della Polizia stessa a Nizza. Finché non arrivarono le truppe italiane che, con baionetta inastata, circondarono il palazzo e liberarono gli ebrei prigionieri. Il che significa che una nazione ove gli israeliti erano discriminati, poi li proteggeva all’estero. La qual cosa sembra difficile possa essere accaduta senza una pur tacita complicità del re, abituato da sempre ad un intenso rapporto con l’esercito. La cui impreparazione alla guerra gli era ben nota e ne rilevava acutamente i difetti rivelatori. Senza tuttavia, e qui sta la sua colpa, mai tradurli in atti decisivi.
Approfitto per precisare che la "G" è l'iniziale di "Giorgio". Suggestionato dall'esempio di tanti scrittori e giornalisti americani, forniti di "Middle Name"-penso, ad esempio, a "John P.Marquand"-ero rimasto affascinato da quell'iniziale a metà nome, l'ho usata nel primo articolo che ho pubblicato a vent'anni e non l'ho più abbandonata. Sono consapevole del fatto che, in un paese dove l'uso è meno diffuso di quanto non lo sia negli Stati Uniti, desti curiosità e quasi riprovazione. Una volta sono stato fermato per strada da un signore che senza neppure salutarmi mi disse con tono imperativo:"Cosa vuol dire la G?". "Giorgio" risposi io intimidito. "Bene, grazie" mi disse a sua volta. E se ne andò di scatto.


7)
Claudio, è sempre un piacere leggerti. Sai che da sempre ti stimo e condivido i tuoi punti di vista. E anche questa volta, da monarchico, non posso non essere d'accordo con te, repubblicano, soprattutto sul giudizio, positivo, che dai di Umberto II, grande uomo e nobile italiano. Che ha insegnato a tutti noi come preferire la pace alla guerra.
Un saluto affettuosissimo da
Luciano Garibaldi

Luciano è un vecchio amico e collega del Corriere Mercantile. Autore di molti libri di successo riguardanti in genere i risvolti in Italia della seconda guerra mondiale. Fra i tanti titoli vorrei ricordare “L’altro italiano” dedicato a quel personaggio straordinario che fu Edgardo Sogno fondatore della “Franchi”. “La guerra (non è) perduta”, centrato su un argomento dimenticato da tutti, e cioè il destino di quegli italiani, generalmente di famiglia nobile e che parlavano correntemente l’inglese, i quali dopo l’8 settembre accettarono di fungere da ufficiali di collegamento presso reparti britannici dell’Ottava Armata. . O, ancora, “La pista inglese sulla morte di Mussolini e la Petacci” oltreché “Maurizio e Ferrante Gonzaga”, sul caso non unico ma abbastanza inconsueto dei due marchesi del Vodice, padre e figlio, entrambi medaglie d’oro , anche se in due guerre diverse.

17 settembre 2010

La triste apparizione di Emanuele Filiberto

Vorrei precisare che non ho legami con i movimenti monarchici italiani. Anzi. Attingendo ai miei ricordi del passato, vorrei ricordare qualcosa che attinge ad un’Italia completamente scomparsa.
Nel 1946 durante la campagna per le elezioni del 2 giugno, dove erano in ballottaggio anche la monarchia o la repubblica, frequentavo la seconda liceo presso l’ istituto “Vittorino da Feltre”, che allora aveva sede a Genova in una traversa di Via XX Settembre (Via Maragliano) ed era tenuto dai padri Barnabiti. Ovvero l’equivalente medio borghese dell’ Arecco, tenuto dai Gesuiti, che era allora la scuola di elezione di tutta la classe dirigente dell’epoca (un ambiente fortemente controllato dai democristiani che si riconosceva in un prelato onnipossente, il Cardinal Giuseppe Siri). L’una e l’altra scuola sono ormai scomparse, a testimonianza della rivoluzione ormai compiuta nel mondo un tempo molto potente degli Ordini e delle Congregazioni cattoliche in Italia.
Ebbene nella mia classe al Vittorino ero l’unico apertamente repubblicano. Tutti i compagni di classe erano più o meno attivamente monarchici a testimonianza di uno schieramento di classe che allora divideva, spesso in modo rigido, la società italiana appena uscita dalla guerra. Per ribadire una notazione d’epoca vorrei citare qui una frase di mio padre, reduce il 2 giugno 1946 dalla sua visita al seggio elettorale dopo la faticosissima votazione per la Costituente e per la forma dello Stato. In un momento di subitanea sincerità mi disse:”Sai, al momento di votare per la monarchia o la repubblica mi ricordai di aver giurato fedeltà al re nel 1915 e di non poter tradire quel giuramento”. Dopo sessantaquattro anni arrossisco ancora al pensiero dello sguardo di commiserazione che gli rivolsi.
Mi pare doverosa questa precisazione viste le mie attuali reazioni di fronte all’incongrua presenza di Emanuele Filiberto di Savoia in alcune trasmissioni Rai. Penso al Festival di Sanremo, ed a quelle, recentissime, sulla elezione di Miss Italia. Io ne ho visto un pezzettino e mi è parsa insopportabile, ma credo che abbia avuto alti indici di ascolto. Non so perché Emanuele Filiberto abbia deciso di diventare un personaggio televisivo e perché la Rai glielo abbia concesso, anche se le ragioni dell’ “Auditel” sono in genere persuasive. Ma la gioia del principe nel trovarsi a fianco di Milly Carlucci era addirittura stupefacente, soprattutto per un personaggio che sin dalla nascita dovrebbe avere dimestichezza con persone di un certo rango. Debbo confessare che vedendolo (il meno possibile) sono stato colto da una grande tristezza e da un profondo senso di compassione nel ricordo del nonno. Riconosco che Umberto II ha avuto molte colpe personali, compresa l’eccessiva acquiescenza ai voleri del padre Vittorio Emanuele III (il quale, per fugare qualsiasi desiderio di indipendenza del figlio, disse in un’occasione: “ I Savoia regnano uno alla volta”). Fin troppo disciplinato durante il periodo fascista, (ricordo una sua imbarazzata apparizione mentre in tight faceva il saluto romano a fianco di Hitler durante le Olimpiadi di Berlino). Costretto dal padre a fuggire con lui al sud a bordo della corvetta “Baionetta”. Poi durante il periodo della cosiddetta Luogotenenza e in quello brevissimo, in cui fu re, fu obbligato a tenere il timone fra i mille impacci e le infinite contestazioni tipiche del periodo tra il 1944 e il 1946. Poi, ancora, visibile nelle numerose immagini di repertorio quando, nella sua antica divisa del Regio Esercito, passava in rivista i superstiti soldati del C.I.L., comandati dal generale Utili, i quali si avviavano al fronte a combattere i tedeschi nell’estate del 1944. E nelle sue apparizioni, con la moglie Maria Josè, le bambine e il piccolo Vittorio Emanuele, alla testa di quella che sembrava una famiglia felice e non lo era: immagini largamente sfruttate dalla propaganda dell’epoca. Poi ci fu la sconfitta del 2 giugno e Umberto che, pur contestando i risultati del referendum, abbandonò in aereo l’Italia in una sequenza tante volte riproposta dalla televisione: lui in abito borghese che sale sull’apparecchio con un largo sorriso spennellato sul volto, ed un gruppo di anziani signori i quali da lontano agitano le braccia per salutare l’apparecchio che sta decollando (un particolare che non è mai citato: era pilotato dal colonnello Lizzani, fratello di Carlo, che non mi sembra entusiasta nel ricordarlo). Vennero poi quasi quarant’anni di esilio, con la frattura insanabile della famiglia (Umberto in Portogallo, moglie e figli in Svizzera) e con un matrimonio minato da quella che viene generalmente evocata come la sua potenziale omosessualità ma che non fu mai né pubblicamente discussa né ammessa. Anni durante i quali va riconosciuto ad Umberto un grande stile, un’eleganza di comportamento che non lo abbandonò mai e che gli consentì di sovraintendere, senza esagerare, ai suoi legami con i monarchici italiani, un tempo abbastanza numerosi (mi ricordo lo stupore di Enzo Tortora, di vecchi istinti repubblicani il quale, avendo assistito ai suoi funerali a Hautecombe, rimase sbalordito di fronte al profondo, autentico, lacerante cordoglio di migliaia di italiani, quasi tutti di modeste condizioni).
Insomma, tutto ciò considerato, lo spettacolo offerto dallo scipito Vittorio Emanuele e dallo sgambettante figlio Emanuele Filiberto (fornito anche di una moglie “striptiseuse”, che si esibisce a Parigi in un teatro specializzato) è semplicemente terrorizzante. Anche Aldo Grasso, in una sua cronaca televisiva, si chiede perché la Rai ci imponga in onda il principe. Il quale si badi, in preda ad una felicità compiaciuta ed inopinata, è apparso anche a Porta a Porta interrogato dal troppo sorridente Bruno Vespa. Mi chiedo che cosa ne avrebbe pensato il nonno, che fino all’ultimo conservò un impeccabile aplomb. Non sembra molto intelligente ma non riesco a capire perché si comporta così. A Ginevra si era preparato per lavorare in banca poi è venuto in Italia ed è rimasto folgorato dalla nostra televisione e da quel che essa alimenta di peggio nei cuori e nelle coscienze degli italiani. I secoli di storia che il suo nome evoca, i castelli della Val d’Aosta, le piazze di Torino, gli splendidi palazzi e i grandi giardini, tutto cancellato in nome di Milly Carlucci. Non solo a vederlo ma anche semplicemente a parlarne mi coglie lo stesso imbarazzo e la stessa cupa predisposizione dell’animo che provo a vedere Irene Pivetti, travestita da pseudo-conduttrice di” talk show”. Lei che ostentava l’antica croce degli “Chouans” vandeani…
Ho sempre meno voglia di vivere in questo paese.

16 settembre 2010

Il dottor Napolano, di cui avevo pubblicato il carteggio riguardante i problemi del sud Italia, ha avuto la gentilezza di inviarmi un brano scritto da Carlo Alianello, brano che non conoscevo pur avendo letto dello scrittore romano d'origine meridionale "L'Alfiere" e "Soldati del re".
Il testo riguarda il problema degli zolfi siciliani, di cui avevo scritto che no sapevo nulla, ed è ricco di dati curiosi. Ecco il brano del dottor Napolano:


Dott. Stanislao Napolano
Cardiologo
Via Tiglio 6 – 80145 Napoli
Tel. 081/5853411 – Cell. 3356780203
e-mail: stan.napolano@libero.it

Napoli 15/09/2010 Egr. Dott.
Claudio G. Fava


Egregio Dottore,
ho letto la nota dove evidenziava la sua poca conoscenza sulla questione degli zolfi siciliani, mi permetta di inviarle uno dei documenti che si possono trovare anche su internet, ma questo che le invio è tratto da uno scritto di Carlo Alianiello, l’autore della “Conquista del Sud”.

