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16 agosto 2013

“MOVIOLA PERSONALE”

Recupero il titolo di una mia vecchia rubrica di un tempo (nel mondo di oggi anche la stessa moviola è vecchia) per parlare di un film d’altri tempi, come me, che rivedendolo mi ha (quasi) divertito …


JEAN GABIN FRA CLEMENCEAU E BRIAND


Nel Novembre del 2012 la Cineteca di Bologna fece uscire un DVD del film “La verité sur Bebé Donge”, di Henry Decoin, con Jean Gabin protagonista, e un testo allegato (uno dei tre brani presenti nella pubblicazione è mio, e non è il più bello). Rappresenta  la prima puntata di un ampio ciclo di film in lingua originale sottotitolata, corredati da brani critici e dedicato, come si deduce dal titolo del film, ad opere cinematografiche tratte da romanzi di Georges Simenon. Tutta l’iniziativa è animata dalla responsabile delle attività editoriali della Cineteca, Paola Cristalli, la quale probabilmente riuscirà, fra qualche tempo, a portare a termine un’operazione equivalente riguardante “Panique” del 1946 (titolo italiano “Panico”) di Julien Duvivier con uno strepitoso Michel Simon. Da tempo, pur senza aver nessuna autorità istituzionale, insisto con la signora Cristalli perché rientri nel ciclo anche il film “Il Presidente” (“Le President”, 1960) diretto da Henri Verneuil (nato nel 1920) ma so che le difficoltà contrattuali sono tali e tante nell’acquisto dei diritti sui film-mi ci sono scontrato per ventiquattro anni alla Rai - che non mi faccio molte illusioni. Poiché appunto il mondo dei diritti (e dei rovesci) è in Italia molto variato, ed apparentemente incoerente, ho ritrovato invece senza problemi “Le President” su YouTube. È un edizione francese scorrevole visivamente e, mi sembra, completa nella stesura.
Pochi giorni fa me la sono rivista e, ancora una volta, ne ho ricavato un impressione straordinaria. Evidentemente in questo influiscono anche le “raisons d’âge”. Il libro fu scritto nel 1957 da Simenon, che allora abitava in Svizzera, nel Cantone di Vaud, in una lussuosa villa di Echandens, dove restò fino al 1962. Nel 1963 si fece costruire un immenso bunker in un comune vicino, Epalinges, dove abitò fino al 1973 e dove crebbero i suoi figli. Il romanzo fu pubblicato in Francia da Presses de la Cité nel 1958 e apparve in Italia nel 1960 da Mondadori. Il film si inserisce in un epoca in cui ero trentenne e scattante, anche se largamente influenzato - insieme a Morando Morandini, uno dei pochi italiani- dai “Cahiers du Cinéma”. I quali ci insegnavano a diffidare di buona parte del cinema francese venuto prima di loro, e che essi chiamavano “Le Cinéma de Papa”. E fra i loro obbiettivi penso rientrasse sicuramente anche Verneuil. Considerato allora un “modesto mestierante” e dotato in realtà (ce ne rendiamo conto adesso) di un grande talento in grado di restituirci un cinema pienamente romanzesco animato da grandi interpretazioni. Egli si chiamava Achad Malakian ed era giunto a Marsiglia nel 1924 all’età di 4 anni, in una famiglia di profughi armeni che fuggivano dalla Turchia. Con uno pseudonimo convenientemente francese Verneuil si fece robustamente strada nel cinema “commerciale” ed, a partire dal 1959 si installò felicemente nel successo di cassetta con “La vacca e il prigioniero” (1959) in qualche modo aggrappato al mito di Fernandel. Da allora si può dire che per molti anni (Verneuil morì a Parigi nel 2002) è rimasto nel gruppo di testa del box office, alternando tutti i generi di successo: nel 1960 il dramma para-politico appunto con “Il Presidente” di cui parlerò meglio fra poco. Nel 1962 il bozzetto ironicamente paesano con “Quando torna l’inverno”, che l’anno scorso ho presentato a Class TV. Nel 1963 il “nero” di genere con “Colpo Grosso al Casinò”. Nel 1964 “Il bellico (la disfatta francese a Dunkerque)” con “Week-end a Zuydcoote”. Nello stesso anno il giallo di movimento con “100.000 dollari al sole”. Nel 1967 il semi-falso western messicano con “I cannoni di San Sebastian”. Nel 1969 il film sulla “pègre”, da Auguste Le Breton, con il “Clan dei Siciliani”. Nel 1971 la tipica rapina di gioielli con conseguenze avventurose grazie a “Gli scassinatori”. Nel 1973 Verneuil entra nel genere di spionaggio, allora di moda, con l’ingegnoso “Il serpente”, da un romanzo di Pierre Nord. Nel 1976 il thriller con “Il cadavere del mio nemico”. Nel 1979 il giallo fantapolitico con “I … come Icaro”. Via via, con il passare del tempo rallentando la sua attività, Verneuil diresse relativamente pochi film: due, ad esempio, negli anni ’80: “Mille miliardi di dollari” (1981) e “L’oro dei legionari” (1984). Per congedarsi poi, in una sorta di commossa solitudine, con due film dell’inizio degli anni ’90, che rappresentano entrambi un omaggio alle sue origini e alla sua famiglia armena: “Mayrig” (1991) e “Quella strada chiamata paradiso” (1992).
