Blog - Crediti


L'audio e i video © del Blog sono realizzati, curati e perfezionati da Lorenzo Doretti, che ha anche progettato l'intera collocazione.
L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

2 luglio 2010

RAI VECCHIA E NUOVA

Da diverso tempo, per ragioni di salute, non riesco ad occuparmi del blog. Adesso, facendo le corna, provo di nuovo a metterci le mani. Prometto che cercherò di tener fede ai miei impegni, comprese le telefonate nuove da fare (un bis di Vincenzoni, una nuova telefonata con Carla Signoris, un’altra nuova con Giovanni Minoli, eccetera). Trascrivo qui un pezzettino che ho scritto ispirato da due articoli di Aldo Grasso sulla RAI pubblicati dal Corriere della Sera. Incongruamente l’ho spedito sia a Sergio Romano che a Severgnini, per le due rubriche di cui sono titolari appunto sul Corriere (non so quale voglia mi abbia punto visto che col secondo non ho rapporti e col primo mi limitai una volta ad inviargli, se ricordo bene, un ritratto di Giovanni Ansaldo visto come Zelig, per cui Romano chiese informazioni su di me a Piero Ottone, pensando che fra genovesi dovevamo conoscerci ( ma in realtà non personalmente). Comunque sia ho inviato questo pezzo sulla RAI a entrambi, e se mi venisse formulata una domanda stringente risponderei che “non so perché”.
Ecco dunque il brano:

In questi ultimi tempi Aldo Grasso ha scritto sul Corriere della Sera due articoli con una motivazione affine. E cioè la deprecazione dell’attuale modo di comunicare della RAI e la nostalgia per la RAI di una volta. Di cui io, dal 1970 al 1994 ho fatto parte con un minimo di clamore. Contemporaneamente ho pubblicato presso la casa editrice “Le Mani” un libro sul cinema di guerra, intitolato appunto “Guerra in cento film” e inserito in una collana specializzata a riassumere un genere appunto attraverso l’esemplificazione di 100 titoli. Ho ricevuto un numero abbastanza lusinghiero di recensioni. Fra cui un’ampia intervista in Tutto Libri, una nota favorevole nel supplemento domenicale del Sole 24 Ore, un’amichevole e affettuosa tirata di orecchie di Irene Bignardi nel Venerdì di Repubblica e nella stessa testata una piccola ma lusinghiera citazione di Corrado Augias, senza citare “Billy” del TG1 e perfino Striscia la Notizia, grazie alla stima albenganese di Antonio Ricci. Rischiavo di dimenticare "Hollywood Party", dovuta alla cortesia dell'amico Steve Dellacasa e il recentissimo e caloroso brano di Paolo Meneghetti sul Corriere della Sera del 4 luglio. In quasi tutti questi casi, più o meno esplicitamente, i riferimenti al sottoscritto erano motivati con la ampiezza e la vastità delle presentazioni televisive di film da me effettuate durante la lunga vita aziendale. A quanto sembra c’è tutta una generazione, fra i 40 e i 60 anni, che se le ricorda con simpatia e che le associa automaticamente al mio nome. Senza rendersi conto in realtà che erano la ciliegina sulla torta di un duro e continuo lavoro costituito in gran parte dall’ampia e minuta dedizione quotidiana all’articolato lavoro del “mettere in onda” i programmi. Seguendo acquisti, doppiaggi, recuperi e collocazioni, ovvero l’opera complessa, che spesso sfugge alla maggioranza, costituita dal frammentato impegno televisivo.
Riflettendo su questo e sugli articoli di Aldo Grasso, sono stato punto da una retrospettiva e maligna curiosità professionale. E cioè dal desiderio di sapere se quelli della mia generazione (io sono andato in pensione nel 1994) erano effettivamente più bravi dei colleghi di adesso. La nostalgia dei cicli di film – fra gli “interni” ci furono anche Vieri Razzini e Giuseppe Cereda, fra gli “esterni” ricordiamo almeno Gianluigi Rondi, Fernaldo Di Giammatteo, Francesco Savio Pavolini - rimane in molti degli spettatori d’epoca per cui la RAI divenne una sorta di immenso e tollerante Cineforum. Parlo di quella gente che ormai ha una certa età e che rappresenta nei giornali e nelle riviste i redattori meno giovani e che quindi esercita, come tutti, nel lavoro di ogni giorno l’organica mescolanza dei propri ricordi e dei propri desideri. Questi stimoli diversi mi hanno portato a chiedermi se veramente noi non eravamo migliori? La nostra televisione, per quanto inamidata nelle convenzioni dell’epoca, era veramente meno sbrindellata, sciatta e urlante di quella di oggi? Dopo anni di assoluto e libero dominio mi ritrovai, negli ultimi mesi di vita aziendale, alle prese con una nuova e sospettosa dirigenza che come unico obbiettivo aveva quello di far fuori tutte le persone di una certa età e tutti gli esponenti del passato, considerati vecchi in un modo abominevole. In base al contratto giornalistico avrei dovuto andare in pensione nell’ottobre del 1994, al compimento dei 65 anni di età. Finii con l’andarci due o tre mesi prima, ossessionato dalla presenza nelle vesti di nuovo Direttore del Personale (anzi, adesso si dice, con un’espressione para nazista, Direttore delle Risorse Umane) di un certo professor Celli. Che mi ricevette una volta sola e che evidentemente mi aveva già cancellato dalla sua mente (anni dopo, ne ho la documentazione sonora, dichiarò: “abbiamo rimesso a posto i conti e abbiamo distrutto l’azienda”, tardivo riconoscimento di colpevolezza). Tutti noi vecchi che avevamo contribuito in modo decisivo a tenere in piedi l’azienda, salvo quelli protetti politicamente, fummo allontanati con orrore. Il ché, dopo tanti anni, continua ad amareggiare i miei ricordi di lavoro.
Forse si tratta di goffi ritorni della memoria e degli affetti. Ma forse quello che provo è non solo un sentimento sincero ma anche la dimostrazione della reale ritorsione di un’assurda realtà italica. Vale a dire di un’applicazione insensata di una sorta di “spoil system” nostrano, non codificato da nessuna norma ma fortemente presente nella realtà servile del parastato italiano. Ed è forse per questo che non riesco più a prendere sul serio le continue polemiche che i politici accendono di continuo sulla televisione in genere e sulla RAI in particolare.
Si divertano altri, io non gioco più.


Claudio G. Fava(Blog: http://clandestinoingalleria.blogspot.com)

14 maggio 2010

Precisazioni sulla guerra e sul Blog


(Nella foto qui sopra: la copertina del mio libro edito da Le Mani)

Approfitto del Blog per abbandonarmi ad una confessione impudica, ma che mi auguro possa interessare i lettori abituali. Nei primi giorni di Maggio è apparso nelle librerie principali un mio libro sul cinema di guerra, intitolato “Guerra in cento film” ed edito da “Le Mani”, benemerita azienda genovese della ho già fatto cenno nel Blog. Approfitto di questa segnalazione per farvi presente che Claudio Costa, autore di un bel documentario-intervista a Luciano Vincenzoni, mi ha informato del fatto che in una collocazione chiamata You-tube esiste una parte dedicata a me. Io ringrazio l’autore (o gli autori) e faccio rilevare che per un’ovvia conseguenza di una quasi totale omonimia io a volte sono confuso con Claudio Fava (senza la G.), giornalista siciliano ed esponente politico di estrema sinistra, anche autore di sceneggiature. Suo padre Pippo fondò la rivista “I siciliani” e si dice sia stato ucciso dalla Mafia.
È una precisazione doverosa da parte mia e che ho sentito come un dovere verso i lettori del Blog.
Claudio G. FAVA

10 maggio 2010

Di nuovo in scena Luciano Vincenzoni

La mia telefonata a Vincenzoni ha avuto successo. Ad esempio, rassicuro SG che prossimamente seguirà una nuova telefonata con Luciano, che ci racconterà molte altre cose spassose del suo illustre passato di soggettista e sceneggiatore. Intanto Luciano mi ha mandato due documenti: un telegramma di Gillo Pontecorvo inviatogli negli Stati Uniti, a proposito di una sceneggiatura (è in italiano e la pubblicherò qui integralmente) ed una lettera di Billy Wilder, grande amico di Luciano. La lettera di Wilder è, naturalmente, in inglese ed è datata 1 Luglio 1994 (ricordo che Wilder, nato nel 1906, è morto nel 2002 all’età di 96 anni; all’epoca della lettera aveva 88 anni ed era ormai dimenticato da quel mondo di Hollywood che lo aveva incensato per decenni). La lettera riguarda una sceneggiatura di un film intitolato “Il selvaggio amico mio”, nato da una scoperta fatta da Vincenzoni. Egli aveva infatti appreso che negli anni successivi alla guerra d’Etiopia (riprendo qui un suo testo esplicativo): “I RAS ribelli e pericolosi venivano mandati al confino in Italia. Mi piaceva l’idea che gli italiani […] trattassero gli infelici RAS come selvaggi, mentre in realtà spesso erano civilissimi e magari laureati nelle università inglesi. Ailè, il mio RAS, si scoprirà infatti che è laureato in Medicina ed ha molte altre qualità. Per cui all’inizio, la Domenica, le famigliole portano i bambini a tirargli bucce di patate ed a fare pipì oltre i reticolati dell’improvvisato campo di concentramento, completo di tucul e palme a cui è incatenato Ailè. Ma in seguito si ammala il medico condotto del paese e sono costretti a liberare il Dott. Ailè che si dimostra subito esperto e per molte altre ragioni indispensabile. I personaggi e le situazioni di questa tragi-commedia sono il contenuto di una bella sceneggiatura che ho arricchito con la collaborazione di Rodolfo Sonego. Volevamo produrre il film noi autori ma nessuna distribuzione, né RAI né MEDIASET, gli diede fiducia. Poi è venuto a mancare Nanni Loy che doveva essere il regista, ci siamo arresi e abbiamo venduto il soggetto ad una produttore cialtrone che non ne ha fatto niente. Anche Sonego mi ha lasciato (nato nel 1921 è morto nel 2000 – n.d.r.), a me è rimasta solo questa lettera di Wilder che ti mando in copia”.
Questo testo è tratto da una lunga lettera autografa. Fra le tante altre cose Luciano mi dice anche “Ti confesso che la lettera di Wilder e il telegramma di Gillo per me valgono come due Oscar.
Adesso pubblico qui la traduzione in italiano della lettera di Billy Wilder, che è, come ho detto del 1 Luglio 1994. All’insegna, così usa in America, dell’indirizzo in neretto del mittente, che vale la pena di riportare per esteso: “10375 Wilshire Blvd., Los Angeles, California, 90024”.
Ecco la lettera: “Carissimo Luciano, ti rispondo con ritardo perché ho dovuto aspettare che la mia segretaria tornasse dalla ferie.
Come tu sai, io detesto leggere il materiale scritto da altri (è ancor peggio che farsi trapanare i denti mentre suonano musica hawaiana alla radio). Ma in qualche modo, dando un’occhiata al tuo soggetto, un particolare paragrafo mi è saltato agli occhi e l’ho letto per intero non una volta ma due.
Io detesto le esagerazioni ma, secondo me, è fra le cose più belle che siano sgorgate dalla tua macchina da scrivere: sfondo straordinario, personaggi meravigliosi, divertimento e nostalgia, un ritratto delicato ma anche penetrante dell’idiozia del fascismo. Naturalmente deve essere realizzato il Italia. Il giovane di colore Hailè (Ailè – n.d.r.) è una parte splendida. Quello che non capisco bene è perché debba scegliere uno Schwartzer americano (qui Wilder usa la parola jiddish per indicare un nero – n.d.r.) piuttosto che un etiope. Perché non cercare un personaggio di colore che parli – quando parla – con un accento britannico? A Londra ci sono alcuni dei migliori attori colored che io abbia mai visto. Certo, si sentirà la tua mancanza quando cercheremo qui un attore nero e non avremo più possibilità di vederti. Ma, onestamente, ti risparmierai un lungo viaggio e non necessariamente troverai qualcuno che si valido al 100% (immagino che stia pensando ad una sorta di Marlon Brando nero). Guardati intorno; forse c’è qualcuno in Italia. È il punto cruciale dell’intera vicenda che hai creato.
Ti vogliamo molto bene; abbi cura di te e realizza questo progetto a qualsiasi costo (Wilder dice letteralmente dai a questo progetto entrambe le ginocchia, modo di dire americano che significa: Rompiti le ginocchia ma realizzalo – n.d.r. ).
Billy (firma manoscritta – n.d.r.)
Questa è la traduzione letterale della lettera di Billy Wilder. Luciano me ne ha inviato la fotocopia con una sua lunga nota manoscritta in cui ricorda che aveva preso l’abitudine di sottoporre i suoi lavori al giudizio di Billy Wilder. “Per stima, certo, ma anche per fargli sentire che per me lui era sempre il più importante alla faccia della spietata Hollywood che, quando aveva compiuto i 75 anni, lo aveva emarginato. Il suo telefono non squillava più. Wilder ne soffriva, si vergognava e si inventava misteriose malattie reumatiche che, anche volendo, gli avrebbero impedito di lavorare. Ingurgitava medicine, comprava attrezzi elettrici per massaggiarsi, tutto inutilmente. Il telefono restava muto. Questi dolorosi dettagli me li aveva rivelati la moglie Audrey”.
Insieme alla lettera, come ho detto prima, mi ha inviato la fotocopia di un telegramma di Gillo Pontecorvo. “Come saprai – scrive Luciano - Gillo ha fatto solo 5 lungomentraggi in mezzo secolo perché perfezionista e un po’ caca dubbi. Con il povero Solinas che perdeva dai tre ai quattro anni a rielaborare e modificare le sceneggiature (Franco Solinas, nato nel 1927 e morto nel 1982, fu un noto sceneggiatore in onore del quale venne istituito un premio - n.d.r.). Negli anni ’80 un giorno mi telefonò in California Dino De Laurentiis esasperato perché aveva chiamato a New York Pontecorvo per fare un film sugli strozzini della Mafia tratto da un romanzo di un autore americano. Da sei mesi Gillo e uno scrittore americano si riunivano a lavorare, ma Dino non aveva ancora letto una riga. Mi incaricò di risolvere il problema. Andai a New York e mi incontrai con Gillo per una paio di settimane prendendo appunti sulla sceneggiatura. Alla fine gli suggerii di volare in Italia. Io sarei tornato in California e gli avrei mandato a Roma la sceneggiatura finita. Chiese quanto tempo mi serviva. Risposi che mi bastavano 3 o 4 settimane. Sghignazzò scettico, gli sembrava assurdo, addirittura impossibile. Comunque partì perché era ansioso di tornare in famiglia. Venti giorni dopo gli mandai a Roma la sceneggiatura. Ti confermo che la lettera di Wilder e il telegramma di Gillo per me valgono come due Oscar. Ovviamente poi neanche questo film si è fatto. Così va il mondo”.
Ecco il testo del telegramma di Pontecorvo: “Vincenzoni, 1523, Summitridge Dr., Beverly Hills, California 90210. tentato inutilmente telefonarti. Riproverò domani. Stop. Tuo lavoro miracoloso in così poco tempo. Stop. Ci vorranno forse modifiche soprattutto di dialogo in cinque scene. Ma siamo vicinissimi. Abbracciati Gillo”.
Claudio G. FAVA (Ne riparleremo prossimamente con Luciano)

