Blog - Crediti


L'audio e i video © del Blog sono realizzati, curati e perfezionati da Lorenzo Doretti, che ha anche progettato l'intera collocazione.
L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

19 aprile 2011

MOVIOLA PERSONALE (E LIBRARIA)

Nei mesi scorsi ho qui radunato diverse mie dichiarazioni audio riguardante alcni film e pochi libri. I film sono, nell'ordine di pubblicazione:"Il discorso del Re"; "Vento di primavera"; "Il Gioiellino"; "Un gelido inverno"; "Il Grinta"; "The fighter"; "La fine è il mio inizio"; "Questo mondo è per te"; "Poetry"; "Boris". I libri sono: "Legionario" e "Ingrid Bergman". Per un mio errore, in cui è rimasto coinvolto Doretti, gli interventi non sono stati preceduti dall' intestazione di rubrica "Moviola personale" alla quale adesso ho aggiunto anche l'espressione, fra parentesi, "e libraria". Chiedo scusa a tutti. Da questo momento l'omissione è sanata, e mi auguro lo sia anche per il futuro.


Per ora non inserisco interventi audio (ne realizzerò alcuni prossimamente) così come sto preparando i collegamenti telefonici con alcune personalità, che avevo preannunciato e promesso ai lettori. Pongo invece qui una nuova recensione libraria riguardante un libro intitolato "I cani di Roma", scritto da Conor Fitzgerald, edito da Ponte alle Grazie e stampato nel febbraio 2011. Avendo letto che era un giallo scritto da un inglese nato a Cambridge nel 1964, il quale però abita in Italia dal 1989, mi sono incuriosito ed ho fatto qualche ricerca. Ho telefonato per informazioni al gentilissimo Capoufficio stampa di Ponte alle Grazie (Matteo Columbo, telefoni: 02/34.59.76.32 - Cel 349/126.99.03 - e-mail: matteo.columbo@ponteallegrazie.it) ed egli ha spinto la sua cortesia sino a spedirmi immediatamente il libro.

In effetti Fitzgerald (ha collaborato all'edizione italiana degli "Scritti italiani" di James Joyce, per sei anni ha curato a Roma un quotidiano bilingue francese-inglese, ha co-fondato una agenzia di traduzione ed insegna ad una scuola superiore per traduttore ed interpreti) deve essere un curioso esempio, come si diceva una volta, di "inglese italianato, diavolo incarnato". Infatti ha esordito qui con un giallo (già seguito in Inghilterra da un secondo volume con lo stesso protagonista) ambientato a Roma e curiosamente centrato su un commissario di polizia, che si chiama Alec Blume. Americano di origine (è cresciuto a Seattle) è ormai cittadino italiano. Blume è la chiave di tutto, perchè al tempo stesso è pienamente italiano nell'uso delle inevitabili furbizie e scaltrezze burocratiche implicite nella sua professione di funzionario della Repubblica italiana, ma conserva anche una sorta di originaria durezza anglosassone. Si vede benissimo come questa duplice natura sia uno strumento decisivo per consentire a Fitzgerald di fare filtrare fra le righe la sua reazione nei confronti di una nazione e di una città nella quale si è inserito da quando aveva venticinque anni, che forse non gli dispiace ma di cui vede lucidamente difetti e disfunzioni con l'occhio di un turista straniero. Si intuisce assai bene che tanti aspetti di Roma, dal traffico allo stato delle strade e dall'idea stessa di pulizia comunale, lo lasciano perplesso e forse lo innervosiscono. Al tempo stesso il fatto che il suo protagonista sia, dal punto di vista della carriera, non soltanto italiano a tutti gli effetti ma pienamente inserito in quella significativa burocrazia che è, in ogni nazione, la struttura poliziesca, rende la sua personalità egualmente insolita e rivelatrice. Fitzgerald non scrive male. Il suo gusto anglicizzante per un dialogo serrato e incalzante sorregge il libro con una robusta architettura formale che gli consente di svolgere al meglio il tema di fondo, ovviamente costituito da una complessa indagine di polizia. Qui si rilevano alcune delle sue caratteristiche principali di giallista insolito ma a tempo pieno: la malavita che egli descrive è, in tante cose, debitrice alle convenzioni correnti sulla mafia, ma non ha niente a che fare con quest ultima perchè non ha caratteristiche siciliane e semmai rivela una sorta di scorrevole struttura propriamente europea. Mentre la polizia come viene ritratta nelle sue pagine è furbescamente italiana ma anche genericamente debitrice alla presenza schiacciante di uno Stato inefficiente ma potente. Così come accade appunto sovente nei paesi latini. Insomma si tratta di un esordio tutto sommato positivo quello di Fitzgerald. E confesso che mi auguro che il suo secondo romanzo venga tradotto e pubblicato in italia proprio per capire se si tratta di un fuoco di paglia o non piuttosto, come mi auguro, dell'inizio di una brillante carriera di giallista "fuori casa".
Leggendolo mi è venuta la voglia di capire se, come mi sembrava di ricordare, vi siano altri giallisti di lingua inglese residenti in Italia. In internet alla voce "italian-mysteries.com" ho infatti trovato un piccolo studio intitolato "The definitive Website for English-language Mystery Novels Set in Italy". Vengono citati diversi autori che però, in genere, hanno la comune caratteristica di vivere in Italia ma di avere inventato protagonisti italiani di nascita. L'autore dello studio, Carlo Vennarucci, divide gli autori da lui censiti in cinque categorie contrassegnate da bandierine italiane in numero da cinque a una. La prima è quella che riscuote il massimo del suo gradimento. Infatti egli specifica che l'autore: "Capture the essence of the Italian personality and Italy's social and political culture. Well written. Interesting characters that are authentic Italian. A joy to read!". Via via il consenso di Venerucci diminuisce ma rimane per le quattro e le tre bandierine. Con due bandierine la condanna è già esplicita, perchè egli dice che il testo non è scritto bene e che le "Italian references" non sono autentiche, praticamente non vi sono "characters" italiani e la vicenda potrebbe svolgersi ovunque. Con una sola bandierina il giudizio è definitivamente negativo: "Really bad. Definitely not recommended". Fra gli autori censiti vi sono, ad esempio, Timothy Williams (quattro bandierine) nato in Inghilterra nel 1946, che ha insegnato anche nell'Università di Bari e di Pavia e che ora vive in Guadalupa. Ha pubblicato almeno cinque romanzi, che si svolgono prevalentemente a Pavia e che hanno come protagonista il Commissario Trotti. Cinque stelle riscuote addirittura Donna Leon, americana di origine spagnola e irlandese, che venne in Italia per la prima volta nel 1965 e vi ritorno diverse volte durante una vagabonda carriera accademica. Da oltre vent'anni si è stabilita a Venezia e vi ha ambientato, a partire dal 1992 più di 20 romanzi gialli centrati sul Commissario Guido Brunetti. Iain Pears, è giornalista, storico e critico d'arte ed ha ambientato in italia, fra Roma e la Toscana, sette romanzi centrati sulle investigazioni di uno storico dell'arte che si chiama Jonathan Argyll e di una Commissaria italiana, Flavia di Stefano, che si occupa appunto di furti di quadri e di sculture. La serie si chiama infatti "The Flavia di Stefano mistery series". Vennarucci gli dà cinque bandierine. Magdalen Nabb, nata nel 1947 nel Lancashere e morta nell'agosto 2007 a Firenze ove aveva ambientato , dal 1981 al 2008, 14 gialli tutti con lo stesso protagonista il Maresciallo dei carabinieri Salvatore Guarnaccia (per il terzo volume della serie, "Death of Dutchman", del 1983 sembra che la prefazione sia stata scritta da Georges Simenon). Sembra anche che la Nabb debba molte informazioni sull'Arma a un ufficiale, Nicolino d'Angelo, divenuto generale e che al funerale di Magdalen, deceduta per un colpo apoplettico, fosse presente una rappresentanza dei carabinieri. Per brevità elenco qui altri giallisti anglofoni che hanno ambientato i loro libri in Italia. Ad esempio un altro inglese, Michael Dibdin, morto anch'egli nel 2007, inventore del malinconico Commissario Aurelio Zen, oppure Christobel Kent, che vive vicino a Cambridge col marito e cinque figli e che ha collocato a Firenze l'ex-poliziotto e poi investigatore privato Sandro Cellini. Tobias Jones si è trasferito a Parma nel 1999 ed ha inventato il detectiv privato Castagnetti. A Ian Merete Weiss risale una donna, Natalia Monte, Capitano dei carabinieri, che investiga a Napoli sulla camorra. Incidentalmente non sono pochi gli scrittori famosi che hanno scelto occasionalmente l'Italia come sfondo per i loro testi. E' accaduto per Siena con Frederick Forsyth e per il Vaticano con Tom Clancy e Arturo Pèrez-Reverte. Ma qui il discorso ci porterebbe troppo lontano.

