Blog - Crediti


L'audio e i video © del Blog sono realizzati, curati e perfezionati da Lorenzo Doretti, che ha anche progettato l'intera collocazione.
L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

25 febbraio 2014

DOVEROSA CITAZIONE DI DUE DIZIONARI DEI FILM: IL “MORANDINI 2014”, E “IL MEREGHETTI 2014”.

Si tratta di un ausilio quasi indispensabile per il professionista, l'appassionato e per lo spettatore che voglia semplicemente controllare un dato o un titolo rapportati alla programmazione televisiva.

Una volta all’ anno mi capita un avvenimento fortunato. E ogni due o tre anni un altro avvenimento doppiamente fortunato. Cioè l’apparizione di una nuova edizione del Dizionario Cinematografico di Morando Morandini. Il suo titolo, per l’esattezza, è “Il Morandini”, diventato ormai una equivalente definizione di un dizionario cinematografico. Infatti è uscito proprio adesso- mi è stato fatto pervenire con la consueta efficienza dalla dottoressa Lisci dell’Ufficio stampa della Zanichelli il “Morandini 2014”- come sempre a cura di Laura, Luisa e Morando (Laura è la moglie di Morando e la mamma di Luisa: il dizionario nasce dallo schedario che essa aveva accumulato ai suoi tempi e dopo la sua scomparsa il marito e le figlie, compresa Lia, lo ricordano così, oltre che con un annuale festival cinematografico, appunto il “Laura Film Festival”, che si svolge in estate nel paese di nascita di lei, Levanto, in provincia di La Spezia). L’altro avvenimento doppiamente fortunato a cui faccio riferimento prima, è l’apparizione di un altro grande Dizionario e cioè “Il Mereghetti” del 2014, che usciva prima ogni due anni ed ora ogni tre, che per questo è più corposo: due volumi per i film propriamente detti e uno per gli indici. Segnalo queste uscite con qualche mese di ritardo (spero di essere perdonato). Entrambe le edizioni sono state stampate nell’ottobre scorso, e quindi posso parlarne senza apparire troppo fuori tempo. Come dicevo prima nei confronti di entrambi gli autori credo di poter vantare un’ampia dote di consapevolezza critica, che implica, al tempo stesso, come ho detto prima, un profondo legame di amicizia. Da molti anni Paolo Mereghetti gode di tutta la mia fiducia, umana e professionale. D’altro canto a Morando Morandini sono legato da un antico rapporto di profonda e amichevole reciproca fiducia, che risale ai primi anni ’60, e quindi è più di mezzo secolo fa. Di sua moglie ho già detto, spero con una intensità che rievochi sia l’affetto che la stima per il lungo lavoro di schedatura che ha costituito la base di partenza del dizionario di famiglia. E in quanto alle due “bambine Morandini”, posso dire di averle conosciute quando entrambe frequentavano ancora la scuola elementare. Ad ogni mostra di Venezia le vedevo nel piccolo, periferico Hotel Sorriso del Lido, insieme ai loro coetanei, fra cui Giovanni Kezich, figlio di Tullio, e Oscar Cosulich, figlio di Callisto. Ora Lia, che abita da anni a Roma, è una notissima costumista di cinema, mentre Luisa, che ho già citato, è una delle principali collaboratrici di suo padre nella “confezione” del vocabolario. 
