Blog - Crediti


L'audio e i video © del Blog sono realizzati, curati e perfezionati da Lorenzo Doretti, che ha anche progettato l'intera collocazione.
L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

29 marzo 2013

A DOMANDA RISPONDE



Come al solito rispondo alle missive giunte a Clandestino in Galleria dopo gli ultimi articoli, facendo ancora una volta presente ai lettori che, almeno per un mese, avrò ancora poco tempo da dedicare al Blog, preso come sono, dalla confezione di due libri e dalla preparazione di una nuova serie di presentazioni di film per la rete Class TV.
Passo subito al solito, affettuoso contributo di Rosellina Mariani giunto il 26 Marzo in calce al brano “Presentazione libro (solo per genovesi?)”. Grazie degli elogi. La presentazione ha avuto luogo, come preannunciato, al sesto piano della Feltrinelli di Genova, erano presenti due dei tre autori (e cioè Alessio Accardo e Federico Govoni, mentre Chiara Giacobelli non è potuta venire), la saletta era piena e il pubblico mi pare si sia divertito. Ricordo che il libro, edito da “Le Mani” di Francangelo Scapolla, è intitolato “Furio Scarpelli-Il cinema viene dopo” (costo 20.00 euro) è, in qualche modo la continuazione ideale di un precedente volume dello stesso Accardo, e cioè “Age & Scarpelli. La storia si fa commedia” edito nel 2001, con prefazione di Paolo Virzì, dall’ A.N.C.C.I. Questo perché la parte centrale della vita e del lavoro di Age e Scarpelli (che ad un certo punto si divisero) fu comune e dette vita a qualcuno dei più disinvolti e intelligenti film del cinema italiano post-bellico. A parte il blocco dedicato al cinema di Totò fra il 1949 e il 1950, mi limiterò a ricordare nove film del 1951 fra cui “Cameriera bella presenza offresi…”, nel 1952 quattro film fra cui “Totò e le donne” e “Totò a colori”, nel 1953 nove film fra cui “Villa Borghese” di Gianni Franciolini e “Totò e Carolina” di Monicelli. Nel 1954 tre film fra cui “Tempi nostri” di Blasetti, nel 1955 cinque film fra cui “Il bigamo” di Luciano Emmer e “Bravissimo” di Luigi Filippo D’Amico e “Le signorine dello 04” di Gianni Franciolini, sei film nel 1956 fra cui “La banda degli onesti” di Mastrocinque e “Souvenir d’Italie” di Pietrangeli, nel 1957 quattro film fra cui “La legge è legge” con Totò e Fernandel, “Il medico e lo stregone” e “Padri e figli” di Monicelli. Nel 1958 tre film fra cui il fondamentale “I soliti ignoti” di Monicelli, nel 1959 quattro film fra cui “L’audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy, “La grande guerra” di Monicelli e “Policarpo, ufficiale di scrittura” di Mario Soldati, nel 1960 l’eccezionale “Tutti a casa” di Comencini, “Il mattatore” di Risi e il malinconico “Risate di gioia” di Monicelli (naturalmente in tutti questi film essi non sono gli unici sceneggiatori, uniti spesso a colleghi famosi che vanno da Amidei a Sonego, da Scola a Maccari a Vincenzoni; eppure praticamente quasi in tutti si ritrova l’unghiata della coppia, ove la struttura drammaturgica fa forse più capo a Scarpelli e la vocazione della irresistibile parafrasi linguistica ad Age). Due film nel 1961, tre nel 1962 e cioè “Il commissario” di Comencini, “Il mafioso” di Lattuada e “La marcia su Roma” di Risi. Quattro film nel 1963, fra cui “I compagni” di Monicelli e “I mostri” di Risi. Nel 1964 tre film, fra cui “Sedotta e abbandonata” di Germi. Nel 1965 due film, fra cui “Signore e Signori” sempre di Germi. Il 1966 vede quattro film, fra i quali “L’armata Brancaleone” di Monicelli e “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone. Tre film nel 1967, uno solo nel 1968 ma è “Straziami ma di baci saziami” di Risi. Dei due film del 1969 più una mini-serie Tv, “Quel negozio di piazza Navona”, ricordo “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” di Scola. Il 1970 è l’anno di due film (più una serie TV) e cioè “Brancaleone alle crociate” di Monicelli e “Dramma della gelosia-tutti i particolari in cronaca” di Scola. “In nome del popolo italiano” viene nel 1971. Passando al 1973 troviamo due film fra cui “Vogliamo i colonnelli” di Monicelli. Del 1974 sono “C’eravamo tanto amati” di Scola e “Romanzo popolare” di Monicelli. Il 1975 (due film) vede il fondamentale incontro fra Age e Scarpelli e Fruttero e Lucentini con “La donna della domenica”. Nel 1977 (due film)  fra i quali “I nuovi mostri” di Monicelli, Risi e Scola, nel 1979 due film fra cui il raffinato “Temporale Rosy” di Monicelli. Dei due film del 1980 ricordo la “Terrazza” di Scola e del 1983 “Ballando ballando” sempre di Scola. Poi, negli anni’80 la collaborazione fra i due è quasi terminata e mi par giusto fermarmi qui. Alla fine di una lunga elencazione, che forse finirà col parere noiosa, ma che mi sembrava doverosa per poter ricordare un momento quasi decisivo della nostra storia recente-e non solo di quella cinematografica in senso stretto- nella quale l’apporto creativo di Age e Scarpelli è stato incalcolabile. 
Passiamo ai due post giunti il 25 Marzo. La proposta di Gianni Dello Iacovo di parlare dei gesuiti nel cinema mi sembra interessante, anche se in questo momento non ho purtroppo a disposizione il tempo necessario per una ricerca sistematica. Faccio però presente che vi sono diverse pubblicazioni che riguardano, più generalmente, i sacerdoti nel cinema. 
Per quel che riguarda in particolare Padre Arpa potrei scriverne  a lungo perché, con un gruppo di amici ormai sparpagliati per il mondo o scomparsi (Gianni Amico, Franco De Salvo, Amos Segala, eccetera) collaborai con lui nella conduzione del Cineforum Genovese, fondato all’inizio degli anni’50 dallo stesso padre Arpa e dal professore Carlo Cormagi. Seguii padre Arpa nella fondazione di un Ente chiamato “Segretariato di cultura” a cui fece seguito il “Columbianum” che godette di una certa notorietà e, fra l’altro, dette vita a un Festival del Cinema Latino-Americano fra Santa Margherita, Sestri Levante e Genova, che durò complessivamente cinque anni e che credo sia stata la prima manifestazione europea ad interessarsi di cinematografie allora lontanissime con in testa un pianeta totalmente sconosciuto, che era l’Argentina… Io me ne disinteressai quasi subito perché ero diventato il critico cinematografico titolare del Corriere Mercantile e non avevo più molto tempo a disposizione. Del resto su Padre Arpa, su quel che contò nella Genova degli anni ’50 e ’60 e sui suoi rapporti con l’allora potentissimo Cardinal Siri, è già stato scritto molto e con conoscenza di causa. Sempre sullo stesso tema ringrazio Bollicine. Il sito da lui segnalato, che riguarda la “confezione” dei titoli, mi è parso piuttosto interessante. E in un qualche modo famigliare perché in quasi sessant’anni di attività non ho fatto altro che inventare titoli: nei giornali, nelle riviste, in televisione ed in ogni altro luogo possibile e immaginabile. Per i post del 13 Marzo soliti ringraziamenti a Rosellina e molti saluti a Giorgio di Roma (sono contento di avergli fornito dati interessanti). Per quel che riguarda i post dell’11 Marzo ovvi saluti a Rosellina. Forse giusta l’osservazione di PuroNanoVergine ma il fondo di quel che ho scritto mi pare pur sempre giustificato. Certo Torino capitale sarebbe risultata nel Sud ancora più “marziana” di Roma ma sarebbe diventata egualmente una meta, come lo fu poi negli anni’ 50 e ’60 a causa della Fiat.
Infine per quel che riguarda i post del 6 Marzo mi fa piacere che la Stanza del Cinema abbia avuto successo! Del funzionamento dello streaming non so niente e perciò non posso pronunciarmi! Ricambio di cuore i saluti di Rosellina e di Giorgio, entrambi di Roma. Spero che in futuro continueranno a leggermi.
A tutti i corrispondenti auguri di buona Pasqua!

