Blog - Crediti


L'audio e i video © del Blog sono realizzati, curati e perfezionati da Lorenzo Doretti, che ha anche progettato l'intera collocazione.
L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

5 giugno 2013

STANZA DEL CINEMA

Come ho già fatto in precedenza pubblico qui l'abituale elenco mensile concernente  27 film "usciti" a Genova nel mese di Maggio e i relativi voti dei colleghi del Gruppo Critici Ligure. 
Insieme a questo elenco ne pubblicherò un altro di un tipo a cui attingo per la prima volta. Si tratta dell'elenco dei film usciti in Italia o di uscita imminente, in questo caso dal 29 Maggio al 6 Giugno. Se la cosa interesserà vedrò di aggiornare l'elenco periodicamente. Altrimenti la sospenderò.
Cordiali saluti a tutti.


FILM USCITI IN ITALIA DAL 29 MAGGIO AL 6 GIUGNO


FILM IN USCITA il 29 Maggio 2013 in sala solo un giorno

Akira animazione e azione
Diretto da Katsuhiro Otomo
con Mitsuo Iwata, Hiroshi , Nozomu Sasaki, Mami Koyama, Tesshô Genda, Masaaki , Yuriko Fuchizaki, Tatsuhiko Nakamura, Takeshi Kusao, Kazuhiro Kamifuji.
Nexo Digital.
durata 124 min

FILM IN USCITA il 30 Maggio 2013

Una notte agli studios
Diretto da  Claudio Insegno
con  Giorgia Wurth, Enrico Silvestrin, Claudio Insegno, Beppe Iodice, Francesca Nunzi,  Sandra Milo, Eva Robbin's e con Pino Insegno, Michele La Ginestra e la partecipazione di Daniel Mc Vicar e Luca Ward
Pierluigi Manzo

Tulpa – I demoni del desiderio
Diretto da  Federico Zampaglione
con Claudia Gerini, Michele Placido, Michela Cescon, Nuot Arquint, Ivan Franek, Federica Vincenti, Giorgia Sinicorni, Giulia Bertinelli e Crisula Stafida
AI Entertainment.
REGGI&SPIZZICHINO Communication


Ti ho cercata in tutti i necrologi
Diretto da  Giancarlo Giannini
Con  Giancarlo Giannini, F. Murray Abraham, Silvia De Santis
Bolero Film
Ufficio Stampa Ornato Comunicazione S.r.l

Solo Dio perdona
Regia di Nicolas Winding Refn
Con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Tom Burke, Vithaya Pansringarm,
Durata 90 minuti circa


Una notte da leoni 3
Diretto da Todd Phillips
con  e Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Justin Bartha, Ken Jeong, John Goodman, ecc
distribuito da Warner Bros
durata 100 min.


Tutti pazzi per Rose (Populaire)
Diretto da Régis Roinsard
con  da Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo, Shaun Benson, Mélanie Bernier, ecc
distribuito da Bim Distribuzione
durata di 90 min

Benvenuti a Saint-Tropez
Diretto da Danièle Thompson
con  Eric Elmosnino, Lou de Laâge, Kad Merad, Clara Ponsot, Max Boublil, Monica Bellucci, ecc
distribuito da Made in Italy Film
durata di 100 min

Slow Food Story  documentario
Diretto da Stefano Sardo e interpretato da Carlo Petrini, Azio Citi.
distribuito  da Tucker Film
durata di 74 min.

FILM IN USCITA dal 3 al 5 giugno

Carlo! Documentario
Diretto da Gianfranco Giagni, Fabio Ferzetti
della durata di 76 min.                


FILM IN USCITA 04 giugno

Monicelli. La versione di Mario documentario
Diretto da Mario Canale, Felice Farina, Mario Gianni, Wilma Labate, Annarosa Morri.
della durata di 83 min.

FILM IN USCITA 6 giugno

AFTER EARTH
Regia di M. Night Shyamalan
con Will Smith, Jaden Smith, Sophie Okonedo e Zoë Isabella Kravitz
Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 100 minuti

THE BAY  Il panico si nutre di paura
Regia di Barry Levinson
Con Kristen Connolly, Kimberly Campbell, Christopher Denham,
distribuito M2 Pictures
durata di 84 min

Holy Motors
Regia di Leos Carax
Con Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Denis Lavant
durata  115 min

Quando meno te lo aspetti (Au bout du conte - Under the Rainbow.)
Diretto da Agnès Jaoui
con  Agathe Bonitzer, Arthur Dupont, Valérie Crouzet, Jean-Pierre Bacri, Agnès Jaoui
distribuito da Lucky Red
durata  93 min

Voices
Regia di Jason Moore
con Anna Kendrick, Brittany Snow e Rebel Wilson
Universal
Durata 112 min.


The butterfly room  sarebbe disponibile il regista Jonathan Zarantonello
Diretto da Gionata Zarantonello
con Barbara Steele, Ray Wise, Erica Leerhsen, Heather Langenkamp,
distribuito in Italia da Achab Film
della durata di 87 min.

Paulette
Regia di Jerome Enrico
Con Bernadette Lafont, Carmen Maura, Dominique Lavanant ecc
Movimax
Durata 87 min

FILM IN USCITA 7 giugno
P.O.E. - Poetry of Eerie
di Autori Vari - Film a Episodi - distr. Distribuzione Indipendente
Alessandra Sciamanna
Ufficio Stampa | Distribuzione Indipendente
mobile: (+39) 334 72 03 546
press@distribuzioneindipendente.it



Invito i lettori a fare attenzione. Fra i Film in uscita il 30 Maggio ce n'è anche uno dal titolo volutamente bizzarro: TI HO CERCATA IN TUTTI I NECROLOGI. Non l'ho visto ma credo che valga la pena di segnalarlo perchè è interpretato ma anche diretto da Giancarlo Giannini. Il quale ritorna così dopo 26 anni a fare il regista (nel 1987 egli esordì con "TERNOSECCO"). Su questo film è già apparso in internet molto materiale: interviste, recensioni, anche video on-line. Il film è stato girato in inglese in America (fra Canada, Texas e Arizona) e a quanto sembra nasce da un progetto accarezzato per anni dallo stesso Giannini e finalmente realizzato. Il tema centrale è tipico di una certa "fantascienza fredda" (stile "LA DECIMA VITTIMA"): un taxista di origine italiana accetta, per pagare un debito di gioco, a rischiare, per venti minuti, di essere ucciso in una caccia spietata. Sembra che il film sia ricco di sequenze di azione che Giannini (anni 71) ha interpretato di persona e senza controfigura. Ha dichiarato: "Mentre giravo ho pensato o esce il film o muoio io".
Per fortuna è rimasto vivo e quindi in grado di essere intervistato. Avevo già preso dei contatti telefonici con Giancarlo, che è sempre gentilissimo, e poi all'ultimo momento lui ha avuto un problema. Appena mi libero dagli ultimi pesi del libro in preparazione lo richiamo e vedo di allestire una lunga telefonata. Credo che ai lettori possa interessare.

3 giugno 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come ogni lunedì riporto qui il testo della mia rubrica apparsa sul Corriere Mercantile 2 Giugno. Come vedrete il tema è quello di una decisiva riforma costituzionale, che ricorre ormai ossessivamente, sia nei giornali che alla televisione. La cosa che mi stupisce, e sulla quale vorrei tornare in seguito, è che ormai le voci favorevoli al semi-presidenzialismo ed al doppio turno di voto si infittiscano, sia a destra che a sinistra. Eppure mi ricordo un tempo, lontano ma non lontanissimo, in cui parlare di repubblica presidenziale suonava come un anatema, come una sorta di indiretto ma determinante richiamo ad una forma strisciante di fascismo. Dietro il presidenzialismo era in agguato la dittatura. Chi ha una certa età ricorda che il povero Randolfo Pacciardi, che aveva comandato il Battaglione Garibaldi delle Brigate Internazionali durante la Guerra di Spagna ed era stato ferito, fu praticamente accusato di golpismo e di fascismo, perché voleva una Repubblica Presidenziale, vicina in questo alle richieste di Edgardo Sogno (che lui, si, se ricordo bene, confessò apertamente in una lunga intervista di avere meditato un colpo di stato, stante il pericolo di una occupazione comunista della cosa pubblica). Che l'accusa di fascismo colpisse uno che aveva combattuto contro Franco e provenisse da gente che, magari, durante gli anni del Regime, era stata prudentemente zitta, rimane un fatto tipico di quel che è la lotta politica in Italia (e, forse, la lotta politica ovunque, senza distinzione di confini e di etnie).

VISTO CON IL MONOCOLO

QUAGLIARIELLO EVOCA L’OMBRA DI DE GAULLE
Io sono affetto da quella che si potrebbe definire una “ignoranza enciclopedica”. Vale a dire che potrei sommare tutti i grumi della mia ignoranza in ordine alfabetico e raggiungere praticamente l’intero scibile umano. Farò un esempio abbastanza crudele. Fino a qualche tempo fa non sapevo neppure chi fosse Gaetano Quagliariello. Sembra il nome di un fantasista napoletano dei primi del’900, invece è quello di un importante accademico, ordinario di storia dei partiti politici presso la LUISS di Roma, ed ora Ministro per le riforme costituzionali nel governo Letta. Ho scoperto anche che è considerato il più importante studioso nostrano di De Gaulle. Non solo ha pubblicato un libro sul Generale (ultima edizione italiana del 2012) ma almeno due testi in francese: “La religion gaulliste” (2007) e “Gaullisme, une classification impossibile. Essai d’analyse comparée des droites françaises et italiennes” (2009). Da vecchio estimatore di De Gaulle mi vergogno della mia ignoranza ma soprattutto mi auguro che questa coincidenza -forse non del tutto casuale, Letta mi sembra informato- porti a felici risultati. Fra i tanti meriti del Generale (e di Michel Debré che collaborò in modo decisivo alla Costituzione del 1958) vi è sicuramente quello di aver introdotto in Francia una forma di semi-presidenzialismo che, attraverso un sistema di elezioni a due turni, consente ai cittadini di scegliere il proprio Presidente e, soprattutto, un Presidente dotato di poteri decisionali essenziali (il Primo Ministro è, nel migliore dei casi,  il suo primo esecutore e comunque non può essere sfiduciato dal Parlamento). E’ un meccanismo che da circa 60 anni ha consentito alla Francia di funzionare senza eccessivi traumi sostanziali, ed ha anche superato la difficile prova della cosiddetta “coabitazione” (il Presidente di un colore ed il Primo Ministro ed il Governo del colore opposto). Altrimenti il meccanismo avido di potere dei partiti avrebbe provocato le stesse conseguenze che si sono verificate in Italia (ed a cui ha cercato di porre riparo, negli ultimi anni, il Presidente Napolitano, forzando le prerogative, squisitamente notarili, del capo di una Repubblica parlamentare).
Speriamo bene.
Claudio G. Fava
(battute: 2.198)