Come si vede un'ampia maggioranza di anglofoni vive in Italia e inventa personaggi, come si è detto prima, rigorosamente italiani. Anche in questo Conor Fitzgerald è un' eccezione, perchè la duplice natura di Blume, totalmente a cavallo fra due nazioni e due culture, rappresenta una creativa curiosità, al tempo stesso molto snobistica e molto significativa.

1 aprile 2011

QUARTO AVVISO AI NAVIGANTI

Come avrete visto ho rallentato i miei contributi al blog per i già ricordati problemi di salute. Sperando di essermi ripreso ricomincerò a lavorare sul serio! Per ciò che riguarda gli interventi telefonici richiesti dai lettori ho già preavvisato sia Sanguineti che De Fornari. E telefonerò al più presto, anche a molti soggetti previsti nella mia precedente comunicazione.

In seguito ad una amichevole conversazione con il professore Giorgio Fedel, ordinario di Scienza Politica presso l'Università di Pavia, ho pensato di scrivere per la sua rivista, che si chiama appunto "Quaderni di Scienza Politica", un articolo che, previa sua autorizzazione, pubblicherò anche nel Blog, su un tema che mi interessa da tempo. E cioè la clamorosa compenetrazione dei problemi disparati riguardanti la figura, le competenze, i valori, le potenziali avventure personali e politiche dei Presidenti degli Stati Uniti sia nel cinema che nel romanzo popolare americani. Come è noto il rapporto che la maggioranza dei cittadini americani rivela con il presidente una mescolanza di reazioni propriamente politiche ma anche di sussulti affettivi, molto simili a quelli che legano alcuni sudditi di paesi monarchici al loro sovrano. Per dirla in parole povere la Presidenza della Repubblica è in America una sorta di monarchia a tempo determinato, con la quale si instaurano legami a volte tirannici ma, al tempo stesso, in qualche modo fuggevoli. Vale a dire con gli stessi risvolti di fedeltà che uniscono un suddito al suo Re e al tempo stesso con l'obbligatorio cinismo di un coniuge doverosamente infedele.

Questo tema interessa qualcuno? Volete mandarmi suggerimenti ed osservazioni?

Aspetterò qualche giorno prima di cominciare a scrivere e in tanto raccoglierò del materiale sul tema.

Tutti al lavoro!

15 marzo 2011

TERZO AVVISO AI NAVIGANTI

Visto che l'iniziativa delle telefonate sembra destare interesse, vorrei precisare che ho una lista abbastanza considerevole di film di cui parlare (sono quelli per i quali intervengo alla rubrica "Cinematografo" di Rai Uno). La telefonata è il sistema più semplice perchè è sufficiente che Doretti attivi il suo registratore telefonico.
Ho anche redatto una lista lunghissima di persone da interpellare per telefono (è una rubrica che ho inaugurato in passato, con Tatti Sanguineti, per l'esattezza il giorno 22 Giugno 2009). Si tratta di una cosa lievemente più complicata della telefonata "singola", come quella in cui parlo solo io senza dialogo, perchè è necessario che Doretti dal mio telefono registri la conversazione e pertanto venga a casa mia. Io ho buttato giù un elenco di una quarantina di nomi, che però non ho ancora interpellato, per cui è possibilissimo che alcuni degli interessati non siano d'accordo. Fra i nomi che ho buttato giù ci sono oltre che Tatti e Vicenzoni, già utilizzati in passato (quest'ultimo intervistato il 4 maggio 2010 con grande successo di pubblico) molti altri nomi. Ad esempio Giancarlo Giannini, Giovanni Minoli, Paolo Garimberti, Pupi Avati, Maurizio Costanzo, Paolo Villaggio, Arrigo Petacco, il Cardinale Ravasi, Gigi Marzullo, Carla Signoris, Ottavia Piccolo, Mariangela Melato, Folco Quilici, Bruno Gambarotta, Leo Gullotta, Philippe Leroy, Elio Pandolfi, Carlo Delle Piane, Goffredo Fofi, Giuliano Gemma. Sono tutte persone che conosco, alcune da moltissimo tempo, altri più superficialmente ma che posso provare a disturbare. Ve ne sono altri ancora che personalmente addirittura non conosco ma ai quali posso provare ad arrivare (non li cito qui perchè, senza una specifica autorizzazione, mi parrebbe una cosa scorretta.) Di questo primo elenco appena pubblicato cosa pensano i lettori del Blog? Si tratta di nomi che vi interessano? O ne avete invece altri da suggerirmi?
Mi interesserebbe conoscere l'opinione di chi segue la rubrica. Si tratta, secondo i rilevamenti fatti da Doretti, di un numero piuttosto elevato di contatti, anche se poi sono pochi quelli che mi scrivono.

A DOMANDA RISPONDE 15/03/2011

Ringrazio i due corrispondenti che mi hanno scritto a proposito delle "Telefonate critiche" collocate recentemente nel Blog. L'uno è Davide Barranca che, dai dati rinvenibili in internet, sembrerebbe essere un bolognese laureato in chimica, specializzato nei ritocchi fotografici di alto livello. L'altro corrispondente è un Anonimo, che, come tutti gli anonimi, crea una certa inquietudine. Sarà sempre lo stesso anonimo o ogni anonimo è diverso dagli altri anonimi? Nell'incertezza lo saluto con simpatia. (ovviamente saluto anche Barranca, sempre con la stessa simpatia).