Fra i suoi film “buoni” mi sembra che “Il Presidente” sia uno dei più felici. Come è noto il romanzo è centrato su un uomo politico francese, Émile Beaufort. E' un misto di Georges Clemenceau, che fu Presidente del Consiglio dal 1906 al 1909 e poi dal 1917 al 1920 e di Aristide Briand per ben dieci volte Presidente del Consiglio, dal 1909 al 1929. Beaufort, da un ventennio, dopo essere stato sconfessato dal mondo politico, si è ritirato in esilio in una lussuosa villa che ha comprato in quella stessa zona di campagna ove lui, di modesta estrazione, è nato e cresciuto. La crisi finanziaria, di cui egli ha pagato le conseguenze politiche nel momento in cui era ancora Presidente del Consiglio venne funestata da un grave “incidente” operativo. Una difficile e nascosta operazione di svalutazione della moneta venne anticipata e tradita dal capo di gabinetto del Presidente, l’intelligente e servizievole Philippe Chalamont (impeccabile interpretazione di Bernard Blier), genero di un grande banchiere. Prima di cadere Beaufort dettò a Chalamont una lettera in cui questi si riconosceva colpevole di un grave gesto: aver anticipato al suocero la natura della grande operazione finanziaria che, per avere successo, doveva restare immersa sino all’ultimo in un segreto totale. Chalamont, prima dell’”esilio” di Beaufort è entrato in politica, si è fatto eleggere deputato, è riuscito a scontrarsi all’Assemblea Nazionale con il suo vecchio “padrone”, salendo via via d’importanza nel mondo politico. Vent’anni dopo il suo grave gesto ai danni di Beaufort e della Francia Chalamont ha forti possibilità di essere chiamato dal Presidente della Repubblica a formare il Governo (siamo, lo si ricordi, nella cosiddetta IV Repubblica, prima quindi, della “rivoluzione costituzionale” operata da De Gaulle e da Debré). Corre ad umiliarsi davanti a Beaufort per riavere la lettera che lo inchioda. Il vecchio Presidente lo rifiuta e Chalamont è costretto a rinunciare all’invito di formare il governo. In realtà il Presidente, che è riuscito a sbarrargli la strada, la lettera la brucia, probabilmente per cancellare una parte decisiva del passato non solo di Chalamont ma anche suo. E nessuno lo saprà mai.
Verneuil riesce a trarre dall’impianto, e dall’ atmosfera, del romanzo di Simenon una descrizione minuta, convincente, molto attenta (come usava un tempo) ai particolari di genere ed alla recitazione non solo dei protagonisti ma anche dei comprimari e delle figure di sfondo. Allinea dietro alla macchina da presa non solo due primi attori autentici (Jean Gabin che è Beaufort e Bernard Blier che è Chalamont) ma tutta una piccola antologia di semi-protagonisti e di caratteristi del cinema francese di cinquant’anni fa: Renée Faure è la segretaria-governante di Beaufort devota ma anche infida, Alfred Adam, l’autista, Henri Crémieux il Ministro delle finanze. Così come Governatore della Banca di Francia appare Louis Seigner (un grande del teatro e del cinema d’Oltralpe, una delle cui nipoti, Emmanuelle, ha sposato Roman Polanski).  E via via, giusto per collocare la vicenda nel tempo e nello spazio, una serie di volti  e di parti minori ma essenziali fra cui gli appassionati riconoscono attrici ed attori di tutto rispetto (si pensi che appare per poche inquadrature, nei panni di un ministro, un attore notissimo e quasi celebre come Antoine Balpêtré, che, sia detto incidentalmente, è il padrino di Jacques Perrin).
Naturalmente al centro del film c’è il mattatore Gabin. Il quale dà una lezione da manuale di recitazione all’antica. In casi del genere provo ogni volta un senso di stupore: Gabin non ha frequentato scuole di recitazione, così diffuse in Francia, ma, perfino un po’ riluttante, è arrivato allo spettacolo attraverso il “music – hall”: infatti per anni se la cavò benissimo come ballerino e perfino come primattore, cantando a fianco di Mistinguette (o Mistinguett). Venne poi sospinto nell’area ristretta del divismo grazie a quell’insieme di caratteristiche apparentemente contrastanti tra di loro che rendono alcuni attori profondamente amati dal pubblico nel corso dei decenni. Si pensi a Marlon Brando, a Marcello Mastroianni, ad Alain Delon, ad altre figure equivalenti, di diverso valore professionale ma di eguale, profondo e magnetico richiamo fra gli spettatori. In questo senso Gabin è uno dei primi e dei più amati. E’ stato un divo dagli anni’ 30 e, dopo la guerra (a cui, sia detto incidentalmente, ha partecipato da volontario nelle file della seconda divisione blindata dell’esercito di De Gaulle) ha ripreso, almeno a partire da “Grisbi” nel 1954 il dominio su un pubblico vastissimo che gli è rimasto fedele sino alla morte, avvenuta nel 1976. 
A vederlo nel “Presidente” sembra invece che abbia alle spalle anni e anni di vecchio palcoscenico. Il suo gusto per una recitazione profondamente verista e, a causa dell’accento “faubourien”, popolana all’antica. Nel film appare a tratti, ancora Presidente del Consiglio, pressappoco cinquantenne, politico battagliero ed eloquente. E a tratti settantenne, rinchiuso in una vecchiaia campagnola che in fondo Gabin amava anche per sé stesso. In entrambe le parti egli è convincente in un modo straordinario. Lui stesso, e l’universo francese piccolo e grande che Verneuill gli ha confezionato intorno, si sente palesemente a suo agio come sempre accadde a questo ballerino popolano quando gli capitò di disegnare figure di uomini potenti (si pensi a “Le grandi famiglie” di Denys de La Patelliére, tratto da un romanzo della trilogia di Maurice Druon). Per convincersene a pieno è sufficiente guardare nel film il suo pezzo di bravura quando si congeda di fatto dal Parlamento e dalla politica con un discorso magistrale, al tempo stesso retorico e scintillante di veleni polemici, in cui sembra a tratti di respirare l’aria delle polemiche politiche francesi di molti anni fa, quando si accusavano “Le 200 famiglie”. Vi si avverte, in modo quasi divertente per un amatore, il sapore furbissimo delle contaminazioni verbali e delle risposte fulminanti, tipiche di un grande dialoghista d’epoca come Michel Audiard. Dal 1949 al 1985, anno della sua morte,  egli lavorò alla sceneggiatura o ai dialoghi (o a entrambe le cose) per ben 119 film, pressapoco con una media sbalorditiva: più di 3 film all'anno!