27 maggio 2013

FAVOLE DI FRAMURA IN EDIZIONE AMAZON

Circa vent'anni fa mia moglie Elena Pongiglione ha scritto e contestualmente arricchito di disegni un libro intitolato "Favole di Framura". In esso ha ripreso, reinventato, arricchito ed allargato antichi stimoli favolistici che aveva colto già sin dalla prima giovinezza. Framura è un piccolo comune, tuttavia articolato in frazioni a volte minuscole, collocato nella Riviera ligure di Levante esattamente fra Deiva e Bonassola, affacciata sul mare ma con le colline già alle spalle.
Il libro è scritto in una lingua che attinge deliberatamente alle sollecitazioni  del dialetto ancora genovese di una parte del Levante spezzino. Le favole, ovviamente illustrate da Elena,  piacquero molto a Italo Calvino: una sua lettera manoscritta, nettamente elogiativa, è riprodotta all'inizio del libro. Che venne tirato all'epoca in mille copie e si esaurì rapidamente. Da allora Elena ha ricevuto moltissime richieste da parte di Enti, biblioteche e privati ma non è più riuscita a trovare un editore che volesse rischiare una ristampa, pur presumibilmente fruttuosa.
Su consiglio e grazie all'opera di Lorenzo Doretti e dei suoi collaboratori, Elena ha provato una cosa che può sembrare esplosiva ma che sta entrando rapidamente nelle abitudini di un mondo editoriale sconvolto dall'uso rivoluzionario dei computer. Come è noto da qualche anno si sta operando nel mondo del libro stampato una mutazione ancor più decisiva, nella diffusione della parola scritta, di quella che fu l'invenzione della linotype nell'Ottocento, se non addirittura del decisivo apporto di Gutenberg. Elena, infatti, è ricorsa a quello che è presumibilmente il più diffuso dei diversi canali usati per commercializzare gli scritti nell'universo on-line. Cioè ha inviato ad Amazon il suo testo adattando la veste grafica alle esigenze di una stampa così innovativa. Il testo è stato pubblicato e le "Favole di Framura", che replicano fedelmente l'originale,  possono ora essere acquistate in tutto il mondo. Il sistema più semplice è quello di usare una carta di credito. Ricevuto il versamento Amazon provvederà a stampare una copia (o più copie, se ovviamente si versa il prezzo necessario) ed a spedirvi a casa il plico entro pochi giorni.

Se siete interessati potete visitare il sito di Amazon cliccando su questo tasto QUI!


COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

SBARRAMENTO CONTRO GLI INTRUSI

Da diverso tempo il BLOG è preso d'assalto da un misterioso meccanismo di computer che invia a raffica insensati commenti in inglese. Su consiglio di Doretti e di Laura abbiamo provato ad inserire uno sbarramento che funziona in questo modo: chi scrive per giungere a pubblicare un commento sul Blog deve preventivamente digitare una brevissima scritta, che apparirà automaticamente ogni volta che si aprirà la voce "Commenti". Poiché questa rapida operazione esige un intervento umano non può automaticamente essere portata a termine da un robot ed implica  comunque che un essere umano voglia interferire offrendo un minimo di "manipolazione".
Mi rendo conto che può sembrare noioso a chi vuole inserire nel Blog un suo commento, ma è un esperimento che facciamo nella speranza di dirottare i maligni disturbatori automatici.
Se non dovesse funzionare o se destasse proteste e rimproveri provvederemo ad annullare l'intera (piccola) operazione difensiva.


L'OSSERVATORE GENOVESE

Come d'abitudine appongo qui di seguito la puntata domenicale della mia rubrica "Visto con il Monocolo" per il Corriere Mercantile. Mi auguro che l'argomento, pur nella sua futilità, possa interessare a qualcuno. Approfitto dell'occasione per far presente che sto terminando uno dei due libri che ho in preparazione e che spero di consegnarlo all'editore entro giugno. Dopo essermi liberato di questo piccolo incubo portatile potrò occuparmi di nuovo,  e di più, del Blog e dei suoi affezionati lettori. Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

QUEL CHE CONTA OGGI E' APPARIRE IN TELEVISIONE
Ho conosciuto qualche giornalista, volenteroso ma tendenzialmente ignorante, che iniziando a scrivere, diceva ai colleghi: “Mi manca l’incomincio”. Confesso di trovarmi quasi nella stessa situazione perché, quasi per caso, ho scoperto che tramite internet si possono scoprire moltissime cose su due “disturbatori professionisti”, i quali da anni appaiono in televisione con misteriosa e micidiale regolarità. L’uno è il più noto Gabriele Paolini nato a Milano nel 1964 (padre generale e mamma cantante lirica) che si è definito “il profeta del condom”, ha un suo sito, irrompe di continuo in programmi televisivi, soprattutto nelle dirette giornalistiche, ha collezionato molte denunce e condanne a diversi anni di carcere (ma c’è stato veramente?), è citato nei Guinness dei primati e una volta è stato preso a calci in diretta dal giornalista Fraiese. Da diversi anni è affiancato da un concorrente (con cui non si parlano da tempo): si chiama Mauro Fortini, romano, lo si vede ormai quotidianamente in tutti i telegiornali (è quell’uomo di mezza età, dall’aria addolorata, che spesso tiene in mano un taccuino palesemente inutile ed è sempre a ridosso dell’intervistato). Anche lui è largamente ritrovabile in internet, si scopre che, contrariamente a Paolini, non vuole disturbare e si propone soprattutto di apparire anche lui nel Guinness dei primati. Dice di aver collezionato fino ad oggi 38mila apparizioni e in 12 anni di non aver mai avuto un mese di buco (a casa, con due televisori e vecchi videoregistratori ormai fuori commercio, colleziona tutte le immagini che lo riguardano). Sembra essere di condizioni modeste ma non lavora e grazie, ad una sistematica ricerca compiuta ogni mattina presso i palazzi del potere, è più aggiornato lui sui movimenti degli uomini politici che gli stessi giornalisti veri (molti dei quali lo consultano periodicamente per essere informati in tempo).
Sono entrambi due esempi spaventosi di ciò che la televisione ha modellato nel mondo da quando è diventato un complemento inevitabile della nostra esistenza. Quel che conta non è essere, fare, parlare o scrivere. Ma apparire. Essere “dentro il video”. Confesso che mi fanno un po’ paura tutti e due.

Claudio G. Fava
(battute 2.197)
(titolo originale: QUEL CHE CONTA IN QUESTO MONDO E' APPARIRE IN TELEVISIONE)



20 maggio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Ribadendo un'abitudine che si è ormai quasi consolidata riporto qui il testo della mia rubrica domenicale apparsa sul "Corriere Mercantile" del giorno 19/05/13. A rileggerla mi sembra un po' noiosa, ma spero di sbagliarmi. Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

TROPPO SBALORDITI DAL FEMMINICIDIO

Ci sono due cose che mi colpiscono molto nell’Italia, di oggi. L’una è l’imperversare orribile dell’uccisione di donne da parte di uomini che faziosamente rivendicano dei diritti su di esse: ex-mariti, ex-fidanzati, ex-qualche cosa. Tutti uniti in nome di una folle comunità di intenti: essi hanno assolutamente il diritto di non essere abbandonati, e se questo avviene uccidono. Naturalmente l’elemento base della gelosia che sfocia nel delitto è sempre esistito: motiva tanti successi della letteratura alta e di quella bassa. Ed un certo numero annuale di delitti passionali fa parte delle statistiche della criminologia, delle scadenze del giornalismo ed in certo senso della logica stessa della narrazione romanzesca. Ma quel che sta succedendo da qualche tempo in Italia, sfida ogni precedente e fa venire i brividi. Ha persino portato alla creazione di un sostantivo, “femminicidio”, corretto nella struttura ma credo mai usato in precedenza (il dizionario del Battaglia, che è la mia bibbia in materia, non ne fa menzione). Non vorrei essere frainteso: non è che io pensi che vi sia un numero fisso accettabile nel caso dei delitti passionali. Sono tutti egualmente deplorabili e terribili. Ma da qualche tempo si direbbe che abbiano colpito l’Italia come un flagello o un virus. E visibilmente la nostra società, che affronta tutti i tempi nuovi con una organizzazione di altri tempi, né vuole né è in grado di porvi rimedio, a dimostrazione del fatto che la nostra Repubblica è sempre più disancorata dalla realtà di tutti i giorni. L’altra cosa che mi lascia ugualmente stupefatto è l’unanime reazione di tutti i testimoni, dei vicini di casa, dei negozianti, dei conoscenti, anche occasionali, di vittime di un massacro orribile: sono sempre sbalorditi. Come è possibile? Tutti dicono: persone così perbene, apparivano così gentili quando salutavano di fronte all’ascensore, fra di loro sembravano andare estremamente d’accordo…e via dicendo. Con le banalità usuali, in cui si articola la maggior parte delle conversazioni pubbliche e private. Mai che qualcuno abbia provato un minimo sospetto. E’ possibile che un’intera nazione sia attonita e sbalordita di fronte al Male? Non ci credo.