10 marzo 2011

The fighter - Audio


Il Grinta (True Grit) - Audio


Un gelido inverno (Winter's Bone) - Audio


Il Gioiellino - Audio


SECONDO AVVISO AI NAVIGANTI

Saluti a tutti.
Faccio presente che ho registrato quattro brevi telefonate su quattro film attualmente in programmazione. Come d'abitudine, Lorenzo Doretti l'installerà al più presto nel Blog. Esse si inseriscono in quella rubrichetta di recensioni che, riprendendo un titolo da me usato in passato, si chiama "Moviola personale".

In una nota precedente avevo preannunciato la presentazione, alla libreria Feltrinelli di Genova, del romanzo giallo di Mario Paternostro "Troppe buone ragioni". Essa è regolarmente avvenuta nel pomeriggio del 25 febbraio. Al tavolo dei relatori, oltre a Mario Paternostro ed a me, sedeva anche Bruno Morchio, ormai noto anche fuori Genova per le avventure dell'investigatore privato Bacci Pagano (infatti è ora edito dalla Garzanti dopo aver esordito con i vivaci Fratelli Frilli, i quali hanno dato vita da diversi anni ad una casa editrice genovese specializzata nel "giallo ligure"). La presentazione ha avuto successo, sono state vendute molte copie del libro e mi auguro per Paternostro che il successo aumenti. Il romanzo è edito da una raffinata casa editrice genovese, "Il Melangolo" in cui è parte importante Francagelo Scapolla, lo stesso che è proprietario della casa editrice "Le mani", ormai una delle più note in Italia fra quelle che pubblicano stabilmente libri di cinema.

15 febbraio 2011

AVVISO AI NAVIGANTI

Credo che tutti abbiano visto come in questi ultimi tempi si sia rarefatto il materiale inserito nel Blog. La ragione è molto semplice:non sono stato bene di salute e continuo a non sentirmi molto bene. Mi auguro che si tratti di una cosa passeggera e che io riesca a riprendermi al più presto.
Approfitto di questo breve inserto per segnalarvi due cose. Da un lato (sempre appunto che la salute mi assista) ho ripreso a partecipare alla rubrica "Cinematografo" di Marzullo. In genere viene registrata al pomeriggio del venerdì (io per farlo vado faticosamente alla RAI di Genova) ed è poi trasmessa su Rai 1 la notte del sabato successivo.
Dall'altro colgo l'occasione per far presente ai genovesi che, venerdì 25 Febbraio, assieme a Bruno Morchio, l'autore delle avventure poliziesche di "Bacci Pagano", parteciperò alla presentazione del romanzo giallo di Mario Paternostro, "Troppe buone ragioni". La cosa avverrà alla Libreria Feltrinelli, in via Ceccardo Roccatagliata Ceccardi n.16, pressappoco a partire dalle ore 17.30. Il libro, edito da "Il Melangolo" (via di Porta Soprana 3/1) reca come sottotitolo: "Il commissario Falsopepe e il caso del bambino rapito". E' ambientato in una Genova complessa e riscoperta che Paternostro, vecchio giornalista (è' stato vice direttore del "Il Secolo XIX" ed ora è direttore dell'emittente televisiva "Primo canale", la più importante rete televisiva privata della Liguria) rivisita con affettuosa partecipazione ma anche con una singolare volontà di partecipazione fuori di ogni retorica collettiva. Se vi è un richiamo nel libro non è tanto quello alla regione ma semmai a Simenon, al quale l'autore riserva più di un esplicito omaggio.
Come è noto esiste tutta una istintiva "scuola" ligure di romanzo giallo, la quale si articola con molti autori non soltanto nella città capoluogo ma anche in altre località della regione. Da un punto di vista statistico Paternostro ne fa parte ma in realtà il suo istinto di narratore si articola in esplicite variazioni "Maigrettiane", cosi come è evocato nel precedente capoverso, che rappresentano una delle (tante) curiosità del libro. Il quale non solo è insolito ma rivela un romanziere già maturo.

3 febbraio 2011

Vento di primavera (La Rafle) - Audio


Il discorso del re (The King's Speech) - Audio


"FERMO POST" ovvero "A DOMANDA RISPONDE"

Con il duplice titolo sopra riportato ho deciso di unificare in una sola la duplice rubrica di corrispondenza con i lettori del Blog, che ho via via annunciato nel corso degli anni.
Cominciamo subito:
Prendo atto di quel che mi ha scritto Anonimo dopo il mio pezzo su Wikileaks in cui citavo Putin, pubblicato nel Blog il 10/12/2010. Il mio corrispondente scrive: "Tutta questione di traduzioni. Nel russo di Putin democrazia è un Cocktail a base di polonio". E' evidente l'allusione alla morte di un russo misterioso avvelenato a Londra...credo di aver colto l'ironia implicita nella frase.
Veniamo alle reazioni al mio video su Truffaut, che era poi una lezione per gli universitari genovesi della sezione di francesistica. Ringrazio PuroNanoVergine per le parole gentili e affettuose e riconosco che avrei potuto proporre, come lettura per gli studenti, l'intervista di Truffaut a Hitchocock o, più largamente, il rivoluzionario libro di Truffaut e Chabrol sul regista inglese, che all'epoca fece scalpore (io possedevo un esemplare della prima edizione francese, e l'ho perduto!). Sono d'accordo con Carlo Bernasconi sui meriti di Georges Brassens, che mi ha appassionato nel corso degli anni. Ricordo ancora a memoria le parole di molte delle sue canzoni
(...Margoton la jeune bergére, trouvant dans l'herbe un petite chat, qui venait
de perdre sa mère l'adopta...)
Forse ho esagerato nel parlare di Trenet. Anche io ho appreso con stupore dell'antisemitismo di Godard, aspetto sottaciuto da tutti in Italia. Ricambio i saluti e ringrazio. Infine rispondo a Enrico che ricorda una serie di Truffaut in televisione. Non fu curata da me. Fu da me ideata insieme ad un'altra su "Fritz Lang americano". Beppe Cereda, che allora lavorava con me, mi chiese se poteva gestirle direttamente lui. Ed io glielo concessi (come vede sono generoso!). Anche grazie a quei due cicli, Beppe fece carriera, passò a Rai Tre appena costituita ed anni dopo ne divenne addirittura il direttore. E' curiosa l'idea di Carlo Bernasconi che accanto al "Lubitsch Touch" ci sia un "FrÔlement de Truffaut", visto che la parola significa "sfioramento" o "fruscio". Tutti gli scritti di Truffaut sono appassionanti perché nella pagina egli riusciva a trasferire lo stesso profondo entusiasmo che provava per il cinema e per la vita.
Passiamo adesso a quelli che mi hanno scritto a proposito di "Moviola personale" del 11/01/2011. Ringrazio e ricambio i saluti di Davide Barranca. Come può controllare le mie apparizioni in video sono aumentate. Ringrazio anche Matteo e lo rassicuro. Ho un elenco che non finisce più di persone a cui telefonare. Bisogna tener conto del fatto che ho una salute intermittente e che la mia resistenza è limitata. Se arriverò ad ottobre compirò 82 anni e quindi ho qualche alibi...Infine faccio presente che Bruno è Astori, il quale da tanti anni dirige con me il festival del doppiaggio che è stato prima a Finale Ligure, poi a Sanremo, poi a Imperia, e che adesso è finalmente arrivato a Genova.
A proposito dei "Due presidenti" ringrazio ancora Carlo Bernasconi per la precisazione su Peter Morgan, che è lo sceneggiatore, oltre che de "Il discorso del Re", anche di "Hereafter" di Clint Eastwood, particolare che mi sembrava avere menzionato da qualche parte. Sempre a proposito di questo video faccio osservare a Damiano (ma sarà senz'altro vero) che non sapevo che Tony Blair avesse effettuato un intervento per far imprigionare Roman Polanski, visto che "The Gost writer" tratteggerebbe la sua carriera politica e lo descriverebbe come "burattino nelle mani della moglie". La quale, per la verità, è abitualmente chiamata "Cherie" e non "Charlie".
Infine, per quello che riguarda il mio intervento sul libro rispondo a Damiano che io sono un grande lettore e raccoglitore di materiale sulla Legione Straniera. Ovviamente su quella francese, visto che ne esiste anche una imitazione spagnola, fondata nel 1919, in un primo tempo aperta agli stranieri (tanto è vero che si chiamava "Tercio de los estranjeros") poi ad essi preclusa, ed ora nuovamente aperta purché si tratti di latino-americani. Può chiedere al suo compaesano se conosce le parole de "Le boudin", e cioè dell'inno di marcia della Legione. Se conosce la data di fondazione della Legione stessa (è il 1831), se sa che cosa è la "voie sacrèe" e dove è custodita adesso (ad Aubagne vicino a Marsiglia). Qui la sede centrale della Legione venne trasferita quando dovette lasciare la cittadina algerina in cui era stata fondata e di fatto dalla Legione stessa costruita, e cioè Sidi-Bel-Abbès. Potrei formulare moltissime altre domande ma sono curioso di sapere che cosa le ha risposto il suo amico (che spero non legga il Blog, altrimenti tutto diventa inutile)...