Io appartengo ad una generazione di cinefili professionisti che per anni si sono alimentati con i dizionari del cinema di autori tutti stranieri, dopo il fondamentale Filmlexicon di Pasinetti, e cioè Sadoul, Halliwell, Maltin, Lourcelles, Tulard, eccetera. Ma ormai dal molto tempo il loro posto è stato preso da due italiani: Paolo Mereghetti, ogni due anni, e appunto Morando Morandini ogni anno. Entrambi sono vecchi amici, per cui consultando i loro testi rendo anche concreto ogni volta un rapporto d’affetto. Che coesiste, diciamo la verità, con un riflesso egoistico, vista la qualità delle opere. Guardiamo ai dati: il Morandini di questo anno comprende 25.000 film usciti sul mercato italiano dal 1902 all’estate del 2013. Più esattamente i 25.000 film sono quelli citati nell’edizioni on-line e in DVD (il DVD è allegato ad ogni volume) mentre l’edizione su carta fornisce la trama di circa 20.000 titoli. Il motivo sostanziale di interesse è rappresentato dal fatto che per ogni film  vengono forniti alcuni dati essenziali, un conciso riassunto della trama, un giudizio di merito non di rado molto elegante, oltre che, attraverso stellette e palline, un riassunto del successo di critica e di pubblico. E naturalmente i dati favorevoli non si esauriscono in queste cifre. Complessivamente si tratta di 2048 pagine, il testo contiene, come sempre, schede monografiche su cicli e serie, elenchi di cortometraggi  segnalati in vari festival, elenchi di serie tv di particolare interesse ed, oltre i soliti elenchi per titoli, attori e registi, ve ne è anche uno, come è tradizione del Morandini, di autori letterari e teatrali dalle cui opere sono tratti dei film (è una utilissima curiosità dell’opera). Come risulta evidente da questi dati si tratta di un lavoro collettivo di grande impegno e di grande risonanza. Naturalmente non è detto che si debba essere d’accordo con tutti i giudizi contenuti nel Dizionario (il quale, come tutte le opere consimili, è frutto dell’apporto di occhi e mani diverse, ovviamente coordinate sotto la direzione degli Autori, e quindi di opinioni variamente articolate). Ma, ripeto, si tratta nel complesso di un libro di prezioso e raffinato impegno che, di fatto, ha reso inutile il ricorso a fonti straniere, un tempo quasi inevitabili per lo specialista e l’appassionato. Vorrei precisare che il prezzo complessivo del libro più Dvd-Rom è di euro 37,60. E’ difficile pensare che acquistarlo non rappresenti un buon investimento.
Altrettanto dicasi del Mereghetti, che uscendo ogni due o tre anni è ovviamente più corposo. Gli indici fondamentali sono eguali in entrambi i testi, con la differenza che nel Morandini non c’è più elenco dei titoli originali che è presente invece nel Mereghetti, ma in compenso c’è il (raro) elenco degli “Autori letterari e teatrali”. Entrambi i Dizionari contengono, seppure con diversa elencazione globale, voci riguardanti i personaggi “seriali”. Ad esempio nel Mereghetti sono 56 le voci tematiche dalla “A” di “Agente 007” alla “Z” di “Zorro”. Altrettanto numerose sono le voci “biografiche” citate dal Morandini. Diverse sono spesso le voci minori. Ad esempio nel Morandini cita i “principali siti internet dedicati al cinema”, e via dicendo. Entrambi i Dizionari sono frutto di un ampio lavoro collettivo, ma mentre il Morandini cita in massa i “co-autori”(divisi in Collaboratori, Rilettura, Corti a cura di, Serie Tv a cura di, Redazione, Correzione Bozze, Copertina, Elaborazione automatica dei testi, Progetto grafico, Composizione, Software di consultazione, Immagini a cura di, Edizione on line, Coordinamento della stampa e confezione). Troppi perché io possa ricopiarli qui. Il Mereghetti si limita invece a citare un numero ristretto di collaboratori (presumo principali) che sono: Alberto Pezzotta, Filippo Mazzarella, Roberto Curti, Alessandro Stellino, Pier Maria Bocchi, Carlo Alberto Amadei e Elena Martelli Gracis.
E’ stato per me un piacere ripercorrere con voi le comuni strade cinematografiche di due vecchi amici (a completamento dei dati specifici forniti per il Morandini ricordo che i tre volumi del Mereghetti, riuniti in un cofanetto, costano complessivamente 49,90 euro).