4 maggio 2010

Per piacere, intercettate! - Age, Scarpelli e Vincenzoni: attenti a quei tre!!! - audio

Com’è noto, il 28 Aprile scorso è morto Scarpelli, seconda e decisiva componente della famosa ditta Age&Scarpelli, che fu la più importante impresa specialistica in forniture di sceneggiature di tutto il cinema italiano. Age era morto il 12 Novembre 2005 e la ditta si era già divisa da più di vent’anni. Age era il più dolce e affettuoso dei due, un goliardo perbene sino alla fine. Scarpelli era più aguzzo e istintivamente polemico, da disegnatore satirico figlio di un padre che proprio in questo campo era stato famoso. Alla finedegli anni ’70 io dedicai ai due, su RAIUNO, un ciclo di film del Lunedì sera, che allora erano un veicolo sicuro di successo. Probabilmente era una delle prime volte che alla RAI accadeva qualcosa di simile, tanto più per due sceneggiatori considerati “leggeri” perché avevano esordito con Totò. Io ero (e sono) persuaso che Age e Scarpelli fossero i massimi specialisti italiani della scrittura per il cinema, al livello dei più celebrati colleghi stranieri, francesi e americani. E penso che la mia decisione di allora (faticai un po’ a convincere il mio capo-struttura del tempo, Paolo di Valmarana, che mi lasciava imperversare col cinema americano, ma che riteneva il cinema italiano un suo dominio riservato) fosse giusta e motivata. Age me ne fu sempre grato, Scarpelli, almeno in apparenza, un po’ meno, forse per qualche pregiudizio politico. Solo negli anni ’90 cambiò opinione su di me e divenne addirittura affettuoso. Ciò premesso, vorrei ricordare che un altro grande del mestiere, e cioè Luciano Vincenzoni, dopo la morte di Scarpelli mi ha telefonato dicendomi, addolorato: “Claudio, ma è possibile? Sono io, autore del soggetto, che ho portato Age e Scarpelli da Monicelli per la sceneggiatura de La grande guerra. Così come sono io che li ho portati da Leone per il testo definitivo di Il buono, il brutto e il cattivo. Ed ho lavorato con loro in altre occasioni e nessun giornale lo ricorda. Perché debbo essere totalmente cancellato?”. Essendo io l’autore della prefazione del suo straordinario libro di memorie intitolato “Pane e Cinema”, dalla lettura del libro ho ricavato una somma di dati sulla vita professionale di Vincenzoni che basterebbero per dieci sceneggiatori, non per uno. Non ho potuto che dargli ragione ed ho approfittato per chiedergli di concedermi una telefonata da inserire, grazie alle magie tecniche di Lorenzo Doretti, nel Blog. Ho dovuto spiegargli di cosa si trattava (non è molto pratico di internet) e il giorno dopo ho fatto la telefonata. È durata circa tre quarti d’ora e secondo me e secondo Doretti il risultato è stato strepitoso, come sempre quando Vincenzoni rievoca il suopassato professionale. Ascoltate e ditemi voi se non è un pezzo di bravura assolutamente ineguagliabile!

28 aprile 2010

Risposta parziale (per il resto non so cosa dire) al Principe Myskin. Non mi sembrava di avere menzionato nel Blog il mio incontro "notturno" con il signore che era stato ufficiale d'ordinanza di Umberto II. Ma il fatto è vero. Mi capito nel vagone ristorante di un treno Roma-Torino di cui mi avvalsi per andare a Genova. Il mio interlocutore era un anziano distintissimo con cui parlai a lungo, di fatto senza vederlo, perché la luce elettrica stava progressivamente scomparendo nel vagone. Fra l'altro mi disse, appunto, di essere stato testimone del fallito tentativo di quello che allora si chiamava il Principe di Piemonte, di salire su un piccolo aereo per essere paracadutato frai partigiani del Nord Italia. Arrivarono degli ufficiali americani, lo costrinsero a scendere dalla carlinga e il Principe, passandogli vicino, disse: "Questa è la fine di Casa Savoia". Ripeto, il ricordo è esatto ma il testo da me scritto non mi risulta sia stato mai pubblicato sul Blog. Ma lei dove lo ha letto? (in ogni caso si trattava di un ex ufficiale non dei Corazzieri ma dei Granatieri, cioè i Granatieri di Sardegna, che esistono tutt'ora e che richiedono come limite minimo di statura un metro e ottanta). I Corazzieri sono un reparto specializzato dei Carabinieri che costituiscono la Guardia del Presidente della Repubblica (un tempo del re), ed hanno come limite minimo di statura un metro e novanta centimetri.
Claudio G. FAVA

Chi non legge in compagnia o è un ladro o è una spia



Vorrei precisare che questo libro me lo sono comprato (costa per l’esattezza € 16,90 ed è edito da Vallardi, nome antico del mondo dei libri stampati, ora assorbito dal gruppo Mauri Spagnol). Mi par giusto precisarlo perché in genere i libri che si recensiscono si ricevono omaggio. Pertanto qui non c’è nessun legame “obbligato”. L’ho fatto perché il tema delle spie mi interessa fin da bambino, e anche perché da anni conosco l’autore, Andrea Carlo Cappi; l’ho incontrato diverse volte al “Noir in Festival” di Courmayeur, ed è un cultore professionale di giallo e di nero sin dall’adolescenza. Il suo libro intende porsi come una sorta di grande riassunto ad uso di un lettore interessato ma non specializzato. Ci si imbatte in una breve introduzione intitolata “Le spie non sono dei gentiluomini”, che è un rinvio alla famosa battuta di Henry L. Stimson, Segretario di Stato dal 1929 al 1933: “Un gentiluomo non legge le lettere altrui”. Come è noto la conseguenza di questa frase ingenua ed idiota fu tragica: venne abolito il servizio specializzato che cercava, fra l’altro, di decrittare il codice segreto giapponese, operazione rivelatasi drammatica al tempo di Pearl Harbour.
Il libro si articola, dopo una breve digressione storica, in una puntuale serie di capitoli a loro volta composti da capitoletti minori, spesso intesi a evocare singoli episodi o singoli personaggi. Si comincia con “Occhio dell’Aurora”, centrato sulla mitica Mata Hari, via via si esaurisce il tema della Prima Guerra Mondiale e, dopo le digressioni su Mademoiselle Docteur e su Lawrence d’Arabia, si passa a trattare il tema dello spionaggio tra le due guerre con molti temi diversi, fra cui un personaggio di cui non sapevo nulla, l’italiano, nato all’Aquila, Amleto Vespa, naturalizzato cinese e divenuto una spia famosa col nome di Comandante Feng. In questo stesso capitolo, ovviamente, si ricostruisce il caso estremamente complesso dei “Cinque di Cambridge” (Philby, Burgess, MacLean, Blunt e Cairncross) che nascosti nel cuore distratto e snob dello spionaggio inglese resero per anni servizi preziosi all’intelligence sovietica. Naturalmente Cappi fa anche a tempo a rievocare la figura romanzesca di Sidney Reilly, spia inglese annidata nelle pieghe più segrete della Ghepeu.
Abbrevio, per non annoiare il lettore e per non esagerare con le citazioni. Via via Cappi ricostruisce l’immenso capitolo degli avvenimenti spionistici durante la Seconda Guerra Mondiale: si và da “Enigma”, la famosa macchina tedesca per cifrare i messaggi, all’“Orchestra Rossa”, ad un’altra celebre spia sovietica, il tedesco Richard Sorge, all’“affare Cicero”, che sembra totalmente inverosimile ed invece è tutto costellato di fatti autentici, alle prime esperienze dal vero dell’aspirante spia Ian Fleming, ad un’altra figura romanzesca, quella del capo dell’Abwehr, Ammiraglio Canaris. In un’enorme riserva di fatti veri che comprendono ogni possibile variazione storica. Ad esempio, ovviamente per motivi di spazio, non mi pare di avere trovato tracce (salvo una saltuaria citazione del B.C.R.A.) di quella straordinaria costruzione che fu lo spionaggio gollista dal 1940 alla fine della guerra, inizialmente tutto centrato su una sola persona, il Capitano André Dewavrin, detto “Il Colonnello Passy”, perché, ad un certo momento, tutti gli esponenti della resistenza gollista francese presero il nome di una fermata della metropolitana parigina…
Dopodiché si passa ai due capitoli finali, “La Guerra Fredda” e “Dopo la Guerra Fredda”, vale a dire quasi sessant’anni di una intricatissima serie di accadimenti che vanno dal “Progetto Manhattan” alla nascita della C.I.A., dalla cattura di Eichmann all’immenso deposito di vicende che ruotano intorno a decenni di guerra segreta nell’Europa e nel mondo. Dalle strutture “Stay Behind”, alle incursioni del Mossad, alla figura del capo dello spionaggio della Germania Est, “Misha” Wolf, trasfigurato con il nome di “Karl” nei romanzi di John Le Carré, per giungere poi fino ai giorni nostri…
Questo non è che un frettolosa ricapitolazione di tutto l’immenso materiale evocato e descritto da Cappi. Il quale naturalmente ha scelto quel che gli è parso più importante nell’immenso “magazzino” di clamorose e straordinarie vicende che costituiscono l’alternativa segreta ma palese alla storia ufficiale dell’Europa e del mondo. Certamente l’opera ha i suoi pregi e i suoi difetti come ogni ricostruzione del genere, ma rappresenta un utilissimo compendio di tutto ciò che l’appassionato conosce e che può interessare al lettore generico. La pubblicistica italiana, in genere, o è confinata nella spocchia universitaria dei testi e degli specialisti, o svapora nell’approssimata e superficiale varietà del disordinato giornalismo all’italiana. Ben vengano, quindi, libri come questo, in cui la consapevolezza dello specialista non schiaccia il desiderio di informazioni di un lettore “normale”.
Claudio G. FAVA