“L’odio inglese per le Due Sicilie aveva una radice molto antica, era cominciato nel 1836 con la questione degli zolfi, una questione di altissimi interessi che aprí una crisi profondissima, duratura e insanabile tra Napoli e Londra, nonostante anche i successivi accomodamenti diplomatici, e rischiò di portare allo scontro bellico i due Stati. La vicenda è raccontata egregiamente da Alianiello nel suo libro «La conquista del Sud». Riproponiamo quella pagina perché emblematica dell’amore di Ferdinando II per la Patria Due Sicilie:
«La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione piú favorita». Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il Reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto piú che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae. Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrí, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato Napolitano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiare tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero Regno Napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.»

Questo che segue è quanto affermò S.M. il Re Ferdinando II al suo gabinetto ministeriale
«Oggi trattasi di decidere la questione se si deve o no cedere alle pretenzioni e alle minacce che ci dirigono; si tratta di una questione d’onore e di dignità. Io per me sono pronto a respingere le une come le altre. Vi fu un tempo in cui Napoli fece tremare l’Europa. Non dico che possa farla tremare oggi; ma non per questo dobbiamo noi tremare ... Vi sono taluni che ci consiglierebbero di cedere; ma sanno che cosa guadagneremmo noi con ciò, oltre la perdita della dignità e la macchia dell’onore? Bisognerebbe assoggettarsi alle instancabili richieste dell’Inghilterra; e cedendo oggi, dovremmo cedere nel futuro ad altri ... State tranquilli e non temete nulla. La fermezza è il partito che ci conviene contro ingiuste pretenzioni.»”.

Cordiali saluti
Stanislao Napolano

13 settembre 2010

AGGIUNTA A “LE RAGIONI DEL SUD E LE RAGIONI DEL NORD”

Ho dimenticato, a proposito dei rapporti fra il Nord e il Sud Italia, un particolare importante che riguarda le due ex capitali. Vorrei infatti ricordare che non solo Napoli è stata una vittima dell’unità d’Italia, perdendo, con i Borboni, anche le molte ragioni di fascinazione che le venivano dal suo status burocratico. Ma che l’altra vittima è stata Torino. Ancora più vittima, se posso dire così, perché mentre Napoli era sconfitta Torino era vittoriosa. Aveva partecipato in modo decisivo alla realizzazione dell’unità d’Italia, offrendo il denaro e molte vittime dei conflitti risorgimentali. E si vedeva rimeritata non con l’ampliamento delle sue competenze ma con l’aperto ripudio del suo antico passato savoiardo. In effetti, dal 1865 al 1870 la capitale venne strappata a Torino e temporaneamente trasferita a Firenze (dove gli abitanti rimasero terrorizzati dall’arrivo massiccio degli impiegati ministeriali i quali parlavano una lingua impermeabile ai Toscani che era il dialetto piemontese). Come è noto nel 1870 (20 settembre, breccia di Porta Pia) la tappa successiva fu Roma, a testimonianza dell’ossessione capitolina tipica di quel periodo storico, che ha contribuito in modo decisivo a modellare, con un immenso cambiamento urbanistico e antropologico, l’attuale immensa e potente città che condiziona in modo decisivo la vita italiana. Il trasferimento della capitale a Firenze fu all’origine di violente manifestazioni di piazza contro il governo che vennero represse quasi con ferocia (si veda quel che ho scritto prima a proposito degli interventi dell’esercito nella vita della azione): alla fine i moti costarono una trentina di morti e oltre centosessanta feriti. Varrà la pena di ricordare che il sindaco rifiutò la somma che era stata stanziata, a titolo di indennizzo, per il trasferimento della capitale. Mi pare che questo fatto vada ricordato: non solo Napoli, ma anche Torino ricevette un danno netto dalla “sparizione” della capitale, perdendo molte migliaia di abitanti. E qui bisogna avere il coraggio di guardare in faccia alla realtà. La città seppe coltivare la sua vocazione industriale che, a riprova della laboriosità dei Piemontesi, si era via via affinata. E verso la fine del secolo ebbe il colpo di coda dell’automobile. A coronamento di un largo interesse di borghesi e di alto-borghesi nel 1898 venne fondata la FIAT (dove significativamente la T finale è l’iniziale di Torino) che nel bene e nel male condizionò poi in modo decisivo la vita non solo della città ma dell’Italia tutta. E non è un caso che l’apertura, forzata dai politici, di filiali della fabbrica in giro per l’Italia (si pensi a Pomigliano d’Arco, Melfi e Termini Imerese) abbia intaccato il carattere originariamente torinese, nella sua mescolanza di efficienza e di durezza, della Società.
Mi sembrava doveroso formulare questa aggiunta al testo, senza la quale l’allusione al Risorgimento resterebbe forzatamente monca.

8 settembre 2010

LE RAGIONI DEL SUD E LE RAGIONI DEL NORD
Non molto tempo fa ho pubblicato in questo Blog la lettera di un cardiologo napoletano, il Dottor Stanislao Napolano, molto pacata e ragionevole, che, pur senza nascondersi i grandi difetti civili della Napoli odierna, prendeva le difese del Sud d’Italia e del Regno delle due Sicilie.
A parte alcune argomentazioni curiose, che confesso di non aver mai udito sino ad ora (si pensi alla “vendetta” dell’Inghilterra a causa del problema dello zolfo siciliano), il resto della lettera mi sembra abbastanza lucido laddove si rende conto del disordinato atteggiamento napoletano nei confronti della vita di ogni giorno: […] perché Napoli è sporca, perché non vi sono vigili urbani per strada, perché nessuno rispetta le regole più elementari per un convivere civile, perché non vi è lavoro ne’ una possibile speranza di rilancio effettivo dell’economia, ecc. La presa di coscienza dello scrivente nei confronti della sua città è lucidamente spietata (si veda il pezzo dove egli scrive vedo i nostri concittadini fare i furbetti per le cose più banali, passare con il semaforo rosso, andare nei sensi vietati, parcheggiare dove uno vuole, ricordo che il famoso sindaco di New York, Giuliani, recuperò Harlem imponendo il rispetto delle regole più elementari, appunto quelle stradali.
Ho citato largamente il testo della lettera per dimostrare il grado di civiltà dello scrivente, il quale giustamente ricorda che sotto i Borboni Napoli era stata una grande capitale europea, in questa città si erano svolti conclavi, incontri fra imperatori, prese decisioni sui destini di vari e importanti paesi europei, Napoli era visitata dai più illustri uomini di cultura d’Europa.
Il raffronto fra il passato e il presente induce il Dottor Napolano a rendere in qualche modo responsabile l’invasione “piemontese” e l’avventuriero Garibaldi di un evidente decadimento. Tuttavia egli non sembra tener conto delle colpe degli uomini nell’evoluzione delle nazioni. Ad esempio si prenda il caso della forsennata immigrazione delle classi proletarie nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento verso le Americhe, del sud come del nord. Molti meridionali sono portati a vedervi il segno della oppressione “piemontese” che costringeva i più poveri a fuggire. In realtà il fenomeno ebbe luogo in tutta Italia. Milioni di settentrionali approdarono così in Argentina: si veda il caso dei genovesi che hanno fondato il “Boca Junior”, per non parlare dei piemontesi in Uruguay che avrebbero dato vita al “Peñarol” ispirandosi al dialettale Pinareul per Pinerolo. In quanto all’America del Nord se è vero che la maggioranza degli immigrati viene dal sud Italia ma è anche vero che gli oriundi settentrionali sono moltissimi (una volta un mio amico su un aereo in America conobbe un tizio che si presentò come “Segretario dell’associazione degli Italiani del Nord”!). E’ vero che di molte repressioni feroci effettuate nel sud dall’esercito italiano non si parla mai o se ne parla mal volentieri ma bisogna tener conto che l’intrusione violenta e sanguinosa contro i moti popolari era una tradizione militare nazionale rispettata anche nel nord Italia. Si pensi al massacro dei Genovesi portato a termine dai bersaglieri… Vorrei anche far osservare che l’adozione dell’unità da parte delle masse popolari meridionali fu esplicita: si veda l’uso del tricolore nelle feste religiose degli immigrati mentre non mi pare che qualcuno abbia issato la bandiera borbonica.
Evidentemente si tratta di un tema immenso, che deve tener conto delle risultanze storiche, spesso nascoste o rimosse, ma non può prescindere da un’ osservazione sul territorio motivata e articolata. E’ chiaro che la pubblicistica in materia è enorme. Mi limiterò a segnalare un ampio articolo pubblicato sul Corriere della sera del 4 settembre 2010 ad opera di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, gli autori de “La casta”. L’articolo riguarda il terremoto in Friuli nel 1976 e la testarda ricostruzione eseguita dagli abitanti che rifiutarono i paesi distrutti e resistettero al sisma come avevano resistito all’Austria. L’atteggiamento dei Friulani fu decisivo. Rizzo e Stella riportano le dichiarazioni dell’allora presidente regionale il democristiano Antonio Comelli, che fra l’altro dichiarò: “molti rinunciarono ai contributi statali. Chi aveva un danno non troppo grave si vergognava un po’ a chiedere soldi che magari servivano da altre parti”. Il contrario, continuano i due giornalisti, di quanto sarebbe accaduto pochi anni dopo in Irpinia con l’allargamento dei comuni colpiti: alla prima conta 36, all’ultima 687.
Potrei fare altre citazioni ma rimando alla lettura completa dell’articolo del Corriere della sera. Quel che voglio dire è che è sempre necessario tener conto dei comportamenti della gente e del contesto storico. Vi sono riflessi antichi che non vanno ne’ ignorati ne’ sottovalutati. Mi rendo conto che l’evocazione dei Friulani può avere carattere paradossale. Rizzo e Stella citano le parole scritte mezzo secolo fa dal toscano Gianfranco Piazzesi. Che riguardavano “un popolo di emigranti plasmati con sapienza dal parroco: fatti apposta dal buon Dio per rifornire le comunità nazionali di muratori, di carabinieri e di domestiche. Un popolo che risolveva molti problemi e non ne creava nessuno.”
I problemi qui evocati sono molteplici e non pretendo minimamente di esaurire l’argomento. Vorrei limitarmi a osservare che se da un lato l’esercito nazionale italiano, salvo che per quello che riguarda la scuola militare della Nunziatella, ha completamente ignorato le tradizioni dell’esercito delle due Sicilie, e quindi di quei fanti calabresi, che si erano battuti coraggiosamente contro i garibaldini, è anche vero che a modo loro le popolazioni del Sud hanno provveduto a correggere in parte l’errore. Si guardi il luogo di nascita degli ormai numerosi caduti nelle recenti missioni all’estero e si vedrà che si tratta in genere di meridionali. I quali, a modo loro, hanno corretto uno storico errore. Del resto và ricordato che sin dall’inizio l’esercito nazionale italiano si basò, per quello che riguardava gli ufficiali, su due grandi componenti regionali: quella piemontese e quella napoletana, proveniente appunto dall’esercito di Francesco II.