24 febbraio 2014

L'OSSERVATORE GENOVESE

Cari amici, 
abituale cerimonia del lunedì mattina con il "recupero" della mia rubrica domenicale sul "Corriere Mercantile". Mi dicono che - fatta salva la differenza fra venti righe di scritto e un' ora di parlato - il tema di fondo, e cioè l'imperscrutabilità dell'Italia sempre incerta fra trionfo e catastrofe, sia affine ai concetti espressi da Maurizio Crozza nel suo intervento al Festival di Sanremo. L'ho cercato al telefono per dirglielo ma ha il cellulare, comprensibilmente, sempre occupato. Riproverò.

VISTO CON IL MONOCOLO
ITALIA CATASTROFICA MA A TEMPO
Consapevole che tutto sembra andare male ho deciso di cedere ad un incongruo accesso di ottimismo, riguardante lo stato dell’Italia e l’Italia dello Stato. In apparenza peggio di così le cose non potrebbero andare: l’Italia sembra andare veramente in liquidazione, anche in senso idrologico. Si pensi al vergognoso cedimento della ferrovia nei pressi di Andora, quasi un simbolo del quieto crollo dell’intera regione. E al fatto che l’Italia intera, dopo essere sopravvissuta per secoli, sembri liquefarsi sotto il peso delle piogge, che però c’erano anche in passato. Dal canto loro i Comuni non riescono neppur più a riparare le buche delle strade cittadine mentre in periferia si ergono gloriosamente gli splendidi resti delle costruzioni romane, a volte felicemente funzionanti. E la cronaca nera non riesce a tener dietro ai crimini più spietati (femminicidi, bambini uccisi sulle strisce, eccetera) mentre i processi per corruzione sono divenuti ormai una litania, ripetitiva e fastidiosamente deprimente. Insomma un bilancio clamorosamente negativo di una repubblica in apparente stato di fallimento. L’unica speranza è che questa sia la parte finale di una terribile congiuntura negativa a cui deve fatalmente fare seguito un momento di grande e insperato successo. É quel che è successo sempre in Italia, almeno nel dopoguerra, fra successivi alti e bassi attraverso i quali siamo perigliosamente arrivati ai giorni nostri. A testimonianza del fatto che l’Italia è un paese meticolosamente imprevedibile, che sembra alternare sistematicamente il successo e la sconfitta al di là di ogni ragionevole previsione. Ad esempio il terrorismo ha infuriato in molti paesi europei. Ma in Germania e in Francia bastarono le poche decine di militanti della “Rote Armee Fraktion” e di “Action directe” per mettere quasi in ginocchio le due più importanti nazioni d’Europa. Parallelamente in Italia ci fu una sorta di vasta esplosione incontrollata di iniziative (brigatiste) totalmente indipendenti nell’intero paese. E, non si sa come, ne siamo usciti sorridendo. In questo strano paese più le cose vanno male e più potranno andare bene. In questi giorni siamo proprio al punto giusto per cambiare tutto ancora una volta.


17 febbraio 2014

A DOMANDA RISPONDE


Rispondo subito ai contributi di Luigi Luca Borrelli e di Enrico a proposito di Melville pubblicati nel Blog il 10 Febbraio. Per quel che riguarda Borrelli gli farò osservare che “l’americanità” di Melville aveva due articolazioni diverse. La più importante era quella che riguardava il suo “emballement” per il cinema americano: ritrovi Borrelli l’elenco dei registi americani da lui prediletti (è chiaro, in un momento dato della storia del cinema) e si imbatterà in una gloriosa, vecchia guardia hollywoodiana, compresi i nomi di alcuni considerati “mestieranti” ma di cui Melville, da uomo del mestiere che sapeva cosa voleva dire girare un film, aveva il massimo rispetto.  
In altro senso il gusto “americano” di Melville si può ritrovare, secondo me, in un piacere minuto della frammentazione con cui egli articola il discorso dei film, e che fa pensare a certi gialli post-bellici Usa. È chiaro che i riferimenti visivi (come dire, antropologici e di luoghi) sono profondamente francesi, a volte parigini come lo era lo stesso Melville. Il suo amore per l’America è comunque ribadito da una delle sue opere più curiose, e cioè “Deux hommes dans Manhattan” (in italiano contraddistinto da un titolo come sempre eccessivo: “Le iene del quarto potere”). Girato a New York, in una città buia e tutta da indovinare, è il massimo momento di devozione a quell’America da lui sempre profondamente sognata come ideale alternativa.

Mi sembra interessante il riferimento che fa Enrico, da un lato con un elogiativo giudizio su “Lo spione” (Le doulos) e dall’altro con un aperto elogio per un “polar” relativamente recente (2008) come “L’ultima missione” (MR 73) di Olivier Marchal. Questi è un attore e regista che è stato veramente un poliziotto, e che qui ci parla di un “flic” alcolizzato e disperato, il quale dà la caccia a un “Serial killer”. La presenza di Daniel Auteuil garantisce la continuità di un immenso e sommesso divismo, non di rado legato appunto al poliziesco, che resta un piccolo-grande orgoglio del cinema francese.  