31 gennaio 2011

Ingrid Bergman - Video

Oltre che il video dedicato a “I due Presidenti” troverete nel blog due miei (brevi) interventi, sempre in video, che riguardano due libri. L’uno è il ritratto critico e biografico di una notevole attrice che fu anche una diva popolarissima. E cioè “Ingrid Bergman” di Nuccio Lodato e Francesca Brignoli (“Le Mani”, Genova-Recco, 2010, prezzo 18 Euro). Nuccio è un vecchio amico, professore all’Università di Pavia di Storia e critica del cinema e di Archivi e progetti per il cinema e lo spettacolo, oltreché ad Alessandria coordinatore della Giuria del Premio ultratrentennale “Adelio Ferrero” e condirettore di “Ring !”, ormai notissimo Festival della critica cinematografica. Francesca Brignoli è una storica del cinema, che ha ampiamente studiato l’opera di Liliana Cavani ed è specialista di attività dello spettacolo presso l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Pavia.
L’altro libro non è una biografia ma addirittura una autobiografia. Di un inglese che è poi divenuto un dirigente di multinazionali. Si chiama Simon Murray e il libro si intitola “Legionario- Cinque anni nella Legione Straniera francese” (Mursia, Milano, 2010, 22 Euro), e si avvale di una breve ma significativa prefazione di Frederick Forsyth, lo scrittore di “Spy Stories”, che tanti di noi prediligono dal momento in cui apparve “Il giorno dello sciacallo” (1971). Murray era un giovanotto inglese di 19 anni, di media borghesia, che il 19 febbraio del 1960, con un improvviso colpo di testa si arruolò nella Legione Straniera (appunto quella francese, ovviamente, non quella spagnola) e vi rimase 5 anni per il periodo rituale di ferma. Superò le terribili esperienze del periodo iniziale di addestramento, sempre feroce nella Legione, superò anche quello della preparazione al paracadutismo, prestò servizio nel famoso 2° R.E.P., attraversò il turbolento periodo del putsch di Algeri e terminato l’ingaggio uscì dalla Legione conservando, a suo modo, un senso di fierezza.


Legionario - Video


17 gennaio 2011

I due presidenti - The special relationship

I due Presidenti

(The Special Relationship)

Anno:2010-regia: Richard Loncraine

Sceneggiatura: Peter Morgan

INTEPRETI, PERSONAGGI, DOPPIATORI:

Michael Sheen, Tony Blair, (SANDRO ACERBO); Dennis Quaid, Bill Clinton, (ANGELO MAGGI); Hope Davis, Hillary Clinton, (ROBERTA GREGANTI); Helen McCrory, Cherie Blair, (TIZIANA AVARISTA); Mark Bazeley, Alastair Campbell, (MASSIMO DE AMBROSIS); Adam Godley, Jonathan Powell, (ANTONIO SANNA); Marc Rioufol, Jacques Chirac, Matthew Marsh, Consigliere di politica estera; Nancy Crane, Addetto al Protocollo; Demetri Goritsas, Incaricato della “strategia”; Eric Meyers, Giornalista americano; Lara Pulver, Funzionaria; John Schwab, Reporter alla Casa Bianca; Kerry Shale, Consigliere dei Clinton; Rufus Wright, Giornalista britannico.

*(Il doppiaggio è stato diretto da Vittorio De Angelis)

Origine: Anglo-Americana. Produzione: HBO Films presenta in associazione con BBC Films una produzione Rain Mark Films, una produzione Kennedy/Marshall.

Prodotto da Frank Doelger, Tracey Scoffield- Direttore della fotografia: Barry Ackroyd- Scenografia: Maria Djiurkovic – Montaggio: Melanie Oliver- Costumi: Consolata Boyle- Musica: Alexandre Desplat.

Distribuzione: Medusa- Ufficio Stampa Medusa: Maria Teresa Ugolini, via Aurelia Antica 422/424, 00165 Roma- Telefono: 06/66390.567 – email: Mariateresa.ugolini@medusa.it.

Ufficio Stampa Film Studio Morabito, via Amerigo Vespucci 57 00153 Roma – Telefono: 06/57.30.08.25 – email- info@mimmomorabito.it

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NOTE SUL DOPPIAGGIO

Il film è doppiato piuttosto bene, con cura e senza le sciatterie romanesche che purtroppo si riscontrano abbastanza spesso nel doppiaggio italiano più recente. I doppiatori principali posso vantare un curriculum di notevole rilievo. Ad esempio Angelo Maggi (Roma, 16 dicembre 1955, laureato in Biologia) ha oramai un passato molto articolato. Fra gli attori a cui più spesso ha dato la voce figurano, salvo errore con sette film a testa, John Turturro, Danny Huston e Bruce Willis. Nella voce di sua pertinenza contenuta in quel sito inarrivabile che è “il mondo dei doppiatori”, inventato e alimentato dal geniale Antonio Genna, ha complessivamente venti pagine di titoli e di carriera. Le pagine di Sandro Acerbo (Roma, 5 settembre 1955, laurea in Giurisprudenza, sposato e con due figli) ovvero Tony Blair, sono invece diciassette. E’ fratello dei doppiatori Rossella Acerbo e Maurizio Ancidoni, oltreché cugino di un altro doppiatore, Fabrizio Manfredi (ulteriore riprova del fatto che il mondo del doppiaggio italiano, come certe botteghe di pittori medioevali, è dominato da fortissimi legami di famiglia). Gli attori doppiati da Acerbo sono moltissimi ma quelli che si incontrano più di frequente nella sua filmografia sono: Brad Pitt (molto più di venti film) e fra gli altri Robert Donwney Jr, Michael J.Fox, Will Smith, Timothy Hutton, Matthew Broderick, Christian Slater, Nicolas Cage, Dan Aykroyd.

