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19 marzo 2014

A DOMANDA RISPONDE

Rispondo adesso agli ultimi commenti pervenuti, esattamente il 6 e il 10 di marzo, con una lunga divagazione sui "polar" degli anni '50.

Quelli del primo gruppo sono sette, stimolati dalla mia risposta: “Lettera (tardiva) a Renato Rosati”. Nell’ordine: interessanti le osservazioni di Enrico che ricordano alcuni “polar” famosi, alcuni dei quali hanno origine da romanzi decisivi nella storia del poliziesco francese. Alludo soprattutto a “Grisbi” e a “Rififi” (titoli originali, molto più intriganti: “Touchez pas au Grisbi” e “Du Rififi chez les hommes”).
Il primo è tratto da un romanzo di Albert Simonin, fondamentale nella storia del “polar” anni ’50 ma, soprattutto, in quella che riguarda la deliberata utilizzazione dell’”argot”, al tempo stesso parigino e malavitoso. In effetti Simonin resta una figura decisiva per tanti momenti della storia letteraria minore della Francia. “Grisbi” nel suo argot  significa il denaro o i preziosi che provengono da un “colpo”. La parola, a suo tempo, ebbe notevole fortuna. Simonin è morto nel 1980, a 75 anni, ormai passato di moda, nonostante avesse scritto e pubblicato opere sino agli ultimi anni, sempre attingendo alle sue memorie di parigino proletario, occasionalmente tassista ma anche giornalista. E, in particolare, redattore, durante il periodo di Vichy, di pubblicazioni collaborazioniste per le quali era stato condannato a cinque anni di reclusione (nel 1954 fu liberato da un decreto di amnistia). Quando uscì il libro lo lessi (in francese) molte volte, attingendovi tutto un mondo di parole e di azioni, irreparabilmente consegnate alla Parigi del passato. Varrà la pena di precisare che l’edizione francese di “Touchez pas au Grisbi” era chiusa da un vocabolario di argot intitolato “Dictionnaire pour les non affranchis”. Vale a dire, letteralmente, “Per i non liberati (dalla schiavitù)”. Cioè per le persone perbene, viste, nella logica del “milieu”, come potenziali vittime naturali . Va precisato che chi non faceva parte dell’”ambiente” (vedi sopra), era chiamato “un cave” ed è quindi il destinatario predestinao di ogni possibile offesa. In ogni caso la figura del gangster crepuscolare “Max le menteur” descritto da Simonin in tre romanzi -Jean Gabin offerse un risalto eccezionale in “Grisbi”- resta, con la sua furbizia di malvivente perbene, intristito dal passare degli anni, una figura di rilievo in tutta la storia del poliziesco francese. 
Anche Auguste Le Breton  (pseudonimo di Auguste Montfort, chiamato appunto “il bretone” a causa delle sue origini) ha rappresentato un momento decisivo nella storia del “polar” scritto, per scivolare poi lentamente in una organizzata banalità. Va detto che anche lui ha iniziato con l’autentico ritorno all’Argot della sua infanzia e della sua adolescenza scapestrata, consacrando all’argomento addirittura un dizionario, intitolato con un gioco di parole intraducibile in italiano, “Langue verte et noir dessins”. Nato nel 1913 (morì nel 1999), cresciuto in un orfanotrofio e poi in una casa di correzione, già a 18 anni frequenta piccole bande di teppisti e per alcuni decenni se la cava esercitando mestieri vari sino a diventare un “croupier” di case da gioco clandestine. Sembra che durante la guerra abbia partecipato alla resistenza e verso la fine degli anni ‘40, sospinto da una curiosa vocazione, abbia cominciato a scrivere. Inizialmente è attratto da descrizioni della sua gioventù avventurosa e le sue esperienze nel “milieu” (il primo libro, “Les hauts murs” è sostanzialmente autobiografico). Poi decide di attingere a quel che ha visto e udito e scrive un vero e proprio “polar”. Sarà “Rififi” (la parola in argot significa, o significherebbe, “tafferuglio”; "Les hommes" significa tassativamente "Gli uomini della malavita", gli altri non sono neppure presi inconsiderazione). Il romanzo è salutato da un successo immediato, al punto che la parola che dà il titolo al libro (ed al film che ne verrà tratto) diventa immediatamente famosa e finirà col tempo con l’essere accettata dal vocabolario Robert, il che significa che fa ormai parte del patrimonio della lingua francese. Le Breton, come Simonin, attinge all’argot corrente ed a quello della malavita, ma in lui il vocabolario sembra più aperto all’invenzione mentre quello di Simonin dà l’impressione di riposare su una maggiore attendibilità di lessico. Anche egli, come Le Breton, ha pubblicato un vocabolario di argot, intitolato prima, nel 1957, “Le Petit Simonin illustré, dictionnaire d’usage” e riedito nel 1968 con il titolo “Le Petit Simonin illustré par l’exemple”. Sia lui che Le Breton, trascinati dal successo, hanno scritto diversi libri (li elencherò, parlandone più ampliamente, solo se qualche lettore mi chiederà di farlo) da cui sono nati molti film di grande successo. Ricordo che il primo della serie per Simonin è stato appunto “Grisbi”, diretto nel 1953 dal grande Jacques Becker. Quasi per caso il film consentì a Lino Ventura, ex-lottatore divenuto organizzatore di incontri di lotta, un esordio significativo che testimoniò di un naturale, e insospettato, talento d’attore. Anche Le Breton scrisse poi molto (forse ancora più di Simonin) e venne largamente utilizzato dal cinema, dopo che l’inatteso Jules Dassin, già regista di punta di un certo cinema “duro” degli Stati Uniti, aveva diretto con grande successo il film tratto da “Rififi” (centrato su un eccellente attore belga, Jean Servais, il quale non ha avuto il successo che meritava). I primi libri di Le Breton sono stati portati sullo schermo e lui stesso poi ha dato origine ad una serie di romanzi tutti legati al nome di “Rififi” (a New York, sulla Senna, a Praga), in cui ha sfruttato il successo del film rendendolo una sorta di marchio di genere.