Claudio G. Fava

(Battute 6.237)

2 settembre 2010

Un commento che mi è giunto a proposito del mio ultimo post, riguardante Ford e Spencer Tracy (si veda la mia risposta) mi ha consentito di ricordare che Divi e Vegeti non fu una rivista ma addirittura un festival. Inventato da me (sono molto orgoglioso del gioco di parole che lo anima e che riassumeva un fatto: ogni puntata implicava l’omaggio ad un attore o attrice del passato ed a uno od una del presente) fu organizzato da Castelnuovo Magra e da Sarzana e durò solo due anni. In uno dei cataloghi avevo scritto, appunto come omaggio ad un attore del passato, un pezzo su Spencer Tracy. Me ne ero completamente dimenticato (alla mia età capita di continuo) e me lo ha fatto ricordare il commento del lettore. Sono andato a rileggermelo ed ho impudicamente deciso di riportarlo alla luce e di pubblicarlo qui nel Blog. Il fatto che sia frutto di una pur piccola ricerca, di cui mi ero totalmente dimenticato, lo rende curioso. Perché è evidentemente frutto di un antico affetto che, vedendo un frammento de “L’ultimo urrà” , mi ha stimolato a scrivere un articolo. Evidentemente discutibile ma significativo.
Ho, dunque, pensato di ripubblicare qui il pezzo scritto su Spencer Tracy, visto che avevo dimenticato il fatto di essermi già occupato dell’attore. Il che evidentemente non è un omaggio alla lucidità del mio pensiero e della mia memoria ma è comunque testimonianza di un antico affetto.

(Testo scritto per il primo catalogo di Divi e Vegeti)
In certo senso è molto facile scrivere un abbozzo di prefazione e un inizio di introduzione che riguardi Spencer Tracy. Se c’è un “divo” tipico nella storia del cinema sonoro, non v’è dubbio che lui lo sia e lo sia stato per lungo tempo e per buona parte della carriera. Guardiamo i dati. Spencer nasce il 5 aprile del 1900 (Milwaukee, Wisconsin) e muore a Beverly Hills (L.A., California) il 10 giugno 1967, forse per un attacco di cuore causato da diabete e, presumo, dalla propensione all’alcol. Una vita non lunghissima, soprattutto secondo i criteri di oggi ma di una estrema operosità. Il suo cammino verso il mondo della recitazione (teatro e poi cinema) segue un percorso in certo modo ovvio, seppure suo proprio e personale. Per quel che riguarda il teatro si calcoli un buon decennio di scritture via via meno secondarie e per quel che riguarda il cinema si ricordi che lavora in quasi 80 film. E poiché qui comincia nel 1930 e termina nel 1967 – con “Indovina chi viene a cena ?”, lavorazione conclusasi poche settimane prima della morte” - praticamente ha una media di lavoro superiore a due film all’anno. Evidentemente è una media di comodo, giusto per riassumere un ritmo di vita professionalmente incalzante. Suo padre – dirige una ditta di autotrasporti - è cattolico e irlandese (nell’America di allora le due cose erano intrecciate e con un preciso peso specifico). La madre è di una famiglia più altolocata con radici protestanti americane ben più profonde (sembra che nella parte finale della vita si sia convertita alla Christian Science). Sin da piccolo Spencer è un bambino allegro, combattivo, spavaldo che ama fare a pugni, non ha voglia di studiare e deve di continuo cambiar scuola. Quando ha 14 anni diventa amico di un altro irlandese, che ha un anno più di lui e si chiama William Joseph O’Brien detto Bill. Spencer, fino a quel momento pessimo studente, apprende che Bill va alla Marquette Academy, una apprezzata scuola preparatoria di tipo militare legata ad una università di gesuiti, e lo segue. Fra la sorpresa generale Spencer comincia a studiare, e si interessa particolarmente di teologia (pensa perfino di farsi prete). Abbrevio. La scuola inaspettatamente lo aiuta: nel gennaio 1921 entra al Ripon College, dove professori intelligenti si accorgono delle sue qualità, il che gli consente di scoprire la recitazione e di apprendere che possiede doti naturali: bella dizione, memoria di ferro. Grazie al breve servizio militare nella Navy prestato durante la corta partecipazione USA alla prima guerra mondiale, ed alla “pensione” che gli viene assegnata, può fruire di un modesto aiuto governativo ed andare a New York, a frequentare, tirando la cinghia, una scuola d’arte drammatica, insieme a Bill O’Brien che, cambiando il nome proprio in quello ben più irlandese di Pat, si destinò anch’egli ad una fortunata carriera cinematografica. Sono gli anni in cui si formano le grandi amicizie: Spencer e Pat, insieme a James Cagney, Frank McHugh, Ralph Bellamy, Frank Morgan, ed occasionalmente altri ancora, daranno vita ad un gruppetto di amici a cui un giornalista, fra l’ironico e il malevolo assegnò il nome di “Mafia irlandese (“Irish Mafia”). Al di là degli indubbi rapporti di amicizia e di reciproca protezione, resta la significazione di quel che rappresentava un simile gruppetto di attori, famosi o destinati a diventarlo, nel mondo del teatro ed ancor più del cinema americano prebellico e successivamente postbellico. Un blocco etnico e spirituale, ove l’essere cattolici non era più ragione di discriminazione negativa ma se mai il riconoscimento di uno status sociale e umano omai consolidato (gli scandali della pedofilia erano di là da venire ). E anche, come dire, una sorta di involontario manifesto socio-etico, il viso sereno, spavaldo, al bisogno tenero o violento, di un’America rigorosamente bianca, piccolo e medio borghese, proletaria nei modi, conservatrice negli istinti patriottici, che contribuì al largo successo del cinema hollywoodiano dagli anni ‘30 agli anni ’50. Di quel cinema, muovendosi con un naturale facilità consentita solo da un talento fuori del comune, Spencer Tracy fu un’immagine risplendente, forse la più magicamente convincente in diversi decenni di storia del divismo cinematografico.
In effetti Spencer Tracy aveva alcune qualità rare, fra cui un talento strabordante. E tanto più rare quanto più difficili a definire. Come disse una volta a Garson Kanin James Cagney, grande amico di Tracy (poi ex-amico): “Spence è l’uomo più maledettamente difficile che abbia mai conosciuto. E’ il migliore. Oltre che l’attore più bravo. Hai mai notato una cosa ? Vai a una rivista o a un night, guardi quegli spettacoli di varietà in TV e c’è sempre qualcuno che viene fuori a fare imitazioni: Eddie Robinson (leggasi: Edward G. Robinson –n.d.r.), me, Bogie (Humphrey Bogart), Jimmy Stewart, John Wayne. Ma assolutamente mai Spence!Non ci provano nemmeno e sai perché? Perché non v’é niente da imitare, salvo il suo genio e questo non può essere rifatto”. In sostanza Cagney voleva dire che “Spence” era come ognuno e come tutti , vale a dire come ognuno dei suoi personaggi; e come tutti gli americani del suo tempo insieme, tanto era abile ad entrare immediatamente nei panni di chi doveva interpretare. Per 8 anni, dal 1922 al 1930, si fece le ossa in teatro, prima in provincia e poi a New York (nel 1923 recitò anche a fianco di Ethel Barrymore). Si rivelò poi nel 1930 con “The Last Mile” di J. Wexley, ove è a capo di una rivolta di carcerati. Viene chiamato a Hollywood, esordisce con un film , “Up the River”, ricordato soprattutto perché è diretto da John Ford e interpretato da Spencer e da Humphrey Bogart (fu per entrambi gli attori il film di esordio). Da quel momento egli inizia una galoppata strepitosa, terminata nel 1967 poche settimane dopo aver portato a termine ”Indovina chi viene a cena ?”.Per circa 35 anni Spencer pur con momenti di pausa e con diverse diversi periodi di minor successo, si cimenta con una serie di ritratti a tutto tondo ribadiscono la grande presenza di Hollywood nel creare miti piccoli e grandi della storia americana. Inizia con la Twentieth Century Fox ma nel 1935 riceve la completa consacrazione a divo passando – vi resterà per parecchi anni - alla Metro Golden Mayer. Nel 1936 è un sacerdote cattolico in “San Francisco” (rinvio alla filmografia presente nel catalogo per ogni indicazione d’anno, di regia, eccetera) ma nello stesso anno è il carcerato innocente ma spinto alla vendetta di “Furia”. L’anno dopo è un gentile marinaio portoghese in “Capitani coraggiosi” (primo Oscar) e l’anno successivo (secondo Oscar) è ancora per un sacerdote cattolico ne ”La città dei ragazzi” (più tardi Tracy confesserà che l’abito di un sacerdote cattolico era in certo senso l’”uniforme” che preferiva in assoluto in tutte le sue interpretazioni). Nel 1941 è Jekill e Hyde in uno dei più famosi , fra gli infiniti rifacimenti cinematografici del romanzo di Stevenson. Nel 1942 ecco “La donna del giorno” il primo film con Katharine Hepburn - ne interpreteranno complessivamente 9 – che è anche uno dei migliori della coppia segna il nascerei un rapporto sentimentale fortissimo che terminerà solo con la morte di Spencer. Il quale si era sposato, nel settembre 1923, con una collega di cinque anni più anziana di lui, Louise Treadwell, poche settimane dopo averla conosciuta. Quasi subito ebbero due figli (un maschio, poi una femmina) ed il primo, John, si rivelò sordo. Allora la madre abbandonò la recitazione e si dedicò con tutte le sue capacità a curare il, figlio (che doveva poi anche ammalarsi di poliolimielite ma è felicemente sopravissuto, si é sposato giovane ed ha avuto figli e nipoti). Di fatto di li a qualche tempo, Louise fondò una clinica specializzata, appunto la John Tracy Clinic, che esiste ancor oggi ed alle cui spese Spencer ha contribuito largamente. Da quando si sono conosciuti sino alla morte di Spencer questi e la Hepburn hanno vissuto insieme, per circa un quarto di secolo, ma lui non ha mai voluto divorziare e lo stesso ha fatto la moglie. Si dice che siano state le ferme convinzioni cattoliche di Tracy ad indurlo a comportarsi così, anche se rimane qualche perplessità per la sua condotta nei confronti di quella che evidentemente continuava a considerare la sua legittima consorte.
Andando avanti a rievocare la sua splendida carriera, ecco qualche altro titolo alla rinfusa: “Passaggio a nord ovest” , l’hemingwayano “Gente allegra”, “Joe il pilota”, “Mare d’erba“, “Lo Stato dell’Unione”, tipico film “presidenziale” di Frank Capra, “Il padre della sposa” e via via negli ultimi tempi alcuni dei titoli più robusti: ”La lancia che uccide”, “Giorno maledetto”, lo splendido ritratto di decadenza politica bostoniano-irlandese “L’ultimo Urrà” di John Ford, ancora da Hemingway “Il vecchio e il mare”, “..E l’uomo creò Satana (grande scontro anti e filo darwiniano fra Tracy e March, geniali mattatori di una hHllywoo scomparsa), “Vincitori e vinti”, ove Tracy disegna l’indimenticabile figura di un magistrato americano di provincia mandato in Germania a giudicare importanti personaggi nazisti. E poi il già ricordato “Indovina chi viene a cena ?”. Ove egli si congeda dalla vita e insieme dall’America “liberal “ a fianco di quella Katharine con cui ha condiviso la parte più operosa dell’esistenza.. E. come si è detto, film, alcuni dei quali di gran classe, grazie ai quali ha dati vita ad una delle più brillanti coppie del cinema amicano sonoro.
Un congedo splendido e malinconico venato d’allegria, che è la sua sostanziale eredità d’attore.
(battute: 9.666)