(TITOLO ORIGINALE: UN'ITALIA CHE UCCIDE E UN'ALTRA CHE NON SE NE ACCORGE)

Claudio G. Fava
(Battute 2.200)

15 maggio 2013

A DOMANDA RISPONDE

Da almeno due mesi non rispondo alla posta che mi è via via giunta nel Blog (per la verità qualche commento mi è giunto via mail e poi l’ho trasferito nel Blog, ma preferisco che il materiale affluisca direttamente a Clandestino in Galleria, considerato anche il fatto che il sistema per farlo è assai semplice).
Comincio in ordine di data con le missive più lontane nel tempo. Dopo la pubblicazione di “L’Italia di Totò e dei Moschettieri” (2/04/13) Gianni Dello Iacovo mi fa osservare che così come si parla sempre dei Tre Moschettieri che in realtà erano quattro (ma D’Artagnan inizialmente venne arruolato nelle Guardie e solo in un secondo tempo fu posto, insieme a Athos, Porthos e Aramis, agli ordini di Monsieur de Treville) si citano sempre i quattro moschettieri Gasman, Manfredi, Sordi e Tognazzi e mai il quinto. E cioè, secondo Dello Iacono, Mastroianni. Mi sembra che sia un esclusione giustificata dalle caratteristiche peculiari di Marcello, in cui si rinvenivano anche, occasionalmente, tonalità comico-grottesche, ma che incarnava prevalentemente una maschera sospesa fra il drammatico e il poeticamente attonito. Grazie ad essa rivelava le sue qualità migliori, quelle a cui dovette la sua fama internazionale. Concordo con Rear Window sulle caratteristiche genialmente inventive di Age e Scarpelli come creatori di un nuovo linguaggio. Concordo anche  con Rosellina sul fatto che il cinema italiano di qualche tempo fa riposava su una inventiva robustezza di fondo, la quale consentiva a registi, sceneggiatori ed attori di esprimersi al meglio. In realtà penso che sia la società italiana nel complesso ad attraversare un peggioramento globale e facilmente avvertibile, sia, come si dice, nella sfera pubblica che in quella privata. Gli esempi, che attengono alla cronaca politica come a quella giudiziaria e criminale, sono davanti agli occhi di tutti. Il cinema, pur con lentezze, goffaggini e sfacciate scaltrezze, è un riflesso di quello che la società è e di quello che la società vive. Quest’ultima osservazione è anche implicitamente ed esplicitamente, una risposta a Rita M.
Passiamo ora ai commenti riguardanti il mio brano su Jannacci (9/04/13): sostanzialmente concordano tutti nei giudizi favorevoli. Divertente il testo della canzone “Giovanni telegrafista” (“…per andare abitare città grande piena luci gioielli”) con le preposizioni tagliate secondo la regola dei telegrammi, inviato da Enrico. Rosellina e Rita M. sono d’accordo con me e il ricordo personale di PuroNanoVergine, che all’età di sette anni conobbe il cardiologo Jannacci, è indubbiamente curioso e inatteso.
Rosellina e Enrico hanno scritto a proposito dell’humour ligure (15/04/13). Faccio osservare che quello di Dapporto fu una variazione tutta particolare, tipica della Sanremo di una volta e più largamente di quel frammento della Liguria di ponente che fino agli anni trenta era ancora legata alla vicinissima Francia di confine da un antico rapporto che risaliva al Regno di Sardegna. Per la gente di Ventimiglia Mentone e Nizza erano molto più famigliari di Genova. E, prima di imbattersi nel curioso ma sostanzialmente comprensibile provenzale di Nizza, si veniva a contatto, poco dopo il passaggio di frontiera, con il “post-genovese” parlato a Monaco (u munegascu). In questo senso le citazioni francesi di Dapporto (…dal gallico) avevano un senso preciso e rivelavano una dimestichezza quotidiana che via via, con il passare delle generazioni e l’arrivo in massa dei calabresi, ha mutato tutte le antiche caratteristiche comuni fra il Ponente ligure e la vecchia Contea di Nizza. Tanto è vero che quando Dapporto provò, lui Sanremasco, a recitare a Genova il repertorio di Govi dovette letteralmente cambiare lingua.
Per quel che riguarda l’articolo del 22/04/13 su Papa Francesco (che, non so perché continua ad essere citato dalla stampa scritta e dalla televisione come Francesco e non come Francesco I) ringrazio i fedelissimi Rosellina e PuroNanoVergine. A proposito della mia confessione di stanchezza apparsa nel Blog il 27/04/13, ringrazio ancora il gruppo dei fedelissimi: Rosellina, Rita M., Enrico (in tanti anni di vita a Roma non ho mai sentito l’espressione “robba paccuta”!), Giorgio e Luciano Garibaldi con cui passammo tanto insieme in redazione più di quarant'anni fa. Per quel che  riguarda PuroNanoVergine non so se posso garantire un altro settennato o, come si diceva meglio un tempo, settennio; (ho controllato nel Battaglia e ho visto che la parola “settennato”, anche se presente già in Croce e in Gramsci, è ricalcato sul francese “septennat” mentre “settennio” viene dal latino tardo “septennium”).
Mi fa piacere che Rosellina (3/05/13) legga con interesse la tabella dei film usciti a Genova; mi auguro che possa venire una volta a Genova ed assistere (un primo Lunedì del mese, da Ottobre a Giugno) ad una Stanza del Cinema, che vive ormai sullo zoccolo duro di appassionati (per la verità di appassionate, perché sono quasi tutte signore). In quanto alle osservazioni varie sulla Germania 06/05/13 faccio osservare a PuroNanoVergine ed a Corto Maltese che io pensavo istintivamente a squadre di Club (tipo “Champions League”) e non a rappresentative nazionali, dove in genere l’Italia, pur con minor applicazione ma con maggior inventiva, riesce quasi sempre a vincere. Le squadre di Club sono attualmente una dimostrazione della furbizia e della elasticità con cui i tedeschi si stanno impadronendo di nuovo dell’Europa. Ad esempio il Bayern Munchen conta 26 giocatori che formano la cosiddetta “rosa”: di essi 14 sono tedeschi e ben 12 stranieri (sono rappresentati la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Svizzera, il Perù, il Brasile, la Croazia, la Spagna e l’Austria). Come si vede l’abitudine di attingere fuori dai confini, comune ormai a tutte le squadre europee, è rigorosamente praticata anche dalle squadre tedesche, che sono anche per quel che mi risulta, le più solide finanziariamente (stadi efficienti, pubblici compatti). La voglia tedesca di dominio è intrisa di una furbizia un tempo assente in Germania, che la rende ora doppiamente “pericolosa”.
I post giunti il 6/05/13 (ringrazio per le lodi) mi consentono una precisazione che riguarda proprio il mio omonimo. Infatti in questi giorni si parla di lui come di un possibile Presidente del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), importantissimo perché veglia sui nostri Servizi Segreti.
Veniamo infine ai post giunti in occasione del mio scritto del 13/05/13 su Andreotti. Enrico, a cui il personaggio non garbava, fa un riferimento a Tatti Sanguineti di cui si occupava anche Anonimo in un post del 6/05/13. Facendo cioè riferimento alla telefonata in cui lo stesso Tatti parlava a lungo del suo sfortunato documentario su Andreotti, rimasto purtroppo incompleto. Ne abbiamo parlato al telefono e mi pare di capire che nutra qualche speranza di poterlo recuperare.
Spero di avere risposto a tutti in modo abbastanza esauriente. Ringrazio i soliti fedelissimi della loro utilissima partecipazione al Blog e resto sempre in attesa di commenti e suggerimenti, entrambi graditissimi.
Mi auguro a presto con qualche mio apporto nuovo e più sostanzioso…

13 maggio 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Con la solita scadenza settimanale riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il monocolo" apparsa sul "Corriere Mercantile" di domenica 12 Maggio. Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

PURTROPPO NON C'E' STATO IL PAPA GIULIO I


É probabile che domenica 12 Maggio, quando queste righe appariranno, i commenti alla morte di Giulio Andreotti siano già stati superati, o in qualche modo aggirati, nella perenne gara di inseguimento delle notizie tipico della nostra epoca. Tuttavia, correndo il rischio di apparire goffo o superato, voglio anche io scrivere un modesto contributo in materia. Andreotti aveva circa 10 anni più di me. Essendo egli stato precocissimo posso ben dire che la mia intera vita, come quella di tanti altri italiani, è stata scandita da infinite notizie su di lui e sul suo cammino. Che io da lontano, e senza minimamente conoscerlo, ho sempre seguito con estremo interesse, persuaso, come ero e come sono, che egli fosse un protagonista essenziale della politica italiana (scriveva anche libri divertenti e informati). È stato forse il nostro Talleyrand, come qualcuno ha scritto (come abilità manovriera, forse, ma non certo come avidità di denaro e di piaceri, vista la sua vita austera) ma sicuramente aveva una caratteristica che lo rendeva diverso da quasi tutti i politici democristiani. Era profondamente romano, ma era anche (limitatamente) italiano. In realtà Andreotti era soprattutto, e in maniera decisiva, vaticano. Se si fosse fatto prete, come tanti suoi amici di giovinezza, avrebbe potuto diventare uno straordinario cardinale- un Segretario di Stato ben superiore anche a quelli più famosi nella carica- e, forse, un Papa. Vescovo di Roma, e notoriamente romanista, sarebbe stato un pontefice profondamente radicato nella città (“…romano lo volemo, o almanco italiano!”) e al tempo stesso istintivamente internazionale come lo furono nel passato tanti ecclesiastici capitolini. Come uomo politico fu naturalmente paralizzato dal fatto di operare in una nazione di grande importanza storica e culturale, ma che in politica estera conta poco o nulla. Dal Vaticano (con cui egli visse in simbiosi sin dalla giovinezza) avrebbe potuto spaziare su tutto l’universo mondo con una autorità a cui la sua scaltrezza ed il suo tempismo avrebbero conferito un “tocco” probabilmente insuperabile. Ha preferito sposarsi ed avere una bella famiglia. Ma ha perso la possibilità di un’avventura esaltante.