10 febbraio 2014

A DOMANDA RISPONDE

Credo sia opportuno rispondere subito a Luigi Luca Borrelli, che ha inviato un commento a proposito del mio brano “Renato Venturelli e il cinema noir”. È fuor di dubbio che l’infinita competenza di Renato risente anche di una forzata “specializzazione” americana… inevitabile tenuto conto del peso delle due cinematografie. Si badi, non che egli abbia qualche cosa contro la Francia. Sua moglie è addirittura ordinario di letteratura francese nella facoltà di lingue dell’Università di Genova e lui stesso passa ogni anno una o due settimane a Parigi, che adora percorrere a piedi riscoprendo man mano il famoso telaio centrale dei Boulevards. Quel che mi pare importante rilevare nell’elenco da lui inviato è il carattere “ristretto” dei titoli. Solo alcuni a titolo esemplificativo, e non tutti quelli che potrebbero tornare utili. Questo spiega il numero relativamente ridotto dei film di Melville da lui citati. Renato si limita a fornire un esempio e non un riassunto. Se c’è qualcuno particolarmente sensibile al mito melvilliano credo di essere proprio io. In tempi non sospetti pubblicai, nel maggio del 1974, ne “La Rivista del Cinematografo”, un lungo brano – sono più di 10 pagine ne “Le Camere di Lafayette” dove lo ripresi nel 1979 – in cui, da solitario, ho dato prova della mia naturale fedeltà al regista. Ed anche del colore e del calore che mi consentirono poi di allestire a Rai Uno una personale di Melville, quasi rivoluzionaria per l’epoca. Se vi si lamentava l’assenza di film recenti non ceduti dai titolari, essa poteva in compenso vantarsi di recuperare tre delle sue opere iniziali, inedite fino a quel momento in Italia, e cioè “Il silenzio del mare” (1947); “I ragazzi terribili” (1950); “Bob il giocatore” (1956). Ognuno a modo suo, l’articolo ed il ciclo televisivo, misero in moto un vero e proprio risveglio delle coscienze cinematografiche di casa nostra, nei confronti di un genio del cinema, trattato fino a quel momento dalla critica nostrana con molta degnazione. All’interno di quel che ho scritto prima è chiaro che i film di Carné, di Renoir e di Clement hanno, nella valutazione e nella citazione di Renato, un carattere al tempo stesso introduttivo ed evocativo, tale da giustificare l’urgenza di un clima di cui il nero propriamente detto non avrebbe mai più potuto fare a meno.
Naturalmente grazie a Anonimo ed a Rosellina. La mia salute va benino ma non benissimo.

É USCITO IL PRIMO DEI TRE LIBRI ANNUNCIATI

In passato ho fatto presente diverse volte che stavo preparando la pubblicazione di tre libri differenti. Gli ultimi due sono, seppur a diverso livello di preparazione, abbastanza vicini alla conclusione. Il primo, invece, è uscito da poco, per i tipi dell'Editore genovese De Ferrari, compreso nella collana Oblò diretta da Mario Paternostro. Si tratta di un materiale famigliare per i lettori abituali del Blog, perchè riunisce in un corpo unico i primi 12 mesi della Rubrica domenicale del "Corriere Mercantile" che si intitola Visto con il Monocolo. Da tempo ho preso l'abitudine di pubblicarla sul Blog il giorno dopo la sua comparsa sul giornale. L'ho fatto soprattutto pensando agli (eventuali) lettori che non risiedono in città e che pertanto non hanno nessuna possibilità di trovare in edicola un giornale distribuito sostanzialmente nella provincia di Genova (dove esce "in panino", come si dice in gergo, insieme a "La Stampa"; anzi è stampato direttamente a Torino). E quindi evidente che per un lettore abituale del Blog, il libro non rappresenta, in sé e per sé, una novità totale. Anche se trovare tutti i testi di un anno "rilegati" insieme consente valutazioni e paragoni che la sola pubblicazione settimanale non permette. Ma è evidente che con il libro mi rivolgo soprattutto a lettori che non necessariamente sono affezionati al Blog.
Sarò invece lieto di sapere quali saranno le reazioni dei lettori abituali di "Clandestino in Galleria"di fronte ad una pubblicazione che potrà apparire a qualcuno perfino un atto di immodestia.