Claudio G,Fava

Risposta a 1° Anonimo
Grazie dell’approvazione. Le segnalo che nel testo c’erano delle piccole imperfezioni, che adesso ho provveduto a correggere. C’è quindi una nuova stesura.
Cordiali saluti.
Claudio G. Fava

Risposta a 2° Anonimo
Purtroppo non era in senso stretto una rivista ma il titolo di un piccolo festival congiuntamente organizzato dai comuni di Castelnuovo Magra e di Sarzana. Ebbe luogo una sola volta ed il testo a cui lei si riferisce rappresentava il catalogo del festival stesso. Poi l’accordo fra i due comuni svanì e la prima edizione galleggiò solitaria nella memoria. Mi spiace per Giancarlo Giannini che mi usò la cortesia di venire di persona.
In genovese si dice . “Sun messe dite” a cui si risponde : “E vespri canté” con evidente allusione liturgica!
Cordiali saluti.
Claudio G. Fava

31 agosto 2010

COMMOZIONE PER FORD E SPENCER TRACY


L’altro giorno davo un’occhiata distratta, come spesso accade, a Sky, e di colpo vidi materializzarsi le immagini di un film che ho molto amato, “L’ultimo urrà” di John Ford. In America entrò nel circuito nel novembre del 1958, in Italia forse l’anno dopo. In ogni caso ho fatto a tempo a recensirlo (ero da poco tempo il critico cinematografico del “Corriere Mercantile”, dove sono poi rimasto sino all’inizio degli anni ’80) e a rimanerne affascinato. Non so quanti se lo ricordino. Personalmente lo ritengo una dei risultati più toccanti di uno dei più grandi registi della storia del cinema (1895 / 1973), Appunto John Ford, che per decenni ha arricchito di capolavori il cinema americano, per il quale ha fatto così tanto da restarne un simbolo ed un’immagine incancellabili. Per mezzo secolo egli contribuì in modo decisivo a fare del cinema una componente insostituibile della cultura del suo paese. Si può immaginare il mio dolore, essendomi imposto, nello scrivere il mio libretto “Guerra in 100 film”, la regola di “non” utilizzare film ambientati prima del XX secolo, nel dover rinunciare a dei capolavori assoluti come “Il massacro di Fort Apache” (1948) e “Cavalieri del nord ovest” (1949). Ove Ford riesce ad elevare un piccolo monumento alle tradizioni, alle ostentazioni ed alle compiaciute manie dell’Arma di cavalleria, tipiche dell’Europa ma avvertibili anche nelle più democratiche forze amate americane. Non è qui il caso di ribadire gli estremi di una fedeltà che riassume tutta la mia esistenza e per la quale ebbi amici e sodali di grande valore. Mi ricordo Tullio Kezich che nella Venezia degli anni ’60 mi diceva: “a casa ho un grande armadio, e tutto quello che trovo su Ford lo butto lì dentro”. Ed eravamo in molti che avrebbero voluto possedere un armadio come il suo. E’ chiaro che qui non posso ricapitolare i termini di un affetto larghissimamente articolato che riguarda titoli apparentemente assai differenti fra di loro, i quali affondano le radici nell’humus di cui è fatta l’America. Mi limiterò a tornare a parlare de “L’ultimo urrà”, opera decisiva nella filmografia dell’autore, ma poco ricordata, e forse anche poco apprezzata, in Italia. Ricordo che è tratto da un libro omonimo di Edwin O’Connor che noi non conosciamo per nulla, ma che evidentemente in America ha avuto un suo periodo di notorietà. Nato a Providence, nel Rhode Island, il 29 luglio del 1918, morì di emorragia cerebrale il 23 marzo 1968. Nel corso di una vita relativamente breve, fu protagonista di rubriche radiofoniche, giornalista e romanziere. Vinse anche un Premio Pulitzer per la “fiction”. Nella sua opera si occupò spesso dell’ambiente da cui lui stesso proveniva, e cioè degli americani di origine irlandese. E scrisse appunto questo “Ultimo urrà”, da cui lo splendido film di Ford (il romanzo è dello stesso anno del film), in qualche modo ispirandosi ad un personaggio realmente esistente, e cioè James Michael Curley (20 novembre 1874 – 12 novembre 1958) che fu quattro volte sindaco di Boston (dal 1914 al 1918, dal 1922 al 1926, dal 1930 al 1934 e dal 1946 al 1950) ed anche il 53° governatore del Massachusetts. Inoltre nel 1902 e nel 1903 fu membro della “House of Representatives” del suo stato. E, cosa più importante, fu almeno due volte rappresentante del Massachusetts al Congresso di Washington e, per anni, il naturale delegato della comunità irlandese-americana che nel corso dei decenni aveva mutato le caratteristiche “wasp” dei vecchi abitanti di Boston, facendo diventare i “papisti” il gruppo etnico più importante della città. Ancora oggi gli irlandesi rappresentano più del 20% del totale degli abitanti del Massachusetts, percentuale che, sommandosi al 14% degli italoamericani ed all’8% degli ispanici, fa dei (teoricamente) cattolici più del 40% del totale. Si ricordi che inizialmente il Massachusetts era uno Stato a carattere prevalentemente protestante e, in una città come Boston, dominata dalle antiche famiglie dei primi immigrati, erano palesi le stesse caratteristiche. Curley fu probabilmente il rappresentante più significativo dello sconvolgimento etnico e religioso conosciuto dalla città, che consentì appunto a tanti oriundi irlandesi di acquistare peso politico e finanziario (accadde con i Fitzgerald e con i loro parenti Kennedy, che non a caso fornirono agli Stati Uniti il primo, e per ora unico, presidente cattolico della nazione).
Si vede di qui quanto fu importante la presenza di Curley (finì anche in prigione per cinque mesi, ma poi fu “pardoned” dal presidente Truman, premuto dalla delegazione parlamentare del Massachusetts), il quale seppe per anni accontentare i suoi elettori con favori d’ogni genere, credo in qualche caso oltre i limiti del codice. Il romanzo di O’Connor ne disegna, chiamandolo Frank Skeffington, un ritratto forse un poco addolcito ma in certo modo esplicito per quel che riguarda le caratteristiche di base del personaggio. Non stupisce quindi che John Ford (molto sensibile alle sue origini irlandesi, basti pensare a “Un uomo tranquillo” del 1952) abbia attinto al testo. E lo abbia fatto sceneggiare da Frank S. Nugent, rispettato “script doctor” nel mondo del cinema: ha avuto una nomination per gli Oscar, ha vinto due volte il premio della WGA, Writers Guild of America, e per lo stesso premio ebbe anche due nominations. In particolare autore di fiducia del regista, tant’è vero che dei ventun film da lui sceneggiati fra il 1948 e il 1965, ben undici sono diretti da Ford, e mi limiterò a ricordare “La nave matta di Mister Roberts”, “Cavalcarono insieme”, il fondamentale “Sentieri selvaggi”, oltre a titoli già citati per motivi diversi (“Il massacro di Fort Apache”, “I cavalieri del nord ovest” e “Un uomo tranquillo”). Come si vede un interprete di talento del mondo fordiano. E lo si vede assai bene qui, dove il traliccio del racconto offre al regista un meccanismo straordinario per rievocare un frammento di quell’America provinciale ed “etnica” che fu uno dei suoi cavalli di battaglia. E poi, ovviamente, c’è un’altra cosa. E cioè quella forza della natura rappresentata da Spencer Tracy. In cui ritrovo la profonda fascinazione che su tutta la generazione a cui appartengo esercitò il grande divismo americano (dev’essere un problema mio di età, perché non avverto nulla di simile per gli attori del giorno d’oggi). Tracy – nome e cognome erano suoi, il secondo nome era Bonaventure – riuscì a dar vita ad una carriera assolutamente affascinante, pur invecchiando precocemente e morendo (il 10 giugno 1967) a soli 67 anni: nel corso di 37 anni lavorò in 78 film nella maggioranza dei quali ebbe parti di rilievo se non da protagonista. Tracy fece in tempo ad essere un attor giovane, un uomo di mezza età ed un vecchio, riuscendo in ognuna di queste apparizioni (inizialmente fu attivo anche in teatro) a lasciare una traccia decisiva nella storia del cinema americano. Fu successivamente “l’interprete ideale di giovani onesti e grintosi, pronti a rimboccarsi le maniche per sbarcare il lunario nell’America della Depressione” (Francesco Costa). Ma fece in tempo anche ad essere un sacerdote contrapposto a Clark Gable in “San Francisco” e via via ad allineare una serie di personaggi (il direttore di un giornale scandalistico, un coraggioso pescatore portoghese, il torbido eroe di “Dottor Jekyll e Mr. Hyde”, eccetera) senza contare la sua determinante presenza a fianco di un’attrice determinante come Katharine Hepburn. Che recitò al suo fianco una parte decisiva. Per molti anni fu la sua compagna affezionata (Tracy era sposato ma per motivi religiosi non volle mai divorziare, anche se la moglie non era cattolica come lui, ma Episcopale) e al tempo stesso la sua inarrivabile collega di lavoro. La coppia dette vita ad un inarrivabile prodigio di umorismo e di abile tristezza, in una serie di film che fanno parte di una delle più godibili pinacoteche del cinema americano. E che trovò, dopo decine d’anni di straordinari incontri, la sua crepuscolare conclusione nell’affascinante duetto che è alla base di “Indovina chi viene a cena” (curiosamente il personaggio “liberal” tocca a Tracy, che in realtà fu un cattolico conservatore, mentre nella vita reale fu Katharine il personaggio politicamente più avanzato). Non voglio aver l’aria di scoprire qui Spencer Tracy e la sua mostruosa sottigliezza di recitazione (in “Indovina chi viene a cena” fu doppiato dal grande Corrado Gaipa e non v’è dubbio che da questa estrema accoppiata si sprigioni un sapore di tristezza) ma è certo che egli fu mille personaggi diversi ed in ognuno di essi acquistò una coloritura particolare e in certo modo insuperabile: si ricordi che il doppiaggio ci toglie il gusto di udire la sua voce, ampiamente celebrata nelle cronache americane. Ne ”L’ultimo urrà” il suo sindaco Frank Skeffington è un miracolo di composizione: nel personaggio si alternano la paesana astuzia irlandese, la furbizia “papista”, la sapiente indulgenza politica filtrata dalla convivenza proletaria, l’uso spietato ma sorridente delle infinite possibilità offerte all’umana sagacia dal sistema politico della periferia americana ed intorno a lui Ford riesce a creare una strepitosa antologia di scaltre convenzioni narrative: si vedano gli uomini di fiducia del sindaco ed i suoi nemici, di politica e di classe, che sono i classici “bramini” bostoniani. Vale a dire la classe politica aristocratica e protestante che risale ai Padri Pellegrini e che fu costretta a vedere il suo mondo sconvolto dalla fastidiosa immigrazione cattolica degli irlandesi e degli italiani. Fu dei “bramini” che si disse una frase famosa, e cioè che i Lowell parlavano solo con i Cabot e i Cabot solo con Dio. Nell’originale è una poesia di J.C. Bossidy, che dice letteralmente: ”And this is good old Boston, The home of the bean and the cod, Where the Lowells talk to the Cabots, And the Cabots talk only to God".
Guardate la faccia di Spencer Tracy mentre si confronta con i suoi nemici “bramini” (c’è anche un vescovo protestante che in fondo gli vuol bene) e capirete che cos’è il volto di un grande attore.


