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9 ottobre 2013

TANTI PICCOLI RICORDI DI CARLO LIZZANI

Mi aggiungo anche io, con una testimonianza modesta ma spero sincera, a tutti quelli che hanno scritto, spesso con maggior conoscenza e competenza di quante ne possa vantare io, in occasione della morte traumatica di Carlo Lizzani. Io l’ho conosciuto molto tempo fa e l’ho visto abbastanza regolarmente ma con lunghi intervalli tra un incontro e l’altro. Non esistevano fra noi motivi di convergenza ideologica, ma semplicemente un grande senso di rispetto reciproco. Lizzani (3 Aprile 1922- 5 Ottobre 2013) era un uomo di gentilezza innata e di grande garbo, testimone di un educazione borghese di altri tempi che non è mai stato facile riscontrare in una società facilona come quella romana. Quel che me lo rendeva simpatico più della sua opera di storiografo-inizialmente centrata sul cinema italiano e poi risolta con testimonianze autobiografiche di natura più personale ma sempre legate al suo essere regista- erano appunto i suoi film. Non tutti ben inteso, ma soprattutto alcuni in cui risaltava il suo istinto di testimone del tempo, e di un tempo specificamente evocato: penso ai suoi film di fiction legati a momenti precisi della storia italiana. In questo senso è doveroso ricordare il suo lungometraggio d’esordio “Achtung! Banditi!” (1951) - girato nei dintorni di Genova, in Val Polcevera, fra Campomorone e Pontedecimo - ma ancor più film come “L’oro di Roma” (1961); “Il processo di Verona” (1963) che è forse la sua opera migliore, “Il gobbo” (1960); “Mussolini ultimo atto” (1974), “Celluloide” (1996) dove cercò di ricreare lo svolgersi misterioso della creazione di “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Naturalmente la sua attività si articolò in modo ben più ampio di quanto non sia implicito in questo breve riassunto. I lungometraggi furono ben più di trenta e, soprattutto negli ultimi venti anni furono numerose le opere documentarie, sia per il cinema che per la televisione. E anche qui si va spesso a rievocazioni d’epoca: “Luchino Visconti” (1999), “Roberto Rossellini: frammenti e battute” (2000), “Maria José, l’ultima regina” e via svariando. Naturalmente in una carriera così lunga - si va dal documentario “Togliatti è ritornato” (1948) a “Speranza” episodio del film “Scossa” (2011): come si vede più di sessant’anni - si rinvengono considerevoli alti e bassi, diverse incursioni nelle vicende “nere” e “gialle” dell’Italia contemporanea, “Svegliati e uccidi (Lutring)” (1966); “Banditi a Milano” (1968); “Roma bene” (1971); “Torino nera” (1972); “Storie di vita e malavita” (1975); eccetera. E perfino, come usava negli anni ’60, un Western pseudo americano, “Un fiume di dollari”, firmato doverosamente con lo pseudonimo di Lee W. Beaver (per stare al gioco anche Ennio Morricone firmò la musica con lo pseudonimo di Leo Nichols).
Le tragiche circostanze della sua fine aumentano il rimpianto per un uomo da cui si poteva dissentire sui temi della scelta propriamente politica ma che era professionalmente e personalmente estremamente rispettabile per la cauta ma autentica cortesia del tratto. Faceva le cose sul serio. Mi ricordo che quando venne chiamato (dal 1979 al 1982) a rianimare la Mostra di Venezia, praticamente svuotata di senso e di coerenza durante anni di contestazione, si occupò di tutto con estrema diligenza. Dal momento fondamentale della scelta dei film via via a tutti i passaggi organizzativi importanti e anche umili: mi ricordo che il primo anno, consapevole di essere in presenza di un meccanismo totalmente arrugginito, si preoccupava di controllare, sala per sala, se la proiezione era corretta e se venivano accese le luci durante l’intervallo; come tutti i veri registi conosceva l’importanza dei particolari apparentemente secondari. Vorrei aggiungere una piccola notazione della mia memoria personale. Un giorno, credo in un corridoio della Rai di Viale Mazzini dove l’avevo trovato in attesa (i corridoi della Rai erano sempre pieni di gente in attesa, a volte anche nota, perché i dirigenti della Rai amano farsi attendere) parlavamo dei nostri ricordi lontani e lui mi raccontò che negli ultimi giorni della campagna istituzionale del 1946, aveva assistito, insieme a Luchino Visconti, ad un comizio del solito intemperante Pietro Nenni, il quale improvvisamente esplose gridando alla folla: “volete voi un Re pederasta?” (allora non si usava abitualmente la parola omosessuale). E io chiesi a Carlo: “perché un Re omosessuale no e un regista omosessuale si?”. Rimase interdetto e perplesso: forse non si era mai posta la domanda. Fra i tanti ricordi che ho di lui c’è un piccolo particolare assolutamente secondario. Gli dissi, non so in quale occasione, come io avessi appreso che il pilota dell’aereo militare incaricato di condurre in esilio Umberto II il 18 Giugno 1946 fosse pilotato da un suo fratello maggiore, evidentemente ufficiale pilota di carriera. Ed egli poverino, un po’ seccato, mi disse: “Lo hanno scelto perché era uno dei migliori”. Quasi io sospettassi che il fratello avesse qualche debolezza monarchica …
Ultima notazione personale. Ho appreso dalle notizie tragiche sulla morte di Lizzani, e mi ha fatto un impressione tutta particolare, che egli attualmente abitava a Roma in Via dei Gracchi. Dove sono andato ad abitare io nel 1970 quando andai alla Rai. Vi rimasi sino ai primi anni ’80 per trasferirmi nella vicina via degli Scipioni. È una strada che ho ancora vivissima nella memoria. Quando la conobbi era ancora una tipica via del quartiere Prati di una volta, con le sue bottegucce, i suoi parrucchieri modesti, il suo famoso ristorante “Il matriciano”, allora prediletto dalla gente del cinema, il suo mercato rionale che aveva sede, in teoria, in Piazza dell’Unità, che di fatto non esisteva, perchè aveva conservato il nome ma era stata spodestata dalla strada, in omaggio a quelle bizzarrie comunali che sono così frequenti in Italia. Il quartiere Prati fu costruito dai piemontesi dopo il 1870 ed ha conservato una sua logica “quadrata” di vie e piazze poste a rettangolo. È nato, in certo senso, all’ombra di Castel Sant’Angelo e non a caso i vecchi romani lo chiamavano: “I prati der Castello”. In omaggio all’antico gusto romano di definire gli abitanti a seconda del quartiere che si abitano, quelli di Prati sono chiamati “I prataroli” (e me lo sentii dire dal proprietario di uno dei più grandi ristoranti italiani di Los Angeles, quando mi chiese dove abitavo, io risposi: “in via dei Gracchi” e lui entusiasta: “e io in via Marianna Dionigi. Allora semo prataroli”).
Anche io e Carlo siamo stati “prataroli”.