21 aprile 2010


Come specificato nel test qui riprodotto, il brano autobiografico di Carlo Fruttero pubblicato su "La Stampa" del 16 Aprile mi ha letteralmente entusiasmato. La rievocazione dello sconquasso morale creato nel Novembre del 1956 fra la maggioranza dei redattori della casa editrice di Giulio Einaudi, a causa dell'irruzione delle truppe sovietiche in Ungheria, è un pezzo da Antologia. Lo raccomando a tutti ed a giustificazione del mio entusiasmo riporto qui l'email che ho inviato a Fruttero, grazie alla cortesia della segreteria di redazione de "La Stampa". Non ho letto tutto quello che hanno pubblicato Fruttero e Lucentini, ma sono sempre stato un ammiratore di questa coppia curiosa, l'uno piemontese d.o.c., l'altro romano filtrato da una lunga esperienza parigina. Me li ricordo, ad esempio, quando diressero per molti anni "Urania", la collana di fantascienza di Mondadori che, come "Segretissimo" e più ampiamente ancora "I Gialli Mondadori", segnò un momento importante nella divulgazione editoriale dell'Italia del boom e del dopo-boom. Riporto qui il mio email. Fruttero, che non conosco di persona, non mi ha ovviamente risposto, ma la mia ammirazione rimane intatta.


Caro Fruttero,
non so se il brano pubblicato su “La Stampa” del 16 Aprile faccia parte di “Mutandine di chiffon” di cui lei parlava nella Rubrica di Fazio (purtroppo ho perso la parte iniziale). In ogni caso, volevo disturbarla per dirle quanto mi sia piaciuto e come mi sia divertito a leggerla l’elencazione dei suoi ricordi sulla casa Einaudi sinistrata dall’invasione sovietica dell’Ungheria. Ho tre anni meno di lei (sono del 1929) e quindi credo di comprendere gli umori e i soprassalti d’epoca. Se non lo scrivesse lei non riuscirei a credere alla reazione incredula, addolorata e scandalizzata dei suoi colleghi più ortodossi di fronte ad un avvenimento che, nonostante tutto, era implicito nel patrimonio genetico di un uomo che non molti anni prima aveva freddamente e cinicamente negoziato l’accordo Molotov-Ribbentrop, avendo d'altronde suo egoistico punto di vista molti e fondati motivi per farlo. Tutto il pezzo è irresistibile, sino alla conclusione con lei issato sulle mani da Bollati per raggiungere la finestra di Einaudi. L’evocazione del sinistro, in tutti i sensi, gergo d’epoca (“ferma presa di posizione”, “fiduciosa speranza”, “valori democratici”, “sangue innocente”, eccetera) da volgere in una lingua riottosa alla retorica italiana come è l’inglese, penso faccia parte di una ideale antologia delle retoriche del passato.
Mi auguro che la sua esistenza sia meno cupamente bergmaniana di quanto faccia supporre la fotografia scattata sulla spiaggia di Castiglione della Pescaia. Che in realtà sembra una piccola località vicina alle isole Fǽr Ǿer, somiglianza ribadita da quel nodoso bastone nordico che mi pare sia lo stesso che lei teneva sulle ginocchia durante la trasmissione televisiva. In ogni caso mi felicito e mi complimento. E la ringrazio per la lezione di lucidità e di ironia che ci impartisce a 83 anni. Ci arriverò nel 2012 e spero che la sua lezione mi valga da stimolo e da ammonimento.
Sono sempre stato immerso in un humus (tiepidamente) liberale. Il suo pezzo sull’Einaudi mi fa capire di non aver sbagliato tutto nella vita.
Mi creda suo con rispetto e, se mi consente, con affetto sincero.
Claudio G. FAVA
P.S.: La canzoncina “era nata a Novi, ma non era una novizia perché sotto ai Giovi aveva perso la malizia” mi era stata insegnata da mio padre. Poiché egli era figlio di un novese e parlava perfettamente l’ispido dialetto ligure-piemontese della cittadina, l’evocazione dei Giovi (ci passavamo in treno d’Estate per andare a Novi) rappresentava per me un profondo richiamo d’infanzia.

Promesse per il futuro

Ringrazio il mio corrispondente per la precisazione riguardante "The Hurt Locker". In effetti ero persuaso di avere inserito il pezzo corretto, dove averlo spedito a LE MANI, anche nel Blog.
Adesso Chiara provvede a inserirlo al posto di quello errato, ristabilendo così la mia famosa infallibilità.
Dico questo perché continuo a ricevere post che, se da me creduti, dovrebbero gettarmi in uno stato di folle arroganza. Cerco in ogni modo di riprendermi e di tornare a dimensioni umane.
Per quello che riguarda le richieste che mi sono rivolte prometto che farò nuove telefonate (avevo un accordo di massima con Minoli e poi non mi sono più fatto vivo io) e avevo pensato anche a Paolo Garimberti, attuale Presidente della RAI (io l'ho visto diventare giornalista professionista al "Corriere Mercantile") ma poi non l'ho più cercato. E avevo pensato anche a due coniugi facilmente raggiungibili, e cioè Carla Signoris e Maurizio Crozza. Sappiatemi dire quali sono le persone che vi sembrerebbero interessanti e vedremo se riuscirò a raggiungerle.
Per adesso null'altro di nuovo.
Saluti e benedizioni a tutti.
Claudio G. FAVA

7 aprile 2010

Risposte a tre corrispondenti

Colpevolmente tendo a trascurare il mio blog, un po’per naturale tendenza al disordine un po’ per una sorta di pigrizia intellettuale che mi induce a non insistere una volta affrontato un tema (appunto una volta sola). Ma d’ora in avanti prometto che me ne occuperò fruttuosamente. Prima di tutto risponderò ai commenti che mi giungono. Sono così pochi che mi fanno scappare la voglia, ma Lorenzo Doretti sostiene che quel che scrivo io è a un tale livello che la gente rimane imbarazzata: vorrei capire se mi prende in giro o no. Poi, prometto che farò altre telefonate, come richiesto, e organizzerò delle apparizioni in video. Intanto per qual che riguarda la posta che è giunta fino adesso (appunto tre contributi in tutto) informo l’anonimo che mi ha scritto contestando l’esattezza della mia traduzione dell’espressione americana “The Hurt Locker” che lo ringrazio. Ho controllato meglio il significato del modo di dire (ho trovato un testo che parla di “vernacular” militare, cioè di gergo delle forze armate) e sono riuscito a correggere in tempo sia il testo pubblicato nel Blog che, soprattutto, quello destinato al libro di imminente pubblicazione, ad opera de “Le Mani”. Infine, le affettuosissime parole di Katerina B. mi hanno quasi commosso e la ringrazio “from the bottom of my heart”. Accetterei volentieri un incarico all’UNESCO, perché potrei unire un buon stipendio alla mia pensione. Ma non mi sembra un’ipotesi realizzabile. Se possibile, sempre con la decisiva collaborazione di Doretti, vorrei fornire in video le risposte alle vostre missive. Ma è indispensabile che le missive arrivino!