26 marzo 2013

PRESENTAZIONE LIBRO (SOLO PER GENOVESI?)





Cedo ad un impeto di vanità e faccio presente, come si deduce dall'invito allegato, che Mercoledì 27  Marzo alle ore 18.00, alla libreria Feltrinelli di Genova, presenterò, insieme agli autori (che non conosco) un libro edito dalle Mani ed inteso ad analizzare vita e opere di Furio Scarpelli. Come è noto questi fece con grande successo lo sceneggiatore di film e, in particolare, per diversi decenni, diede vita insieme ad Age (Agenore Incrocci) alla più famosa coppia di scrittori di soggetti e sceneggiature per il grande schermo che abbia conosciuto il cinema italiano. Ancora pochi giorni fa ho avuto occasione di scrivere (non ricordo dove) che le due coppie fondamentali di scrittori del dopoguerra italiano erano formate da Age e Scarpelli e da Fruttero e Lucentini. Almeno un terzo del cinema italiano di rilievo dagli anni'50 agli anni'80 è frutto del lavoro dei due sceneggiatori, fra cui Scarpelli era probabilmente il più "drammaturgo" mentre Age era titolare di uno straordinario orecchio inventivo perciò che riguardava gerghi, parole strane o inusuali, invenzioni verbali di ogni tipo. Ho accettato di presentare il libro (indubbiamente molto utile) perchè analizza e ricostruisce la vita e l'opera di Scarpelli, comprende una filmografia totale e contiene anche un'amplissimo numero di testimonianze di parenti, amici, collaboratori ed allievi dello stesso Scarpelli. Ho deciso di uscire di casa (cosa che ormai sono costretto a fare molto di rado) e di andare alla Feltrinelli sia perchè l'occasione risale all'amico Scapolla proprietario de Le Mani ma anche perchè posso vantarmi di qualcosa di unico in materia. In effetti quando ero il responsabile della programmazione dei film di Rai Uno convinsi l'allora mio Capo Struttura Paolo di Valmarana (nel 1981 lascia Rai Uno e andai a mia volta a fare il Capo Struttura a Rai Due) a dedicare ad Age e Scarpelli un intero ciclo di film per il lunedì sera di Rai Uno, che allora era ancora la più famosa collocazione cinematografica della televisione italiana. Nessuno aveva mai fatto un omaggio del genere a degli sceneggiatori italiani, e sono tutt'ora orgoglioso di essere riuscito io a progettarlo e a portarlo a termine, vincendo resistenze di ogni tipo. Si ricordi che certe convenzioni all'epoca erano abbastanza forti e su Age e Scarpelli "pesava" il fatto di avere iniziato la carriera come sceneggiatore di fiducia per Totò. Il che adesso è un titolo di merito ma allora  destava qualche dubbio nelle persone assetate di cultura "alta".
Spero che questo annuncio possa incuriosire qualche concittadino interessato al cinema.

25 marzo 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come ogni settimana trascrivo nel Blog la puntata più recente della mia rubrica ebdomadaria sul Corriere Mercantile (è la puntata di domenica 24/03/2013). Come vedete,  constatando che le mie ultime due rubriche si susseguono nel Blog potrete dedurre un fatto ovvio: non ho molto tempo da dedicare al "Clandestino" e me ne scuso con i lettori. Entro un mesetto spero di riuscire a sistemare i miei compiti più urgenti e quindi di riuscire a dare al Blog tutto il tempo e lo spazio che esso merita, con una continuità di applicazione a cui i lettori si erano via via abituati. Molti saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

PAPA FRANCESCO E I VOTI GESUITI


Ci sono in questi giorni due grandi moti popolari, che possono piacere o dispiacere, ma che è impossibile negare. L’uno è quello propriamente italiano: i “grillini” che  hanno ottenuto il 25% dei voti. L’altro è transnazionale e riguarda l’improvvisa popolarità del Papa Francesco. Chi ha seguito in televisione l’”habemus papam” del Cardinale Tauran ha visto che l’iniziale, febbrile attesa della gremitissima piazza San Pietro si è mutata in una percepibile incertezza all’annuncio del cognome Bergoglio, ai più sconosciuto. Ma son bastate poche settimane perché si coagulasse invece intorno al nuovo Papa una sorta di gioiosa e compiaciuta aspettativa, ribadita da mille particolari accadimenti. Confesso, pur col massimo rispetto, che questa sorta di entusiasmo senza confini mi lascia perplesso. Tante cose nel nuovo pontefice che destano entusiasmo, mi sembrano di un vago buonismo che contrasta con la nitida ma consapevole timidezza di Benedetto XVI, ove si celava una complessa superiorità intellettuale. Ecco invece la croce di legno e non d’oro, l’anello piscatorio d’argento dorato, le scarpe nere e non rosse, la tonaca bianca vagamente stropicciata che sembra quasi tolta da un magazzino di costumi teatrali e non progettata e cucita da un famoso negozio romano, eccetera. Tutti atteggiamenti vagamente “semplificatori” che suggeriscono nel nuovo Papa un’eredità che sembra più quella salesiana che quella gesuitica. E’ indubbio che da Benedetto XV (1914) ad oggi i Cardinali in Concistori non si sono sbagliati nello scegliere uomini di indubbio risalto personale e/o culturale (Ratti, Pacelli, Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyła, Ratzinger) ed è quindi probabile che abbiamo ragione anche questa volta. 
Una sola, minima curiosità. Ricordo che come gesuita Papa Francesco (perché non Francesco I?) oltre ai tre voti canonici ne ha pronunciato un altro, che deriva evidentemente da Ignazio di Loyola, e cioè quello di un obbedienza totale e incondizionata al Papa, Vicario di Cristo. Come potrà regolarsi adesso il nuovo Papa vincolato da un giuramento di totale obbedienza a se stesso? E l’obbedienza dovuta prima a Benedetto XVI è valida anche dopo l’”abdicazione”?
La teologia mi tenta…

(TITOLO ORIGINALE: IL GIURAMENTO A SE STESSO DI PAPA FRANCESCO I)

19 marzo 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito pubblico qui la mia abituale rubrica settimanale sul "Corriere Mercantile". Che questa volta, per un problema di affollamento di pagine, è stata pubblicata anziché domenica 17 Marzo lunedì 18 Marzo. Nell'edizione del Mercantile che, in omaggio ad una vecchia tradizione, reca la testata "Gazzetta del Lunedì". Dove quando era veramente un quotidiano settimanale ho lavorato per anni ed ho imparato ad impaginare (ovviamente, come osava allora, col piombo). Titolo originale "Papa Francesco I troverà troppo sontuose le guardie svizzere?"
Molti saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO
  