Roberta Greganti (Roma, 31 marzo 1956, moglie del doppiatore Vittorio Guerrieri) come prima indicato dà la voce a Hope Davis e anche lei ha un lunghissimo elenco di personaggi doppiati. Ricordo che nel 2001 ha vinto l’Anello d’Oro come miglior voce femminile al Festival “Voci nell’Ombra”. Poiché del Festival sono presidente e direttore della Giuria, ed allora ero anche il conduttore della serata di premiazione, mi pare di avere buon diritto a rivendicare questo premio.

Infine la doppiatrice di Helen McCrory, ovvero Cherie Blair, e cioè Tiziana Avarista, (Genova, 10 dicembre 1962) ha già un passato di tutto rispetto, con molte pagine di titoli nella voce del sito di Antonio Genna.

Naturalmente molti dei doppiatori qui citati sono anche direttore di doppiaggio e/o autori di adattamenti. Perché un doppiaggio funzioni bene è necessario che vi sia un buon adattamento (operazione non facile perché una traduzione di dialoghi che deve paradossalmente tener conto dei moti labiali dell’originale) e in pari tempo una buona direzione. Il direttore di doppiaggio, in genere, è il solo ad aver visto il film da doppiare nella sua interezza e i suoi consigli sono importanti nella scelta delle voci. Non è un caso che il direttore porti qui un cognome illustre del doppiaggio italiano. Infatti Vittorio De Angelis (Roma, 20 settembre 1962) è figlio del noto doppiatore Manlio De Angelis, fratello della doppiatrice Eleonora De Angelis e, soprattutto, nipote di una delle grandissime voci del nostro doppiaggio, cioè Gualtiero De Angelis, che è stato per anni il “traduttore sonoro” di James Stewart e di Cary Grant, per non citare che due dei divi che gli dovevano buona parte della loro notorietà in Italia.

Queste note non sarebbero complete se non facessi menzione del geniale Peter Morgan autore di una sceneggiatura impeccabile, che per la terza volta ha dato vita sulla carta a Tony Blair, dopo un film televisivo che non mi risulta pervenuto in Italia,“The Deal” (2003) di Stephen Frears dove Tony Blair è già impersonato da Michael Sheen , e “The Queen”(2006), cioè “La Regina”, sempre di Stephen Frears, che in Italia, come ovunque, è stato un successo. Morgan è autore anche della sceneggiatura di “Frost/Nixon il duello” di Ron Howard (2008) inteso a rievocare l’intervista divenuta famosa di un giornalista britannico, appunto David Frost (ancora una volta la parte è di Michael Sheen) con l’ex presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, l’intervista ebbe luogo nel 1977, tre anni dopo lo scandalo del Watergate. Frost, che aveva pagato 200 mila dollari per ottenere la presenza di Nixon sembrava inizialmente aver sbagliato il programma non riuscendo ad ottenere da Nixon nessuna missione di colpa. Poi, all’ultima seduta, Frost vince la sua battaglia perché Nixon inaspettatamente ammette le sue responsabilità e le sue colpe nei confronti del popolo americano. Morgan è anche autore della sceneggiatura del più recente film di Clint Eastwood “Hereafter”. E’ nato a Londra (10 aprile 1963) figlio di un padre ebreo, Arthur Morgenthau, di cui ha modificato il cognome, fuggito alla Germania nazista. Sua madre era una cattolica polacca, fuggita da un paese comunista. Morgan è anche noto come autore televisivo ed è stato incaricato di scrivere il prossimo James Bond, che sarà il 23° della serie. Ha una moglie austriaca, con cui vive spesso a Vienna.

In quanto al Regista Richard Loncraine (nato a Cheltenham il 20 ottobre 1946) ha esordito nel 1975 dividendosi fra cinema e televisione.

Sarebbe forse opportuno fornire riferimenti biografici riguardanti Tony Blair e Bill Clinton, ma lo farò solo se qualche lettore me lo chiederà. Per ora mi sembra che i dati che qui ho fornito siano sufficienti.

P.S.

C’è una curiosità marginale sul film, di cui voglio fare comunque cenno. In una assemblea del Gruppo Ligure del Sindacato Critici il collega Giorgio Rinaldi ha fatto pubblicamente osservare che il titolo del film era assolutamente sbagliato. I due Presidenti non sono entrambi Presidenti. Clinton lo è sicuramente ma Blair è il Premier di un Gabinetto che governa in nome della Regina. L’ho ringraziato (dirigevo il dibattito) in nome di Sua Maestà ma gli ho fatto osservare che presumibilmente era un errore voluto. Secoli di adattamento costituzionale hanno fatto si che, pur temperato dal controllo parlamentare, il potere di un Primo Ministro inglese, seppure ridotto, sia in parte vicino a quello enorme, ma a sua volta limitato dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato, di un capo di stato americano.

Per citare nel modo più rapido Cast e Credits del film, invece di fare ricorso a una delle tante riviste che ormai ripropongono i titoli di testa integrali, ho ovviamente attinto al motore di ricerca ed al prezioso sito “IMDB”, cioè “The Internet Movie Data Base”, divenuto ormai un riferimento obbligato per tutta la gente del mestiere.

11 gennaio 2011

MOVIOLA PERSONALE
Inizio da oggi una rubrica, tendenzialmente in video, che spero via via di riuscire ad alimentare con nuovi apporti e che è destinata a valutare i film di uscita recente. Comincio con un'opera entrata in dicembre nel mercato italiano, di buon valore e d'indubbio interesse storiografico ma presumibilmente destinata a rimanere poco tempo sugli schermi. Si tratta di "I due presidenti" di Richard Loncraine, che cerca di recuperare il complesso rapporto amichevole fra Tony Blair e Bill Clinton. Ho ottenuto un DvD grazie alla cortesia di Emanuela Martini e di Mara Signori, che curano l'Ufficio Stampa del "Torino Film Festival", e di Mimmo Morabito e Rosa Ardia dell'Agenzia Morabito di Roma, e ci tengo a ringraziarli qui pubblicamente.
Mia moglie Elena Pongiglione disegnerà, appena avrà un momento di tempo, una testata apposita, come farà anche per l'altra rubrica " A domanda risponde", e Lorenzo Doretti provvederà come sempre a inserire il video di cui grazie alla sua efficenza ho potuto disporre. Dopo il video aggiungerò una lunga nota con informazioni sul regista, lo sceneggiatore, gli attori e i loro doppiatori italiani.
Non annoiatevi troppo e cercate di pescare il film, se mai ci riuscirete...

P.S.
In attesa di montare il Video pubblico adesso il brano che dovrà seguire il video stesso. E cioè alcuni dati fondamentali, sugli attori, sui doppiatori, eccetera.