6 commenti:

Rosellina Mariani ha detto...

Bellissimo articolo e ricordo di Carlo Lizzani!
E' una morte che mi ha intristito particolarmente perchè credo che Lizzani fosse un uomo che potesse dare ancora molto.
Grazie

Eugenia Tarchini ha detto...

Bellissime parole, veramente un grande uomo che ci ha lasciato tanto, poteva darci ancora molto. Ora rimangono i ricordi, tantissima tristezza e un vuoto incolmabile.

Giorgio ha detto...

Altro bellissimo ricordo di un regista che ha dato tanto al cinema italiano. Mi dispiace molto di questa scomparsa che va a unirsi a quella di Vincenzoni e Gemma di questi giorni.
Grazie Claudio!

Enrico ha detto...

Un uomo garbato,colto,innamorato del mondo della cinematografia.Sembrava non invecchiare mai,sul volto l'ombra di un sorriso imbarazzato.Ricordo d'aver visto "Achtung!Banditi!" in TV nel 1966 o 67 (ne sono certo per averne scritto nel "giornalino di quarta elementare").Nel 1986,su una terrazza del lido di Venezia,sorseggiando lentamente un Bellini per stare un po' di più al tavolino accanto a quello dove sostava una fulgida Marina Suma (da buon cinefilo squattrinato),ho osservato a lungo Lizzani discutere pacatamente (non so di che cosa,ero troppo lontano) : mi colpì l'eleganza dei modi e il garbo.Ha ragione Olmi : il suicidio è un atto misterioso da rispettare.

Rita M. ha detto...

Che tristezza: tre scomparse di "gente del cinema" in pochi giorni! Aumenta il senso di vuoto di questi tempi grigi...

Rosellina Mariani ha detto...

Un piccolo , ma per me prezioso ricordo di Carlo Lizzani. A Venezia, nel turbinio del Festival gli chiesi un'intervista al volo. Quando lo salutai mi disse ,con un sorriso che sembrava sempre chiedere scusa: "sei così "attenta" a chi intervisti. Brava!" Gli risposi "E' un complimento doppio perchè viene da te che sei stato nominato all'Oscar nenche trentenne!" e Lizzani "Nominato..., mi raccomando,... non vinto" . La bellezza del regista e dell'uomo.