30 agosto 2010

POSTA DOC RECENTISSIMA
Don Siegel con Clint Eastwood



Innanzi tutto un cordialissimo saluto.Mi presento, ho 44 anni, ligure (Rapallo), introdotto alla passione per il cinema da una mamma che mi ha sempre lasciato guardare i film in televisione anche quando avevo meno di 13 anni.Ricordo bene i cicli da lei organizzati sulla RAI e anche le sue schede di presentazione.Ricordo in particolare il ciclo su Don Siegel e quello su Peter Watkins.Vorrei sapere se sono mai usciti in Italia su VHS, o meglio su DVD, le versioni italiane dei suoi film.Il ciclo da lei curato lo avevo seguito per intero ma ho memoria solo di "Privilege" e de " L'ultimo degli Stuart".Le sarei molto grato di una risposta, le auguro tutto il bene possibile.P.S. grazie a Internet ho finalmente scoperto per che cosa è la "G"; mi pare di ricordare una vecchia trasmissione TV in cui questa incognita attanagliava Daniele Formica.

Massimo Massa





Come promesso rispondo al suo e-mail di giovedì 19 agosto. La ringrazio delle informazioni che mi dà e del ricordo che lei ha dei cicli di film da me allestiti. Per molti anni, essendo io capo struttura, decidevo se farli o non farli, e pertanto li accumulavo con ritmo vertiginoso. Tuttavia devo fare una smentita. Sicuramente, anche se non me ne ricordo, avrò portato a termine un ciclo su Don Siegel, regista che mi fu sempre carissimo. Invece non c’entro niente con quello su Peter Watkins. Per fortuna, alla voce “L’ultimo degli Stuart – La battaglia di Culloden”, il Morandini, che scrive a lungo del film, ricorda che venne trasmesso dalla RAI il 14/1/69, nel ciclo “I giorni della storia”. Poiché sono stato assunto alla RAI nei primi mesi del 1970 non posso essere stato io ad aver curato il ciclo. Mi chiedo chi possa averlo fatto. Forse Pietro Pintus o Vieri Razzini o Francesco Savio o Gian Luigi Rondi. Cito a caso qualche nome di colleghi che già allora lavoravano alla RAI, come Pintus, o per la RAI, come gli altri tre, e che potrebbero essersi occupati di Peter Watkins. Sono ipotesi e non c’è niente di sicuro. Non posso dirle nulla sulla presenza in cassetta o in DVD dei film da lei citati. Come dicevo i cicli da me curati sono così ampi e numerosi che ho perso il conto. Cerchi di controllare qualche elenco specializzato di DVD trovabili. Diverse riviste di cinema se ne occupano sistematicamente. E’ esatto che la “G” è l’iniziale di Giorgio, ed in effetti fu Daniele Formica ad inventare il “tormentone” centrato sul mio secondo nome.
Da molti anni io tengo sulla rivista Film DOC una rubrica di corrispondenza con i lettori, intitolata “La posta di DOC Holliday”. Salvo suo parere contrario avrei l’intenzione di utilizzare la sua lettera e la mia risposta all’interno della rubrica in questione, per la quale, nei prossimi giorni, debbo fornire il materiale.



Claudio G. Fava

26 agosto 2010


CAVOUR VISTO DAL SUD


Ricordo qui che, in seguito ad un mio intervento riguardante un articolo di fondo di Ernesto Galli della Loggia, a proposito di Cavour, avevo scritto un brano, pubblicato nel blog, a cui hanno fatto seguito altri interventi. Fra cui uno, teoricamente “neoborbonico” a firma del dottor Napolano, cardiologo di Napoli, indirizzatomi sul mio e-mail. Ho ottenuto dal dott. Napolano l’autorizzazione a riportarne il testo, garbatissimo e appassionato, nel blog. Pertanto riprendo qui il materiale che prende le mosse dall’articolo di Galli della Loggia, proponendo quindi la lettera del dott. Napolano che mi sembra ricca di conclusioni giudiziose (su altre più apertamente “indipendentiste” mi riservo di tornare più in là). Intanto ecco riferimenti:

in data 10 agosto ho pubblicato “Cavour era italiano?”, seguito da “La mia fedeltà a Cavour” in data 20 agosto.Qui di seguito pubblico, come da autorizzazione, la lettera del dott. Napolano.



Egregio Dottore,
mi permetta di presentarmi, dato che mi ha citato in un suo intervento, reputo opportuno che mi conosca. Sono un cardiologo lavoro in una azienda sanitaria della provincia di Napoli, e molto attento all’attuale fase politica che vede avanzare il federalismo.
Sono molto favorevole al federalismo e vorrei che fosse quanto più duro possibile, poiché esso potrà permettere a noi del Sud di fare i conti con noi stessi, una volta per tutte.
Non possiamo ancora illuderci che ci sia qualcuno che venga a risolverci i problemi con una bacchetta magica, pronta ad elargire soldi senza alcun limite.
Questa è stata sempre la speranza e l’obiettivo di tanti amministratori dei nostri comuni, province e regioni. Questa è stata la causa di tanto sperpero di denaro pubblico. Questa è la causa del malgoverno oggi esistente. Tutto ciò si è realizzato maggiormente durante la prima Repubblica oggi le cose dovrebbero cambiare, ma ancora ci si lamenta contro i cattivi della Lega, senza minimamente riflettere, di cosa quel movimento porta alla loro gente, cosa che qui non è assolutamente possibile, in quanto vige ancora una mentalità feudale. Nelle Regioni del Sud il rapporto con la politica è di tipo patologico, di tipo servile e prettamente personalizzato.
Mi spiego meglio: il rapporto con la politica nelle classi più agiate, quelle più colte, quelle che dovrebbero essere da stimolo affinché vi possano essere uomini e donne capaci di amministrare nell’interesse non dico della collettività, ma almeno di quella parte più importante della società che con il loro lavoro e le loro attività danno spinta e forza ad iniziative capaci di produrre ricchezza e lavoro, da noi non esistono, esse sono solo autoreferenziali e servili, ieri con Bassolino, domani con Caldoro. Il loro ragionamento è: a noi non interessa se il politico di turno è capace, onesto e laborioso, quello che importa è che risponda alle nostre esigenze personali o di lobby, se ci accordiamo, i nostri voti sono i suoi! Di conseguenza anche nelle classi meno ambienti il rapporto con la politica è similare.
Infatti se lei frequenta qualche segreteria politica, vedrà tanti questuanti, ma mai coloro che con spirito libero chiedessero conto, perché Napoli è sporca, perché non vi sono vigili urbani per strada, perché nessuno rispetta le regole più elementari per un convivere civile, perché non vi è lavoro, ne una possibile speranza di rilancio effettivo dell’economia, ecc.
Da ciò, ho esaminato il percorso storico della mia città Napoli, che 150 anni fa era una capitale europea, che aveva una sua collocazione tra le nazione del vecchio continente ed improvvisamente tutto ciò si dissolve.
Finisce non solo Napoli come capitale, ma una intera nazione svanisce nel nulla più assoluto, come se improvvisamente, un giovane viene strappato alla sua famiglia e portato in un altro paese e gli si dice tu sei un trovatello, non hai mai avuto una famiglia, sei un piccolo delinquente, per cui da oggi avrai una nuova famiglia che ti accoglierà e questo ti darà diritto a poter campare, mangiare e basta!
Non avrai diritto a studiare, se non poche cose, non avrai diritto a chiedere cose che noi non vogliamo che tu conosca, ecc.
Quando nel lontano 1972, fui interrogato in storia alla maturità classica, il discorso cadde su Garibaldi ed io senza pensarci su due volte lo definii un avventuriero e conquistatore, può immaginare le facce dei professori del tempo ed il voto avuto. Il membro interno della commissione, dopo essere uscito dall’aula, mi richiamò fortemente, poiché dovette sudare sette camice per farmi promuovere. Nessuno dei commissari poteva passarci su, per aver infangato la memoria di Garibaldi.
Da cosa nasceva questa mia affermazione e convinzione?
Dal conoscere la mia città!
Nelle domeniche libere, prima della maturità, facevo il turista tra i vicoli di Napoli e scoprivo giorno per giorno una realtà che sui libri di storia scolastici non vi era traccia.
Napoli era stata una grande capitale europea, in questa città, si erano svolti conclavi, incontri tra imperatori, prese decisioni sui destini di vari ed importanti paesi europei, Napoli era visitata dai più illustri uomini di cultura d’Europa.
Come era possibile che di tutto ciò sui libri di scuola non vi era traccia?
Da qui la mia ricerca, fino ad arrivare ai nostri giorni, ed avvicinarmi e condividere la battaglia che molte associazioni di ricerca storica stanno portando avanti, quella di far venire fuori dall’oblio la vera storia del Sud, quella dello Stato delle Due Sicilie, che ci è stata letteralmente e scientificamente sradicata e occultata, in modo che nessuno potesse un giorno ribellarsi ad una unità italiana imposta per motivi tutt’altro che fraterni.
Dal mio punto di vista la conquista della mia Nazione fu dovuta a due motivi
1) – la questione degli zolfi siciliani, dove Ferdinando II di Borbone, anche se per un legittimo interesse nazionale, decise di offrire alla Francia la gestione delle miniere, perchè più remunerativo, non considerò la potenza dell’Inghilterra, che per due buone ragioni non doveva inimicarsela: a) l’Inghilterra aveva protetto i Borbone dal momento della conquista del Regno da parte dei francesi, fino alla sua riconquista con il cardinale Ruffo; b) l’Inghilterra era la vera superpotenza dell’epoca e non la si poteva sfidare impunemente (Stati Uniti docet!), quindi la questi zolfi, che erano il petrolio di oggi, andava risolta con la forza, per cui Ferdinando dovette tornare sui suoi passi e ridare le miniere agli inglesi i quali non dimentichi di ciò, decisero che questa nazione era poco affidabile per la loro politica imperialista, quindi andava eliminata!
2) – la questione del potere temporale dei Papi di Roma, che in alcuni ambienti europei, particolarmente quelli massonici, si era più che mai convinti di doverlo abbattere, per realizzare tale impresa bisognava neutralizzare lo Stato delle Due Sicilie, fedele e stretto alleato del Papa.
Ora il problema storico è importante solo ai fini di un riscatto del nostro Sud, per fare in modo che dalla conoscenza della nostra storia si possa mettere in moto un risveglio dell’orgoglio di appartenere.
Noi non abbiamo amor proprio e della nostra terra, in 150 anni dall’annessione al Piemonte, questi sono i risultati: ci hanno cancellato la memoria storica, le nostre sane tradizioni, la nostra grande cultura, hanno fatto in modo che la parte peggiore della nostra società emergesse, che la illegalità trionfasse, che ognuno di noi, dico ognuno di noi, consideri le leggi un fatto coercitivo e non il sistema regolatore per la convivenza civile. Un quotidiano cittadino giorni fa, a firma di Francesco Cormino, suggeriva che con il federalismo, la scuola del nostro Sud ha l’occasione di modulare i propri programmi sulle vere esigenze dei nostri giovani, poiché credo, solo modificando con la scuola, il modo di pensare e di essere delle nuove generazioni, abbiamo l’opportunità di far rinascere il nuovo cittadino napoletano.
Tutti i giorni, più di una volta, vedo i nostri concittadini fare i furbetti per le cose più banali, passare con il semaforo rosso, andare nei sensi vietati, parcheggiare dove uno vuole, ricordo che il famoso sindaco di New York, Giuliani, recuperò Harlem imponendo il rispetto delle regole più elementari, appunto, quelle stradali. Ma ci rendiamo conto che le nostre strade e di conseguenza la città tutta è una giungla senza legge, dove ognuno fa quello che vuole. Questo è lo specchio della nostra società! E non vi è amministratore che vi ponga rimedio.
Cordiali saluti