10 marzo 2010

Geniale Kathryn, ovvero Ode all'EOD

Cari lettori,
sperando che la cosa possa interessarvi, vi faccio sapere che sono riuscito entro i primi di Dicembre ad inviare all'editore Scapolla de "Le Mani" - il quale in questi anni si è fatto un'ottima fama come proprietario della Casa Editrice sopra citata, impostasi come una delle migliori in Italia fra quelle specializzate nella storia del cinema - il testo definitivo di un libro sul Cinema di guerra. Come ho già avuto occasione di scrivere in questo Blog qualche tempo fa. Sono lieto di essere riuscito ad inserire nel libro la recensione di "The Hurt Locker" di Kathryn Bigelow, il film che ha vinto a mani basse 6 Oscar: miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior montaggio sonoro, miglior sonoro. E che sicuramente verrà riproposto nelle sale, visto che anche in America alla sua prima apparizione ha incassato poco. Ho letto che, al di là dell'immenso successo, "The Hurt Locker" ha destato riserve e commenti negativi proprio fra i militari addetti al terribile lavoro di sminamento alla base del film, che nell'esercito americano è praticato da uno speciale reparto del Signal Corps (Il Genio) denominato EOD (Explosive Ordnance Disposal), come del resto viene puntualmente ricordato nella recensione (ne sono orgoglioso perché credo di essere fra i pochi italiani che lo hanno citato per esteso). Non sono riuscito a comprendere sino in fondo il perché di questo rifiuto (in internet si trovano facilmente dei sottufficiali americani che deplorano il film). Ma in fondo a me interessa poco. E' un piccolo gioiello e credo che resterà, come dico nella recensione, tra i film di guerra che fanno testo. Ho deciso di pubblicarla qui di seguito, dando per scontato l'assenso di Scapolla perché mi auguro anche che l'iniziativa gli faccia piacere. Spero che questo serva a dare aiuto a "Le Mani".
Il cui indirizzo è comunque il seguente:
Le Mani, Microart's Edizioni
Via Fieschi, 1
16036 Recco
- Genova
TEL.: 0185/730.111
Il titolo esatto del libro è "Storia del cinema - GUERRA in cento film".
Date una mano all'ottimo Scapolla e compratelo!
The Hurt Locker
(id., 2008); r.: Kathryn Bigelow; sc.: K. Bigelow, Mark Boal; f.: Barry Ackroyd; m.: Marco Beltrami, Buck Sanders; scg.: David Bryan; int.: Jeremy Renner (serg. William James), Anthony Mackie (serg. JT Sanborn), Brian Geraghty (specialista Owen Eldridge), Guy Pearce (serg. Matt Thompson), Ralph Fiennes (caposquadra), Christopher Sayegh (Beckham), David Morse (col. Reed), Evangeline Lilly (Connie James); o.: Usa (First Light Production, Kingsgate Films); d.: 131’.
Il vizio di conservare in italiano il titolo originale, anche se ha un significato gergale o specifico, si ritrova in questo eccezionale e recentissimo film di guerra – soggetto e in parte produzione sono opera di Mark Boal, già sceneggiatore di “Nella valle di Elah” - che include decisamente il nome dell’autrice in un ristretto manipolo di registi di cui fanno parte i grandissimi, da Kubrick a Milestone.
“The Hurt Locker”, letteralmente “cassetta del dolore”, indica in realtà nel gergo militare americano uno stato di estremo pericolo. “We are all hurt locked” significherà dunque “Siamo tutti spacciati”. Il titolo introduce immaginosamente le caratteristiche e le tonalità del film, ambientato all’interno di uno dei reparti speciali del Signal Corps, ovvero il Corpo del Genio, chiamati EOD, cioè Explosive Ordnance Disposal (neutralizzazione degli ordigni esplosivi) in forze nelle unità di prima linea. Addestrati ad individuare ed a mettere fuori uso residui bellici d’ogni sorta e particolarmente i più pericolosi, i genieri degli EOD costituiscono una minoranza abituata al pericolo e soggetta a tutte le tensioni implicite in una specializzazione ove il rischio di morte è di ogni minuto. L’EOD descritto dal film opera in Iraq all’interno della compagnia “Bravo” e mancano una trentina di giorni prima di ricevere il cambio. Va subito detto che la prima mezz’ora del film è allo stesso livello della prima mezz’ora di “Salvate il soldato Ryan” o di certe celebrate sequenze di “Orizzonti di gloria” e di “All’Ovest niente di nuovo”. Una convivenza furente e terribile con il pericolo e la morte, impliciti nel concetto stesso di guerra, ma così difficili da recuperare veramente al cinema e nel cinema. Qui vediamo il protagonista (lo Staff Sergeant William James, impersonato con tenace continuità di recitazione da Jeremy Renner; al suo fianco un ottimo partner di colore, il Sergeant J.T. Sanborn, interpretato da Anthony Mackie) risolvere da par suo un difficilissimo problema tecnico, mettendo fuori uso un complesso sistema esplosivo. L’Iraq del film, ricostruito in Giordania, evoca uno sfatto disordine urbano - irto di case distrutte e di radi, enigmatici abitanti - in cui i genieri americani si muovono con la tensione e la scioltezza imposte da una presenza ossessiva. La guerra possiede totalmente William James, il quale ha una moglie e una figlia piccola, ma non riesce ad accettarle fino in fondo: alla fine del film tornerà in Iraq, assegnato ad una compagnia “Delta”, ancora agli inizi della sua esperienza bellica. Si badi, una delle caratteristiche di base del film è che i protagonisti sono volontari, come tutti i soldati americani di oggi, e sono dei professionisti. Non c’è pertanto, nel film, al di là della feroce brutalità dell’ambientazione e della descrizione, alcun intento critico nei confronti della guerra in Iraq in sé, accettata dai militari come un oggettivo dato di fatto.
Con questo film Kathryn Bigelow – classe 1951, al suo attivo diverse opere di valore tra cui “Point Break”, “Strange Days” e “K-19”, quest’ultimo ambientato su un sommergibile russo – fa quello che pochi uomini sono riusciti a fare, e cioè restituire la stravolta e minuta assurdità della guerra, dimostrando che il talento non è un problema di ormoni. In futuro non potremo più parlare e scrivere del conflitto in Iraq senza ricordarci di “The Hurt Locker”. Per onestà, debbo dire che in Internet ho trovato molti accenni a esplicite riserve di ex-combattenti o di giornalisti “embedded”, proprio a proposito della attendibilità di tutto ciò che il film evoca o mostra. “Non era così”, “Non è così che andavano le cose al fronte”, eccetera, con una sorprendente maggioranza di critiche e di smentite. Io le annoto per scrupolo, anche se vedendo il film da “civile”, lontano fisicamente e mentalmente, non ho avuto il minimo sospetto di mistificazione e “tradimento”.
P.S.: Sono contento di essere arrivato in tempo a vedere ed a includere il film della Bigelow nel libro. E’ desiderio dell’editore e mio di ricordare qui che “The Hurt Locker” si è aggiudicato ben 6 Premi Oscar nel 2010. Ed esattamente quelli per il miglior film, la miglior regista, la miglior sceneggiatura originale, il miglior montaggio, il miglior montaggio sonoro, il miglior sonoro. Converrà ricordare che la regista ha battuto l’ex marito James Cameron, il quale per “Avatar” ha vinto soltanto tre Premi come miglior scenografia, effetti visivi e fotografia. Evidentemente ci sono altri film recenti che avrebbero potuto ambire ad essere presenti nel libro. Comunque credo doveroso citarne almeno due: “Lebanon” di Samuel Maoz e “La terra di Elah” di Paul Haggis. Mark Boal ha scritto il soggetto di quest’ultimo film e di “The Hurt Locker”.
La Bigelow ha quasi sessant’anni, sembra un’attrice quarantenne, è la prima donna ad aver ricevuto l’Oscar per la regia ed ha battuto Cameron in tutti i sensi.
Claudio G. FAVA

4 marzo 2010

Ma quella Genova dov’è finita?


(Nella foto qui sopra: Piazza Ponticello. Una piazza ormai scomparsa, ma cantata da Mario Capello. Quello di "Ma se ghe penso")

Le notizie sui tagli delle Ferrovie ai collegamenti con Genova mi rattrista ma non mi stupisce. Durante il periodo in cui ho abitato a Roma (1970-1996), ho imparato a conoscere, in una versione già peggiorata rispetto al passato le Ferrovie italiane, con i loro ritardi ed il loro materiale deteriorato. Ma ho anche vissuto l’ultimo periodo della “Coock Wagon-Lits”, con l’impagabile personale di cucina e di servizio che accudiva ai vagoni ristoranti (divennero tutti amici ed erano ancora perfetti esemplari di quelle complesse strutture umane di una volta, che davano vita ai “camerieri all’italiana”). Ed agli ultimi vagoni letto che collegavano Genova a Roma; ce n’era ad esempio uno, da Principe, sul quale si saliva verso le undici di sera e che partiva all’una. Negli scotimenti del primo sonno si avvertiva l’avvio ottocentesco del vagone, quell’impagabile rumore di viaggio che era l’istanza sonora delle ferrovie, e ci si risvegliava verso le sette del mattino nel primo frastuono di Termini. Come si vede, un’antica dimestichezza che mi rende vicino a tutti i problemi ferroviari della città. I quali sono soltanto un frammento del complesso meccanismo di decadimento che avvolge la Genova di oggi come una nube tossica. Mi si affacciava questo tema alla mente qualche giorno fa, mentre sfogliavo un libro che appartiene a mia moglie e che è uno di quei lussuosi involucri di fotografie tipici delle banche, quando danno vita ad opere celebrative. In questo caso, in particolare, si tratta di: “Genova come era – 1870-1915”, pubblicato nel 1987 dalla Carige e scritto, cosa inaspettata, da Luciana Frassati. Dico inaspettata perché Luciana Frassati è stata una nobildonna piemontese (nata nel 1902 a Pollone, in provincia di Biella), figlia di quell’Alfredo Frassati che aveva fondato e diretto la Stampa, inizialmente come “Gazzetta Piemontese”, per molti anni, prima di essere costretto a venderla (nel 1926 la comprarono gli Agnelli, tuttora proprietari). Vecchio e fedele giolittiano fu nominato ambasciatore a Berlino e qui sua figlia Luciana, che si era brillantemente laureata in Legge, venne a contatto con un mondo di diplomatici, fra cui trovò anche il marito, l’ambasciatore polacco Jan Gawronsky (Luciana ne ebbe sei figli, fra cui Jas che sarebbe diventato giornalista, deputato e corrispondente della RAI). Perché una importante signora piemontese (sorella di quel Pier Giorgio Frassati, morto a 24 anni e proclamato beato da Giovanni Paolo II) si occupi così tanto di Genova non è chiarito e vi allude solo una brevissima dedica: “In ricordo di Rosetta Doria”, con la scritta “Dalla città del faro accendi il buio della lontananza”. Sfogliare oggi questa straordinaria collezione di fotografie d’epoca (come è specificato nel titolo si va dal 1870 al 1915) fa impressione e per un genovese è addirittura terrorizzante. Ne vien fuori una città di straordinaria vitalità e di raffinata eleganza; una città ingannevolmente ricca (le splendide fotografie raccolte nel libro riguardano un ambiente in larga parte aristocratico o alto-borghese), ma soprattutto in preda ad un esplosivo moto ascensionale. Genova era allora veramente una delle città più importanti del regno, che dettava legge non solo per ciò che riguardava il mondo armatoriale, ma anche quello dei teatri (a Genova ce ne furono sempre molti) e più largamente del giornalismo e della letteratura. Fra i nomi delle persone ritratte vi sono tutti quelli che dettero vita al mito otto-novecentesco di Genova: dai Perrone ai Raggio, con il corredo di nomi altolocati che ne costituirono l’ornamento e la chiave del successo. Gli Ansaldo, i Bombrini, i Boggiano Pico, i Brignole-Sale, i Carrega Balbi di Lucedio, i Cattaneo Adorno, i Centurione Scotto, i D’Invrea, i Durazzo, i Gavotti, i Negrotto-Cambiaso, e via via sino alla “zeta” l’ostensione dei nomi nobiliari della città, a fianco dell’elenco di borghesi ricchi, o che lo sarebbero diventati. Tutti insieme gettavano le basi di una città che era veramente uno dei lati del grande triangolo industriale che stava sconvolgendo l’Italia sabauda e piccina del Risorgimento.
Un mondo potente, che affondava le sue radici in una Genova in fondo assai simile a quella medioevale, anche nei suoi rapporti col mondo. Non ne rimane nulla. Nel giro di meno di un secolo l’abbiamo ridotta ad una cittadina portuale, abituata a vivere dell’aiuto e dell’elemosina di uno stato lontano. Ma com’è successo? Non lo sapremo mai.

Claudio G. FAVA

Luciana Frassati, testimone sconosciuta


(Nella foto qui sopra: Luciana Frassati insieme all'amato fratello Pier Giorgio)