Si tratta di due personaggi (appunto Simonin e Le Breton) e di una collana di libri e di film che sembrano irrimediabilmente collocati nel passato. Ma che io, per ragioni di età e di antiche esperienze di lettore, continuo ad avvertire vicinissimi a me.

Venendo agli altri contributi mi pare interessante quel che ha scritto Enrico e in particolare la sua allusione ai film italiani “carcerari” come “Nella città l’inferno” e, “Detenuto in attesa di giudizio”. Ve ne sono credo molti altri sul tema anche se spesso risolto in chiave comico-farsesca. Fra i tanti esempi mi viene in mente “Ladro lui, ladra lei” (1958) di Luigi Zampa dove Sordi, fedele alle tradizioni famigliari esercita con impegno la propria professione di ladro, andando regolarmente in prigione dove è accolto come se andasse all’albergo, in uno spirito di grande partecipazione collettiva. Fra le varie osservazioni di Luigi Luca Borrelli (che perde l’alloro di “giovane del Blog” !) mi piace quel che ha scritto di Melville. Trovo, in particolare, divertente la definizione (nata per ribadire “un solco” stilistico esagerato) secondo cui “Melville sta a Platini come Di Leo a Furino”: paragone calcisticamente impeccabile, che mi sembra rivelatore di un sottofondo juventino…Per quel che riguarda il fatto che io possa essere conosciuto dai ventenni grazie alle loro scorribande in rete, resta il fatto che la documentazione rinvenibile sia nella sostanza abbastanza scarsa. Un contributo decisivo potrebbe aversi se la Rai permettesse di attingere alle mie apparizioni sul teleschermo: da calcolarsi in centinaia, perché non solo limitate a presentazioni di film in senso stretto ma in numerose apparizioni in rubriche (penso a “Dolly” e a “Set”) ed in molte altre testimonianze di diversa natura. Purtroppo le Cineteche Rai non concedono, nemmeno a richiesta dei “protagonisti” l’uso del materiale. Che viene conservato non so per quali posteri. Ringrazio Rosati per il suo secondo intervento e gli confermo che la sua e-mail è stata inserita nel cosiddetto “elenco privilegiato” con gli indirizzi delle persone a cui viene comunicato ogni mio nuovo apporto sul Blog. Vengo infine all’intervento di Giulio Fedeli. Faccio osservare che egli dice di essere nato nell’anno di “Labbra proibite” (“Quand tu liras cette lettre”, 1953) con una sorta di civetteria al contrario perché si tratta dell’unico film fra quelli diretti da Jean-Pierre Melville che il regista abbia disconosciuto…Credo che Rosati e Borrelli possano compiacersi del successo che hanno ottenuto (le parole di Fedeli ne sono una testimonianza) mentre ringrazio le due segnalazioni bibliografiche. Il libro di Denitza Bantcheva mi tenta particolarmente. Cercherei di procurarmelo se sapessi dove ospitarlo in una biblioteca che ormai ha rotto gli argini. Ringrazio Rosellina, come sempre fin troppo affettuosa. La segnalazione della frase di Alberto Sorrentino su di me durante la rubrica di Fabio Fazio mi è giunta da diverse parti, come dico anche nella mia rubrica sul “Mercantile” pubblicata nel Blog il 17/03/2014. Per quel che riguarda la “Grande Bellezza” meditavo di scrivere qualcosa ma non ho ancora deciso…Infine un nuovo grazie a Rita M. per i suoi complimenti…
P.S.
Due ulteriori osservazioni che riguardano quel che ha scritto Giulio Fedeli. In senso stretto Rui Nogueira è arrivato prima di me, seppure per un problema di mesi. Il suo splendido libro, del 1973, su Jean-Pierre Melville (pubblicato in Italia, con molti anni di ritardo, da Le Mani con una mia prefazione) viene prima del mio articolo sul regista, che rappresentò una novità nella critica italiana, pubblicato nel numero maggio del 1974 della "Rivista del Cinematografo". L'ho ripreso nel 1979 nel mio libro "Le Camere di Lafayette", che è di fatto introvabile da molti anni. Se non lo utilizzerò in un libro antologico su di me sarei tentato di ripubblicarlo per intero nel Blog. Aspetto pareri dei lettori...