Stanislao Napolano



Complessivamente l’argomento risulta di largo interesse. Mi sembra che sfiori un tema fondamentale per quello che riguarda l’Italia di oggi e di ieri. Tornerò sull’argomento. Vorrei fare una precisazione, in modo nè polemico nè arrogante. Riguarda i risvolti avventurosi e culturali della mia adolescenza. Se c’è qualcosa di cui sono nostalgico è una situazione che non ho assolutamente conosciuto, e che pertanto posso solamente immaginare. E cioè il vecchio Regno di Sardegna, intendo dire quello di una volta, con la Liguria, la Sardegna, Nizza e la Savoia. Un piccolo stato, che certamente non avrebbe partecipato alla Prima Guerra Mondiale, risparmiando centinaia di migliaia di vite umane, e nel quale si poteva parlare francese senza essere giudicati degli snob (a Roma, dove ho vissuto per un quarto di secolo, accade proprio così). Torniamo al presente, in attesa di lettere e osservazioni. Ricordo che il mio e-mail è il seguente: claudio.g.fava@village.it .


Al lavoro!


Claudio G. Fava

25 agosto 2010

LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (26)

A TUTTI. Dall’ultimo numero di “Filmdoc” mi si è accumulata nella cartella un numero notevole di lettere “inevase” (come si diceva nel gergo burocratico di un tempo, e forse anche in quello carcerario).
Cerco adesso di evaderle (!!). Più o meno nell’ordine di giacenza. E riducendo al minimo domanda e risposta così da sistemare il ”pregresso” (vedi gergo).



VITALIANO DARELLI mi aveva chiesto notizia del’”angelico giovinetto” di “Morte a Venezia” di Visconti. E’ svedese, si chiama Bjørn Andresen, è nato a Stoccolma il 26 gennaio 1955. “Morte a Venezia”era il suo secondo film, da allora ha lavorato una quindicina di volte fra cinema e TV. In Internet ho trovato suo risentite confidenze: dice non essere per niente omosessuale – è sposato ed ha avuto due figli - ma che l’esperienza è stata per più versi sgradevole: “Avevo solo 16 anni e Visconti e il suo team mi condussero in un locale gay e mi trovai molto a disagio” E continua su questo tono per diverse righe.
Sandro PASTORINO voleva sapere chi è il regista di “Ho incontrato anche zingari felici”, del 1967. E’ Aleksandar Petrovic, serbo, ovviamente allora jugoslavo, nato (1932) e morto (1994) a Parigi ma svoltosi preferibilmente in patria. In effetti fu uno dei noti autori jugoslavi del periodo ’60-’70. Gli “Zingari” gli valsero il Gran Premio a Cannes. Un altro suo film abbastanza conosciuto fu “Il maestro e Margherita” (1972) con Ugo Tognazzi e Mimsy Farmer. Considerato all’epoca in Jugoslavia molto importante, fu autore di libri di cinema ed insegnante all’Accademia di Arte Dammatica di Belgrado. Di fatto, per quanto mi risulta, è ormai praticamente dimenticato.
Dino CROVETTO. Vuol sapere chi era Nerone nel “Quo vadis” della RAI del 1985. Si tratta dell’eccellente Klaus Maria Brandauer. Il regista era Franco Rossi, autore di cinema forse ingiustamente dimenticato. Nel cast molti altri noti attori, anche di casa nostra: Barbara De Rossi, Massimo Girotti, Philippe Leroy, Leopoldo Trieste (un caro amico, intelligentissimo e in certo modo ingenuo), Gabriele Ferzetti, Françoise Fabian, Georges Wilson. Per non parlare del grandissimo Max von Sydow, l’apostolo Pietro.
Natale CORSO e ALDO SGORBINI chiedono che Film DOC pubblichi ritratti di grandi attori e spiegazioni su vecchi film trasmessi in TV. E’ una richiesta non facile da soddifare, anche per ovvi motivi di costi redazionali In ogni caso, e per mia fortuna, non è di mia competenza decidere in merito. Implicitamente ed esplicitamente giro la richiesta al direttore Piero Pruzzo.
Giovanna e Luca BOTTAZZI sono indignati per le parolacce che si odono nei film. E’ un discorso lungo, perché di fatto rispecchia il modo convulsamente volgare di parlare che è oramai di moda, soprattutto fra i giovani. Ma in realtà lo rispecchia oppure lo eccita e lo promuove? L’eterno problema dell’uovo e della gallina si ripropone qui con la schiacciante inevitabilità di sempre. Mi piacerebbe ritornare sul tema in una delle prossime puntate di PostaDOC.
Lauro DOMINICI mi pone una domanda su Garfield e mi chiede valutazioni e pareri tecnici sul film “Garfield 2”. Credo di non essere all’altezza e vorrei lasciare il campo a chi su intende di animazione più di me. Cercherò di avere una risposta da Claudio Bertieri.



Ultima lettera, per esteso:

Vorrei sapere, se si può, perché nei film moderni, sia italiani che stranieri, è sempre più difficile capire i dialoghi, specialmente se sono le giovani donne a parlare. Non saremo mica diventati tutti sordi. So di non essere il solo a protestare. Ma perché non imparano più la dizione, come invece facevano una volta ?Ah, se rimpiango la Simoneschi, la Pagnani e tante altre!
Fate qualcosa. Grazie, Salutissimi.

Armando GHIGLIONE (Nervi)

Andiamo nell’ordine:
1. Qualcosa facciamo. Almeno Bruno Astori ed io che, da dieci anni, mandiamo avanti, relativamente con pochi aiuti, il Festival “Voci nell’ombra” di Finale Ligure che intende appunto non solo celebrare ma anche analizzare il doppiaggio. Principalmente quello italiano. Di cui segnaliamo ogni anno, per il cinema e la televisione, i risultati migliori. premiando le voci maschili e femminili, le miglior direzioni, eccetera, in modo da dar vita ad una sorta di piccolo Oscar fonetico nazionale.
2. E’ vero. Le voci diventano sempore meno nitide e meno elegantemente articolate. L’ossequio alle ferree regole di pronuncia, un tempo severamente insegnate in Accademia, è sempre più sistematicamente infranto. Mentre, d’altro canto, aumentano i doppiatori “famigliari”, figli e nipoti di doppiatori, che imparano a doppiare in famiglia, diventando prodigiosi tecnicamente ma linguisticamente e foneticamente influenzati dal modo di parlare “circostante” che nel 90% dei casi è quello propriamentre romano e romanesco, visto che l’enorme maggioranza del doppiaggio italiano è pensato, organizzato ed eseguito a Roma.
3. In certo modo il doppiaggio risente della caduta vertiginosa dei modelli “ufficiali” di dizione. Per anni Radio e nei primi tempi anche la Televisione furono un modello fonetico da seguire. La scomparsa dei “lettori” di Telegiornale – lei si ricorda forse la figura irresistibile di “Guglielmo il dentone” impersonato da Alberto Sordi e diretto da Luigi Filippo D’Amico – ha lasciato il campo libero ad un banda di giornalisti e giornaliste dalle voci dialettali anarchiche e provocatorie, ora cupamente rotacistiche ora maniacalmente introverse. E il doppiaggio risponde ed amplifica.Non siamo tutti sordi, forse. Ma parli per lei. Io lo sto diventando, con l’aiuto dell’età, ogni giorno di più. Bel problema per un (teorico) intenditore di voci.