Ho scritto per il “Secolo” un articolo su “Genova com’era – 1870-1915”, splendida antologia di fotografie d’epoca ordinate da Luciana Frassati, stampata originariamente in francese a Losanna nel 1960 con una bella prefazione di Eugenio Montale. L’edizione che posseggo io, a cura della Carige, è stata pubblicata a Genova nel 1987, ed è dedicata ad una Rosetta Doria, non altrimenti identificata, ma evidentemente facente parte della famosa famiglia marchionale. La dedica è firmata per esteso dall’autrice Luciana Frassati Gavronska, perché questa combattiva e intelligente piemontese (nata a Pollone, in provincia di Biella, il 15 Agosto 1902 e ivi morta ultracentenaria il 7 Ottobre 2007) ebbe una lunga carriera giornalistica e paragiornalistica, a proposito della quale la lettura del libro su Genova mi ha istigato ad indagare. Confesso di non aver saputo nulla della Frassati, ma di essere stato estremamente incuriosito, leggendo il suo libro, da una personalità poco comune, di cui pure non avevo mai sentito parlare. Era la terzogenita di Alfredo Frassati e della pittrice Adelaide Ametis. Frassati (nato anch’egli a Pollone il 28 Settembre del 1868 e morto a Torino il 21 Maggio 1961) fu uno di quei protagonisti del giornalismo italiano di cui ad ogni generazione ci si dimentica puntualmente. Figlio di un chirurgo, laureatosi in Giurisprudenza a Torino nel 1890, nel 1894 divenne comproprietario e condirettore de “La Gazzetta Piemontese” che decise di rilanciare, cambiandole il nome in “La Stampa” (il doppio nome venne tuttavia mantenuto per più di vent’anni, fino al 1908). Divenuto nel giro di breve tempo uno dei più famosi quotidiani italiani, “La Stampa” fu nelle mani di Frassati – ne divenne direttore e nel 1902 unico proprietario – uno degli strumenti che aiutarono Giolitti (Frassati venne nominato senatore nel 1913) a mantenere un potere reale sulla vita politica italiana, tant’è vero che alla fine della Grande Guerra, nel 1918, Frassati rifiutò la proposta di far parte di un Governo Giolitti, ma accettò anni dopo di diventare ambasciatore a Berlino. L’uomo politico aveva l’abitudine di rimeritare i suoi fidi promuovendoli ambasciatori, cosa che non usava nella diplomazia italiana dell’epoca. Fece lo stesso con un noto politico ligure, il patrizio Vittorio Rolandi Ricci, che aveva nominato a Washington e che durante il fascismo si era ritirato alla vita politica proprio per fedeltà giolittiana. A maggior ragione, nell’autunno del 1943 fece scalpore la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana, sostenendo egli che noi avevamo stipulato con i tedeschi un trattato di alleanza e che non potevamo pugnalarli alle spalle, passando nel campo opposto (tre dei suoi figli, il più giovane dei quali ha lavorato con me alla RAI, si arruolarono nella Decima Mas “repubblichina”).
All’ombra del padre Alfredo Frassati, Luciana si gettò tranquillamente nel mondo giornalistico ed insieme in quello politico. Laureatasi in legge all’Università di Torino come il padre, conobbe a Berlino e sposò un diplomatico polacco, Jan Gavronski, accreditato prima in Italia e presso il Vaticano, e poi nominato ambasciatore a Vienna dal 1933 al 1938. La sua posizione diede a Luciana Frassati la possibilità di conoscere ad alto livello la società austro-tedesca. Con due passaporti ed una cultura non frequente nelle donne della sua epoca, attraversò l’Europa dell’anteguerra con un’ampiezza di relazioni assolutamente insolita. Fu scrittrice e poetessa, ma anche testimone di un’epoca: il suo “Il destino passa per Varsavia” venne considerato da Renzo De Felice una testimonianza importante per comprendere come si svolse la crisi prebellica. In effetti, ebbe la possibilità di frequentare persone importanti e assai diverse tra di loro: si dice che sia stata buona amica di Alma Mahler, moglie del compositore, di Chaplin, di Wilhelm Furtwängler, di Max Reinhardt, di Arturo Toscanini, di Oskar Kokoschka. Tutto un mondo politico del tempo ebbe per lei un occhio di riguardo. Frequentò Von Papen, Ciano, Grandi, Giolitti protettore di suo padre, ma anche lo stesso Mussolini (che in genere non faceva granché caso alle donne come interlocutrici politiche e intellettuali) e il cancelliere Engelbert Dolfuss, detto “Millimetternich”, il quale impedì finché gli fu possibile l’annessione dell’Austria ad opera della Germania, e che poi fu ucciso dai nazisti. Al tempo stesso, riuscì molto attiva nella parte di moglie. Ebbe addirittura sette figli, di cui uno, Pier Giorgio, si chiamava come l’amatissimo fratello di Luciana, morto a 24 anni in odore di santità, che anch’egli scomparve ancora bambino. Ma gli altri figli, Jas, Nella, Wanda, Alfredo, Giovanna, Maria Grazia, le diedero quattordici nipoti. In particolare va ricordato Jas, giornalista e politico che gli italiani hanno conosciuto durante la sua lunga parabola RAI. La guerra venne affrontata da Luciana Frassati con sorridente aggressività. Alla caduta dell’Austria lei e suo marito lasciarono Vienna e tornarono a Varsavia, sino a quando la Polonia fu invasa dai tedeschi. La qualità delle sue relazioni, il rango diplomatico, perfino la buona conoscenza con Benito Mussolini, le consentirono una attività che pochi avrebbero potuto svolgere con la stessa intensità. Viaggiando tra Varsavia, Cracovia, Berlino e Roma, riuscì a portare in salvo opere d’arte e documenti ed a procurarsi centinaia di lasciapassare che permisero di far espatriare decine di famiglie polacche. Spacciò come sua bambinaia e la portò in salvo, la moglie del generale Sikorski, divenuto poi il capo del Governo Polacco in esilio e morto durante la guerra in circostanze misteriose nei pressi di Gibilterra. Sembra anche che riuscì a convincere Mussolini a darsi da fare per ottenere la liberazione di un centinaio di professori dell’Università di Cracovia. Come si vede, affrontò durante quegli anni terribili una serie di straordinarie prove in cui testimoniò di un coraggio e di una avvedutezza propri solo dei grandi eroi della Resistenza. Fino ai giorni nostri, Luciana Frassati, che si occupò profondamente del fratello Pier Giorgio e della sua memoria, continuò ad interessarsi del mondo coltivando la poesia e la memorialistica. Dal 1947 al 1987 pubblicò una ventina di libri diversi, che comprendevano poesie, testimonianze religiose, rievocazioni del passato (a fianco di “Genova com’era”, che ho già citato, ci furono anche nel ’58 “Torino com’era”, con prefazione di Mario Soldati) e, più largamente, testimonianze d’ogni sorta. Si pensi a “Un uomo un giornale” in sei volumi con introduzione di Gabriele De Rosa, pubblicato a Roma dal 1978 al 1982, grande omaggio alla figura del padre. Questi, dopo essere stato costretto a cedere “La Stampa”, disegnò per sé una nuova carriera e dopo il 1930 divenne presidente della società Italgas. Nel dopoguerra fu membro della Consulta Nazionale e fu nominato senatore di diritto della Repubblica nella prima legislatura (1948-1953). In quanto a Luciana, sembra che non abbia mai rinunciato a prendere note ed appunti per un libro purtroppo incompiuto, “Il mio secolo”, in cui voleva rendere giustizia ad alcuni personaggi. In primis Umberto di Savoia: “Era un grand’uomo” – diceva Luciana – “La storia e tutti lo hanno sottostimato. Avversò Mussolini e simpatizzò per la Resistenza”. Non sappiamo che cosa pensasse dei suoi discendenti ma non è difficile immaginarlo.
I legami con la Polonia durarono sino all’ultimo. Nel 1990 un polacco famoso, Giovanni Paolo II, ha riconosciuto le elette virtù morali di Pier Giorgio Frassati e lo ha proclamato beato. Nel 1993 Lech Wauensa, allora Presidente della Repubblica, insignì Luciana Frassati di una delle più importanti decorazioni del suo paese. Gli italiani non se ne accorsero e io stesso ci ho messo decenni a capirlo.


Claudio G. FAVA

29 gennaio 2010

Nella Svizzera francese sottovalutano la 'Ndrangheta


Ieri ho sentito il telegiornale della TSR, la televisione della Svizzera francese, che io raccomando a tutti perché ha una scelta varietà di argomenti, da cui sono in parte assenti gli episodi più terrorizzanti di cronaca nera, i quali costituiscono ormai i temi di fondo dei nostri TG. L’altro giorno una volenterosa annunciatrice dava notizie del Consiglio dei Ministri indetto da Berlusconi in Calabria, e in particolare delle novità a proposito della malavita organizzata esplicitamente menzionata dai verbali. Lo scrupolo della giornalista giunse a citare, parlando delle organizzazioni di stampo mafioso che purtroppo prosperano nel nostro Sud, la calabrese ‘Ndrangheta. La quale però, per un errore decisivo, veniva pronunziata ‘Ndranghéta, con l’accento sulla “e”, cambiando fondamentalmente le cose. È chiaro che la ‘Ndrangheta, detto in originale, rivela fin dall’inizio della parola un suono minaccioso, che risulta significativamente esplosivo alle orecchie di un italiano del Nord. Mentre invece la parola ‘Ndranghéta, così come era evocata dalla signora svizzera, ha un tono bonario, vagamente veneto (dranghéta, la “n” scompariva quasi), e semmai sembrava il titolo di una commedia dialettale di Angelo Musco. Non so quanti spettatori svizzeri-francesi la conoscano, ma è certo che ogni sapore di terribilità così scompare e rimane al massimo una notazione in una lingua straniera e poco familiare. Infatti, a giudicare dai frammenti di telegiornale ticinese utilizzati in Svizzera romanda, mentre in genere gli svizzeri tedeschi se parlano in “schwitzerdutch” – ma molti sanno il francese - sono sistematicamente doppiati, gli svizzeri italiani hanno la cortesia di rispondere direttamente nella lingua dell’interrogante, idioma che tutti più o meno padroneggiano largamente.
Le lingue sono fondamentali nei telegiornali, ed a maggior ragione i dialetti. Mi auguro che nelle redazioni della TSR questa piccola lezione venga scrupolosamente appresa. Ed io non sia più costretto in futuro a tapparmi le orecchie con le mani.
Claudio G. FAVA

Allenatori, un mondo a parte: da Pozzo a Mou, filosofia da mister - Racconto di Claudio G. FAVA