PAPA FRANCESCO E LE GUARDIE SVIZZERE

Come tanti ho seguito le febbrili cronache televisive del Vaticano e fatalmente, più di una volta, mi è caduto l’occhio sui Corpi Armati Pontifici. Da un lato c’erano gli uomini della Gendarmeria Vaticana e dall’altro le Guardie Svizzere. I primi sono gli eredi (l’uniforme del 1816 era vagamente napoleonica) dei Gendarmi Pontifici aboliti nel 1971, con improvviso sussulto anti-militarista, da Paolo VI, e ripristinati, seppure con divisa diversa, da Papa Wojtyła. I secondi, ribadendo un’antica vocazione svizzera (nel medioevo essi alimentavano le migliori milizie mercenarie del mondo), dal 1506 forniscono una pittoresca ed efficiente guardia personale del Papa. Vedendoli gli uni e gli altri di fronte, mi son detto più di una volta, guardando gli Svizzeri: “Ma allora è vero che esistono etnie, popoli, divisioni razziali, chiamatele come volete, più portate degli altri al mestiere delle armi?”. In effetti vedendoli di fronte i Gendarmi (che sono professionisti) sembravano dilettanti, e gli Svizzeri (che sono dilettanti) sembravano professionisti. I primi, circa 130, sono dotati di un modernissimo centro operativo tipo telefilm poliziesco e danno vita anche ad un reparto di “teste di cuoio” chiamato GIR (Gruppo di Intervento Rapido) e ad un altro di artificieri anti sabotaggio. I 110 Svizzeri sono invece dei giovanotti fra i 18 e i 30 anni, che hanno fatto servizio militare in patria, dispongono di una “maturità medio-superiore” e scelgono di fare per qualche anno questa particolare esperienza romana. In maggioranza sono svizzeri-tedeschi, che provengono dai vecchi cantoni cattolici (Uri, Schwyz, Unterwald, Nidvaldo, Obvaldo, eccetera, ma sono previsti anche romandi e ticinesi), che innestano la loro “Vacanza romana”, all’interno di un esperienza militare totalmente fuori del tempo. Risultato è che sfilano, manovrano, presentano le alabarde con una precisione micidiale mentre (l’ho visto con i miei occhi) su tre gendarmi due facevano dietro front a sinistra e uno a destra.
Sono un’incredibile testimonianza di un lontanissimo passato, di un’Europa scomparsa. Non vorrei che Papa Francesco I, cedendo agli impulsi di un tempestoso egualitarismo argentino, li abolisse.



13 marzo 2013

Stanza del Cinema - due o tre cose sugli Oscar 2013

A commento del brano da me posto nel Blog a proposito della Stanza del Cinema, Giorgio (da Roma) mi ha chiesto se fosse possibile vedere un frammento di quel che accade nella stanza stessa. Come fa da anni il collega Massimo Marchelli, attualmente presidente del Gruppo Ligure Critici Cinematografici, ha ripreso una puntata del nostro appuntamento mensile. Per l’esattezza quello di lunedì 4 Marzo. Mi è stato inviato, e grazie a Doretti sono riuscito a farlo installare nel Blog. Mi rendo conto che l’immagine globale può risultare abbastanza banale perché riprende una persona che parla (in genere i relatori sono due) ed io al centro che arbitro la tenzone. Il problema è che l’illuminazione della stanza è quella che è e il sistema di due altoparlanti condizionati da un microfono non sembra il veicolo sonoro più favorevole. Per cui si rischia di vedere poco e di sentire male. La mancanza di una vera e propria ripresa stile telegiornale non rende possibile far vedere che l’attenzione dei presenti (in genere almeno una quarantina) è sempre molto alta e quasi altrettanto intensa è la partecipazione al dibattito susseguente ai vari interventi. Si tratta di una iniziativa modesta ma, per così dire, calorosa fondata ormai quasi quattordici anni fa e proseguita puntualmente, ogni mese, dal primo lunedì di Ottobre al primo lunedì di Giugno. In ogni caso Doretti ha provveduto a montare la ripresa di Marchelli apportando dei tagli in un materiale che, in se e per se, è importante ai fini di una futura documentazione di una iniziativa ormai ricca di anni, ma che, esposta integralmente, può rischiare di apparire un po’ noiosa. Un giudizioso montaggio mi pare serva ad illustrare bene le caratteristiche fondamentali dell’iniziativa. Mi auguro che quel poco che si vede non scoraggi troppo il gentile lettore romano del Blog.
Molti cordiali saluti a tutti.



11 marzo 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito pubblico qui la puntata di domenica 10 marzo 2013 della mia rubrica "Visto con il Monocolo" apparsa sul Corriere Mercantile.

VISTO CON IL MONOCOLO

Piero Ottone, vecchia gloria giornalistica nostrana, ha una rubrica settimanale, intitolata appunto “Lettere genovesi”, nell’edizione del sabato de La Repubblica-Il Lavoro. Il 16 febbraio, occupandosi della riedizione di un libro intitolato “Stile piemontese” (centrato sulla giusta celebrazione di Giovanni Giolitti e Luigi Enaudi ad opera di quel grandissimo e convulso giornalista che fu Giovanni Ansaldo) Ottone si lascia quasi sfuggire un’esplicita affermazione a modo suo rivoluzionaria: “…la lettura di questi scritti mi conferma più che mai nella convinzione che l’Italia sarebbe oggi un paese diverso, e meriterebbe ben altro rispetto, se dopo l’unificazione lo stile piemontese avesse dato la sua impronta all’intera penisola, e se la capitale fossa rimasta a Torino.” E’ quello che ho sempre pensato anche io, e non vorrei sembrare immodesto annettendomi una testimonianza ben più a sinistra di quanto non possa essere la mia. Io ho sempre avvertito la ferita di quel forzato trasloco del 1864 della capitale da Torino a Firenze, e poi del balzo definitivo che culminò poi nel breve assalto a Porta Pia del 20 settembre 1870. Son contento di non essere solo, persuaso che con la capitale a Torino la storia dell’Italia unita (e anche quella della Fiat!) sarebbe stata totalmente diversa, e sicuramente più seria e meno cialtronesca. Anche se è una nozione storica controllabilissima, sono convinto che molti italiani non sappiano che proprio l’annuncio del trasferimento da Torino a Firenze indusse alla rivolta la pur disciplinata popolazione torinese d’epoca. L’esercitò sparò sui cittadini al punto che il 21 e il 22 settembre del 1864 vi furono 52 morti e 187 feriti. Non se ne parla mai e si tende a dimenticarlo, anche se ho scoperto che il 4 dicembre 1999 il Comune di Torino ha fatto apporre una lapide ove sono accaduti quei fatti crudeli. Io non ho niente contro Roma (vi ho abitato 25 anni e in molte strade di Prati mi ritroverei a casa mia). Ma sono sicuro che sullo sfondo di Torino, fra le caute tonalità sonore del piemontese così diverse da quelle romanesche, molte delle cose che sono accadute non si sarebbero verificate (compresa, per ovvie ragioni, la Marcia su Roma!).

6 marzo 2013

NOTIZIE DALLA STANZA DEL CINEMA DI GENOVA


GRUPPO LIGURE CRITICI CINEMATOGRAFICI
Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani.
Genova 16121 Genova Via Fieschi 3/26 (13° piano).
Tel. 010565702 Fax 010 564170

Oggetto: Grace Kelly, da Hitchcock al trono
Lunedì 11 Marzo alle ore 17.30 a Genova nei locali dell’Istituto di Storia Patria, al piano terreno di Palazzo Ducale, si terrà la consueta Stanza del cinema – conversazione curata dal Gruppo Ligure Critici Cinematografici (SNCCI), in accordo con la Direzione del Ducale.
Maria Francesca Genovese  parlerà di "Grace Kelly, da Hitchcock al trono" esemplificando il tema con immagini e brevi filmati.
A 30 anni dalla morte di Grace Kelly ne verra' ripercorsa la carriera, che raggiunge il suo apice con i capolavori di Hitchcock per poi concludersi prematuramente dopo il matrimonio con Ranieri di Monaco. Nell'occasione verranno svelati dietro le quinte e curiosita' dell'atteso film "Grace di Monaco", interpretato da Nicole Kidman e girato proprio nella nostra citta' nei mesi scorsi.

L’ingresso è libero.