20 dicembre 2010

TRUFFAUT DE MA JEUNESSE - Video

Tempo fa, non potendo andarci di persona, ho inviato alla sezione di Francesistica della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università della mia città (Piazza Santa Sabina 2, 16124 Genova) un DVD con una breve lezione sul tema del doppiaggio. Conteneva specifici riferimenti al film di Jean-Luc Godard “A bout de souffle” (“Fino all’ultimo respiro”, 1960) del quale esemplificavo le particolarità dell’adattamento e le differenze fra il testo francese originale e quello adottato nella versione italiana. Il DVD venne fatto vedere agli studenti e, a quanto sembra, piacque. Anche in funzione del relativo successo mi è stata chiesta un’ulteriore lezione su François Truffaut e sul suo lungometraggio di esordio “I quattrocento colpi” (“Le Quatre Cents Coups”, 1959). Sempre grazie all’amichevole ed efficiente cortesia di Lorenzo Doretti ho registrato a casa mia una lezione sul tema, nella quale sono stati inseriti i brani (tratti da due DVD in commercio) del film di Truffaut sopra citato e di “Baci rubati”, un altro dei suoi lungometraggi in cui si seguono ancora le avventure di un personaggio chiamato Antoine Doinel. Il quale esordisce appunto, ancora ragazzo, ne “I quattrocento colpi”: ritornerà diverse altre volte nella filmografia di Truffaut, sempre interpretato da Jean-Pierre Leaud. Questi in pratica finirà, pur dimostrando palesemente una certa riluttanza, con l’identificarsi con il suo personaggio, pur cercando di foggiarsi uno stile autonomo meno pesantemente condizionato dall’eredità del suo primo film (che è anche il primo lungometraggio del regista).

La mia lezione in DVD dura quasi un’ora e, dopo lunga riflessione, ho deciso di riportarla nel blog. Mi rendo conto che potrebbe destare qualche perplessità l’uso dei brani di film prima citati, ma vorrei ricordare che non ho né chiesto né ottenuto denaro (come del resto Doretti) per questa prestazione, e che pertanto il mio è un (piccolissimo) regalo alla Facoltà di Lingue dell’Università di Genova, mosso da un evidente intento didattico. Fra l’altro, i frammenti di film riportati sono trascritti nella lingua francese originale, visto che si rivolgono a una sezione di Francesistica. Per cui una ipotetica concorrenza potrebbe esercitarsi, di fatto, solo se il blog venisse visto e ascoltato in Francia. Particolare che mi lusingherebbe, ma che non ha nessun riscontro nella realtà. Ecco dunque il video mostrato agli studenti giovedì 9 dicembre 2010. Non escludo che i loro eventuali commenti possano pervenirmi e in questo caso essere poi riportati sul blog. Approfitto dell’occasione per ringraziare le operose professoresse universitarie della sezione di Francesistica ed in particolare Micaela Rossi, la quale spinge la gentilezza sino a venire a casa mia a ritirare i DVD, e Nancy Murzilli. Spero, nel DVD, di non essere riuscito troppo noioso perché quando parlo o scrivo di Truffaut tendo ad avere l’incontinenza e l’ingenuo entusiasmo del tifoso. Non mi sono riascoltato, quindi giudico a memoria, e perciò spero di apparire abbastanza chiaro e abbastanza persuasivo. Se non è così, fatemelo sapere con doverosa crudeltà.

Ecco a voi l’intervento parlato e recitato.