Ogni epoca ha i suoi miti, a volte anche solo marginali. Si pensi, con l’andar dei tempi, a figure come gli agenti segreti alla 007, gli stilisti di moda, gli scienziati nucleari, le veline, eccetera. Fra i miti più forti di oggi c’è sicuramente quello degli allenatori di calcio. Dei più forti ma anche dei più discussi, visto che uno dei motivi dell’interesse della stampa nei loro confronti consiste nel sapere se verranno o no silurati al più presto. In un mondo fortemente sindacalizzato, dove il “miracolo” della cassa integrazione è invocato continuamente a destra e a sinistra, l’unico contesto nel quale il suddetto “miracolo” non viene invocato è proprio quello degli allenatori. In genere ricevono contratti con scadenze di tre o quattro anni per essere mandati via a due mesi dalla firma, in modo che la stampa possa formulare ipotesi sugli indennizzi che riceveranno (ammesso che li ricevano). Il fatto che sia un mestiere ben pagato ma estremamente fragile nei suoi risvolti contrattuali è ammesso dagli stessi allenatori che ne parlano con una sorta di torbido orgoglio professionale (“Il calcio è così! Lo sanno tutti! Se uno perde rischia il posto!”). In effetti, è più facile licenziare un allenatore singolo che una squadra formata da 20, 25 giocatori, con il groviglio dei problemi che un’epurazione del genere implicherebbe.
Qualche mese fa il “Sole 24 Ore”, quotidiano sempre ricco di invenzioni grandi e piccole, pubblicò un riepilogo degli stipendi degli allenatori italiani, in ordine crescente di grandezza: mi ricordo che uno di quelli che guadagnavano meno era sicuramente “Gennarino” Ruotolo, in passato bandiera del Genoa e giunto al Livorno per via, suppongo, della presidenza Spinelli. Non feci a tempo a ritagliare il frammento di giornale che Ruotolo era già stato mandato via. Il che capitò alla metà dei suoi colleghi citati in quell’elenco, attendibile ma cadùca, come in genere non accade con le statistiche del “Sole 24 Ore”. Ho pertanto cercato di capire quale sia la “moralità” di un lavoro enigmatico e misterioso. Quando io ero bambino il mito dell’allenatore esisteva ma in modo estremamente ridotto rispetto ad oggi. C’erano alcune grandi figure di commissari tecnici, come ad esempio Vittorio Pozzo, anzi il commendator Vittorio Pozzo, che vinceva i campionati del mondo, parlava diverse lingue, fra lo stupore dei suoi calciatori che conoscevano solo il friulano o il milanese, e prima della partita faceva cantare gli inni della patria. Un’altra figura più locale, che si svolse a Napoli ed a Genova, fu quella dell’inglese Garbutt, un’icona genoana che io ho visto allenare al Ferraris. E qualche figura equivalente esisteva anche all’estero, da dove spesso gli ungheresi venivano importati per la loro naturale maestria nel controllo del pallone. Ma, in linea di massima, il mito dell’allenatore era confinato nei limiti di una retorica nazionale scarsamente ricca di esempi. Tipico risvolto italiano fu l’anglicizzazione automatica di un mestiere che inizialmente fu appannaggio di ex calciatori inglesi. Per cui, ancora oggi, l’allenatore in Italia è universalmente chiamato “mister”, parola che non si capisce bene se i nostri calciatori pronunciano perché sono poliglotti o perché ritengono che l’appellativo sia una regola ferrea per indicare la professione. Come ad esempio chiamare “reverendo” un prete.
Quel che colpisce di più nella sacralità odierna dell’allenatore è la tonalità spaventata dei commenti sul loro lavoro. Sicché non si capisce bene quali sono le loro competenze, visto che in molti casi si dà per scontato che egli cambi completamente il modo di giocare di una squadra (si veda Gasperini le cui tecniche di addestramento sono valutate con lo stesso vocabolario che connota, faccio per dire, i progettisti di automobili da corsa o gli architetti). Per far cenno degli allenatori che in questo scorcio di campionato sono sopravvissuti alle “purghe” periodiche, non è rarissimo che un allenatore venga mandato via clamorosamente per essere poi richiamato poco tempo dopo: si veda l’esempio del Torino del presidente Cairo, oppure, in un versante diverso, del Palermo di Zamparini, altro specialista dei licenziamenti in corso d’opera. Guardando gli allenatori ora alla ribalta, si noterà che il carattere romanzesco del loro lavoro è ribadito dalla complessità delle loro caratteristiche fisiche. Si prenda il caso di Ballardini, da non molto tempo allenatore della Lazio, il quale è un personaggio apertamente post-bergmaniano. Il cupo atteggiamento del volto, esaltato da una calotta di lana che si direbbe venga dal Nord della Svezia, concede a ciascuno dei suoi interventi in video una calcolata tristezza apparentemente scaturita da una delle scene minori de “Il settimo sigillo”. Un altro personaggio, attualmente fortunato allenatore del Bari, Giampiero Ventura, è un genovese sul cui viso un suo concittadino come me legge senza esitazioni le modalità liguri della sua massima partecipazione emotiva. Se le cose in campo vanno bene, la sua espressione sembra dire: “Speremmu ben”; se c’è qualche intoppo la bocca gli si abbassa e il sapore generale dell’immagine equivale a: “Saviò! Maniman cuscì finimmu in Paviann-a”. Un terzo allenatore, un romano finito ora alla Roma, Claudio Ranieri, possiede tratti rivelatori ma contraddittori: da un lato vorrebbe gioire con ingenua felicità capitolina, dall’altro il suo volto si controlla da solo, perché ha allenato in Spagna, in Inghilterra, ed a Torino; tutti luoghi dove le mutevolezze delle facce sono pesantemente condizionate da rigide impostazioni locali. Potrei continuare all’infinito con quasi tutti gli allenatori attualmente in servizio. Per brevità mi limiterò a chiudere con quegli che è sicuramente il torvo trionfatore della notorietà di categoria, e cioè José Mourinho. Il suo compenso è altissimo, così forte che supera di parecchi milioni quello dei suoi colleghi più fortunati. Egualmente altissima è l’attenzione con cui la stampa italiana analizza furiosamente ogni parola da lui pronunciata, anche in dialetto. Si pensi alla sua autopresentazione quando, da poco arrivato a Milano, disse “Non sono un pirla!”. La voluttà con la quale bofonchia la nostra lingua, quasi sempre senza commettere errori, resta una delle prerogative maggiori di un personaggio che anche sull’idioma ha costruito la sua mitologia. Probabilmente è il portoghese che ha maggior peso nella storia attuale dell’Europa, da quando è scomparso Antònio de Oliveira Salazar, che però rimase al potere quasi quarant’anni (dal 1932 al 1968). Com’è noto il suo desiderio è quello di tornare ad allenare in Inghilterra, dove fu al Chelsea, attualmente nelle mani di un italiano, Ancelotti (un altro italiano famoso è Mancini al Manchester City). Questo amore per la Gran Bretagna colloca Morinho nella più radicata tradizione filo-inglese tipica della cultura portoghese. Dove nacque un proverbio che io imparai leggendo una biografia di Wellington e che dice testualmente: “Cum todo o mondo guerra, paz cum Inglaterra”.
Claudio G. FAVA


(Da "Il Secolo XIX" del 21 Gennaio 2010)