Francesca Felletti – ufficio stampa gruppo ligure critici cinematografici

4 marzo 2013

A DOMANDA RISPONDE

Rispondo qui ai post giunti (27/02/2013) dopo la pubblicazione del mio brano d’attualità su Coluche e Grillo. Giusto il rilievo di Rear Window che cita il film di Dino Risi “Scemo di guerra” (1985) in cui Coluche e Grillo apparivano insieme (c’erano anche Fabio Testi, Claudio Bisio, forse meno noto di adesso, e il grande Bernard Blier). Volevo menzionarlo, perché era un riferimento obbligato, e poi mi è passato di mente. Mi dispiace, perché negli ultimi anni Dino e io eravamo diventati amici e ogni tanto lo chiamavo al telefono nel suo Residence romano (con quella sua voce molto simile a quella di Gianni Agnelli mi diceva: “Chiamami chiamami, perché mi diverti”). 
Ringrazio Bollicine per i due siti internet che mi ha segnalato (uno è quello “Le point”, una rivista francese di cui sono stato lettore per anni). Ed anche per la segnalazione del film “L’uomo dell’anno” (2006) di Barry Levinson con Robin Williams e Cristopher Walken centrato su un comico TV che si fa iscrivere alla campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti e viene eletto (a causa di un cattivo funzionamento del sistema informativo). Levinson è un regista curioso (nato nel 1942) di cui non ci si ricorda quasi mai e che pure ha diretto molti film interessanti a cominciare da quello di esordio “A cena con gli amici” (1982), “Il migliore” (1984), “Good Morning, Vietnam” (1987), “Rain Man- L’uomo della pioggia”(1988), via via sino al curioso “Disastro a Hollywood” (2008).
Soliti ringraziamenti anche a Rosellina, a PuroNanoVergine (proiezione di “Scemo di guerra” giovedì 7 marzo alle 12.20 su RaiMovie) e un certo imbarazzo a Filippo M. che intravede in me un ideale Presidente della Repubblica. A parte ogni considerazione sulla mia sostanziale pochezza, resta viva la imbarazzante possibilità di dover ricevere a casa mia sia Grillo che Casaleggio (Grillo conosce la zona perché il piccolo teatrino, “L’Instabile” dove l’aveva scoperto Pippo Baudo, era a poche centinaia di metri da casa mia. Ma desso è ormai chiuso). Forse è meglio che ne faccia a meno, anche perchè il Quirinale è più spazioso…

Per quel che riguarda invece i post del 26 febbraio concernenti la telefonata ad Arrigo Polillo, soliti e doverosi ringraziamenti ai tre Anonimi (uno è anche Enrico C.) a Rosellina, a Claudio Costa della Ronin Film Production, a Giorgio ed una risposta più circostanziata a SG che si compiace del ritorno di Vincenzoni (conto anche io di utilizzare ancora Luciano), mi incita a tener d’occhio Polillo (cosa che farò senz’altro) ed a intervistare Camilleri (vedrò cosa posso fare). Ho girato la sua richiesta tecnica (“scaricare le telefonate in podcast”) a Lorenzo Doretti che sta riflettendo se ed eventualmente come convenga operare la riguardo. Per il vecchio amico Lorenzo Pellizzari un abbraccio forte.

Infine i post del 25 febbraio che riguardano la mia nota su Amazon sono di tenore diverso, ma tutti ugualmente interessanti. Soliti ringraziamenti a Rosellina, a PuroNanoVergine (informatissimo ma un po’ pessimista) e ad Enrico, ricchissimo di esperienza in materia.



L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito riporto sul Blog la puntata di "Visto con il Monocolo" apparsa nel "Corriere Mercantile" di domenica 3 marzo 2013. La tendenza sistematica della televisione, e in particolare della Rai, a togliere la parola ai papi quando non parlino italiano, mi ha sempre dato fastidio sin dai tempi di Paolo VI. Figuriamoci adesso. Titolo originale "IL PAPA HA RAGIONE, MA NON SE PARLA FRANCESE"

VISTO CON IL MONOCOLO

L'EGO DEI GIORNALISTI E IL SALUTO DEL PAPA

Confesso che l’abdicazione di Benedetto XIV mi ha fatto un enorme impressione. Si tenga conto del fatto che io, in un altro mondo e in un’ altra Genova, ho fatto quasi tutte le scuole al Vittorino da Feltre con i Padri Barnabiti e sono cose che lasciano una traccia. Ma torno su un argomento (l’ultimo Angelus) : debbo levare un piccolo grido di dolore per quelle che sono le abitudini dei telegiornali Rai quando si odono lingue straniere, e in particolare quando queste lingue le parla il Papa. La trasmissione mattinale da Piazza San Pietro aveva un evidente valore letterale ed uno simbolico. Naturalmente erano convenuti giornalisti e vaticanisti, ansiosi di ascoltare ma soprattutto di farsi ascoltare. Ed ancora una volta, come accade da molti anni a questa parte e con tutti i Papi, quando il pontefice ha terminato l’intervento in italiano e ha cominciato quello in francese, la sua voce è stata tolta e i convenuti sono finalmente riusciti a parlare loro per primi, sicuri di imperversare su un’enorme platea. E’ una pratica usuale della Rai, che confina da un lato con la maleducazione e dall’altro con l’ottusità. Ascoltare l’ultimo messaggio pubblico del Papa nelle varie lingue avrebbe consentito molti sottili risvolti, utili per comprendere meglio la sua psicologia ed il suo modo di vivere e di operare. Si prenda ad esempio il suo francese, che lui ha studiato librescamente ma che pronuncia con un accento sorprendentemente esatto (mi sembra, se mai, che il suo accento tedesco sia più pronunciato quando parla italiano, che pure è una lingua che egli pratica costantemente da almeno due decenni). E’ altrettanto potrebbe dirsi nei confronti delle diverse lingue in cui il Papa si esprime. Una traduzione simultanea per ogni lingua avrebbe consentito di mettere in luce le potenziali differenze fra un testo e l’altro e soprattutto di cogliere la passionalità di un ultimo messaggio “urbi et orbi”, al tempo stesso una confessione e un congedo, significativi.
In un mondo in cui tutti credono di sapere l’inglese perché dicono “spending review” e “election day”, un ultimo, decisivo messaggio plurilingue sarebbe stato una mirabile chiusura. Ma i nostri giornalisti devono parlare loro…

(battute: 2.204)

27 febbraio 2013

TORNA D'ATTUALITÀ' IL PARAGONE FRA COLUCHE E GRILLO


 In questi giorni non è difficile trovare nella stampa francese dei rinvii, che prendono occasione dal trionfo italiano di Beppe Grillo, alla figura di Coluche. Questi fu un comico francese popolare in cabaret e in televisione che ebbe un attimo di grandissima notorietà quando si candidò, un po’ per scherzo e un po’ sul serio alla presidenza della Repubblica francese. Ma non è un rilievo che hanno fatto tutti. In internet abbiamo trovato un articolo (in data 8 settembre 2007) di Eric Jozsef, corrispondente da Roma di Libération, in cui il giornalista, segnalando le iniziative di Grillo che aveva organizzato in duecento città italiane una grande dimostrazione di insofferenza verso i politici nostrani, faceva un parallelo appunto fra Coluche e Grillo; scrivendo anzi che quest’ultimo era un “personnage à mi-chemin entre Coluche et Micael Moore” e che già in quell’anno il sito web di Grillo era il più visitato in Italia ed addirittura al tredicesimo posto nella classifica mondiale! 