10 dicembre 2010

CONSIDERAZIONI (TEMPORANEE)
SU WIKILEAKS


Vladimir Putin e Julian Assange

Sto preparando, insieme ad alcuni amici, un ampio studio sui problemi dello spionaggio, vero e fittizio, e proprio adesso è scoppiato lo scandalo di Wikileaks. E’ chiaro che bisognerà aspettare gli aspetti futuri della vicenda. Ad esempio, mentre stavo scrivendo queste righe, è giunta la notizia che la magistratura inglese si impegna nel giro di pochi giorni a rispondere alla richiesta di estradizione in Svezia di Julian Assange. Contemporaneamente si è appreso che un importante esponente australiano di fatto ha accusato di furto gli Stati Uniti d’America (che, per quanto ne so io, sono essi le vittime di un furto, opera di “hackers” che hanno saccheggiato gli archivi elettronici americani). Si tratta evidentemente di uno degli scandali più clamorosi che abbiano scosso l’America e, al suo fianco, buona parte dei governi del mondo (il ministro Frattini, con una capacità immaginosa insolita nei politici italiani, ha detto che si tratta “dell’undici settembre della diplomazia mondiale”). Tuttavia sin da adesso è possibile procedere a qualche osservazione preliminare.
Quel che si può comunque osservare, in qualsiasi modo vadano a finire le cose, è l’estrema fragilità della civiltà telematica che abbiamo costruito in questi ultimi anni. Le incursioni di Wikileaks negli archivi degli Stati Uniti sono una riprova, ammesso che ve ne fosse bisogno, della incongruenza e della debolezza implicite in un sistema di archiviazione e di comunicazione che poggia su internet e che è implicitamente soggetto alla diabolica furbizia degli “hackers”. Se tutto lo stesso materiale segreto fosse stato compreso in contenitori all’antica (raccoglitori, faldoni, eccetera …) per svelarlo sarebbe stato necessario fotocopiarlo. Il che avrebbe reso molto più facile difenderne la segretezza e respingere le intrusioni. Vale a dire che la pretesa modernità dell’archiviazione contemporanea è in realtà una forma di debolezza e di inefficienza. Meglio i faldoni, che nei documentari sulla burocrazia italiana vediamo implicitamente sbeffeggiati, ed esplicitamente trasportati dagli uscieri su dei goffi carretti, che le modernissime memorie computerizzate. Non è improbabile che tutti i sistemi di archiviazione confidenziale di materiale scritto debbano essere rivisti e rivalutati, o almeno quelli riguardanti documenti implicitamente secretati. Fuori di dubbio c’è in tutto quello che è accaduto un elemento paradossale: l’urgenza di adattare gli archivi italiani ai nuovi dettami elettronici, raccomandata ed elogiata dal ministro Brunetta, è stata brutalmente smentita. Per il resto aspettiamo a giudicare. Per ora possiamo formulare un dubbio sui criteri usati dagli americani per alimentare i vertici delle loro rappresentanze presso gli stati stranieri. In Europa, in genere, diventano ambasciatori, alla fine di una lunga carriera, e dopo molteplici esperienze sia al ministero che in sedi consolari e diplomatiche all’estero. Non è escluso che siano dei cretini, legati alle correnti del potere dominante, ma è possibile che siano uomini saggi, levigati da decenni di pratica burocratica in tutto il mondo, spesso in grado di parlare diverse lingue, affinati, al di là ed oltre le rispettive intelligenze, da lunghe soste in paesi diversissimi dal loro. Invece negli Stati Uniti, credo non sempre ma sicuramente molto spesso, la carica di ambasciatore è una sorta di premio con cui il presidente rimerita gli amici o indennizza i nemici. Basta guardare agli ambasciatori americani a Roma per vedere quanti sono quelli estranei alla carriera e di nomina presidenziale. Ve ne fu uno che aveva la moglie veneta, la quale gli aveva insegnato a dire “prima de parlar, tasi” (la qual cosa, ovviamente, poteva capitare anche a uno di carriera, ma che nel caso specifico ebbe un insolito risalto mediatico). Una indagine meticolosa in argomento potrebbe fornire moltissimi nomi di ambasciatori “inventati” dai vari presidenti americani. Alcuni tornano alla memoria anche a me. Ad esempio il padre di John Fitzgerald Kennedy, Joseph Kennedy, uomo che aveva sotto molti riguardi una dubbia fama, fu nominato da Franklin Delano Roosevelt, di cui era un sostenitore, addirittura ambasciatore a Londra e rimase in carica dal 1937 al 1940, vale a dire nel periodo decisivo in cui la Gran Bretagna entrò in guerra. Una sua figlia, Jean Ann Kennedy, sposata a Stephen Edward Smith, una vota rimasta vedova fu nominata ambasciatore degli Stati Uniti in Irlanda, dal 1993 fino al 1998. Fra gli infiniti altri esempi possibili citerò quello di una buona amica democratica di Truman, che venne nominata ambasciatore in Lussemburgo (carica credo molto comoda, che le consentiva di vivere in Europa, in un paese di alto livello di vita, con tutti i privilegi dei diplomatici). Un altro caso è quello dell’ammiraglio William D. Leahy, amico di Roosevelt, che questi nominò ambasciatore a Vichy e che era ancora in carica presso Petain, nell’aprile del 1942, vale a dire cinque mesi dopo Pearl Harbour! Del resto Leahy era un beniamino di Roosevelt, fino a ricevere la nomina a “Five Star Admiral”, ovvero “Fleet Admiral”, cioè comandante della flotta. La sua missione a Vichy è stata discussa. Invece è sicuro che egli si sia opposto, con Truman presidente, al lancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki, dicendo che la guerra ormai era vinta, che si trattava di un gesto barbarico e che i conflitti non si conducono uccidendo donne e bambini.
Esempi di carriere “utroque jure” come questi ce ne sarebbero moltissimi, e se il dramma di Wikileaks dovesse continuare varrebbe la pena di fare un’indagine al riguardo, giusto per vedere se i pettegolezzi dei politici e degli industriali prestati alla diplomazia tendano ad essere più acri e insistiti di quanto non lo siano quelli dei diplomatici di professione.
Un’ultima considerazione da fare è che il saccheggio degli archivi digitali degli Stati Uniti alla lunga ricade su questi ultimi. Infatti se esiste un sistema di connessione e di scambio di posta fra computer e computer lo si deve ad un’esplicita richiesta dell’esercito americano. Che qualche decennio fa chiese agli specialisti di studiare un sistema di trasmissione di messaggi rapido, discreto e non intercettabile. Nessuno allora avrebbe potuto supporre che sarebbero esistiti gli “hackers”, vale a dire i responsabili di una sorta di aids delle macchine intelligenti. Tutta la nostra civiltà è ormai sottoposta a una sorta di immenso ricatto, e se ne leggono le caratteristiche molli e sprezzanti sul volto al tempo stesso disponibile e intollerante di Assange.
Un’ultima osservazione riguarda l’intervento di Vladimir Putin che ha deprecato l’arresto di Assange chiedendo pubblicamente se questa operazione sia compatibile con la democrazia. C’è in Putin una forma di ironia che non ho ancora capito se è volontaria o involontaria. Ricordiamoci che egli, dopo gli studi universitari, nel 1975 entrò nel KGB (Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti, ovvero Comitato per la Sicurezza dello Stato), vale a dire nel più ampio, ricco, potente sistema di polizia politica e di spionaggio, sia all’esterno che all’interno, che esistesse al mondo. Vi percorse una carriera confortevole ed evidentemente apprese tutte le astuzie del carrierista, perché, mentre stava nascendo una nuova Russia, Eltsin lo nominò capo dell’FSB, cioè dell’organismo poliziesco che aveva ereditato dal KGB i compiti riguardanti il controspionaggio vero e proprio. Putin rimase in carica dal luglio 1998 all’agosto 1999, mettendo le basi di una lusinghiera carriera politica. Infatti giusto per riprendere quel che ha scritto Wikipedia “il 9 agosto 1999 Vladimir Putin fu nominato Primo Deputato, carica che gli permetterà quello stesso giorno, dopo la caduta del precedente Governo guidato da Sergei Stepašin, di essere insignito dell'incarico di Primo Ministro della Federazione Russa dal Presidente Boris Eltsin. Eltsin dichiarò inoltre che avrebbe desiderato che Putin diventasse il proprio successore. Poco dopo tale augurio, il nuovo Primo Ministro dichiarò la propria intenzione di correre per la Presidenza. Il 16 agosto, la Duma ratificò la sua nomina a Primo Ministro con 233 voti a favore (contro 84 contrari e 17 astenuti), facendo di lui il quinto Capo di Governo in meno di diciotto mesi. In tale carica Putin, pur essendo pressoché sconosciuto all'opinione pubblica, durerà di più dei propri predecessori. I maggiori oppositori di Eltsin e aspiranti alla Presidenza, il Sindaco di Mosca Jurij Mikhailovič Lužkov e l'ex Primo Ministro Evgenij Primakov, stavano già cercando di rimpiazzare il Presidente uscente, e contrastarono duramente Putin quale nuovo concorrente. L'immagine di Putin come uomo d'ordine e il suo deciso approccio alla Seconda Guerra Cecena riuscirono tuttavia ad aumentarne la popolarità tra le masse, e gli permise di superare i propri rivali.“
Non mi pare che il suo passato lo autorizzi né a invocare né a giudicare la democrazia. Capisco che vi sia in lui un certo risentimento, probabilmente per alcuni giudizi della diplomazia americana sulla sua persona, ma è difficile immaginare che quest’uomo possa veramente inserirsi nel meccanismo parlamentare, sottilmente bilanciato, complesso e tortuoso di un vero regime democratico. Credo si possa dire che dei suoi giudizi faremmo volentieri a meno.


Claudio G. Fava.
10/12/2010
(battute: 9.363)