7 gennaio 2010

LA SOLITUDINE DEL GIORNALISTA DI FONDO

E' uscito finalmente il numero 59-60 di Maggio-Dicembre 2009 de "La Riviera Ligure", quaderno quadrimestrale della fondazione Mario Novaro, in onore di Mauro Manciotti. La pubblicazione contiene testimonianze di amici e di persone che l'hanno conosciuto bene professionalmente. E cioé: Guido Arato, Eugenio Bonaccorsi, Tonino Conte, Giorgio Gallione, Paolo Lingua, Giorgio Lombardi, Franco Manzitti, Vito Molinari, Piero Pruzzo, Carlo Repetti, Carlo Rognoni, Umberto Rossi, Margherita Rubino, Marco Sciaccaluga, Bruno Torri e Aldo Viganò. Inoltre un'ampia antologia di testi critici di Mauro Manciotti ed una bio-bibliografia. Infine la parte più ampia del testo, e cioè quello da me scritto e intitolato "La solitudine del giornalista di fondo". Poichè si tratta di ben 21.439 battute ed inoltre il mio contributo, come quello di tutti gli altri collaboratori ha avuto carattere gratuito, per celebrare un vecchio amico ho deciso di ripubblicarlo qui facendo presente che i quaderni de "La Riviera Ligure" sono riservati agli "amici" con delle quote annuali di 24 oppure 50 €. Si possono chiedere informazioni allo 010/553.03.19.
Lo frequentavo da più di mezzo secolo, l’ho incontrato in oltre 50 anni centinaia, forse migliaia di volte, abbiamo parlato di tutto, di calcio, di politica, di pallanuoto (Mauro era un vecchio praticante ed un appassionato), di cinema, di letteratura, di teatro, di curiosità del dialetto genovese – Mauro era di origine pisana ma ormai possedeva molto bene il vernacolo - di jazz, di cui lui era un appassionato cultore (fu uno dei fondatori del “Hot Club Genova”) e di mille altre cose. Eppure non potrei dire in tutta sincerità di averlo conosciuto bene. Una delle sue caratteristiche era un’estrema mutevolezza di fondo, per cui molti stentavano a disegnarne un ritratto completamente attendibile. Una cosa che si poteva dire di lui con sicurezza era che Mauro era un giornalista. Vale a dire che era fatto per lavorare in un giornale. Ne aveva la capacità di improvvisazione, la fulmineità delle reazioni, la possibilità di concentrarsi da un momento all’altro su un tema dato di svolgerlo e di esaurirlo in poche cartelle. Non possedeva soltanto la specializzazione del critico ma quando era ispirato poteva cimentarsi con tutto, dall’ elzeviro al pezzo strettamente sportivo. Questo talento nel lavoro breve e immediato contrastava poi nel fondo con una sua curiosa ma comprensibile aspirazione. Che era invece quella di dedicarsi alla pienezza ed alla totalità di una carriera di studioso, di esegeta di letteratura del passato, magari concentrato su un argomento minuto e antico su cui piombare con la spietatezza maniacale dello specialista, un po’ come il suo (e in parte anche mio) vecchio e geniale amico Salvatore Rotta, arguto e sbeffeggiante nella pratica di tutti i giorni, ma torvamente competente nelle ricerche erudite. Non dimentichiamo che fu a Lettere uno degli allievi migliori di Walter Binni (qui si legò con solida amicizia con Franco Croce). In certo senso avrebbe voluto essere come il cattedratico , e invece aveva ricevuto in dono la frivola ma geniale capacità di improvvisazione dell’uomo da giornale. Pur differentissimo, credo (ma entrambi erano cultori della buona tavola) nella struttura mentale e nella pratica di tutti i giorni, aveva qualcosa in comune con un personaggio in apparenza del tutto dissimile.
E cioè Orio Vergani, di cui mi aveva sempre colpito la favolosa capacità di “scrittura automatica”che gli consentiva di alternare temi e soggetti nel corso di una lunga giornata di lavoro, ma anche quella di allineare (lui rigorosamente a mano, mentre io appartenevo già alla generazione della Olivetti) migliaia di righe. Mauro era, se necessario, “bifido” ma tendenzialmente, finché gli fu possibile, scriveva a mano anche lui, come i vecchi, nonostante fossimo praticamente coetanei (aveva un anno di più). Senza una rettifica, senza un’incertezza, senza quel lavorio di correzione e di rielaborazione della pagina che molto spesso fu un segreto dei grandi, ma che nelle macchine da redazione, come Orio (e Mauro), presupponeva invece uno sconfinato automatismo. Com’è noto Vergani, ricevuta la richiesta di un articolo, prendeva una risma di fogli di carta, estraeva la stilografica e cominciava ad allineare quietamente parole su parole, come – fu lui stesso a dirlo – se una voce gliel’avesse meccanicamente sussurrate all’orecchio. Via via che il tempo passava, le parole sulla carta si allargavano come in un grande, leggibile graffito, e alla fine in tipografia, al “Corriere della sera”, esisteva un solo linotipista in grado di interpretare il testo. Ma al di là di questi particolari tecnici, i creativi dati di fondo erano gli stessi. Mi conferma Aldo Viganò che nel 1974, e dunque in epoca “storica”, quando egli iniziò a collaborare col “Secolo XIX”, Mauro si ostinava ancora a scrivere a mano, attirandosi le proteste di Bruno De Ceresa; fratello di Ferruccio e mio collega negli anni ‘50 alla “Gazzetta del lunedì”. Mauro ribatteva facendo osservare che i tipografi capivano anche i manoscritti e che lui, pur scrivendo a mano, era perfettamente in grado di misurare gli spazi, come accadeva nelle vecchie redazioni e nelle tipografie di una volta. Con una precisa limitazione: Mauro aveva la prontezza e la reazione ma anche la brevità di respiro, misurabili a cartelle, come usava allora (e quindi non valutabile in battute, in un passato anteriore a quella dei computer). Anche in questo, forse ancor più di Vergani, era un vero giornalista d’epoca: esaurito il suo compito, si svuotava bruscamente. Poteva dedicarsi ad abbozzare un titolo ed un sommario, ma la sua autentica capacità di concentrazione tendeva ad esaurirsi in breve. Va detto che le sue reali capacità professionali erano molto notevoli e lo avvicinavano ad un glorioso passato di redattori “d’antan”, abituati ad improvvisare impaginando sul bancone stesso della tipografia, fra righe di piombo ripudiate, bozze macchiate ed il ticchettio lontano ma decisivo delle linotype. Queste erano dunque alcune delle caratteristiche di fondo di Mauro. Ma non tutte, e forse neppure le principali. Cosa difficile da stabilire data la vertiginosa elusività di fondo dei suoi talenti e dei suoi difetti.
E’ necessario ricostruire minimamente una parte della carriera giornalistica di Mauro la quale si svolse largamente, ma non esclusivamente, al “Secolo XIX”. Che non era il Secolo di oggi ma quello di ieri. Aveva la sede in un palazzo imponente ma sbriciolato di Piazza De Ferrari, nella cui ombrosa redazione si udiva, senza riuscire a collocarlo esattamente, il frinire ticchettante delle linotype, le macchine che hanno accompagnato in tutto il mondo, dall’inizio alla fine della carriera, intere generazioni di giornalisti. L’interno della redazione era sicuramente meno smagliante di quello di oggi, ma la collocazione era inarrivabile. Il palazzo (mi pare che adesso ci sia una banca) si affacciava direttamente sulla piazza, stabilendo un contatto autorevole e quasi fisico colla cittadinanza, e quindi con i lettori. Era il Secolo, per anni chiamato convenzionalmente “di Cavassa”, combattivo giornalista sanremese che ne fu direttore per più di 20 anni (dal 1945 al 1968) garantendo un misto di patriottismo dei tempi del Piave e di buon senso ligure .Poi, dal 1968 al 1973 venne in parte smentito dalla raffinata direzione britannico-progressista di Piero Ottone, il quale inaugurò una lunga serie di direttori (a tutt’oggi sono 10 ed è imminente, mentre scrivo queste righe, l’arrivo dell’undicesimo). Il Secolo di Cavassa aveva alcuni punti fermi, fra cui quello delle rubriche di critica cinematografica, di critica teatrale e di critica musicale, tutte affidate ad un solo giornalista (credo fosse l’unico caso in Italia) anch’egli a suo modo una istituzione del giornale. Si chiamava Carlo Marcello Rietmann (1905 – 1981), di una famiglia siciliana genovesizzata che però all’origine veniva dalla Svizzera. Era una persona squisita, molto rispettata dai tipografi (che avevano una grande opinione “do sciô Ritma”) il quale si barcamenava abilmente fra tutti i suoi incarichi redazionali. Per anni Mauro fu il suo “vice”- come si diceva ai nostri tempi – alimentando senza volere una certa confusione fra i lettori. Infatti, quando siglava gli articoli - si usava così per le recensioni medie - scriveva “man.”, evidentemente l’iniziale di Manciotti, ma nel mondo genovese dell’esercizio cinematografico, ben più esteso di quello di oggi, molti lo interpretavano come se fosse la sigla di Rietmann (cosa assurda, visto che nel cognome di questi le “n” erano due, aumentando se mai la confusione). Formalmente i rapporti tra i due erano ottimi (“il mio vice è professore” diceva orgogliosamente Marcello) ma è chiaro che una certa insofferenza si avvertiva nell’animo di uno specialista, quale in fondo era Mauro, nei confronti di uno scorrevole “dilettante” di buona famiglia e di ottima formazione redazionale (vecchio professionista, autore di almeno 3 raccolte di novelle e di 9 testi teatrali). Uno dei motivi che hanno rallentato il rapporto di Mauro con la critica cinematografica del quotidiano fu senza dubbio la presenza di un educatissimo titolare di rubrica, che non si capiva bene quali interessi coltivasse maggiormente. Un altro motivo era sicuramente la propensione di Mauro per il teatro. Del cinefilo d’epoca gli mancava in parte la dimensione “cineclubistica” che segnò in modo indelebile tutta una generazione a cui ho appartenuto anch’io , anche se giovanissimo gli capitò al “Lavoro”, prima di passare al “Secolo”, di fare il vice di Cicciarelli, che se ne era andato a Monterosso in un’estate spaventosa di “prime” fondamentali, a cominciare da “Quarto Potere”, di Orson Welles. Ma in particolare si avvertiva in lui una istintiva adesione ad una liturgia della scena che aveva delle sue regole e delle sue scadenze (si pensi alla voce “dal vivo”) troppo diverse da quelle del cinema. La scena Mauro l‘aveva anche praticata – io me lo ricordo, con i suoi esplosivi capelli rossi e la sua irruenza da ex pallanuotista, al “Pirandello”di Piazza Tommaseo ne “Il Ciambellone”, stralunato copione di Achille Campanile – ricavandone una complicità mai smentita con attori e registi . Il suo rapporto con il teatro rimase al giornale per alcuni anni appunto ombreggiato dalla presenza del titolare Rietmann; ma quando se ne svincolò il vero talento di Mauro ebbe più di un’occasione di esplicarsi. Quando voleva, e se voleva, soprattutto sul teatro, Mauro scriveva molto bene ed era uno dei migliori d’Italia. Venivano fuori la passione specifica dello specialista e insieme la sua qualità di letterato alle prese con una pagina che lo interessava veramente. Qui, quelle qualità immediate e fulminanti di giornalista (ovviamente, di ottimo giornalista) a cui ho fatto cenno prima balzavano fuori con l’immediatezza e l’eleganza che a volte si trovano in certi quotidiani nonostante la naturale fragilità e la vocazione morente che è propria dei giornali, destinati a corrompersi ed a scomparire, poche ore, se non pochi minuti, dopo essere stati eruttati dalle rotative. Erano in lui i segni di una vocazione profonda che rimasero vivi sino alla fine. Bisogna avere il coraggio di dire che negli ultimi tempi, a causa del decadere fisico, si erano lievemente attutite in Mauro alcune delle caratteristiche migliori che avevano dato origine alla profonda fascinazione che esercitò per anni sugli amici: la scioltezza del dire, l’automatismo del vocabolario, la fulmineità dell’interruzione. Chi lo ricorda negli ultimi tempi alla “Stanza del Cinema” sa di che cosa parlo ed a che cosa alludo. Ma il gusto dello scrivere di teatro gli era rimasto per fortuna dentro e lo dimostrò quando, ormai pensionato e negli ultimi anni della professione, gli venne affidata la rubrica nel “Lavoro” e cioè l’edizione locale de “La Repubblica”. Lì ritrovammo il Mauro di una volta: la sicurezza del giudizio, la tempestività delle citazioni, il naturale spazio di indagine critica che faceva parte della sua più intima vocazione mentale. E per molti di noi, vecchi amici, fu un momento di profonda soddisfazione. A dimostrazione del fatto che, al di là dei suoi disordinati impegni vitali, Mauro era un animale di scrittura. E che, proprio scrivendo, riscopriva l’intensità di una vocazione altrimenti nascosta e in qualche modo posta ai margini da criteri tempestosi nel condurre la propria esistenza.
Ci sono altre caratteristiche che danno vita al complicato tassello in cui si articolava la personalità di Mauro. Ad esempio la sua spettacolosa capacità manovriera nell’articolare complicati rapporti personali e “politici” all’interno di questo o quello schieramento umano e professionale. Spesso ne abbiamo parlato con vecchi amici (ad esempio Piero Pruzzo) quando tornavamo da uno di quegli incontri “sindacali” tipici di ogni organismo collettivo e quindi anche della vita pubblica del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (non sembra ma ha quasi quarant’anni, visto che partecipai alla sua fondazione nella primavera del 1970 a Perugia). In diverse occasioni Mauro dette prova di quella capacità di saldare rapporti e interessi, a volte complessi e spesso contrapposti, che sono tipici di chi sostiene attività appunto di tipo politico all’interno di enti e di schieramenti. Soltanto uno, nel giro dei critici cinematografici, possedeva la stessa scaltra capacità, e cioè Lino Miccichè, che non a caso fu un presidente di largo potere all’interno del sindacato e, una volta divenuto professore universitario, esercitò poi una considerevole influenza nell’assegnazione delle cattedre di Storia del Cinema. Difatti il rapporto tra lui e Mauro fu simile a quello che si instaura all’interno dello stesso partito fra politici concorrenti, esponenti di cordate diverse. Tante volte è accaduto a me e a Piero di assistere ad una parte finale di un congresso del sindacato, in cui Mauro all’ultimo scompariva e tutti i giochi sembravano schierarsi a favore di altri. E poi nell’ultimo quarto d’ora, quando di Mauro s’erano perse notizie e sembrava tagliato fuori da tutto, eccolo apparire subitamente con in tasca una inattesa soluzione globale (magari frutto di un incontro con Miccichè). Non è un caso che, esercitando le stesse capacità manovriere all’interno della Federazione della Stampa, egli riuscì a far considerare l’attività dei critici cinematografici frutto di un Gruppo di Specializzazione, con tutte le fruttuose ricadute sindacali che la denominazione implicava. Sarà opportuno ricordare che la mia dimestichezza con Mauro abbracciò buona parte della sua e della mia vita professionale, anche se non ho in comune con lui il periodo universitario (come sua moglie Gabriella ho fatto legge). Cominciai ad avere rapporti regolari con Mauro a metà degli anni 50, quando iniziai a interessarmi fattivamente del cosiddetto “Cineforum dell’Arecco” guidato con tempestosa saltuarietà ma anche con indubbie capacità di invenzione da quel curioso personaggio, allora gesuita, che fu Padre Angelo Arpa. La disorganizzazione era tale che non veniva nemmeno creato un comunicato stampa per informare i soci (erano centinaia) del titolo del film prescelto per la proiezione settimanale. Fui io che cominciai a telefonare sistematicamente in redazione a Mauro per comunicare appunto i dati della proiezione. E da questa minima abitudine (noi ci conoscevamo già da tempo) nacque una sorta di dimestichezza che doveva rassodarsi nel 1958 quando diventai il critico cinematografico del Corriere Mercantile. Le regole non scritte ma vive all’epoca esigevano che film in prima visione venissero recensiti con puntualità dai quotidiani locali (oltre al Secolo ed al Mercantile, mi limiterò a ricordare l’allora autorevole Lavoro ed il Nuovo Cittadino), ma, forse ancor più di oggi, già allora apparire sul Secolo era fondamentale nella vita quotidiana dei genovesi. E debbo dire che Mauro si dette da fare ogni settimana per pubblicare il titolo del film, spesso assolutamente ignoto nelle sue implicazioni ai soci del Cineforum i quali costituivano un compatto troncone medio-alto borghese tipico della Genova degli anni 50. L’esercitare lo stesso “mestiere” (naturalmente Mauro recensiva i film che non venivano scelti da Rietmann) rese più regolari e naturali le frequentazioni quotidiane, al punto che non molti anni dopo insieme ad un terzo amico, Giovanni (detto “Nanni”) Cattanei, demmo vita ad una rivista intitolata “Teatro e Cinema” di cui uscirono pochi numeri, ma che qualche appassionato ricorda ancora. Fu da quegli anni che la dimestichezza quotidiana con Mauro finì poi con l’acuirsi quando, divenuto titolare della rubrica sul Secolo, cominciò a muoversi per seguire, con una fastosità allora normale non solo nei grandi quotidiani nazionali, ma anche nei giornali regionali di peso, i vari appuntamenti cinematografici allora esistenti. Non soltanto Venezia e Cannes, ma anche iniziative nuove: mi limiterò a ricordare il Festival di Pesaro nato civettuolo e nobiliare nel 1965 per diventare poi nel giro di pochi anni un radicato appuntamento “gauchiste” per cinefili di varia natura. Per non parlare di altre manifestazioni in qualche modo similari ma diverse, come il Festival di Taormina, già negli anni ’60 salutato da un concorso popolare impressionante (una volta fummo letteralmente travolti dalle migliaia di persone accorse dall’entroterra per vedere da vicino Amedeo Nazzari). Proprio a Taormina fui testimone del leggendario amor di cibo che in Mauro si saldava all’amor di alcol: mi ricordo, a mezzanotte passata, in uno dei più civettuoli ristoranti (di un luogo che era tutto civettuolo e poteva vantare un turismo secolare) un assalto a mano armata condotto da Mauro contro un grande piatto di pasta con le sarde, a testimonianza di un mai nascosto debole gastronomico. Tutto il mio passato di “viaggiatore cinematografico” è intessuto di piccoli e grandi ricordi di Mauro, sempre a portata di mano e sempre in qualche modo vicino e misterioso. Mi ricordo, ad esempio, al Lido di Venezia le apparizioni e le scomparse di Mauro, che credo condividesse con uno scelto gruppetto di colleghi ed amici (fra di essi “Vanni” Grazzini del “Corriere”e il genovesissimo “Pupi” Guglielmino, approdato da anni all’ancora autorevole “Gazzetta del Popolo” di Torino, amico giovanile di teatro, ahimè entrambi scomparsi da anni) il gusto di appuntamenti notturni per appassionate partite a poker, come giornalisti d’altri tempi. C’era in tutti una passione antica per il mestiere, che prevedeva appunto il visionamento dei film, le ore di lavoro alla macchina da scrivere per spedire in tempo il pezzo al giornale (era l’epoca in cui si dovevano consegnare i testi a “Radiostampa”, con i suoi dattilografi sfiniti, intenti furiosamente a battere nel cuore della notte). E poi l’incontro amichevole con le carte in mano, come in una novella di Hemingway.
Più evoco particolari minimi, più mi assale il ricordo di Mauro. Sempre pilotato dalla silenziosa gentilezza di Gabriella, cui era legato da un antichissimo rapporto, al punto che egli si vantava di averle insegnato, ancora adolescente, a nuotare. I rapporti di Mauro con il mare, le spiagge, il gergo dei marinai e, più largamente, con una mitologia dell’acqua che scavava indietro nel passato. Fu appunto Mauro a farmi rilevare che i pallanuotisti nuotavano in modo diverso dagli altri sportivi, in modo da tenere la palla “in mezzo” alle braccia, dovendo essi muoversi e al tempo stesso sospingerla, con una sorta di obbligata schiavitù che formava una delle tante fascinazioni di uno sport faticosissimo a cui Mauro era profondamente legato. Le sue rievocazioni del “caimano” Eraldo Pizzo acquistavano ogni volta un tempestoso carattere romanzesco, a testimonianza di una collocazione senza pari di quegli che fu forse il più celebre pallanuotista italiano.
Del resto tutta la pubblicistica sportiva aveva in Mauro un intenditore che raddoppiava l’attenzione filologica del linguista unendola a quella vigile dell’appassionato. Mi ricordo delle risate che abbiamo fatto leggendo brani interi di giornalismo specializzato che, in tutte le lingue, e particolarmente in quelle neolatine, si carica spesso di una rabbiosa goffaggine di lessico e di toni. C’era in noi un gusto dello scrivere, nostro e altrui, che in fondo era una delle motivazioni per cui praticavamo un lavoro che di parole viveva e, soprattutto, che di parole moriva. Fare il giornalista in un quotidiano implica un’attenzione continua e senza falle, con la triste consapevolezza di chi sa che una pagina, per quanto curata e impeccabile, nel giro di poche ore è un pezzo di carta arrotolato nei rigagnoli.
In Mauro c’era questa consapevolezza e mille altre consapevolezze. Ma tutte all’insegna di una devozione al lavoro che poteva essere in apparenza smentita da impennate e da ironie, ma che tuttavia risentiva di una passione antica. Quella che portò un grande giornalista dimenticato, Paolo Monelli, ad intitolare “Questo mestieraccio” un’antologia di brani e di ricordi del mestiere. In questo senso Mauro si inseriva degnamente nella celebrazione di un lavoro che affondava le radici in una tradizione secolare smagliante ma fragile. Non è un caso che la lezione di Mauro , pur con i suoi difetti caratteriali, resti esemplare nella storia del giornalismo italiano, e genovese in particolare, una storia dominata da alcuni personaggi come lui. Destinati a dar lezione ai colleghi ed a contrassegnare un intero periodo, ma anche ad essere rapidamente dimenticati, con una crudeltà che fa del prodotto giornalistico uno dei frutti più delicati di una grande passione collettiva.
Forse la fragilità di quel che si lascia in eredità è un simbolo della fragilità stessa della professione. A cui tutti, in certo modo, paghiamo un rude tributo. Sappiamo che, in linea di massima, poco rimane, soprattutto se scritto su quotidiani di provincia, ma al tempo stesso gioiosamente ci illudiamo di dar vita a parole definitive che serviranno per ammaestrare i posteri. Questi sono i limiti di tutti e quindi anche della prosa di Mauro. Sono sicuro che una paziente rilettura dei suoi scritti (forse questa stessa pubblicazione può articolarsi in questo modo) potrebbe dare origine a più di una piacevole sorpresa. Questo non stupirebbe chi gli è stato vicino nel lavorio frenetico e disordinato di tutti i giorni e di tutti i giornali.
E’ al tempo stesso un desiderio e un augurio dettato da un affetto profondo.
Claudio G. Fava