Come si vede l’attuale successo del mio concittadino viene abbastanza da lontano se un giornalista francese se ne era accorto quasi sette anni fa. Evoco adesso l’argomento perché proprio in questo Blog in data 25/05/2012 avevo pubblicato un articoletto intitolato “Beppe Grillo è l’erede italiano di Coluche (o no?)”, ricordando che i due personaggi, vicini per età (uno è del 1948 e l’altro del 1944 avevano in comune, almeno in apparenza, tante cose. L’aggressività verbale, il successo popolare, il “buonsensismo” esplosivo, l’essere qualche modo figlio di immigrati (Coluche nato a Parigi da un italiano della provincia di Frosinone, Grillo nato, credo in Valbrevenna da un marchigiano). La voglia automatica di integrazione, faccio rilevare ora, era ribadita dalla vocazione vocale: Coluche ribadiva la “pariginità” dell’accento e del vocabolario, Grillo denota un’ indubbia cadenza genovese, tipica, mi verrebbe fatto di osservare, di chi ha la “cocina” locale ma di fatto ignora il dialetto. Le mie rievocazioni di Coluche le avevo anche ribadite in una mia piccola rubrica intitolata “Salvate la Tigre” che appare, più o meno mensilmente, nel settimanale Film TV. Nella puntata del 17 novembre 2012 facevo appunto presente che uno dei pochi ad accorgermi di Coluche in Italia (lo vedevo in televisione ad “Antenne2” che allora poteva essere seguita a Roma) ero stato proprio io. Che negli anni ’80 avevo importato in Italia e trasmesso a Rai 2 l’unico film drammatico che il comico Coluche ci ha lasciato, e cioè un cupo giallo di Claude Berri intitolato in originale “Tchao Patin” e che io chiamai “Ciao Amico”. 


Come si vede la tentazione del reciproco paragone l’avevo avuta da tempo, senza tuttavia riuscire a concretare un ipotesi precisa. Resta il fatto che la tentazione politica e l’insofferenza verso la retorica dei politici era veramente scaturita in entrambi i due attori, con tutte le differenze di struttura costituzionale e di connotazione etnica che esistono fra la Francia e l’Italia. Tenuto conto dei risultati delle recenti votazioni si potrebbe dire che Grillo è un Coluche che ha avuto successo. Nel tentare un parallelo fra i due personaggi e le due nazioni va tenuto conto di una caratteristica fondamentale: la Francia ha la fortuna di avere una astuta e funzionante Costituzione, dovuta al genio di De Gaulle ed alla scaltrezza giuridica di Michel Debré, il quale è anche all’origine della E.N.A. (Ecole Nationale d’Administration) fucina post universitaria di dirigenti politici e industriali, ormai famosa non solo in Francia ma anche nel mondo. L’Italia invece ha una Costituzione forse più articolata e garantista ma certo, come possiamo constatare adesso, molto più aperta ad una sostanziale fragilità politica di fondo (oltre a vantare un articolo, credo l’art.1, in cui si afferma una cosa assolutamente incomprensibile, e cioè che l’Italia “è una Repubblica fondata sul lavoro”, come se fosse possibile ipotizzare una Repubblica fondata sull’ozio, la frivolezza, l’apatia e su chissà quale altro difetto di fondo).

26 febbraio 2013

Per piacere, intercettate! - Marco Polillo

Mi auguro che la telefonata che Doretti ha incorporato qui nel Blog (mi dicono che non si dovrebbe usare un verbo come "incorporare" ma piuttosto "postare") interessi molti ascoltatori. Il soggetto intervistato è infatti Marco Polillo, sicuramente uno dei protagonisti della storia dell'editoria italiana. Da uno zio che era dirigente alla Mondadori, Polillo sin da bambino ricevette tutte le pubblicazioni più adatte alla sua età che uscivano dalla grande casa editrice fondata da Arnoldo (i dirigenti godevano allora del "benefit" di ricevere in omaggio tutti i libri e tutte le riviste edite in "famiglia".) Fin da piccolo si abituò quindi a una grande ricchezza di carta stampata e da giovane laureato in legge oscillò fra la Snia Viscosa e la Mondadori e finì poi col farsi assumere nel servizio contratti di quest'ultima (forse allora era meno difficile trovare un impiego!). Polillo rimase lunghi anni nella famosa casa editrice, ricevette incarichi sempre più importanti fino al momento in cui passò alla Rizzoli, diventando sempre di più un uomo essenziale nel panorama dell'editoria italiana. Fino a quando, nel 1995, decise di affrontare l'avventura per conto proprio. E fondò (inizialmente in collaborazione con le Edizioni Bruno Mondadori, poi da solo) la casa editrice che porta il suo nome. Piccola forse come formato ma grande per l'esplicito desiderio di appassionata specializzazione che ha assunto sin dall'inizio. La geniale trovata di Polillo è stata di dedicarsi a recuperare la parte meno nota e meno pubblicizzata della grande narrativa anglosassone di giallo e di thriller. Decine di autori ormai dimenticati sono stati fatti rivivere grazie alle sue ricerche così come altri filoni specifici sono stati risvegliati in nome di una allegra e industria curiosità (si pensi ai grandi libri di P.G.Wodehouse centrati sulla figura di Jeeves, l'immortale maggiordomo inglese che aiutava sempre per il meglio il suo sciocco e imbranatissimo padroncino chiamato Berto Wooster). Le varie collane inventate da Polillo sono ormai dei piccoli classici dell'editoria specializzata italiana. Penso a "Obladì, Obladà", "I Polillini", "I Bassotti"(che hanno più di dieci anni di vita e che forse rappresentano il maggior successo dell'editore) e alla collana più recente, "I Mastini" ove si ripropongono opere inedite o introvabili della grande narrativa poliziesca americana, e in particolare a quella cosiddetta "Hard Boiled". Da qualche anno a questa parte, pur restando sempre un editore (tanto importante che attualmente è Presidente dell'AIE, Associazione Italiana Editori, che comprende quattro settori: Gruppo Editoria varia, Gruppo Piccoli editori, Gruppo Educativo, Gruppo Accademico professionale) Polillo ha trovato il tempo di passare anche dall'altra parte della barricata. Ha pubblicato per Piemme due romanzi gialli (Testimone Invisibile e Corpo Morto) ed altri due per Rizzoli (Il pontile sul lago e Villa Tre Pini). Il suo protagonista di elezione è il vicecommissario Enea Zottìa, in servizio presso la questura di Milano. Attualmente Polillo sta scrivendo il quinto romanzo della serie (ne ignoro il titolo). Ha trovato uno sfondo di elezione per i suoi romanzi che è la meravigliosa zona del Lago d'Orta e in particolare l'isola di San Giulio. Il Direttore Editoriale di Polillo Editore è la moglie dello stesso Polillo, Leslie Calise Polillo.
Buono ascolto a tutti.



25 febbraio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come da ormai consolidata tradizione settimanale trascrivo qui il testo della mia rubrica apparsa sul "Corriere Mercantile" di domenica 24 febbraio 2013.
Il mio titolo originario era: "IL POSTINO SUONA UNA VOLTA SOLA. MA E’ PUBBLICO O PRIVATO?". Va detto che, in funzione del titolo mutato, all'interno del testo è stata pubblicata un immagine con Lana Turner e John Garfield del film, "Il Postino suona sempre due volte", diretto nel 1946 da Tay Garnett.
Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO


IL POSTINO SUONA UNA VOLTA SOLA...


Confesso che da qualche tempo sono tentato di servirmi di Amazon. Come ormai molti sanno è la più grande piattaforma web commerciale esistente al mondo. Si invia un ordinativo via e-mail e pochi giorni dopo vi arriva, con assoluta precisione, un pacco a casa. Può essere usato per tutto ma per quel che mi riguarda è molto utile per ciò che concerne i dvd e i libri. E’ un esempio tipico di come sta cambiando nel mondo, ad una velocità sempre più frenetica, un sistema di produzione e di distribuzione che appariva consolidato da generazioni. Quel che mi ha particolarmente stupito e la velocità e la precisione nella consegna dei pacchi. Il tutto avviene, almeno in apparenza, attraverso le Poste Italiane Spa (in realtà grazie ad un accordo fra le Poste stesse e Amazon). Se ho capito bene quel che è successo, esse nel 1998 hanno acquistato una società di consegne chiamata SDA Express Courier e successivamente hanno stipulato un accordo con una grandissima società americana di consegne nel mondo intero (dispone di 660 aerei) e cioè la FedEx Corporation. Dando vita così ad un sistema di trasporti e di consegne di pacchi di grande efficienza che è al tempo stesso pubblico (Poste propriamente dette e SDA) e privato (FedEx). Non so se nella pubblica amministrazione italiana vi siano molti esempi come questo e cioè di una serie di prestazioni considerate per molto tempo rigorosamente riservate allo Stato ed ora divise a metà fra lo Stato e i privati. Mi sembra un ottimo argomento in favore di una maggior liberalizzazione possibile, ma al tempo stesso dimostra ancora una volta come quel che accade nella pubblica amministrazione italiana sia prevalentemente misterioso e quasi ignorato dai più. Io non avevo assolutamente idea che dietro la consegna di un pacco attraverso la posta vi fosse la presenza di un privato “assorbito” (la SDA) e di un privato rimasto orgogliosamente tale. E’ un avvenimento importante che tuttavia, almeno per quel che mi riguarda non avrei avuto minimamente occasione non dico di conoscere ma addirittura di sfiorare se non avessi avuto un interesse personale a conoscerlo.
Per gli italiani è un buon segno o un cattivo segno? I lettori cosa ne pensano?