6 maggio 2013

E' DIFFICILE CONVIVERE CON UN (QUASI) OMONIMO PIÙ GIOVANE

Credo di dovere un minimo di spiegazione ai miei lettori. Da tanti anni convivo con un' ombra umana, che nella realtà è un giornalista siciliano mio quasi omonimo. Si chiama Giovanni Giuseppe Claudio Fava ed è nato a Catania il 15 Aprile 1957. Suo padre (incredibilmente si chiamava Giuseppe, proprio come mio padre) era anch'egli un giornalista, che si dilettava di politica e di calcio e che, proprio per la sua militanza politica, venne ucciso nel 1984 quando dirigeva la rivista "I Siciliani". E' convinzione comune che egli abbia disturbato troppo la mafia e che questa abbia provveduto a sopprimerlo. Con Fava (chiamato abitualmente Pippo) eravamo diventati amici quando, non so più in quale Festival del cinema (mi pare a Sorrento) l'ufficio stampa continuava a confonderci inviando all'uno i comunicati indirizzati all'altro, con il risultato che avevamo incominciato a frequentarci. Il suo nome, uguale a quello di mio padre (che però in famiglia era chiamato non Pippo ma Peppino) mi aveva turbato da quando avevo scovato la sua firma su "Tuttosport". Quando nel 1970 mi trasferii a Roma per lavorare alla Rai, Pippo, che si trovava spesso nella Capitale per motivi di lavoro e credo anche per motivi personali, veniva sovente a trovarmi in ufficio. Conservo ancora uno dei suoi libri con una dedica affettuosa. Suo figlio sapevo che esisteva e che si chiamava come me (anche se controllando su Google ho appreso che Claudio è solo il suo terzo nome dopo Giovanni e Giuseppe). Di fatto non l'ho mai incontrato salvo una volta che lo sfiorai occasionalmente in un aeroporto  e lui venne verso di me tendendomi la mano e dicendo qualcosa come: "a questo punto...".
Da molti anni le nostre carriere si sfiorano, senza nessuna occasione d'incontro, ma essendo ognuno dei due consapevole dell'esistenza dell'altro. Ma da quando la posizione professionale e politica di Claudio Fava è diventata più visibile e ben più importante della mia (attualmente è deputato e portavoce di SEL, il movimento che fa capo a Niki Vendola) le occasioni di citazione e quindi di confusione sono diventate più palesi. Non è un caso che in Google a volte risultino mescolate le sue e le mie opere (quando vinse un premio per la sua partecipazione alla costruzione ed alla sceneggiatura del film "I Cento Passi"di Marco Tullio Giordana, io ricevetti una telefonata non so da dove di un signore misterioso che mi disse pressapoco: "Sapevo che lei si interessa di cinema ma non che si occupasse anche della lotta contro la mafia. Molti complimenti per I Cento Passi").
L'unica cosa che mi salva da una (quasi) omonimia è l'abitudine che presi da giovanissimo, pressapoco a diciotto anni, di firmarmi "Claudio G.", affascinato dal doppio ma brevissimo secondo nome di tanti scrittori americani. C'è indubbiamente una sorta di curiosa predestinazione in questa vicinanza di denominazioni, vista la scelta operata dall'"altro Claudio" di usare il suo terzo nome come se fosse il primo. Ma indubbiamente il mio desiderio di differenziarmi da lui, sia per ragioni di età (ho 28 anni più di lui) che per ragioni politiche, resta, mi sembra, assolutamente legittimo. E mi auguro che i miei lettori lo comprenderanno.

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come è ormai tradizione riporto qui il testo della mia rubrica domenicale su il Corriere Mercantile, pubblicata pubblicata il 5 Maggio. Considerata la data, la coincidenza è del tutto casuale. Non intendo assolutamente paragonarmi ad Alessandro Manzoni.

VISTO CON IL MONOCOLO

LA GERMANIA ARRIVA IN FINALE
Volevo dedicare questa puntata della rubrica a Gaetano Quagliariello, attuale ministro delle Riforme Costituzionali. E’ uno degli specialisti italiani di De Gaulle e intendevo approfittarne per recuperare la straordinaria lezione di ingegneria costituzionale che il Generale ci ha lasciato in eredità, grazie alla Costituzione da lui varata. Ma c’è tempo per farlo la settimana prossima, mentre oggi reagisco ad una foto apparsa nella prima pagina del Corriere della Sera con il sopratitolo “Bayern-Borussia”, il calcio come metafora con un articolo di Gian Arturo Ferrari intitolato: “Ordine e talento, la lezione tedesca”, tema ribadito in due pagine di sport,. In effetti la lezione che emerge dalla vittoria del Bayern sul Barcellona, e quindi dal fatto che la finale della Champions League vedrà addirittura due squadre tedesche disputarsi il titolo, dovrebbe incuriosire anche chi non si interessa di calcio. Vale a dire il fatto che in Europa nonostante ogni sforzo contrario alla fine le caratteristiche collettive dei tedeschi finiscono sempre con l’imporsi:la dedizione al lavoro, la capacità di cooperare ad un obbiettivo comune, la disciplinata testardaggine nel dedicarsi ai propri compiti. In Europa ci abbiamo provato due volte a liberarci dai tedeschi: dal 1914 al 1918, e dal 1939 al 1945. Ogni volta la Germania era debellata, totalmente sconfitta, finanziariamente annullata e, nel secondo caso, anche fisicamente distrutta. Ed ogni volta nel giro di pochi anni è ritornata in piedi, compatta e combattiva (ha recuperato anche l’immenso peso negativo dell’eredità DDR). Non è un risultato che mi entusiasmi particolarmente ma è innegabile e davanti agli occhi di tutti come lo è l’ovvia preminenza che la signora Merkel esercita sull’intero continente. Come latini, e particolarmente come italiani, mi rendo conto che è un risultato finale fatto apposta per lasciarci al tempo stesso perplessi ed irritati. Ma penso che dovremmo prenderne atto una volta per tutte e tenere definitivamente conto del fatto che nell’Europa di oggi il peso della Germania è molto superiore a quello che aveva vagheggiato Bismarck nei suoi momenti di maggior ottimismo. Rassegnamoci, una buona volta.


(battute 2.198)


(TITOLO ORIGINALE: PUO’ NON PIACERE MA ALLA LUNGA LA GERMANIA ARRIVA IN FINALE)

3 maggio 2013

LA STANZA DEL CINEMA

VOTI DEI FILM USCITI A GENOVA NEL MESE DI APRILE 2013
Come ogni mese Guido Reverdito mi invia la tabella dei film usciti a Genova nel mese e dei voti ad essi assegnati dai colleghi genovesi del Sindacato Nazionale Criticiti Cinematografici Italiani. L'elenco  che pubblico qui è quello completo. Lo stesso elenco, ridotto però per motivi di spazio del giornale ad un massimo di 15 titoli, verrà pubblicato nell'edizione di Lunedì 6 Maggio, in occasione dell'abituale incontro mensile con il pubblico genovese nella cosiddetta "Stanza del Cinema" di Palazzo Ducale.
Buona lettura a tutti.
(Ricordo che se la tabella non apparisse completamente leggibile può essere ingrandita nel computer cliccandoci sopra e zummando)


29 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Ribadendo un' abitudine che ho preso ormai da molte settimane riporto qui il testo della mia rubrica settimanale sul Corriere Mercantile: questa è apparsa domenica 28/04/13. Confesso che nello scriverla ho provato un certo tremore, perché ero consapevole di correre un duplice rischio: da un lato di sembrare pomposamente senile e dall'altro di risultare esageratamente addolorato. Ma quel che ho scritto, per banale che sia, è una testimonianza autentica di un moto dell'animo (e del cervello) che ho provato e che provo tuttora. Come sempre il giudizio tocca ai lettori.

VISTO CON IL MONOCOLO

L’ITALIA INFLIGGE TROPPI CHOC AD UN VECCHIO GIORNALISTA COME ME

L’anno scorso ad ottobre ho compiuto 83 anni. Sono ormai completamente assestato in quel magico decennio che va dagli 80 ai 90, entro il quale muoiono quasi tutti, quelli che quando la vita era più corta morivano fra i 60 e i 70 anni. E se ripenso alla mia vita fondamentalmente banale mi rendo anche conto che l’Italia mi ha sottoposto a troppi shock. La mattina del 26 luglio 1943 (sono sfollato tra Gavi e Novi) la mamma al mattino mi scuote per un braccio e dice: “svegliati, svegliati, è caduto Mussolini”. La sera dell’8 settembre sempre lei mi dice “è finita la guerra!” ed io, con improvvisa lucidità, rispondo: “non è finita, continuerà e sarà peggio di prima” (ci sono vissuto di rendita per decenni). Il pomeriggio del 14 luglio 1948, dopo la notizia dell’attentato a Togliatti vedo dalle finestre di casa, in Via XX Settembre, una folla immensa comporsi come un gelido fiume di carne: sotto i miei occhi si svolge l’ultimo tentativo di colpo di stato bolscevico (fallito) in Europa. 30 giugno 1960: sto chiuso tutto il giorno nella protetta redazione del Corriere mercantile in Via De Amicis a tradurre dall’inglese una storia a fumetti che riassume le vite di Nixon e di Kennedy da pubblicare nei giorni immediatamente precedenti le elezioni americane del novembre. Torna Manlio Fantini, sconvolto: ha passato tutto il pomeriggio in Via XX Settembre, gli scontri per l’annunciato Congresso M.S.I. sono stati così ampi e violenti che porteranno il 19 luglio alla caduta del Governo Tambroni. E io non mi sono accorto di niente. Dalla fine di quel decennio sino agli inizi degli anni’80 l’Italia attraverserà il più terribile momento di terrorismo collettivo che l’Europa abbia conosciuto. Anche qui l’ho attraversato passivamente, in fondo senza rendermi conto di nulla, occupato com’ero a comprare film e ad individuare Beautiful per sostituire Capitol. Ai giorni nostri provo l’ultima emozione: vedere un Papa a cui se ne affianca un altro, vivi entrambi, ed un vecchio Presidente che viene rieletto con amorosa disperazione. Otto Papi ho visto in vita mia: da Pio XI (che mi ha dato un colpetto sulla testa) sino a Francesco I, a cui non riesco proprio ad abituarmi, con un grande rimpianto per la cauta e timida eleganza di Benedetto XVI. Troppi shock ho ricevuto dall’ Italia ed io sono stanco, proprio stanco.

(Battute 2328)



22 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Sta diventando un'abitudine, e pertanto anche questa volta riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il Monocolo" apparso domenica 21 Aprile nel Corriere Mercantile. Ancora per qualche tempo non potrò occuparmi molto del Blog, a causa di tre impegni che tuttora mi preoccupano. E cioè la redazione definitiva di due libri diversi e la preparazione di un ciclo di mie presentazioni in video per la rete Class TV (darò più precisazioni al momento opportuno). Come sempre riporto in testa al brano il titolo definitivo con cui è apparso sul giornale, e in coda quello posto da me originariamente all'inizio del brano (come vedete l'intento è lo stesso, ma uno dei titoli è più breve e l'altro è più lungo).