29 dicembre 2009

Per piacere, intercettate! - Mario Sconcerti - audio

Ormai Mario Sconcerti non è più soltanto una firma prevalente delle pagine sportive de "Il Corriere della Sera", ma insieme a Ilaria D'Amico e Massimo Mauro, è anche l'animatore dell'appuntamento calcistico domenicale che i tre conducono su Sky, e che ha ormai un vasto pubblico. Mi è parso interessante recuperare telefonicamente il personaggio, il quale mi ha concesso una lunga ed appassionata intervista, perfino un po' più lunga di quella rilasciatami da Claudio Bisio. E ricca di notazioni d'ogni genere sul suo articolato cammino giornalistico nonché di molte sue affettuose considerazioni su Genova, città nella quale ha diretto per circa tre anni il "Secolo XIX". Non gli ho chiesto come si evolverà nelle prossime puntate la rubrica su Sky, visto che la D'Amico è in stato interessante e ne ha parlato apertamente l'ultima volta che è apparsa. Aspettiamo notizie.

28 dicembre 2009

A volte ritorno

In questi ultimi tempi non sono stato bene di salute (per ora non darò altri particolari) e, inoltre, con l'aiuto determinante di Chiara ho consegnato all'editore Scapolla ("Le Mani") le bozze definitive di un libro sul cinema di guerra che dovrà apparire entro Maggio prossimo. Infatti, da quest'anno, "Le Mani" hanno ottenuto la fondamentale distribuzione delle "Messaggerie". E queste ultime su ogni libro nuovo esigono tre mesi di tempo, per potere controllare con le librerie quante copie di esso possano essere richieste, in funzione dei presumibili desideri dei lettori.
Adesso, più o meno, ritorno a tempo pieno ad occuparmi del Blog. In attesa di apporti ben più definitivi, ho intanto corretto un mio precedente articolo intitolato "Uno Zelig genovese". Per errore in testa al pezzo abbiamo inserito un'immagine, fornita via internet, che avrebbe dovuto rappresentare Giovanni Ansaldo, appunto lo "Zelig genovese", e invece ritraeva Mario Missiroli. Devo ringraziare un noto giornalista genovese che abita a Milano, Marcello Staglieno, che si è accorto dell'imprecisione e mi ha mandato via e-mail un ritaglio de "Il Giornale" in data 20 Luglio 2006 riguardante Ansaldo, corredato da una fotografia di quest'ultimo. Ho pensato di aggiungerlo qua per rimediare alla mia disattenzione e per ringraziare Staglieno.


Vi anticipo inoltre che, grazie all'aiuto dell'amico Doretti ho effettuato una bella intervista telefonica ad un personaggio noto a quelli che seguono il calcio su Sky. Dovremmo riuscire a trasferirla sul Blog entro il 1 Gennaio 2010.
A presto
Claudio G. FAVA

17 novembre 2009

Per piacere, intercettate! - Claudio Bisio

Claudio Bisio: Da Claudio a Claudio, una confessione totale.

16 luglio 2009

Per piacere, intercettate! - Steve Della Casa (2) - audio

Steve Della Casa è una fonte quasi inesauribile di informazioni. Dopo la telefonata a proposito del "RomaFictionFest", eccone un'altra su un argomento che interessa gli appassionati di cinema, e cioè il cosiddetto "Poliziottesco all'italiana".
Restate di buon umore, perché altre telefonate verranno. La prossima riguarderà obiettivi e funzionamento della "Piemonte Film Commission", organismo di cui Steve è Presidente.

6 luglio 2009

KARL MALDEN, BASTA NON FARCI NASO





















(Nella foto qui sopra: Karl Malden ai tempi di "Le strade di San Francisco)


In questi giorni molto si è doverosamente scritto nei giornali italiani per ricordare la figura di Karl Malden, morto a Los Angeles all’età di 97 anni (era nato a Chicago il 22 Marzo 1912). E tutti quelli che gli hanno dedicato un coccodrillo (a cominciare dal mio vecchio amico Maurizio Porro su “Il Corriere della Sera”, ma potrei citarne molti altri) hanno insistito su alcuni elementi trainanti della sua carriera di attore. E cioè, per l’esattezza, su quelli strettamente cinematografici. E quindi l’esperienza all’ “Actors’ Studio” e apparizioni spesso decisive in film come “Un tram chiamato desiderio” (“A Streetcar Named Desire”, 1951) di Elia Kazan, per il quale ricevette un Oscar come attore non protagonista, “Fronte del porto” (“On the Waterfront”, 1954) sempre di Kazan, dove era il coraggioso prete cattolico padre Berry, e un lungo elenco di film importanti sino agli anni ’60 e ’70 in cui spiluzzicando quasi a caso troviamo “Il 13 non risponde” (“Rue Madeleine”, 1946) e “Il bacio della morte” (“Kiss of Death”, 1947), entrambi di Henry Hathaway, e poi ancora la parte di un ispettore in “Io confesso” (“I confess”, 1953) di Alfred Hitchcock, “Baby Doll, la moglie bambina” (“Baby Doll”, 1956) ancora di Kazan, “L’albero degli impiccati” (“The Hanging Trees”, 1958) di Delmer Daves, “I due volti della vendetta” (“One Hayed Jacks”, 1961) di e con Marlon Brando, fu l’antagonista di Steve McQueen in “Cincinnati Kid” (“The Cincinnati Kid”, 1965) di Norman Jewison e “Nevada Smith” (idem, 1966), ancora del grande Hathaway, via via sino a “Uomini selvaggi” (“Wild Horses”, 1971) di Blake Edwards, ribadendo ancora ai giorni nostri una cauta ma concreta carriera divistica, che purtroppo trovò solo una traduzione nella regia, con “Fronte del silenzio” (Time Limit”, 1957), ove diresse Richard Widmark.



(Nella foto qui sopra: Karl Malden, insieme a Eva Marie Saint, in una scena di "Fronte del porto")

Salvo errore, la sua ultima apparizione risale alla presenza di padre Thomas Cavanaugh in un episodio dell’eccellente seriale televisivo “The West Wing” e non è un caso che, a partire dagli anni ’80 quasi tutte le sue ultime interpretazioni siano di origine televisiva. Come a ribadire quello che è stato il successo determinante della sua carriera di attore che i miei amici cinefili hanno in qualche modo fatalmente trascurato. E cioè le 120 apparizioni come protagonista in cinque anni di televisione dal 1972 al 1977 nei panni del tenente Mike Stone, ne “Le strade di San Francisco”, successo televisivo che in realtà limitò ma condizionò la sua carriera. Cinque anni di televisione a getto continuo – ne so qualcosa perché poi a RAIDUE trasmisi molti degli episodi in replica – costruirono un fondamento divistico decisivo nella carriera di Malden, che rimase impresso nella memoria di milioni di spettatori con una continuità ed una tenacia che solo chi non ha esperienza attiva di televisione può considerare equivalenti a quelli di un film di successo. La vocazione divistica propria del piccolo schermo, e in particolare dei seriali di successo, non solo impose in modo totale il viso simpatico e il naso spappolato di Karl Malden, ma di fatto servì ad issare alle soglie della popolarità il riluttante Michael Douglas. Non è un caso che Karl fosse un vecchio amico di Kirk Douglas, il cui vero nome ribadiva in modo clamoroso l’origine esotica di tanto vecchio divismo americano. Il vero nome di Kirk era Issur Danielovitch Demsky, di una famiglia israelita di origine russa, così come il vero nome di Malden, era Mladen George Sekulovich, nato a Chicago da madre ceca e da padre serbo. Ancora due intrecci slavi che davano vita a tipici prodotti degli Stati Uniti. Ammetto che dopo tanti coccodrilli separarmi definitivamente da Karl Malden mi costa un po’ di dolore. Cercherò di attenuarlo ricordando anche una sua presenza in un film italiano di Dario Argento, “Il gatto a nove code” (1971), nel quale, salvo mio errore, era il protagonista a fianco di James Franciscus, Catherine Spaak, Rada Rassimov e Tino Carraro. Così lo sentiamo più nostro.

Claudio G. FAVA