(Film D.O.C., anno 14, n. 70, Nov.-Dic. 2006)

LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (25)

Pubblico qui, come sempre a frammenti, alcune lettere tratte dall'archivio della Posta di DOC Holliday. So che a qualcuno interessa, mentre altri si annoiano profondamente. Al di là della mia personale vanità credo che farle conoscere non sia completamente inutile, visto che le lettere rappresentano una autonoma iniziativa di lettori vari.

Saluti a tutti,

Claidio G. Fava



“Heri dicebamus”……Riprendo dopo diversi mesi la stesura della presente rubrica, a cui ho finito con l’affezionarmi, come mi sembra sia capitato - tenuto conto delle lettere che arrivano in redazione - anche a diversi lettori di “Film DOC”. Quel che mi è capitato in fondo è assai banale. Ai primi di febbraio sono stato colpito da ictus. Curato in modo eccellente in due reparti specializzati di San Martino, a fine marzo ero già a casa con le mie gambe. Uso anche un bastone che mi serve soprattutto per darmi tono ma posso camminare benissimo anche senza. Pian piano ho ripreso una vita normale ma uscendo ancora poco (dovrei fare più moto). Ecco perché ho visto in TV molto calcio e molti telefilm polizieschi (per cui ho un debole, lo confesso) e pochi film al cinema.
Adesso riaccendo la rubrica e cerco di smaltire le lettere che si sono accumulate in questi mesi. Vorrei rispondere a tutti ma non so se ci riuscirò. Coraggio, proviamo:



Innanzitutto debbo oramai dall’inizio dell’anno una risposta alla signora ENRICA PERISSINOTTI, che ringrazio (con ritardo !!) per la gentile lettera che mi chiedeva come mai, in presenza di una delle solite votazioni mensili dei critici liguri - pubblicate dalla “Gazzetta del Lunedì” in occasione della “Stanza del Cinema” di Palazzo Ducale – si verificasse una così netta disparità di giudizio fra l’uno e l’altro dei colleghi. Inutile ormai rifare la storia dei singoli film e dei singoli giudizi. Quel che è importante ribadire è che nessuno di noi è depositario di un metro comune e collettivo di giudizio, ma, se mai, che ognuno di noi arriva ad un giudizio (si spera meditato) percorrendo e ripercorrendo il proprio personale cammino critico, attingendo via via alla sua personale cultura (o incultura), alle sue letture, alle sue visioni (alludo a film, non necessariamente ad apparizioni mistiche), ai libri letti, agli anni od ai decenni di esperienza, che hanno via via contribuito a creare in lui una struttura critica ed analitica. Ed a dargli una sorta di obbligatoria e spesso rigida esigenza di giudizio. Grazie alla quale, per fortuna, sovente non siamo d’accordo. Tutto qua.


Altra persona da me citata nella puntata di Film DOC di Marzo-Aprile il signor VITALIANO DARELLI di Genova che mi chiedeva informazioni varie. Nell’ordine: ancora notizie su Marika Rökk; su Nelson Eddy e Jeanette MacDonald; sull’attore Nino Martini e su Eddie Cantor. Ultima domanda: “che fine avrà fatto l’angelico giovinetto di Morte a Venezia ?”
Risposte nell’ordine (salvo Marika Rökk): 1) Nelson Ackerman Eddy nacque il 29 giugno 1901 a Providence , Rhode Islands e morì il 6 marzo 1967 (attacco di cuore) a Miami Beach. Figlio di cantanti e nipote di musicisti, svolse i soliti lavoretti assortiti tipici delle biografie americane, ottenne da un mecenate il denaro per studiare canto a Dresda e Parigi, cantò sino al 1928 nella Philadelphia Opera Soc. Nel 1933 ottenne un contratto con la MGM. Nel 1935 primo successo in “Terra senza donne” (Naughty Marietta) a fianco di Jeanette MacDonald – che però non figura nel “cast” di “Fantasma dell’opera”, dove recita invece, nella parte di Christine, Susanna Foster . Con Jeanette doveva dar vita ad una coppia cine-canterina allora di grande successo ed ora praticamente dimenticata (salvo che dal signor Darelli!).. Ultima apparizione insieme in “I Married an Angel”(1942). Dopo la separazione Nelson e Jeanette ebbero ancora qualche occasione ma è chiaro che la carriera ed il grande successo della coppia erano legati alla fascinazione della musica colta e popolare tipica degli anni ‘30, vale a dire quella del trionfo definitivo del sonoro nel mondo intero. Le loro carriere cinematografiche terminarono di fatto entro gli anni ’40, con qualche successiva apparizione un TV per Jeanette. Nata a Filadelfia il 18 giugno 1903 e morta a Houston, Texas, il 14 gennaio 1965, anch’essa per attacco di cuore, due anni prima di Nelson.
2) Nino Martini (confesso che non ne sapevo nulla ed ho dovuto fare ricerche) nacque a Verona l’8 agosto 1905 ed ivi morì il 9 dicembre 1976, ma svolse la parte decisiva della sua carriera sempre negli Stati Uniti. a Verona
Divenne ben presto un cantante di successo avendo “in dono dalla natura un registro acuto limpido, esteso e di tipica consistenza tenorile”. In Italia cantò solo tre volte nel 1927/1928 ed una volta per una “Madama Butterfly”. Andò subito negli Stati Uniti come concertista e ancor più come cantante d’opera iniziò una carriera che gli diede una grande notorietà e lo portò anche occasionalmente a far del cinema. Non molti titoli, alcuni di successo anche in Italia (“Here‘s to Romance” da noi “Canto d’amore”, e “The Gay Desperado” ovvero “Notti messicane”, con Ida Lupino, Leo Carrell, Misha Auer diretto nientemeno che da Rouben Mamoulian). Il cinema fu per lui un momento occasionale mentre il canto rimase a lungo uno strumento per cui fu largamente amato negli Stati Uniti. Il 9 dicembre del 1976 – tornato per la terza volta in tutto a Verona - fu colpito da infarto mentre si trovava fra le bancarelle allestite in piazza Bra per comprare regali per i bisnipotini. Ricoverato all’Ospedale di Borgo Trento, morì la notte stessa.
3) Veniamo ad Eddie Cantor (New York, 31 gennaio 1892/Beverly Hills, 10 ottobre 1964) personaggio ben più conosciuto. Fu anzi celebre per lungo tempo, negli Stati Uniti ma anche in Europa . Era uno di quegli attori comici di cui fu così generosa, sino a qualche decennio fa, l’emigrazione ebraica askenazita negli Stati Uniti. Si chiamava in realtà Edward Israel Iskowitz, ma poiché entrambi i genitori erano morti quando lui era piccolo, prese il nome della nonna, Esther Kantrowitz, poi a scuola accorciato in Cantor, che divenne il suo pseudonimo ufficiale. Già popolarissimo in rivista nelle Ziegfeld Follies, approda al cinema e negli anni ‘30 impone il suo personaggio. un giovanotto candido trasognato ed ottimista che lo rende famoso . Al punto che nel 1953 merita un film , “The Eddie Cantor Story” tipico punto d’arrivo degli omaggi che Hollywood rende ai suoi idoli. Ma già negli anni ’50 cominciava ad essere dimenticato dalle giovani generazioni. A suo tempo, alla Rai , ho risuscitato qualche suo film, fra cui, mi pare di ricordare , “Il Museo degli scandali” “ (Roman Scandal,1933)4) Non ho più spazio per “l’angelico giovinetto” e rimando lei e molti corrispondenti alla prossima puntata. Fatevi coraggio, io ci ho già pensato per mio conto nei mesi scorsi !!!


(Postadoc 42, 2giugno 2006)
RISPOSTA PER "BLACK HAWK DOWN"


Egregio signor SG,

rispondo alla sua lettera per un problema di elementare cortesia ma anche per farle presente che quanto lei mi propone non è possibile. In effetti, è evidente che non posso imporre all’editore di allegare una scheda integrativa del libro. Al massimo, se la mia salute me lo consente, potrei dare un’occhiata al suo dvd e poi scrivere qualcosa per il blog. Aspetto però una mia decisione in materia, perché questo è un periodo in cui non mi sento molto bene, e non posso prendere molti impegni.