VISTO CON IL MONOCOLO

UN PO' MARADONA E UN PO' BORGES...

Mentre scrivo sono in corso due processi diversi. Da un lato l’involuzione quasi totale della Repubblica italiana alle prese con le trappole infinite di una difficilissima elezione presidenziale. Ma quando mi leggerà il lettore, forse il problema sarà già risolto o avrà acquistato altre dimensioni. L’altro processo, sempre in evoluzione, è invece quello che riguarda la progressiva presa di potere di Papa Francesco I (la numerazione è abitualmente trascurata ma gli spetta di diritto). 80.000 spettatori in piazza San Pietro durante i giorni feriali e 150.000 per l’Angelus domenicale sono ormai una vetta popolare conquistata senza fatica dal pontefice argentino. Che continua ad imporsi per l’amore subitaneo che gli ha tributato la gente e per il modo di vivere furbescamente semplificato e allegramente articolato (si veda il duplice scambio di zucchetti bianchi con la folla). Ma a volte penso che, da europei, abbiamo trascurato un elemento di base per valutare il suo modo di vedere il mondo e di inserirsi nella società. Anche se di recente origine astigiana (o i genitori o i nonni) egli è pur sempre argentino, vale a dire cittadino di un paese alimentato dall’immigrazione italiana e spagnola ma al tempo stesso orgogliosamente autoctono nello sfrenato orgoglio nazionalistico. Di cui è un tipico prodotto il cosiddetto peronismo, vale a dire quella apparentemente contraddittoria mescolanza di stimoli destra e di sinistra, che in Europa non siamo mai riusciti a capire completamente e che credo sia rimasta profondamente confitta nelle vene della nazione, nonostante Peron e la moglie siano morti da anni. Ho trovato su questo tema un bellissimo aneddoto. Un giornalista britannico intervistava Peron sulle tendenze politiche degli argentini e questo rispose: “…Abbiamo un 30% di socialisti, un 20% di conservatori, un 30% di radicali…” “Ma i peronisti?” Lo interruppe il giornalista: “…Ma no, peronisti lo sono tutti quanti” rispose Peron. Mi chiedo se nella tenue mescolanza di elementi tradizionali e di elementi innovatori tipica di questo Papa, non agisca una forma di insolita convivenza che è proprio frutto del suo essere argentino (un po’ Maradona, un po’Borges).

(titolo originale: TUTTI GLI ARGENTINI SONO UN PO' MARADONA E UN PO' BORGES)




15 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito, e quindi come quasi ogni lunedì, riporto qui il testo della mia rubrica "Visto con il monocolo" apparso sul Corriere Mercantile di domenica 14 aprile. Non penso che sia particolarmente bello ma indubbiamente implica la necessità, per poter avere il taglio prescelto, che chi scrive sia genovese. Il che in astratto riduce di molto il numero degli autori potenziali presenti sulla piazza.
Spero che i miei lavori in corso terminino presto e che io possa di nuovo disporre di tempo da dedicare al Blog.
Molti cordiali saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

IL GUSTO BIPOLARE DELLA COMICITA' GENOVESE

Sono sempre stato persuaso che esista, nell’eredità genetica ligure, una vocazione all’humor che non ha paralleli in Italia. Si pensi ad un personaggio fatidico come Govi (genovesissimo anche se di famiglia emiliana), molto più vicino nella mimica e nella vocazione grottesca ad un comico francese come Raimu che ad uno dei tanti attori romani e napoletani della tradizione italiana. E’ stata ora annunciata una collana di dieci DVD per raccogliere le parodie e le imitazioni più famose di Crozza (innumerevoli: dalla B di Bersani alla Z di Zichichi). Ho sempre desiderato di inserirlo in una delle numerose telefonate a personaggi vari (da Giulio Anselmi a Minoli, da Pupi Avati a Folco Quilici ad Aldo Grasso e via citando) che ho posto nel mio Blog “Clandestino in Galleria”. Ma ho sempre rinunciato a provarci, ammaestrato anche dalle parole affettuose di sua moglie Carla Signoris (anch’essa registrata nel Blog). Maurizio in genere non concede interviste (ma lo ha fatto con Gian Antonio Stella) e io non ci ho provato, anche se con me è sempre stato gentilissimo e amichevole (si può essere amici anche fra genoani e sampdoriani). Ma resta nel fondo una grande realtà italiana contemporanea: la nostra mitologia fantastica è dominata da due genovesi che entrambi hanno battuto le vie dell’humor, per approdare poi a sfondi e cammini completamente diversi. Appunto: da un lato Crozza e dall’altro Beppe Grillo. E’ innegabile che in entrambi la vocazione alla divagazione ironica sia poi esplosa, dopo un periodo di esperienze similari (più accademiche quelle del primo, più cabarettistiche quelle del secondo) in dimensioni totalmente diverse ma ciascuna a modo loro egualmente esplosive. Quel che è sicuro è che in entrambi fermenta una tradizione comico-satirica molto nostrana e regionale (si pensi alle invenzioni para-francesi di un ligure ponentino come Dapporto). Non so a quali conclusioni possano portare entrambi (quelle di Grillo sono sicuramente più esplosive e potenzialmente più pericolose, quelle di Crozza a modo loro egualmente demolitorie). Ma è certo che tutti e due (non lo scrivo per patriottismo cittadino) sono entrambi italianissimi ma in certo modo estranei all’Italia.

9 aprile 2013

L' OSSERVATORE GENOVESE


Come ogni settimana pubblico qui il testo della mia rubrica domenicale "Visto con il monocolo". Tuttavia,  invece che sul Corriere Mercantile di domenica 7 aprile, è stato pubblicato, per problemi di impaginazione e di spazio, il lunedì successivo 8 aprile,  nell'edizione che porta tradizionalmente il titolo di Gazzetta del Lunedì.

VISTO CON IL MONOCOLO 

QUEL MILANESE “INTERNAZIONALE”.

In un panorama sinistrato di viventi si direbbe che l’anima segreta dell’Italia si riveli in presenza solo di alcuni grandi funerali. Penso a quello di Roma per Alberto Sordi (rinnovato adesso per Califano), di Torino per Gianni Agnelli e quello, del 2 Aprile, di Milano per Jannacci. Malgrado la mia quasi totale ignoranza musicale posso scrivere qualcosa di Jannacci, che è stato il cantautore da me più amato, evidentemente dopo quello che mi è sempre stato nel cuore, e cioè Georges Brassens. Jannacci (aveva 6 anni meno di me, c’è una logica nei miei ricordi) l’ho visto crescere ed imporsi come interprete di una Milano proletaria e piccolo borghese, ed al tempo stesso crocevia di mode determinanti per tutta un’Italia, che non esiste più. Non solo nei riferimenti di case e strade presumibilmente mutate o scomparse, ma anche in quelli che prendevano le mosse da un’umanità stralunata e divertita. Fitta di personaggi divertenti e divertiti che andavano da Cochi e Renato sino ai grandi jazzisti, stile Livio Cerri, ai fantasisti musicali, tipo i quattro “Gufi” ed ai grandi protagonisti solitari come Giorgio Gaber. Fra tutti forse il più geniale e il più intensamente milanese era proprio Jannacci, nipote di un immigrato pugliese, che riuscì sia a diplomarsi al Conservatorio che a diventare cardiologo (sembra fosse molto bravo). E che soprattutto alimentava in sé un vigoroso empito poetico, capace di attingere splendidamente all’ultima generazione di milanesi che parlava ancora in dialetto. Confesso che quello fu lo Jannacci che preferii istintivamente. Di alcune sue canzoni, raffinate e falsamente semplici, ricordo ancora, io genovese, minutamente le parole milanesi. Ce ne è una che è un piccolo capolavoro e che comincia così: “Quel che sunt drè a cuntav l'è ona storia vera/de vün che l'era mai stà bon de dì de no./E s'eren conussü visin alla Breda/le l'era de Rogored e lü el su no. Un dì lu l'aver portada a vedè la fera/la gh'aveva un vestidin color de tra-sü/disse vorrei un kraffen oh... non ho moneta/Pronti, el g'haa dà des chili e l'ha vista pü.”
Poi Jannacci ha continuato a scrivere canzoni sempre più in italiano, ed io l’ho abbandonato. Ma era un piccolo genio.(Titolo originale:"Il milanese internazionale di Enzo Jannacci").

2 aprile 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come ogni settimana pubblico qui il testo della mia rubrica domenicale sul Corriere Mercantile. E in particolare quella di domenica  (31 Marzo). Gli attenti lettori potranno constatare che, prendendo le mosse dalla presentazione di un libro su Furio Scarpelli, che ha avuto luogo venerdì scorso alla Feltrinelli di Genova (come da me preannunciato nel Blog) mi sono lasciato andare ad un piccolo elzeviro, dedicato appunto al ricordo dello stesso Scarpelli e del suo ottimo complice Age. In qualche modo ho dato vita ad una duplice evocazione sullo stesso tema, ma mi è parso doveroso.
Ecco dunque il pezzo apparso sul Mercantile. Il titolo originale era: "L’AFFASCINANTE ITALIA DI TOTO’ E DEI QUATTRO MOSCHETTIERI"


VISTO CON IL MONOCOLO

L'ITALIA DI TOTO' E DEI MOSCHETTIERI

Venerdì scorso ho presentato alla Feltrinelli (insieme a due dei tre autori, Accardo e Govoni) un libro de Le Mani intitolato “Furio Scarpelli-Il cinema viene dopo”. Per ragioni di salute io esco di rado ma questo mio gesto mi è parso doveroso, in ricordo di un mio momento professionale che rivendico (non è il solo). Nel 1977 costruii su Rai Uno un grande ciclo del lunedì sera-allora era la determinante collocazione per il film serale di Rai Uno- in omaggio a quello che resta la più grande coppia di sceneggiatori del nostro cinema, e cioè Age e (appunto) Scarpelli. I due scrittori (usiamo la parola che si meritano) erano nati entrambi nel 1919 e morirono in epoca relativamente recente: Age nel 2005 e Scarpelli nel 2010. Ebbero nel corso di una lunga carriera (Scarpelli da solo la proseguì praticamente sino ai giorni nostri) più di trent’anni di lavoro in comune durante i quali contribuirono ad una larga parte del miglior cinema italiano: quello più raffinato e al tempo stesso più popolare (si va da Totò ad alcuni dei migliori film di Risi, Monicelli, Scola, Germi, Leone e compagnia cantante). Non è un caso che insieme ad un'altra grandissima coppia di scrittori italiani, Fruttero e Lucentini, essi sceneggiarono il film tratto da “La donna della domenica”, opera appunto degli ultimi due. Ancora una volta, presentando il libro e parlando a lungo del cinema d’epoca e di un’epoca, mi son chiesto perché qualche decennio fa i nostri film (d’accordo, in un mercato totalmente diverso) siano riusciti, spesso con splendida malizia, a restituire un ritratto dell’Italia di allora che il cinema di oggi non riesce se non larvatamente a replicare. Domanda che riguarda non solo i registi ma anche gli attori: di fronte ad un geniale (ma quasi senile) Toni Servillo si pensi alla batteria di interpreti, donne e uomini, che sfornò l’Italia del tempo. Capeggiata da quattro moschettieri (Gasman, Manfredi, Sordi, Tognazzi) scomparsi senza lasciare eredi. 
Che cosa è successo in Italia? Non è solo un problema di scarsezza di sale e di concorrenza televisiva. Ma probabilmente di una di quelle mutazioni profonde che nel corso dei secoli incidono sulla forma e sulla sostanza delle nazioni.