Per informazioni sul libro potete consultare il sito di De Ferrari Editore :
(http://www.editorialetipografica.com/main.asp) che vi consentirà subito di trovare "Visto con il Monocolo" in prima fila fra i libri "freschi di stampa".
Riproduco qui la copertina del libro, disegnata da mia moglie Elena Pongiglione

L'OSSERVATORE GENOVESE

Cari amici, 
solita cerimonia del lunedì mattina. E cioè il recupero per il blog della mia rubrica domenicale sul "Corriere Mercantile". Riguarda un tema "meridionalista" che mi ha sempre intrigato moltissimo e sul quale sarei lieto di conoscere l'opinione dei lettori.
Resto in attesa e molti saluti a tutti.

VISTO CON IL MONOCOLO

L'ITALIA DEL SUD RESTA UN ENIGMA
Appartengo ad una generazione che ebbe dell’Unità d’Italia la visione semplicistica ricevuta nella scuola elementare. Una grande galoppata di Garibaldi da un lato, e di Vittorio Emanuele II dall’altro, per recuperare i frammenti di un regime borbonico, caduto in pezzi anche per la sua intima inefficienza. Da una parte i Bersaglieri, dall’altro i banditi feroci. Un po’ come nel “Brigante di Tacca del Lupo” (libro di Bacchelli “prima versione” 1936; film di Germi, con Amedeo Nazzari, del 1952). Dovettero arrivare i romanzi di Carlo Alianello per farci nascere in testa qualche dubbio, e per renderci poi conto che nella conquista “piemontese” dell’Italia del sud non tutto era mirabile. In questi ultimi anni è stato poi sufficiente leggere nel web quel che viene scritto nei siti neo-borbonici, per comprendere come i semi di questo “indipendentismo” meridionale abbiano poi potuto fruttificare nel crollo generale dello stato italiano. 
Tuttavia c’è un elemento di fondo che anche i neo-borbonici trascurano e che sicuramente non può essere addebitato ai “piemontesi”. E cioè l’aumentar continuo e minaccioso di quattro agglomerati del crimine organizzato, che secondo le cronache giornalistiche hanno il centro in Sicilia (Mafia), in Calabria (N’Drangheta), in Campania (Camorra), in Puglia (Sacra Corona Unita). La Mafia a suo tempo l’abbiamo esportata negli Stati Uniti, dove ha dato origine ad un ramo industriale applicato, Cosa Nostra. Adesso si dice che la N’Drangheta tenda ad estendersi in Germania e per quel che riguarda la sua influenza da noi ho letto, con un certo avvilimento, in Cobra (2010) del famoso Frederick Forsyth che il porto di Gioia Tauro è totalmente nelle sue mani. A Napoli ed in Sicilia nel corso della mia vita ho avuto il piacere di conoscere alcuni dei miei migliori interlocutori: finezza di giudizio, eleganza del lessico, umorismo nella divulgazione fantasiosa, cultura di fondo rassodata, non riassumono che in parte i tanti pregi dell’intelligenze meridionali. Eppure tutto questo contrasta con quel terribile quadro criminale a cui prima ho accennato e che è un prodotto squisitamente del sud. Di cui si può dare colpa solo al sud. Come si spiega questo mistero?

6 febbraio 2014

UNA PRECISAZIONE DI  RENATO VENTURELLI    

Mi ha scritto Renato perché è preoccupato per una cosa che può sembrar minima ma che non lo è. Egli teme che i lettori, e particolarmente l’Anonimo che è all’ origine di tutte le richieste, possano pensare che i suoi libri riguardino il noir francese! In realtà non e cosi. Tutti riguardano invece il cinema americano, fatta eccezione per le due pubblicazioni su Clouzot e Becker, redatte per conto del Centro Galliera ( che allora esisteva a Genova ) e il cui compito era la diffusione in città della cultura francese. Del resto entrambe sono fuori commercio.
Mi auguro di avere cosi dissipato un piccolo, potenziale equivoco, che avrebbe potuto  nascere nell’animo dei lettori.