4 commenti:

PuroNanoVergine ha detto...

Come solito un articolo interessante e brillante.

Non conoscevo Michel Audiard: il cognome mi ha incuriosito perchè avevo sentito parlare in termini elogiativi di Jacques Audiard (regista del notevole IL PROFETA):
come sospettavo, e come Wikipedia conferma, i due sono in effetti padre e figlio.

Anonimo ha detto...

Ho trovato l'iniziativa della Cineteca diBologna stremamente interessante e lodevole tanto è vero che quando a a suo tempoparlasti di " La veritè sur Bebe Douge" mi affrettai a comprarlo e a godermi sia il film che il libro. E' quindi con gioia che attendo le altre inziative sia di "Panique" che di " Il Presidente"!
Grazie per l'articolo

rosellina Mariani ha detto...

il post precedente è mio

Luigi Luca Borrelli ha detto...

Amo il cinema francese, come penso chiunque frequenti il blog.
Gabin è forse l' attore che ho conosciuto meglio al di là dell' ambito cinematografico perché feci una tesina per la maturità sul realismo poetico francese tra le due guerre dove lui era incontrastato protagonista e icona. Ricordo su di lui uno straordinario saggio di Bazin che lo paragonava ad un (anti)eroe greco contemporaneo. Di Verneuil ho visto solo due film, tra cui il suo più noto, Il clan dei siciliani. Mi sembra uno stimabile artigiano.
Una curiosità su Colpo grosso al Casinò : la versione originale è a colori o in bianco e nero ? Girano entrambe. Una delle sequenze finali più belle e stoiche della storia del cinema. Il primo film che Delon e Gabin, dei quali da anni ormai ricerco le intere filmografie, lavorarono insieme.