29 marzo 2013

A DOMANDA RISPONDE



Come al solito rispondo alle missive giunte a Clandestino in Galleria dopo gli ultimi articoli, facendo ancora una volta presente ai lettori che, almeno per un mese, avrò ancora poco tempo da dedicare al Blog, preso come sono, dalla confezione di due libri e dalla preparazione di una nuova serie di presentazioni di film per la rete Class TV.
Passo subito al solito, affettuoso contributo di Rosellina Mariani giunto il 26 Marzo in calce al brano “Presentazione libro (solo per genovesi?)”. Grazie degli elogi. La presentazione ha avuto luogo, come preannunciato, al sesto piano della Feltrinelli di Genova, erano presenti due dei tre autori (e cioè Alessio Accardo e Federico Govoni, mentre Chiara Giacobelli non è potuta venire), la saletta era piena e il pubblico mi pare si sia divertito. Ricordo che il libro, edito da “Le Mani” di Francangelo Scapolla, è intitolato “Furio Scarpelli-Il cinema viene dopo” (costo 20.00 euro) è, in qualche modo la continuazione ideale di un precedente volume dello stesso Accardo, e cioè “Age & Scarpelli. La storia si fa commedia” edito nel 2001, con prefazione di Paolo Virzì, dall’ A.N.C.C.I. Questo perché la parte centrale della vita e del lavoro di Age e Scarpelli (che ad un certo punto si divisero) fu comune e dette vita a qualcuno dei più disinvolti e intelligenti film del cinema italiano post-bellico. A parte il blocco dedicato al cinema di Totò fra il 1949 e il 1950, mi limiterò a ricordare nove film del 1951 fra cui “Cameriera bella presenza offresi…”, nel 1952 quattro film fra cui “Totò e le donne” e “Totò a colori”, nel 1953 nove film fra cui “Villa Borghese” di Gianni Franciolini e “Totò e Carolina” di Monicelli. Nel 1954 tre film fra cui “Tempi nostri” di Blasetti, nel 1955 cinque film fra cui “Il bigamo” di Luciano Emmer e “Bravissimo” di Luigi Filippo D’Amico e “Le signorine dello 04” di Gianni Franciolini, sei film nel 1956 fra cui “La banda degli onesti” di Mastrocinque e “Souvenir d’Italie” di Pietrangeli, nel 1957 quattro film fra cui “La legge è legge” con Totò e Fernandel, “Il medico e lo stregone” e “Padri e figli” di Monicelli. Nel 1958 tre film fra cui il fondamentale “I soliti ignoti” di Monicelli, nel 1959 quattro film fra cui “L’audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy, “La grande guerra” di Monicelli e “Policarpo, ufficiale di scrittura” di Mario Soldati, nel 1960 l’eccezionale “Tutti a casa” di Comencini, “Il mattatore” di Risi e il malinconico “Risate di gioia” di Monicelli (naturalmente in tutti questi film essi non sono gli unici sceneggiatori, uniti spesso a colleghi famosi che vanno da Amidei a Sonego, da Scola a Maccari a Vincenzoni; eppure praticamente quasi in tutti si ritrova l’unghiata della coppia, ove la struttura drammaturgica fa forse più capo a Scarpelli e la vocazione della irresistibile parafrasi linguistica ad Age). Due film nel 1961, tre nel 1962 e cioè “Il commissario” di Comencini, “Il mafioso” di Lattuada e “La marcia su Roma” di Risi. Quattro film nel 1963, fra cui “I compagni” di Monicelli e “I mostri” di Risi. Nel 1964 tre film, fra cui “Sedotta e abbandonata” di Germi. Nel 1965 due film, fra cui “Signore e Signori” sempre di Germi. Il 1966 vede quattro film, fra i quali “L’armata Brancaleone” di Monicelli e “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone. Tre film nel 1967, uno solo nel 1968 ma è “Straziami ma di baci saziami” di Risi. Dei due film del 1969 più una mini-serie Tv, “Quel negozio di piazza Navona”, ricordo “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” di Scola. Il 1970 è l’anno di due film (più una serie TV) e cioè “Brancaleone alle crociate” di Monicelli e “Dramma della gelosia-tutti i particolari in cronaca” di Scola. “In nome del popolo italiano” viene nel 1971. Passando al 1973 troviamo due film fra cui “Vogliamo i colonnelli” di Monicelli. Del 1974 sono “C’eravamo tanto amati” di Scola e “Romanzo popolare” di Monicelli. Il 1975 (due film) vede il fondamentale incontro fra Age e Scarpelli e Fruttero e Lucentini con “La donna della domenica”. Nel 1977 (due film)  fra i quali “I nuovi mostri” di Monicelli, Risi e Scola, nel 1979 due film fra cui il raffinato “Temporale Rosy” di Monicelli. Dei due film del 1980 ricordo la “Terrazza” di Scola e del 1983 “Ballando ballando” sempre di Scola. Poi, negli anni’80 la collaborazione fra i due è quasi terminata e mi par giusto fermarmi qui. Alla fine di una lunga elencazione, che forse finirà col parere noiosa, ma che mi sembrava doverosa per poter ricordare un momento quasi decisivo della nostra storia recente-e non solo di quella cinematografica in senso stretto- nella quale l’apporto creativo di Age e Scarpelli è stato incalcolabile. 
Passiamo ai due post giunti il 25 Marzo. La proposta di Gianni Dello Iacovo di parlare dei gesuiti nel cinema mi sembra interessante, anche se in questo momento non ho purtroppo a disposizione il tempo necessario per una ricerca sistematica. Faccio però presente che vi sono diverse pubblicazioni che riguardano, più generalmente, i sacerdoti nel cinema. 
Per quel che riguarda in particolare Padre Arpa potrei scriverne  a lungo perché, con un gruppo di amici ormai sparpagliati per il mondo o scomparsi (Gianni Amico, Franco De Salvo, Amos Segala, eccetera) collaborai con lui nella conduzione del Cineforum Genovese, fondato all’inizio degli anni’50 dallo stesso padre Arpa e dal professore Carlo Cormagi. Seguii padre Arpa nella fondazione di un Ente chiamato “Segretariato di cultura” a cui fece seguito il “Columbianum” che godette di una certa notorietà e, fra l’altro, dette vita a un Festival del Cinema Latino-Americano fra Santa Margherita, Sestri Levante e Genova, che durò complessivamente cinque anni e che credo sia stata la prima manifestazione europea ad interessarsi di cinematografie allora lontanissime con in testa un pianeta totalmente sconosciuto, che era l’Argentina… Io me ne disinteressai quasi subito perché ero diventato il critico cinematografico titolare del Corriere Mercantile e non avevo più molto tempo a disposizione. Del resto su Padre Arpa, su quel che contò nella Genova degli anni ’50 e ’60 e sui suoi rapporti con l’allora potentissimo Cardinal Siri, è già stato scritto molto e con conoscenza di causa. Sempre sullo stesso tema ringrazio Bollicine. Il sito da lui segnalato, che riguarda la “confezione” dei titoli, mi è parso piuttosto interessante. E in un qualche modo famigliare perché in quasi sessant’anni di attività non ho fatto altro che inventare titoli: nei giornali, nelle riviste, in televisione ed in ogni altro luogo possibile e immaginabile. Per i post del 13 Marzo soliti ringraziamenti a Rosellina e molti saluti a Giorgio di Roma (sono contento di avergli fornito dati interessanti). Per quel che riguarda i post dell’11 Marzo ovvi saluti a Rosellina. Forse giusta l’osservazione di PuroNanoVergine ma il fondo di quel che ho scritto mi pare pur sempre giustificato. Certo Torino capitale sarebbe risultata nel Sud ancora più “marziana” di Roma ma sarebbe diventata egualmente una meta, come lo fu poi negli anni’ 50 e ’60 a causa della Fiat.
Infine per quel che riguarda i post del 6 Marzo mi fa piacere che la Stanza del Cinema abbia avuto successo! Del funzionamento dello streaming non so niente e perciò non posso pronunciarmi! Ricambio di cuore i saluti di Rosellina e di Giorgio, entrambi di Roma. Spero che in futuro continueranno a leggermi.
A tutti i corrispondenti auguri di buona Pasqua!

26 marzo 2013

PRESENTAZIONE LIBRO (SOLO PER GENOVESI?)