4 febbraio 2014

RENATO VENTURELLI E IL CINEMA NOIR


Nei contributi giunti sul Blog in data 29 gennaio 2014,  in occasione di un mio “A domanda risponde” c’è anche il seguente brano di Anonimo:

“Gentile Maestro, complimenti per il suo blog, che consente di rivivere il piacere delle sue presentazioni televisive. Non so è lecito formularLe una richiesta... Un caro amico ieri sera mi chiedeva quali sono i titoli essenziali di una filmografia "noir" francese. Mi piacerebbe conoscere se possibile il Suo verdetto, e quello dei suoi qualificati lettori!”

Ho preso sul serio la richiesta e, nella consapevolezza che le mie condizioni di salute mi tagliano un po’ fuori dal mondo, ho chiesto l’aiuto di un caro amico che è anche uno specialista del genere. Si tratta di Renato Venturelli, da molti anni critico cinematografico dell’edizione genovese (“Il Lavoro”) de “La Repubblica”. Renato è uno di quei piccoli gioielli che Genova cova e non esporta (per fortuna, verrebbe fatto di dire, anche se non per fortuna loro). 
Renato è uno degli autori sicuramente più attendibili in Italia in fatto di “noir”. L’ho indotto a riassumermi almeno una parte delle sue pubblicazioni, ed ecco quel che mi scrive:

Caro Claudio, intanto ti mando i miei libri:

POLIZIESCO AMERICANO IN CENTO FILM (Le Mani, 1995)
GANGSTER IN CENTO FILM (Le Mani, 2000)
L’ETA’ DEL NOIR (Einaudi 2007)

poi ho curato:

HOMMAGE A HENRI-GEORGES CLOUZOT (Galliera, 1994)
HOMMAGE A JACQUES BECKER (Galliera, 1995)
CINEMA & GENERI l’annuario (Le Mani), per otto anni dal 2005 al 2012

in tema anche pubblicazioni per cineclub come:
I DETECTIVES (Lumière 1980), 
AFFARI SPORCHI – IL FILM GIALLO NEGLI ANNI 80 (Club Amici del Cinema, 1991)

come singoli interventi: 
articolo su Genova e il poliziesco, catalogo del COURMAYEUR NOIR IN FESTIVAL 1997, alla voce GANGSTER E DETECTIVE. 
IL CINEMA CRIMINALE AMERICANO nella Storia del cinema Einaudi (2000); 
le voci sul cinema gangster e carcerario nell’Enciclopedia Treccani del cinema;
la voce sul NOIR CONTEMPORANEO nell’Enciclopedia Treccani XXI secolo (2009); 
le voci su SAM SPADE e PHILIP MARLOWE sul Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi ecc.

La lista potrebbe continuare ma mi sembra di essere già passato a cose fin troppo minori

Ciao.”

E’ una lista più che significativa, mi sembra, e vorrei aggiungere che tutti gli appassionati aspettano il secondo volume di quell’ “Età del noir”, che Renato ha pubblicato nel 2007  con Einaudi e che rappresenta già un piccolo classico sull’argomento. 
Pubblico adesso qui di seguito l’elenco dei film che Renato mi ha inviato, specificando, nella prima parte, per ogni titolo (italiano e/o francese) il regista e due o tre attori principali:

Il porto delle nebbie (Le quai des brumes, 1938) di Marcel Carné con Jean Gabin e Michèle Morgan;

Pepé le Moko (Il bandito della Casbah, 1936) di Julien Duvivier con Jean Gabin e Mireille Balin;

Alba tragica (Le jour se lève, 1939) di Marcel Carné con Jean Gabin e Jules Berry;

Il corvo (Le corbeau, 1943) di H. G. Clouzot con Pierre Fresnay e Ginette Leclerc;

Legittima difesa (Quai des Orfèvres, 1947) di H. G. Clouzot con Bernard Blier, Louis Jouvet e Suzy Delair;

Grisbi (Touchez pas au grisbi, 1954) di  Jacques Becker con Jean Gabin, Lino Ventura e Jeanne Moreau;

Rififi ( Du rififi chez les hommes, 1954) di Jules Dassin con Jean Servais.