3 commenti:

Luigi Luca Borrelli ha detto...

La risposta sul polar francese è magnifica anche perché apre a mondi di "letterature parallele" francesi non classiche che solitamente non interessano molto le mie osservazioni cinematografiche (non si ha d' altronde il tempo di interessarsi a tutto, se non si lavora nel campo). Direi che possiamo ben essere soddisfatti della lunga risposta; sono contento di aver contribuito alla sollecitazione.
Mi soffermo sul protagonista di Rififi, Jean Servais : al di là del suo rugoso ed indimenticabile volto, credo valga la pena di ricordare che la sua voce è forse tra le più belle di lingua francese che ho mai avuto il piacere di ascoltare. La ricordo con incanto in Il piacere di Max Ophuls, capolavoro intramontabile, dove nell' ultimo episodio faceva da narratore ("Mon cher,le bonheur n'est pas gai..."); se è vero che è stato in parte dimenticato, va detto che non mi vengono in mente altri interpreti belgi della sua notorietà, almeno confinati al periodo.

Rispondo all' "accusa" (notare le virgolette!) di juventinismo : sono da sempre un convinto sostenitore del Napoli, ma anche un amante in toto del calcio e in particolare di quello italiano. Il paragone Furino-Platini mi sembrava il più classico possibile per rendere l' idea. "Napoletanamente" avrei potuto usare un binomio Bruscolotti/Krol.

E' vero che la documentazione è in fondo assai scarsa sui video di repertorio, infatti sono più rintracciabili interviste recenti, ma non le schede sui film. Già altre volte mi scontrai col fatto che la RAI non elargisce documenti video del genere a noi comuni mortali. Il motivo non si conosce , anche perché a nessuno pare trattarsi di occulti segreti di stato o cose affini.

Giulio Fedeli ha detto...

Grazie per il prezioso saggio dedicato alla coppia Simonin-Le Breton e all'argot. Il problema mi sembra il seguente: se il libro autobiografico è sicuro, va da sé che sia il Melville del 1974nonché quest'ultimo lavoro 'filologico' debbano trovarvi posto. E già che ci siamo, se posso permettermi, non possono mancare le recensioni-studio de "L'uomo del fiume" (chi usa più la parola 'minuzzoli'?), "Charley Varrick", "I tre giorni del condor", "Cinema politico francese tra la 'servitude' e la 'grandeur'", "L'affare della Sezione Speciale".
Ma sarebbe bene tornare anche ai deliziosi "Il giornalista" e "Il giornalista sportivo" già in "Tagliati al vivo". Che -fino a quando non l'ho avuto per le mani- credevo fosse una locuzione rubata al linguaggio dei macellai... .
Certo, in quanto "n.1" dell'argomento, non potresti sottrarti a un giudizio su -qualche nome 'en vrac'- José Giovanni (posso dire che il suo "Le musher", che non è un polar, è un capolavoro?); Léo Malet, A.D.G.; Jean-Patrick Manchette (posso dire che il suo "Posizione di tiro", che è un polar, è un capolavoro?)
Che ne pensi?
Ma ci pensi? Un ritratto di Melville con Stetson e occhiali scuri realizzato da Elena Pongiglione a illustrare le pagine dedicate al nostro?
Io sono decisamente per il libro. Forza!
P.S.: Non sono mai riuscito a capire perché la copertina de "Le camere di Lafayette" rechi in basso a sinistra una piccola foto di (se non sbaglio) Liv Ullmann.
Perché?

Rosellina Mariani ha detto...

Aspetto di leggere un tuo parere sul film di Sorrentino : "La Grande bellezza"...e aspetto il libro su Melville , illustrato da Elena, come ti suggerisce Giulio Fedeli.
Complimenti per l'impaginazione di questa pagina