1 dicembre 2010





"L'OMBRA DEL POTERE": CONTRIBUTO DI BRUZZONE E PARTICOLARI SU ANGLETON



James Jesus Angleton e Matt Damon



Nel mese di novembre ho scritto nel blog complessivamente tre brani in cui parlo di Robert De Niro e dei due film da lui diretti: “Bronx” (“The Bronx Tale”, 1993) e “L’ombra del potere” (“The good Shepherd”, 2006). Il mio amico Natalino Bruzzone, critico cinematografico del Secolo XIX, mi ha scritto due righe che dicono: “Carissimo Claudio, anch’io sono d’accordo sul film di De Niro e se ti serve ti allego la mia recensione apparsa sul Secolo, forse l’unica positiva in Italia. Un abbraccio grande, Natalino”. Accolgo con piacere l’offerta e pubblico qui di seguito la recensione di Natalino. Come il lettore potrà leggere in essa si evita una mia distrazione, a causa della quale mi dimenticai nel mio intervento di fare quello che Natalino non ha dimenticato, e cioè di far cenno della somiglianza fra il protagonista del film (una ottima interpretazione di Matt Damon, definito nel testo “eccellente e gelido”) e un famoso protagonista dei servizi segreti americani, e cioè James Jesus Angleton. Detto “the Kingfisher”, Angleton (9 dicembre 1917, 12 maggio 1987) è stato a lungo il capo del controspionaggio della C.I.A. . E, come dice Wikipedia, “se il generale William Joseph Donovan“ (ovvero “wild Bill” Donovan, parte piccola nel film ma figura decisiva nella storia: è quella interpretata dallo stesso De Niro) “può essere definito il padre della C.I.A., dal canto suo Angleton è considerato la madre dell’intelligence statunitense”. Nel testo di Wikipedia su di lui si ricorda che, pur essendo uno dei più importanti cacciatori di spie della Guerra Fredda, Angleton, malgrado fosse ossessionato dalla convinzione che nella C.I.A. si nascondesse una importantissima “talpa” sovietica, non smascherò il famoso “Kim” Philby, cioè il capo dei “Cinque di Oxford” (suo amico e, credo, suo istruttore durante la Seconda Guerra Mondiale), i quali per anni inflissero colpi mortali allo spionaggio britannico. Angleton era sicuramente un personaggio fuori del comune. Figlio di un ufficiale di cavalleria e di una donna messicana, negli anni Trenta visse con la famiglia in Italia,dove il padre dirigeva la filiale di un’azienda americana. Per questa ragione egli conosceva l’italiano. D’altronde era una persona di espliciti gusti letterari, amante della poesia, e in particolare di Ezra Pound e di Thomas Elliott, e fra i suoi hobby c’erano la pesca, la gemmologia e, come Nero Wolfe, la coltivazione delle orchidee. L’avventura di Angleton nella C.I.A. fu lunga e tempestosa. Alla fine della guerra era a Roma, dove sembra si sia occupato in modo decisivo del salvataggio del principe Junio Valerio Borghese, già comandante della Decima Flottiglia Mas (la C.I.A., e in particolare Angleton, furono esplicitamente accusati di aver utilizzato ex-combattenti di Salò, a cui ricorrere nel caso che i comunisti avessero tentato una rivolta armata). Non è possibile qui ricostruire in modo esauriente l’incredibile avventura di Angleton all’interno della C.I.A., nella quale egli esercitò un’attività di controllo interno via via sempre più importante. Ossessionato, come si è detto, dalla convinzione di essere circondato da una ampia organizzazione di spionaggio sovietico, già negli anni Sessanta cominciò a sostenere che numerosi esponenti politici occidentali fossero agenti del K.G.B.. Fra le persone da lui accusate ci furono Harold Wilson, per due volte “premier” britannico, dal 1964 al 1970 e dal 1974 al 1976, i canadesi Lester Pearson e Pierre Trudeau, il tedesco Willy Brandt – in effetti il suo segretario Guillaume si scoperse essere una spia della Stasi – e lo svedese Olof Palme (il quale, per la verità, venne misteriosamente ucciso in una strada di Stoccolma mentre tornava dal cinema la sera del 28 febbraio 1986; ci sono state inchieste per anni e non si è giunti ad alcun risultato). I sospetti di Angleton salirono via via i gradini della scala gerarchica. Fra quelli che egli tendeva ad accusare c’era addirittura anche Henry Kissinger, allora segretario di stato, e perfino dei collaboratori del presidente degli Stati Uniti Gerald Ford. Alla fine William Colby, allora importantissimo direttore della C.I.A., anch’egli con un passato si spia di alto livello, riuscì a licenziare “l’onnipotente collega con molti suoi collaboratori”. Sembra che ci siano voluti anni per riorganizzare la C.I.A., una volta liberatisi dalle ossessioni di Angleton.

A conclusione è divertente rilevare che invece il giornalista investigativo americano David C. Martin sostenne essere stato Angleton un filocomunista, sin dai tempi della sua amicizia con “Kim” Philby. Senza mai contattare i russi, avrebbe agito da solo per distruggere la C.I.A. dall’interno. E’ un’idea bizzarra che non so quanto sia condivisa dagli specialisti. Ed ora ecco il testo di Natalino:



Non la coltivazione delle orchidee, ma la paziente, sapiente e allusiva manualità di mettere una nave dentro al vetro intatto di una bottiglia. La spia in grigio, che Robert De Niro ha scelto come protagonista di “L’ombra del potere”, assomiglia al profilo reale di James Jesus Angleton, un mito della Cia che in serra curava i suoi boccioli delicati mentre in ufficio innaffiava, giorno dopo giorno, la teoria e la pratica ossessive e compulsive di smascherare la talpa del Kgb in seno all’Agenzia.
Svilito da un titolo italiano da thriller pedestre (l’originale “Il buon pastore” è carico di simbolici riferimenti biblici all’addestramento di “pecorelle”, ma con maschere e pugnali), la spy story di De Niro dietro la macchina da presa ha molti padri nobili tra cinema e letteratura: la drammaturgia ritualistica e avvolgente del “Padrino” di Coppola; il senso di John le Carré per le zone grigie dell’ambiguità e della burocrazia dell’intelligence che si riflette nel protagonista di un eccellente e gelido Matt Damon tarato da colletto bianco in antitesi all’eroismo bondiano; il piacere della saga narrativa di una famiglia di agenti della Cia appresa probabilmente dalla pagine e dai capitoli di “The Company” di Robert Littell.
Tra il secondo conflitto mondiale e il disastro alla Baia dei Porci, tra l’idealismo anche settario dell’università e l’intersecarsi di doppi e tripli giochi, tradimenti e traumatiche lacerazioni padre-figlio (come in “Bronx” l’opera prima di De Niro) il copione di Eric Roth e la sua messa in sequenze si aprono alla mistica della segretezza e della sicurezza nazionale. Figurativamente affascinante, “L’ombra del potere” lamenta un’opacità e una fluvialità che, comunque, non sono semplicemente il lampeggio di un’incapacità a trovare una energetica dialettica interna al racconto, ma si rivelano per una scelta stilistica da cerimoniale metaforico che affonda nel mistero e nelle sue manifestazioni intossicanti a più di una dimensione.
Ambizioso e tragico, l’occhio di Robert De Niro ( che si riserva il ruolo di un clone del generale Donovan, gran papà dell’Oss e genitore putativo della Cia) s’impossessa di una storia e della Storia per renderle attraverso l’ordinarietà di un uomo senza qualità, di un burocrate che sacrifica se stesso e i suoi affetti alle religione di una professione capace di sollevare l’universo con la leva dell’inganno e della menzogna. Da non sottovalutare (come è accaduto negli Stati Uniti tanto al botteghino quanto nelle recensioni), da non schiacciare sulle similitudini tra il passato (la Guerra Fredda) e il presente (la sfida armata al terrorismo) e da non trattare come l’esperimento di un attore che ha voluto farsi regista oltre i suoi talenti specifici, perché “L’ombra del potere” è, al momento, l’unico testo per lo schermo che cerca di restituire la complessità del fattore umano in termini di spionaggio così come i migliori romanzi hanno predicato non invano.

Natalino Bruzzone


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