Cedo ad un impeto di vanità e faccio presente, come si deduce dall'invito allegato, che Mercoledì 27  Marzo alle ore 18.00, alla libreria Feltrinelli di Genova, presenterò, insieme agli autori (che non conosco) un libro edito dalle Mani ed inteso ad analizzare vita e opere di Furio Scarpelli. Come è noto questi fece con grande successo lo sceneggiatore di film e, in particolare, per diversi decenni, diede vita insieme ad Age (Agenore Incrocci) alla più famosa coppia di scrittori di soggetti e sceneggiature per il grande schermo che abbia conosciuto il cinema italiano. Ancora pochi giorni fa ho avuto occasione di scrivere (non ricordo dove) che le due coppie fondamentali di scrittori del dopoguerra italiano erano formate da Age e Scarpelli e da Fruttero e Lucentini. Almeno un terzo del cinema italiano di rilievo dagli anni'50 agli anni'80 è frutto del lavoro dei due sceneggiatori, fra cui Scarpelli era probabilmente il più "drammaturgo" mentre Age era titolare di uno straordinario orecchio inventivo perciò che riguardava gerghi, parole strane o inusuali, invenzioni verbali di ogni tipo. Ho accettato di presentare il libro (indubbiamente molto utile) perchè analizza e ricostruisce la vita e l'opera di Scarpelli, comprende una filmografia totale e contiene anche un'amplissimo numero di testimonianze di parenti, amici, collaboratori ed allievi dello stesso Scarpelli. Ho deciso di uscire di casa (cosa che ormai sono costretto a fare molto di rado) e di andare alla Feltrinelli sia perchè l'occasione risale all'amico Scapolla proprietario de Le Mani ma anche perchè posso vantarmi di qualcosa di unico in materia. In effetti quando ero il responsabile della programmazione dei film di Rai Uno convinsi l'allora mio Capo Struttura Paolo di Valmarana (nel 1981 lascia Rai Uno e andai a mia volta a fare il Capo Struttura a Rai Due) a dedicare ad Age e Scarpelli un intero ciclo di film per il lunedì sera di Rai Uno, che allora era ancora la più famosa collocazione cinematografica della televisione italiana. Nessuno aveva mai fatto un omaggio del genere a degli sceneggiatori italiani, e sono tutt'ora orgoglioso di essere riuscito io a progettarlo e a portarlo a termine, vincendo resistenze di ogni tipo. Si ricordi che certe convenzioni all'epoca erano abbastanza forti e su Age e Scarpelli "pesava" il fatto di avere iniziato la carriera come sceneggiatore di fiducia per Totò. Il che adesso è un titolo di merito ma allora  destava qualche dubbio nelle persone assetate di cultura "alta".
Spero che questo annuncio possa incuriosire qualche concittadino interessato al cinema.

25 marzo 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come ogni settimana trascrivo nel Blog la puntata più recente della mia rubrica ebdomadaria sul Corriere Mercantile (è la puntata di domenica 24/03/2013). Come vedete,  constatando che le mie ultime due rubriche si susseguono nel Blog potrete dedurre un fatto ovvio: non ho molto tempo da dedicare al "Clandestino" e me ne scuso con i lettori. Entro un mesetto spero di riuscire a sistemare i miei compiti più urgenti e quindi di riuscire a dare al Blog tutto il tempo e lo spazio che esso merita, con una continuità di applicazione a cui i lettori si erano via via abituati. Molti saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

PAPA FRANCESCO E I VOTI GESUITI


Ci sono in questi giorni due grandi moti popolari, che possono piacere o dispiacere, ma che è impossibile negare. L’uno è quello propriamente italiano: i “grillini” che  hanno ottenuto il 25% dei voti. L’altro è transnazionale e riguarda l’improvvisa popolarità del Papa Francesco. Chi ha seguito in televisione l’”habemus papam” del Cardinale Tauran ha visto che l’iniziale, febbrile attesa della gremitissima piazza San Pietro si è mutata in una percepibile incertezza all’annuncio del cognome Bergoglio, ai più sconosciuto. Ma son bastate poche settimane perché si coagulasse invece intorno al nuovo Papa una sorta di gioiosa e compiaciuta aspettativa, ribadita da mille particolari accadimenti. Confesso, pur col massimo rispetto, che questa sorta di entusiasmo senza confini mi lascia perplesso. Tante cose nel nuovo pontefice che destano entusiasmo, mi sembrano di un vago buonismo che contrasta con la nitida ma consapevole timidezza di Benedetto XVI, ove si celava una complessa superiorità intellettuale. Ecco invece la croce di legno e non d’oro, l’anello piscatorio d’argento dorato, le scarpe nere e non rosse, la tonaca bianca vagamente stropicciata che sembra quasi tolta da un magazzino di costumi teatrali e non progettata e cucita da un famoso negozio romano, eccetera. Tutti atteggiamenti vagamente “semplificatori” che suggeriscono nel nuovo Papa un’eredità che sembra più quella salesiana che quella gesuitica. E’ indubbio che da Benedetto XV (1914) ad oggi i Cardinali in Concistori non si sono sbagliati nello scegliere uomini di indubbio risalto personale e/o culturale (Ratti, Pacelli, Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyła, Ratzinger) ed è quindi probabile che abbiamo ragione anche questa volta. 
Una sola, minima curiosità. Ricordo che come gesuita Papa Francesco (perché non Francesco I?) oltre ai tre voti canonici ne ha pronunciato un altro, che deriva evidentemente da Ignazio di Loyola, e cioè quello di un obbedienza totale e incondizionata al Papa, Vicario di Cristo. Come potrà regolarsi adesso il nuovo Papa vincolato da un giuramento di totale obbedienza a se stesso? E l’obbedienza dovuta prima a Benedetto XVI è valida anche dopo l’”abdicazione”?
La teologia mi tenta…

(TITOLO ORIGINALE: IL GIURAMENTO A SE STESSO DI PAPA FRANCESCO I)

19 marzo 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito pubblico qui la mia abituale rubrica settimanale sul "Corriere Mercantile". Che questa volta, per un problema di affollamento di pagine, è stata pubblicata anziché domenica 17 Marzo lunedì 18 Marzo. Nell'edizione del Mercantile che, in omaggio ad una vecchia tradizione, reca la testata "Gazzetta del Lunedì". Dove quando era veramente un quotidiano settimanale ho lavorato per anni ed ho imparato ad impaginare (ovviamente, come osava allora, col piombo). Titolo originale "Papa Francesco I troverà troppo sontuose le guardie svizzere?"
Molti saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO
  
PAPA FRANCESCO E LE GUARDIE SVIZZERE

Come tanti ho seguito le febbrili cronache televisive del Vaticano e fatalmente, più di una volta, mi è caduto l’occhio sui Corpi Armati Pontifici. Da un lato c’erano gli uomini della Gendarmeria Vaticana e dall’altro le Guardie Svizzere. I primi sono gli eredi (l’uniforme del 1816 era vagamente napoleonica) dei Gendarmi Pontifici aboliti nel 1971, con improvviso sussulto anti-militarista, da Paolo VI, e ripristinati, seppure con divisa diversa, da Papa Wojtyła. I secondi, ribadendo un’antica vocazione svizzera (nel medioevo essi alimentavano le migliori milizie mercenarie del mondo), dal 1506 forniscono una pittoresca ed efficiente guardia personale del Papa. Vedendoli gli uni e gli altri di fronte, mi son detto più di una volta, guardando gli Svizzeri: “Ma allora è vero che esistono etnie, popoli, divisioni razziali, chiamatele come volete, più portate degli altri al mestiere delle armi?”. In effetti vedendoli di fronte i Gendarmi (che sono professionisti) sembravano dilettanti, e gli Svizzeri (che sono dilettanti) sembravano professionisti. I primi, circa 130, sono dotati di un modernissimo centro operativo tipo telefilm poliziesco e danno vita anche ad un reparto di “teste di cuoio” chiamato GIR (Gruppo di Intervento Rapido) e ad un altro di artificieri anti sabotaggio. I 110 Svizzeri sono invece dei giovanotti fra i 18 e i 30 anni, che hanno fatto servizio militare in patria, dispongono di una “maturità medio-superiore” e scelgono di fare per qualche anno questa particolare esperienza romana. In maggioranza sono svizzeri-tedeschi, che provengono dai vecchi cantoni cattolici (Uri, Schwyz, Unterwald, Nidvaldo, Obvaldo, eccetera, ma sono previsti anche romandi e ticinesi), che innestano la loro “Vacanza romana”, all’interno di un esperienza militare totalmente fuori del tempo. Risultato è che sfilano, manovrano, presentano le alabarde con una precisione micidiale mentre (l’ho visto con i miei occhi) su tre gendarmi due facevano dietro front a sinistra e uno a destra.
Sono un’incredibile testimonianza di un lontanissimo passato, di un’Europa scomparsa. Non vorrei che Papa Francesco I, cedendo agli impulsi di un tempestoso egualitarismo argentino, li abolisse.



13 marzo 2013

Stanza del Cinema - due o tre cose sugli Oscar 2013

A commento del brano da me posto nel Blog a proposito della Stanza del Cinema, Giorgio (da Roma) mi ha chiesto se fosse possibile vedere un frammento di quel che accade nella stanza stessa. Come fa da anni il collega Massimo Marchelli, attualmente presidente del Gruppo Ligure Critici Cinematografici, ha ripreso una puntata del nostro appuntamento mensile. Per l’esattezza quello di lunedì 4 Marzo. Mi è stato inviato, e grazie a Doretti sono riuscito a farlo installare nel Blog. Mi rendo conto che l’immagine globale può risultare abbastanza banale perché riprende una persona che parla (in genere i relatori sono due) ed io al centro che arbitro la tenzone. Il problema è che l’illuminazione della stanza è quella che è e il sistema di due altoparlanti condizionati da un microfono non sembra il veicolo sonoro più favorevole. Per cui si rischia di vedere poco e di sentire male. La mancanza di una vera e propria ripresa stile telegiornale non rende possibile far vedere che l’attenzione dei presenti (in genere almeno una quarantina) è sempre molto alta e quasi altrettanto intensa è la partecipazione al dibattito susseguente ai vari interventi. Si tratta di una iniziativa modesta ma, per così dire, calorosa fondata ormai quasi quattordici anni fa e proseguita puntualmente, ogni mese, dal primo lunedì di Ottobre al primo lunedì di Giugno. In ogni caso Doretti ha provveduto a montare la ripresa di Marchelli apportando dei tagli in un materiale che, in se e per se, è importante ai fini di una futura documentazione di una iniziativa ormai ricca di anni, ma che, esposta integralmente, può rischiare di apparire un po’ noiosa. Un giudizioso montaggio mi pare serva ad illustrare bene le caratteristiche fondamentali dell’iniziativa. Mi auguro che quel poco che si vede non scoraggi troppo il gentile lettore romano del Blog.
Molti cordiali saluti a tutti.