Grazie del suo interessamento e cordiali saluti,


Claudio G. Fava

20 agosto 2010

LA MIA FEDELTA' A CAVOUR

Ho pubblicato nel blog un mio articolo motivato da un fondo di Ernesto Galli della Loggia, in data 10 agosto 2010, dedicato a quel personaggio straordinario che fu Camillo Benso conte di Cavour. L’autore si chiedeva il perché della scarsa popolarità del personaggio, e più largamente, “esito naturale della scarsa conoscenza- popolarità che da noi ha il Risorgimento, cioè quella parte della nostra storia che riguarda la nascita della nazione”. Nel mio articolo ebbi occasione di ricordare i profondi legami, tipici dell’aristocrazia piemontese del tempo, con la Francia ed i costumi francesi. Ribaditi, nel caso di Cavour, da quelli con la famiglia svizzera della madre, i Sellon, ed i numerosi parenti con cui era in contatto sin dall’infanzia. Questo richiamo verso la Francia in lui era paradossalmente ricordato perfino dal nome del suo feudo, appunto Cavour, che ha grafia e suono francesi, ma che in realtà si trova in pieno territorio piemontese. Infatti la cittadina (nel 2001 5.283 abitanti) è situata a 52 chilometri da Torino, ancora in provincia di Torino ma vicina alla provincia di Cuneo. Ed è circondata da altra località tutte dal nome italianissimo: Bagnolo Piemonte, Pinerolo, Bricherasio, Luserna San Giovanni, eccetera… (con qualche dubbio per quel che riguarda la pronuncia locale di Barge). Si direbbe che l’aver annesso il feudo di Cavour realizzasse in maniera simbolica una inconscia vocazione del personaggio: il primo antenato di Camillo ad essere legato a Cavour fu il marchese Michele Antonio (1600-1655), signore di Ponticelli, su investitura di Carlo Emanuele II di Savoia. Come si vede una configurazione antica ed ammonitoria.
Nel mio articolo avanzavo l’ipotesi che l’estraneità di Cavour dalla piccola storia d’Italia fosse avvertita dalla maggioranza dei nostri connazionali proprio come un segnale preciso. E cioè che il conte non fosse (per bagaglio culturale, per abitudini linguistiche, per sedimentazioni secolari) italiano per niente, nonostante il suo apporto decisivo all’unità d’Italia. Trauma che egli favorì in ogni modo con una sorta di estraneità di fondo per una nazione che voleva inventare ad ogni costo ma che gli restò, linguisticamente e geograficamente, estremamente lontana. Vorrei premettere che io ho profondamente amato Cavour, e che ho letto tante volte il suo affascinante diario giovanile (tradotto in italiano ma scritto in francese) anche se non sono mai riuscito a trovare l’originale, forse anche più ampio e minuzioso delle correnti versioni scolastiche nella nostra lingua. In questi ultimi anni l’avversione a Cavour è andata articolandosi e consolidandosi all’interno di quel movimento meridionale indipendentista, comunemente conosciuto come “neoborbonico”. Il quale appunto si richiama ai Borboni – mettendo tre gigli nello stemma – perché la dinastia fu il momento finale di un’indipendenza politica e morale scardinata e violentata dall’arrivo “criminale” dei rapinatori Savoia. In internet è facile trovare ampio materiale sull’argomento, con fior di esempi rabbiosi di massacri compiuti nel sud dai piemontesi, e ignorati, a magari glorificati, dalla retorica risorgimentale.
Probabilmente in questo atteggiamento ed in queste rivendicazioni c’è un elemento di verità, che non ha mai sfiorato noi settentrionali abituati a vedere la “liberazione”, garibaldina e regia, del sud, come un elemento automaticamente recepito nella storia dell’800 italiano. L’unità d’Italia, sotto l’impulso e la vocazione di Casa Savoia, ha reso questa polemica al tempo stesso inattesa e goffa. In una nazione usa a considerare l’argomento più nell’ottica de “Il brigante di Tacca del Lupo” che in quella, poniamo, de “L’alfiere” di Carlo Alianello. Il quale, romano di famiglia lucana, trasse dai ricordi del nonno, ufficiale borbonico sempre rimasto fedele al giuramento, tutti gli impulsi della sua opera di scrittore, cantore di un regno scomparso ma non dimenticato.
Il discorso qui meriterebbe di essere allargato concedendo un po’ di spazio alla rievocazione dell’esercito delle Due Sicilie, completamente cancellato nel ricordo dalla raggiunta unità. Forse l’ultima vestigia conservata è la Scuola Militare della Nunziatella, tutt’ora conservata a Napoli e ultima testimonianza di un’antica tradizione. Invece di conservare qualche nome di Reggimento e di Corpo, così da saldare il nuovo esercito alle vecchie armate meridionali, l’impronta delle forze armate sarde fu automaticamente impressa nelle province meridionali. Altrettanto si dica dei nomi degli ufficiali. Se i generali furono in genere scadenti, anticipando nel crollo dei Borboni quel che poi accadde all’esercito italiano l’ 8 settembre del 1943, vi furono singoli esempi di grande coraggio e grande valore. Si pensi ad esempio a Ferdinando Beneventano del Bosco (Palermo, 3.3.1819 – Napoli, 8.1.1881), di antica famiglia siracusana – i Beneventano del Bosco posseggono tutt’ora uno splendido palazzo ad Ortigia, situato proprio di fronte a quello del comune. Egli, poco prima della resa di Gaeta, era stato promosso maresciallo di campo, e per buona parte della campagna meridionale fu un simbolo di resistenza che arrivò a galvanizzare i soldati borbonici. Nell’ultima parte della sua vita egli girovagò per varie capitali estere fino a giungere in Spagna ed in Marocco, per tornare poi a Napoli, dove morì. Il nuovo esercito gli offrì al massimo il grado di capitano, rinunciando in questo modo a riconoscere il valore dei nemici, compiendo così un errore che personalmente considero fondamentale (ciò non accadde per tutti gli ufficiali: tipico fu il caso di Pianell, di sentimenti liberali e poco amato alla corte borbonica, che nell’esercito “piemontese” divenne generale, senatore del Regno, dopo aver rifiutato per diverse volte il ministero della guerra). Proprio sotto il profilo militare val la pena di osservare che, con l’abolizione della coscrizione, i meridionali si sono riversati nelle forze armate, involontariamente recuperando il carattere “regionale” del vecchio esercito borbonico. E’ un tema ampio e non molto analizzato, sul quale amerei ricevere commenti ed osservazioni dei lettori. Ci tengo a far presente che, per quanto mi risulta, non ho rapporti col sud: mio padre era di Porto Maurizio e mio nonno di Novi Ligure.


Claudio G. Fava

18 agosto 2010

CAVOUR ERA ITALIANO ?


Il 10 agosto Ernesto Galli della Loggia pubblicava un fondo nel “Corriere della Sera” intitolato “Nostalgia di Cavour”, in cui lo storico, proprio nella ricorrenza del duecentesimo anniversario della nascita del Conte, deprecava la scarsa popolarità di quegli che egli chiama “il gran Conte” in una Italia che sembra non volerlo ricordare. Galli della Loggia fa rilevare che, “fino a pochissimo tempo fa, nei manuali scolastici non gli veniva assegnato nessun rilievo particolare”. E ricordava nel suo pezzo la sostanziale impopolarità di Cavour e, più largamente, l’impopolarità della politica in cui gioca il “peso ininterrotto delle interne divisioni della Penisola”. Ma anche il “pregiudizio antinordista di una parte considerevole d’Italia e, in particolare, l’anitpiemontesismo per certi tratti costitutivi dell’animo e della cultura del Piemonte, percepiti come troppo diversi dal carattere nazionale: il rifiuto della retorica e della presunzione di sé, l’obbedienza alle regole, un radicato senso del dovere, la tenacia, un certo abito pessimistico, (…) tratti della mentalità subalpina (che) finiscono paradossalmente per riverberare una luce negativa sul grande Primo Ministro (…) ratificando il suo destino di straniero in patria. Di italiano da 150 anni in qua eternamente inattuale”.
Ho cercato qui di riassumere, forse inabilmente, il pensiero dell’autore (se non sbaglio discende egli stesso da una famiglia della nobiltà piemontese: un suo antenato, morto nel 1858, fu colonnello e senatore del Regno). Quel che si deve notare nel suo brano è che egli, in qualche modo, si spinge a sfiorare la verità. E cioè che Cavour di fatto non era veramente italiano, pur essendo il massimo responsabile dell’unità d’Italia. Non lo era come non lo erano nel fondo (compreso l’italianissimo e quasi romanizzato Massimo d’Azeglio) tanti componenti della nobiltà piemontese dell’epoca, con un fenomeno di “traslazione dei sentimenti”, affine ma diversa da quella che animava la nobiltà prussiana e russa: i componenti di queste ultime erano infatti giunti al punto di vivere all’interno del proprio paese, fondamentalmente distaccandosene in una delle manifestazioni più forti dell’adesione ad una realtà nazionale. Vale a dire la lingua. Avevano compattamente adottato il francese come idioma di casta (Tolstoj cita il caso di una nobildonna che, al momento dell’invasione operata da Napoleone, aveva convocato un precettore russo per riuscire ad abolire almeno parzialmente l’uso della lingua che era anche quella dell’orribile Corso). Anche con caratteristiche diverse – la lingua abitualmente parlata era il vernacolo piemontese - la stessa identificazione con il francese ebbe luogo, ma senza nessun senso di colpa, in Cavour e negli altri membri della società che egli frequentava. Egli, mentre nella lingua di tutti i giorni usava prevalentemente il torinese, non pensava di scrivere in un’altra lingua che non fosse il francese, l’unica che conoscesse veramente bene (come è noto il suo amico, il barone Severino Cassio, gli rimproverò spesso di battersi tenacemente per la remota unità d’Italia, ma di continuare ad ignorarne la lingua, che pure aveva dovuto obbligatoriamente usare come allievo della Regia Accademia Militare di Torino). Non so in quale idioma si rivolgesse alla marchesa Nina Giustiniani, che era poliglotta ma che scriveva anch’essa abitualmente in francese. Anche se va detto che l’ultima lettera diretta da lei a Cavour prima del suicidio fu addirittura in genovese. Io ne ho trovato nel preziosissimo Google una versione in dialetto che mi pare discutibile nella sua traslitterazione, ma che comunque per un genovese produce un effetto indubbiamente commovente (“… beseugna che m’adatte ae triste circostanze ne’ quali me treuvo, e che seggie ben contenta che ti te ricordi de mi. Te daggo tanti baxi …”).
In sostanza Galli della Loggia – assolutamente condividibili sono le sue osservazioni sul carattere prevalente del Piemonte d’epoca – arriva a sfiorare il tema centrale della vita di Cavour senza giungere alla logica conclusione. In effetti il conte “non” era italiano, anche se, in tutta innocenza, si sforzava di sembrarlo. La sua estraneità patrizia alla corrente definizione di quella che avrebbe dovuto essere la sua vera nazionalità era ulteriormente complicata dalla presenza determinante della parte svizzera della sua famiglia, che gli veniva dalla madre Adele di Sellon, ginevrina. Per brevità rimando a quel che ha scritto Sergio Romano ne “Il castello di Santena”, a proposito dello stato senza confini di cui – come dice Romano - portava l’eredità nel sangue: “una sorta di enclave a cavallo tra la Svizzera, la Francia e il Regno di Sardegna, (…) una provincia europea (…) assai più vicina a Parigi, Londra e Milano che non a Firenze, Roma, Napoli”. Non c’è dubbio che, in larga misura, la dimestichezza con lo zio Jean-Jacques e con il castello di Allaman, con la casa di La Perrière, le villeggiature dei lontani cugini di Cavour, i de la Rive, a Pressinge, o degli altri cugini, i Clermont-Tonnerre, a Le Bocage, influiscano in modo determinante sulla “francesità” del conte e la sua sostanziale lontananza da una nazione, ancora inesistente dal punto di vista formale e sostanzialmente estranea sotto il profilo geografico.
Italiano volenteroso ma complessivamente inattendibile, fu poi, come abbiamo detto e forse al di là dei suoi stessi desideri, l’artefice dell’unità d’Italia. Non è escluso che proprio l’ambigua eredità cavouriana abbia finito con l’influire negativamente su tutta la nostra struttura nazionale e statuale. A questo riguardo è interessante rilevare che proprio l’articolo di Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” abbia provocato la stizzita, ma non totalmente infondata, risposta di un certo Stanislao Napolano nel sito “Comitati delle Due Sicilie”, uno dei tanti blog neo-borbonici che fioriscono nel mondo complesso dei blog nostrani. Ho trovato materiale sui Comitati delle Due Sicilie che, come scrive Gabriele Falco, “rappresentano l’uscita del Popolo meridionale dallo stato di minorità che esso deve imputare per prima cosa a 147 anni di scellerato colonialismo e in secondo luogo anche a se stesso”. Nel logo della pubblicazione figurano doverosamente tre gigli borbonici…
E’ un tema, questo della tardiva ma furibonda “opposizione” meridionale all’unità d’Italia, che vorrei riprendere in un prossimo intervento.


Claudio G. Fava
mercoledì 18 agosto 2010

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