19 febbraio 2013

A DOMANDA RISPONDE


Pubblico qui alcune risposte ai “commenti” pubblicati sul Blog negli ultimi tempi. Cominciamo con quelli del 6 Febbraio. Praticamente tutti mi fanno sapere che sono contenti che le telefonate stiano ritornando in “Clandestino in Galleria”. In particolare ringrazio SG (anonimo) che mi ha segnalato un programma di “Memoradio” ove si riproduceva una puntata di Hollywood Party del 2004 in cui io parlavo di Simenon. Lui, Mario  e il Principe Myskin, in particolare (che mi ha segnalato un articolo in “Dagospia” su Vincenzoni) penso siano soddisfatti del successivo concretarsi proprio di una telefonata (molto divertente) con il nostro Luciano. Tutti gli altri sono ovviamente Rosellina Mariani, Enrico, un Anonimo e il fedele Claudio Costa della Ronin Film Production.
Passiamo ai commenti riguardanti il 7 Febbraio. Rosellina e “Bollicine” si sono occupati della “Stanza del cinema”. Per quel che riguarda la domanda che lo stesso “Bollicine” ha formulato lo rassicuro. Ogni primo lunedì del mese, per un ora e mezza, la “Stanza del cinema” ascolta i due relatori a cui il compito spetta in quel giorno specifico parlare dei film usciti a Genova nel mese precedente. L’ingresso è gratuito nella sala conferenze della Società di Storia Patria che ha sede nel Palazzo Ducale di Genova subito a sinistra dopo l’ingresso da Piazza De Ferrari. Naturalmente il numero degli ospiti è relativamente limitato, per cui conviene giungere un po’ prima delle 17.30 (orario ferreo di inizio, così come la fine è rigorosamente indicata alle 19.00 meno 5 minuti) per non rischiare di stare in piedi. Dato che ormai dopo tanti anni c’è un pubblico di fedelissimi (soprattutto di fedelissime) che non manca mai. Quel lunedì la “Gazzetta del lunedì” (testata settimanale di quello che è normalmente il “Corriere Mercantile”) ci usa la cortesia di pubblicare, in un’apposita tabellina, l’elenco nominativo dei voti assegnati ai film del mese dai membri del Gruppo ligure del Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici Italiani (SNCCI). Normalmente  all’iniziativa istituzionale del primo lunedì del mese è seguita da un altro appuntamento, al secondo lunedì del mese (stesso luogo stessa ora) con un altro collega del Gruppo ligure che presenta un appuntamento specifico: spesso con un regista, a volte con un attore o con un tema, in genere illustrato dalla proiezione di un cd/rom. Naturalmente tutti i soci del Gruppo si augurano che l’iniziativa della Stanza del Cinema (ha ormai 14 anni di età!) interessi un numero sempre maggiore di appassionati.
Veniamo in fine ai commenti del 12 Febbraio ringrazio Claudio Costa, Giorgio, Enrico, Bollicine, Anonimo, Rosellina e Rita M. Per le loro reazioni alla puntata dell’”Osservatore Genovese- Visto con il monocolo” riguardante il Monte dei Paschi di Siena e in specificamente al mio commento sulla “abdicazione” di Benedetto XVI. In particolare rispondo a Bollicine che (per quel che vale la mia opinione. Non sono un vaticanista!) non ritengo che avremo un Papa Nero. O sarà italiano o americano (del Sud o del Nord). Naturalmente dopo essermi così sbilanciato apprenderò che il nuovo Papa sarà austriaco o di nuovo tedesco.
Infine per quel che riguarda i commenti del 18 Febbraio (riguardanti sia la mia rubrica che la telefonata a Vincenzoni) ringrazio Emanuele Gabellini che mi fa gareggiare per il Beautiful Blogger Award, concordo con PuroNanoVergine sul mio titolo ma mantengo il principio che chi impagina decide, e vedo con piacere che il Principe Myskin, Giorgio e Claudio Costa hanno approvato la telefonata a Vincenzoni (anche Doretti ringrazia). Luciano è un personaggio talmente esplosivo che sto meditando (farò trascorrere un po’ di tempo) di fare una terza telefonata in modo che possa rievocare le persone, in genere attori, registi e produttori, che ha conosciuto nei suoi 15 anni di Hollywood. Dato che ha conosciuto tutti sarà una vera antologia!

18 febbraio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

VISTO CON IL MONOCOLO

Come sta oramai diventando un'abitudine ecco il testo della puntata di ieri Domenica 17 Febbraio della mia rubrica sul "Corriere Mercantile". Come vedrete il tema è attuale. Per l'esattezza il titolo che avevo posto io al brano era diverso (Sconfitto dal misterioso Festival di Sanremo) ma in redazione hanno preferito cambiarlo e in base a tanti anni di esperienza giornalistica io so che chi "passa" i pezzi e l'impagina è rigorosamente arbitro della "titolazione". E' una vecchia e sana regola del mestiere.

SCONFITTO DALLA GARA DEL TEATRO ARISTON


Non so bene se sono colpevole o se sono benemerito ma proprio nei giorni appena trascorsi mi sono accorto di una cosa che non so appunto se sia un bene o un male. Non ho mai visto, né in televisione né, ancora meno dal vivo, il Festival di Sanremo. Dura dal 1951 e questa è l’edizione n°63 (ricordo ancora, nel “Mercantile” di via Varese il capo-fattorino, il simpatico Pasotti, che, nel 1959 cantava a squarciagola “Ciao Ciao Bambina” e io non ne capivo la ragione). Facendo “zapping” durante i telegiornali mi è capitato di imbattermi in pochi secondi di immagini, magari con Baudo o Mike Bongiorno, ma ne sono subito fuggito. Non partecipando così a un rito che sembra coinvolgere gli italiani in un modo massiccio, e al tempo stesso febbrile e quasi riluttante. E che, in un mondo che si modifica sempre più velocemente, affonda le radici in un passato quasi remoto: si pensi che nel 1951 i Presidenti del Consiglio e della Repubblica erano De Gasperi e Einaudi. Si stava preparando il “boom” economico, che fece dell’Italia qualcosa di particolare nell’Europa del tempo. E poi vennero mille altre esperienze, dalla contestazione giovanile agli anni del terrorismo e, più largamente, alla mutazione dell’Italia in un altro paese, quasi completamente diverso. Il fatto che il Festival duri ed abbia sempre successo significa evidentemente che esso si riallaccia ad una eredità profondamente radicata nelle radici di un popolo, pur notevolmente differente nelle sue componenti, come quello italiano. Si badi, io non ho niente contro nessuno. In particolare la Littizzetto mi sembra possedere autentiche qualità giornalistiche, anche se le sciupa con un eccesso di caratterizzazione attoriale. E Fazio lo conosco fin dai tempi lontani del suo ingresso in Rai, e con me, ancor oggi, è garbato e gentile. Perfino con il proprietario dell’Ariston, Vachino, ho avuto ampi rapporti amichevoli. Ma non ho visto il Festival. Come, in fondo, non ho mai ascoltato i Beatles, se non, per motivi professionali nei due film di Richard Lester da loro interpretati. Eppure ho amato Brassens e le canzoni milanesi di Jannacci.
Devo convertirmi? Sono colpevole o innocente? Forse è meglio che ci pensi l’anno prossimo.