11 marzo 2013

L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito pubblico qui la puntata di domenica 10 marzo 2013 della mia rubrica "Visto con il Monocolo" apparsa sul Corriere Mercantile.

VISTO CON IL MONOCOLO

Piero Ottone, vecchia gloria giornalistica nostrana, ha una rubrica settimanale, intitolata appunto “Lettere genovesi”, nell’edizione del sabato de La Repubblica-Il Lavoro. Il 16 febbraio, occupandosi della riedizione di un libro intitolato “Stile piemontese” (centrato sulla giusta celebrazione di Giovanni Giolitti e Luigi Enaudi ad opera di quel grandissimo e convulso giornalista che fu Giovanni Ansaldo) Ottone si lascia quasi sfuggire un’esplicita affermazione a modo suo rivoluzionaria: “…la lettura di questi scritti mi conferma più che mai nella convinzione che l’Italia sarebbe oggi un paese diverso, e meriterebbe ben altro rispetto, se dopo l’unificazione lo stile piemontese avesse dato la sua impronta all’intera penisola, e se la capitale fossa rimasta a Torino.” E’ quello che ho sempre pensato anche io, e non vorrei sembrare immodesto annettendomi una testimonianza ben più a sinistra di quanto non possa essere la mia. Io ho sempre avvertito la ferita di quel forzato trasloco del 1864 della capitale da Torino a Firenze, e poi del balzo definitivo che culminò poi nel breve assalto a Porta Pia del 20 settembre 1870. Son contento di non essere solo, persuaso che con la capitale a Torino la storia dell’Italia unita (e anche quella della Fiat!) sarebbe stata totalmente diversa, e sicuramente più seria e meno cialtronesca. Anche se è una nozione storica controllabilissima, sono convinto che molti italiani non sappiano che proprio l’annuncio del trasferimento da Torino a Firenze indusse alla rivolta la pur disciplinata popolazione torinese d’epoca. L’esercitò sparò sui cittadini al punto che il 21 e il 22 settembre del 1864 vi furono 52 morti e 187 feriti. Non se ne parla mai e si tende a dimenticarlo, anche se ho scoperto che il 4 dicembre 1999 il Comune di Torino ha fatto apporre una lapide ove sono accaduti quei fatti crudeli. Io non ho niente contro Roma (vi ho abitato 25 anni e in molte strade di Prati mi ritroverei a casa mia). Ma sono sicuro che sullo sfondo di Torino, fra le caute tonalità sonore del piemontese così diverse da quelle romanesche, molte delle cose che sono accadute non si sarebbero verificate (compresa, per ovvie ragioni, la Marcia su Roma!).

6 marzo 2013

NOTIZIE DALLA STANZA DEL CINEMA DI GENOVA


GRUPPO LIGURE CRITICI CINEMATOGRAFICI
Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani.
Genova 16121 Genova Via Fieschi 3/26 (13° piano).
Tel. 010565702 Fax 010 564170

Oggetto: Grace Kelly, da Hitchcock al trono
Lunedì 11 Marzo alle ore 17.30 a Genova nei locali dell’Istituto di Storia Patria, al piano terreno di Palazzo Ducale, si terrà la consueta Stanza del cinema – conversazione curata dal Gruppo Ligure Critici Cinematografici (SNCCI), in accordo con la Direzione del Ducale.
Maria Francesca Genovese  parlerà di "Grace Kelly, da Hitchcock al trono" esemplificando il tema con immagini e brevi filmati.
A 30 anni dalla morte di Grace Kelly ne verra' ripercorsa la carriera, che raggiunge il suo apice con i capolavori di Hitchcock per poi concludersi prematuramente dopo il matrimonio con Ranieri di Monaco. Nell'occasione verranno svelati dietro le quinte e curiosita' dell'atteso film "Grace di Monaco", interpretato da Nicole Kidman e girato proprio nella nostra citta' nei mesi scorsi.

L’ingresso è libero.



Francesca Felletti – ufficio stampa gruppo ligure critici cinematografici

4 marzo 2013

A DOMANDA RISPONDE

Rispondo qui ai post giunti (27/02/2013) dopo la pubblicazione del mio brano d’attualità su Coluche e Grillo. Giusto il rilievo di Rear Window che cita il film di Dino Risi “Scemo di guerra” (1985) in cui Coluche e Grillo apparivano insieme (c’erano anche Fabio Testi, Claudio Bisio, forse meno noto di adesso, e il grande Bernard Blier). Volevo menzionarlo, perché era un riferimento obbligato, e poi mi è passato di mente. Mi dispiace, perché negli ultimi anni Dino e io eravamo diventati amici e ogni tanto lo chiamavo al telefono nel suo Residence romano (con quella sua voce molto simile a quella di Gianni Agnelli mi diceva: “Chiamami chiamami, perché mi diverti”). 
Ringrazio Bollicine per i due siti internet che mi ha segnalato (uno è quello “Le point”, una rivista francese di cui sono stato lettore per anni). Ed anche per la segnalazione del film “L’uomo dell’anno” (2006) di Barry Levinson con Robin Williams e Cristopher Walken centrato su un comico TV che si fa iscrivere alla campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti e viene eletto (a causa di un cattivo funzionamento del sistema informativo). Levinson è un regista curioso (nato nel 1942) di cui non ci si ricorda quasi mai e che pure ha diretto molti film interessanti a cominciare da quello di esordio “A cena con gli amici” (1982), “Il migliore” (1984), “Good Morning, Vietnam” (1987), “Rain Man- L’uomo della pioggia”(1988), via via sino al curioso “Disastro a Hollywood” (2008).
Soliti ringraziamenti anche a Rosellina, a PuroNanoVergine (proiezione di “Scemo di guerra” giovedì 7 marzo alle 12.20 su RaiMovie) e un certo imbarazzo a Filippo M. che intravede in me un ideale Presidente della Repubblica. A parte ogni considerazione sulla mia sostanziale pochezza, resta viva la imbarazzante possibilità di dover ricevere a casa mia sia Grillo che Casaleggio (Grillo conosce la zona perché il piccolo teatrino, “L’Instabile” dove l’aveva scoperto Pippo Baudo, era a poche centinaia di metri da casa mia. Ma desso è ormai chiuso). Forse è meglio che ne faccia a meno, anche perchè il Quirinale è più spazioso…

Per quel che riguarda invece i post del 26 febbraio concernenti la telefonata ad Arrigo Polillo, soliti e doverosi ringraziamenti ai tre Anonimi (uno è anche Enrico C.) a Rosellina, a Claudio Costa della Ronin Film Production, a Giorgio ed una risposta più circostanziata a SG che si compiace del ritorno di Vincenzoni (conto anche io di utilizzare ancora Luciano), mi incita a tener d’occhio Polillo (cosa che farò senz’altro) ed a intervistare Camilleri (vedrò cosa posso fare). Ho girato la sua richiesta tecnica (“scaricare le telefonate in podcast”) a Lorenzo Doretti che sta riflettendo se ed eventualmente come convenga operare la riguardo. Per il vecchio amico Lorenzo Pellizzari un abbraccio forte.

Infine i post del 25 febbraio che riguardano la mia nota su Amazon sono di tenore diverso, ma tutti ugualmente interessanti. Soliti ringraziamenti a Rosellina, a PuroNanoVergine (informatissimo ma un po’ pessimista) e ad Enrico, ricchissimo di esperienza in materia.



L'OSSERVATORE GENOVESE

Come al solito riporto sul Blog la puntata di "Visto con il Monocolo" apparsa nel "Corriere Mercantile" di domenica 3 marzo 2013. La tendenza sistematica della televisione, e in particolare della Rai, a togliere la parola ai papi quando non parlino italiano, mi ha sempre dato fastidio sin dai tempi di Paolo VI. Figuriamoci adesso. Titolo originale "IL PAPA HA RAGIONE, MA NON SE PARLA FRANCESE"

VISTO CON IL MONOCOLO

L'EGO DEI GIORNALISTI E IL SALUTO DEL PAPA

Confesso che l’abdicazione di Benedetto XIV mi ha fatto un enorme impressione. Si tenga conto del fatto che io, in un altro mondo e in un’ altra Genova, ho fatto quasi tutte le scuole al Vittorino da Feltre con i Padri Barnabiti e sono cose che lasciano una traccia. Ma torno su un argomento (l’ultimo Angelus) : debbo levare un piccolo grido di dolore per quelle che sono le abitudini dei telegiornali Rai quando si odono lingue straniere, e in particolare quando queste lingue le parla il Papa. La trasmissione mattinale da Piazza San Pietro aveva un evidente valore letterale ed uno simbolico. Naturalmente erano convenuti giornalisti e vaticanisti, ansiosi di ascoltare ma soprattutto di farsi ascoltare. Ed ancora una volta, come accade da molti anni a questa parte e con tutti i Papi, quando il pontefice ha terminato l’intervento in italiano e ha cominciato quello in francese, la sua voce è stata tolta e i convenuti sono finalmente riusciti a parlare loro per primi, sicuri di imperversare su un’enorme platea. E’ una pratica usuale della Rai, che confina da un lato con la maleducazione e dall’altro con l’ottusità. Ascoltare l’ultimo messaggio pubblico del Papa nelle varie lingue avrebbe consentito molti sottili risvolti, utili per comprendere meglio la sua psicologia ed il suo modo di vivere e di operare. Si prenda ad esempio il suo francese, che lui ha studiato librescamente ma che pronuncia con un accento sorprendentemente esatto (mi sembra, se mai, che il suo accento tedesco sia più pronunciato quando parla italiano, che pure è una lingua che egli pratica costantemente da almeno due decenni). E’ altrettanto potrebbe dirsi nei confronti delle diverse lingue in cui il Papa si esprime. Una traduzione simultanea per ogni lingua avrebbe consentito di mettere in luce le potenziali differenze fra un testo e l’altro e soprattutto di cogliere la passionalità di un ultimo messaggio “urbi et orbi”, al tempo stesso una confessione e un congedo, significativi.
In un mondo in cui tutti credono di sapere l’inglese perché dicono “spending review” e “election day”, un ultimo, decisivo messaggio plurilingue sarebbe stato una mirabile chiusura. Ma i nostri giornalisti devono parlare loro…

(battute: 2.204)