(battute: 2.202)
Claudio G. Fava



Per piacere, intercettate! - Luciano Vincenzoni 2

Sono lieto di poter inserire nel Blog la lunga telefonata che ho avuto qualche giorno fa con Luciano Vincenzoni. L'ho progettata e portata a termine sia perché il soggetto e il tema mi stimolavano, sia perché fra i protagonisti delle telefonate sino ad ora inserite nel Blog da Doretti è quello per cui ho ricevuto più sollecitazioni a dar vita ad un nuovo appuntamento.
Anche nel corso di questa seconda telefonata (la prima risale a quasi due anni fa, e cioè al 4 maggio 2010) Luciano, come ascolterete, si esprime al meglio e nel modo più divertente possibile. Ancora un turbinio di avventure personali, di operosi incontri con De Laurentiis, di soste forsennate al tavolo da gioco in alcuni dei casinò più famosi al mondo – da Montecarlo a Las Vegas – che fanno, di questo secondo appuntamento telefonico, una fonte continua di divertito stupore.
Buono ascolto a tutti.



12 febbraio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

VISTO CON IL MONOCOLO


Come ho fatto altre volte riproduco qui il testo della mia abituale rubrica domenicale sul Corriere Mercantile (ovviamente qui la data è di domenica scorsa 10/02/2013). Lo faccio perché ho cominciato ad instaurare questa consuetudine anche sé, lo confesso, ammetto di essere rimasto sconvolto dalla notizia delle "dimissioni" (non so se si debba per caso scrivere "abdicazione") di Benedetto XVI. Che, lo confesso, mi era simpatico per molte ragioni ed anche per il nome "da Papa" che si era scelto per rendere un omaggio, lo disse lui stesso, al genovese Benedetto XV, il quale era stato insultato e deprecato perché aveva avuto il coraggio di scrivere due parole di pieno e condivisibile buon senso quando aveva definito la prima guerra mondiale "inutile strage". In un mondo in cui tante autorità ecclesiastiche si erano precipitate ad invocare l'aiuto della Provvidenza per far vincere la loro parte, egli ebbe il coraggio di assumersi una ovvia responsabilità in presenza di un insensato massacro che distrusse in modo rabbioso le possibilità e le risorse di quell'Europa che era sino ad allora, e senza contestazione, il Continente più importante. Debbo riconoscere che la mia generazione (ho compiuto 83 anni nell'ottobre scorso) ha veramente conosciuto tutto e il contrario di tutto: gli "Eja Eja Eja...Alalà" dell'infanzia, i terribili bombardamenti fra il '41 e il '43, l'improvvisa uscita di scena di Mussolini che sin dalla prima elementare ci guardava con minacciosa bonarietà da una grande fotografia posta di fronte a noi, in fondo alla classe ed al lato del Crocefisso. E poi il ritorno, fra il tragico e l'imbarazzato, dello stesso Mussolini durante la Repubblica di Salò, l'esplosione della pace e della libertà nel 1945 quando si imparò a godere tutti insieme di tante cose diverse: dai giornali in polemica fra di loro al sapore di miele delle incredibili sigarette americane. E da quegli anni lontani ad oggi un caleidoscopio incontrollabile ed incontrollato di ogni possibile novità, dalle interminabili guerre lontane alla penicillina, agli aerei a reazione, ai costumi Bikini, ad un Africa profondamente mutata nel suo assetto, ad una Cina divenuta una minacciosa super potenza mondiale, ad una sorta di Internazionale dell’immagine e della scrittura che grazie ad internet, agli hardware e ai software ha mutato il modo di leggere e di scrivere. Sino ad abbracciare un mondo che nel giro di meno di sessantanni ha cambiato quasi tutto del passato che avevamo inconsapevolmente ereditato. Ci mancava solo l'incredibile fuoriuscita di un Papa. Incredibile ma anche credibile al tempo stesso. Non voglio darmi le arie di quello che aveva capito tutto (in realtà non ho capito quasi niente) ma qualche tempo fa, al di là delle insinuazioni sulla malattia del Papa e sui "corvi" del Vaticano, mi era venuto di colpo un dubbio e cioè  quando, nel dicembre scorso, apprendemmo che il fedelissimo segretario di Benedetto XVI, Monsignor Georg Gänswein, era stato nominato prefetto della Casa Pontificia e, in pari tempo, era stato elevato alla sede Vescovile di Urbisaglia con dignità di Arcivescovo. Poiché è una tradizione del Vaticano che gli eventuali segretari privati del pontefice, quando esistono, alla morte del Papa vengono immediatamente allontanati da Roma e spediti in posti senza grande importanza, è evidente che qui Benedetto XVI ha fatto in modo che a Monsignor Gänswein finisca con l’essere attribuita (o conservata) una sede adatta al suo grado, una volta cessato il suo incarico attuale. Non sono certamente un vaticanista e non voglio darmi arie di aver penetrato un segreto di Oltretevere…Resta il fatto che non mi sono ancora completamente ripreso da una notizia sicuramente rivoluzionaria. Sto leggendo più giornali che posso e cercherò di conservarne qualche d’uno come ho fatto qualche altra volta nel corso dei decenni (tanto poi li perdo).

Per tornare a noi vorrei annunciarvi che ho registrato una ghiotta telefonata. Doretti la metterà nel Blog nel giro di pochi giorni e così potremo svelare il destinatario…


Intanto ecco il testo della rubrica:

MONTE DEI PASCHI 1472 E' RECENTE PER CURARSENE

Io non ho particolari legami con il Monte dei Paschi, salvo il fatto che, come molti altri italiani, sono titolare di un conto corrente, che ho ereditato da mia madre. Naturalmente in questi ultimi mesi ho seguito le notizie progressivamente catastrofiche diffuse sulla banca. Ma i funzionari mi dicono di stare tranquillo. In compenso ho riflettuto molto proprio sul Monte dei Paschi, a cominciare dalla sua età incredibilmente venerabile. Come vien detto esplicitamente è stata fondata nel 1472, vale a dire quando la Repubblica di Siena approvò il suo statuto come Monte di Pietà, anche se la sua denominazione attuale prese inizio solo nel 1624 quando venne inglobata nel Granducato di Toscana e Ferdinando II concesse ai depositanti del Monte, a loro garanzia le rendite dei pascoli demaniali della Maremma (i cosiddetti “Paschi”: ecco finalmente spiegata l’origine del nome. Francamente non l’ho mai saputo). Resta il fatto della sua origine incredibilmente antica. Dire 1472 significa non soltanto dire vent’anni prima della scoperta dell’America ma anche, per dare due date di riferimento a caso, due anni prima della nascita di Ludovico Ariosto, che è infatti del 1474, e vent’anni prima che il Cardinale Llançol de Borja, (italianizzato in Rodrigo Borgia)  allora già sessantunenne diventasse, nel 1492, Papa Alessandro VI. Come si vede basta dare un’occhiata in giro per essere immersi in un passato clamorosamente lontano. In qualsiasi altra nazione d’Europa, Francia e Inghilterra comprese (non negli Stati Uniti, che non potevano ancora esistere!) trovarsi in possesso di un organismo tuttora funzionante di una tale clamorosa vecchiezza, avrebbe motivato decisivi interventi di tutela. Ci sarebbe una legge specifica (in paesi in cui le leggi in genere sono rispettate) per proteggere la vita e la sopravvivenza dell’Ente che, quasi senza volerlo, è uno straordinario legato del passato. L’indifferenza italiana è tipica del cinismo di una nazione padrona di metà delle opere d’arte del mondo, che le lascia deperire con annoiato disprezzo (Pompei crolla, gli Uffizi si forano, e nessuno si scandalizza).
Non si pretenderà che lo faccia solo io, anche se sono titolare di un conto corrente.

7 febbraio 2013

LA STANZA DEL CINEMA

In data 01/02/13 ho pubblicato nel Blog il comunicato della collega Felletti in cui si davano notizie sulla Stanza del Cinema prevista (e svolta) per il 4/02/2013. L'annuncio è rivolto soprattutto ai lettori genovesi. Però, sempre in occasione della Stanza, la "Gazzetta del Lunedì" pubblica ogni volta una tabellina con l'elenco dei film usciti a Genova nel mese precedente e con le "palline" assegnate ad ognuno dei film dai membri del Gruppo Critici della Liguria. Dato che questo è un argomento di maggior interesse generale, e quindi aperto anche ai non genovesi, mi è parso giusto pubblicare la tabellina con i voti così come è apparsa sul giornale. D'ora in avanti lo farò ogni mese in funzione ed a commento dei comunicati riguardanti la Stanza del Cinema.
Ecco dunque la tabella:

Ricordo che per poterla leggere è necessario cliccare sull'immagine ed eventualmente "zumare" a piacimento.

6 febbraio 2013

ELENCO RIASSUNTIVO DELLE TELEFONATE CON IL TITOLO: "PER PIACERE INTERCETTATE"

Per comodità dei lettori e, ancor più, degli ascoltatori riepilogo qui l'elenco delle telefonate con registrazione che ho riprodotto nel Blog. Ho iniziato nel 2009 ne ho aggiunta una nel 2010, molte nel 2011 e infine solamente due nel 2012. Poichè ho la sensazione che spesso esse provochino interesse ho intenzione adesso di ricominciare, se è possibile con una certa continuità. In ogni caso, per comodità di tutti, riporto qui in un unica soluzione l'elenco delle telefonate in argomento, andando a ritroso in ordine di tempo e cominciando pertanto dalla prima.

1) TATTI SANGUINETI (1) DEL 22/06/2009
2) STEVE DELLA CASA (1) DEL 25/06/2009
3) STEVE DELLA CASA (2) DEL 16/07/2009
4) CLAUDIO BISIO DEL 17/11/2009
5) MARIO SCONCERTI DEL 29/12/2009
6) LUCIANO VINCENZONI DEL 04/05/2010
7) TATTI SANGUINETI (2) DEL 30/05/2011
8) BRUNO GAMBAROTTA DEL 10/06/2011
9) CARLA SIGNORIS DEL 01/07/2011
10) GIOVANNI MINOLI DEL 08/11/2011
11) ORESTE DE FORNARI DEL 19/07/2011
12) GIULIO ANSELMI DEL 28/07/2011
13) PUPI AVATI DEL 01/09/2011
14) FOLCO QUILICI DEL 13/09/2011
15) ROMOLO ANSALDI DEL 28/09/2011
16) STEVE DELLA CASA (3) DEL 10/10/2011
17) ALESSANDRO GASMAN DEL 18/10/2011
18) ALDO GRASSO DEL 24/10/2011
19) ENRICO BERTOLINO DEL 03/02/2012
20) ARRIGO PETACCO DEL 28/11/2012

Come ho detto prima ho intenzione di continuare.

LA STANZA DEL CINEMA

Oltre all'appuntamento istituzionale del primo Lunedì di ogni mese, in cui due critici a turno, con la mediazione di Claudio G. Fava, riferiscono al pubblico le loro impressioni e i loro giudizi sui film usciti a Genova nel mese precedente appena trascorso, la "Stanza del Cinema" prevede anche un secondo Lunedì del mese, dedicato a temi specifici (è la cosiddetta stanza teorica). D'ora in avanti intendo riprodurre regolarmente nel Blog anche l'annuncio di questo secondo appuntamento come ho già fatto con il primo. Pertanto ecco qui il comunicato stampa della collega Felletti.

GRUPPO LIGURE CRITICI CINEMATOGRAFICI

Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani.
Genova 16121 Genova Via Fieschi 3/26 (13° piano).
Tel. 010565702 Fax 010 564170

*Massimo Lechi illustra  "Il cinema di Terrence Malick"*
Lunedì 11 febbraio alle 17.30 a Palazzo Ducale di Genova nei locali dell’Istituto di Storia Patria, si terrà il consueto appuntamento del secondo lunedì del mese: La stanza del cinema – parte teorica.
Massimo Lechi parlerà del cinema di Terrence Malick (*La sottile linea rossa*, *The Tree of Life*) esemplificandolo con brevi filmati.
L’ingresso è libero.

A disposizione per ulteriori informazioni

Francesca Felletti 
Ufficio stampa gruppo ligure critici cinematografici
349.0514823

5 febbraio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

VISTO CON IL MONOCOLO

Come ho preso l'abitudine da qualche tempo, ricopio qui la puntata di domenica 3 febbraio della mia rubrica "Visto con il monocolo" del Corriere mercantile. Per la verità il tema dei tatuaggi l'avevo già affrontato in passato nel Blog, ed esattamente nel brano "A fior di pelle e a fior di Libia" pubblicato il 21 settembre 2011. Mi si perdonerà se sono tornato su un tema che, lo confesso, da un lato mi incuriosisce e dall'altro mi spaventa. Ecco qui di seguito il testo della rubrica.


LE VOCI STENTOREE DEI TATUAGGI MUTI

Alla voce “tatuaggio” il Grande Dizionario del Battaglia dice con eleganza: “macchia cutanea permanente per lo più praticata per fini ornamentali con aghi elettrici o con qualsiasi oggetto appuntito introducendo nello spessore del derma sostanze di varia natura chimica (…) o per scarificazione introducendo materiali in incisioni profonde.” Il termine è di origine polinesiana e ci conduce alla duplice origine di questo penetrante grafismo sulla pelle umana, su quella “bianca” e su quella “scura”. Ma se fra i popoli da noi lontani ha in genere carattere etnico e tribale (Andamanesi, Pigmei africani, Ona della terra del fuoco, Neri dell’Africa centrale, eccetera) fra gli europidi spesso, almeno in passato, fu riservato a categorie molto speciali, non di rado affondate nella delinquenza, come dimostrarono le analisi di Lombroso. E come del resto ci ricordano gli studi contemporanei sui tatuaggi criminali russi ed anche quelli condotti in passato sui tatuaggi programmatici della malavita francese (alla Guiana i “fort-à-bras” dell’epoca di Papillon erano tutti orgogliosamente tatuati).
Ma che cosa è successo in questi ultimi anni? Perché le città europee si sono popolate di bottegucce di tatuatori? Perché tutti i calciatori delle nuove generazioni appaiono istoriati da tatuaggi sulle braccia, sul collo, sul dorso? Perché i giovanotti non calciatori ma tifosi li imitano con la stessa tenacia quasi religiosa? Si ha a volte la sensazione che i giovani siano stati colti da una sorta di inascoltabile urgenza d’ oratoria dermatologica. Come se volessero comunicarci qualche messaggio importante che sono tuttavia consapevoli di non riuscire a tradurre in parole pronunciate o scritte. Un’oratoria misteriosa affidata alla vetrina del corpo, nella stessa misura in cui i capelli (si pensi a quelli spaventosamente dritti di El Sharawi) e i crani rasati o irti di subitanei frammenti di capigliatura o segnati da misteriosi rettangoli di calvizie, tracciati da feroci barbieri, sembrano voler partecipare anch’essi ad un muto discorso di un popolo giovanile che in compenso non legge più giornali, e forse non legge del tutto. E parla per simboli.
A pensarci mi viene, per affinità, la pelle d’oca.
Claudio G. Fava
(battute: 2.206)