La grande razzia (Razzia sur la Chnouf, 1954) di Henri Decoin, con Jean Gabin e Marcel Dalio;

Tutte le ore feriscono l’ultima uccide (Le deuxième souffle, 1966) di J. P. Melville, con Lino Ventura, Paul Meurisse;

Frank Costello faccia d’angelo (Le samouraї, 1967) di J. P. Melville con Alain Delon

Il tagliagole (Le boucher, 1969) di Claude Chabrol con Stèphane Audran e Jean Yanne

Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu, 1969) di Josè Giovanni con Lino Ventura e Marlène Jobert

La seconda parte di Venturelli continua così:

Per avere un quadro più ampio:
I diabolici, Il buco (carcerario), Ascensore per il patibolo, Delitto in pieno sole, La fredda alba del commissario Joss, La piscina, Fino all’ultimo respiro, qualche Chabrol (Il tagliagole tra i miei preferiti, ma anche Il buio nella mente). Flic Story e Police Pyton 357 sono secondo me tra gli ultimi esempi di un noir/polar francese classico.
Tra i successivi segnalo l’anomalo Police (che non ho mai più rivisto, però), Nikita, Sulle mie labbra, i noir di Olivier Marchal (es 36 quai des orfevres), Il profeta (carcerario), ma per gli ultimi 15 anni troppi film non si sono visti da noi...

Renato Venturelli."

Mi auguro che l’ Anonimo, che ha formulato la richiesta, sia soddisfatto. 

3 febbraio 2014

L'OSSERVATORE GENOVESE

In omaggio a quella che oramai è diventata un'abitudine ricopio qui il testo della mia rubrica sul "Corriere Mercantile", apparsa domenica 1 febbraio 2014. Chi legge il mio testo si renderà conto che esso esige qualche ulteriore chiarimento, che non potevo disporre nel testo stesso per problemi di spazio. Lo scriverò qui di seguito subito dopo la rubrica.


VISTO CON IL MONOCOLO

IL FASCINO ROMANZESCO DELLA "ROYAL NAVY"
Mi son chiesto tante volte perché l’Italia non disponga di un “patrimonio” di romanzieri che attingano, per la loro fiction, all’immenso patrimonio storico che il nostro paese ospita (fino ai romani ed agli etruschi!). Naturalmente ci sono molti esempi in materia, giallisti compresi, di scrittori del passato e del presente (penso al dilettantesco ma geniale Massimo D’Azeglio ed al suo “Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta”) che fanno proprio questo. Ma fuori di dubbio  manca una “scuola” che sfrutti sistematicamente il meccanismo di fondo. Tutto questo ce l’hanno invece gli inglesi. I quali dispongono, e vero, di una lingua ben altrimenti diffusa rispetto all’italiano ma anche di una straordinaria capacità di affascinare il mondo intero lavorando su capitoli specifici e “centralizzati” della loro storia. Penso a due scrittori di alto livello e d’immenso successo internazionale, entrambi specializzati nell’inventare delle saghe “divistiche” centrate su Ufficiali della “Royal Navy” durante il periodo delle guerre napoleoniche. Si tratta di C.S. Forester (Cecil Louis Troughton Smith, 1899-1966) e di Patrick O’Brian (Richard Patrick Russ, 1914-2000): il primo con gli almeno 13 romanzi del ciclo del Capitano Hornblower, il secondo con i 20 conclusi e il ventunesimo, incompiuto per la morte dell’autore, centrati sulla famosa coppia formata dal Comandante Jack Aubry e dal chirurgo e agente segreto Stephen Maturin. I due autori furono entrambi personaggi bizzarri (vite familiari convulse, identità mutate, O’Brian s’inventò anche una inesistente etnia irlandese). Ed entrambi danno prova di polso romanzesco, di un forte amor di storia e, soprattutto, di una straordinaria competenza su una navigazione regolata solo dai capricci del vento. Entrambe le saghe esigono un dizionario specialistico, che elenca in modo affascinante le centinaia di termini specifici indispensabili per la navigazione a vela. Ogni volta che rileggo ognuno dei due compio la stessa esplorazione terminologica: imparo i nomi degli oggetti, degli alberi e delle vele, per un attimo capisco e poi dimentico subito tutto. Il segreto degli inglesi è tutto qui: utilizzare la loro storia convulsa per farne straordinari tralicci di romanzo. E perché gli italiani no?


Nota di chiarimento
Mi pare evidente che, nonostante le 60 battute in più "rubate" alla collega Guglielmina Aureo del Mercantile, quel che ho scritto esige un ulteriore chiarimento. Nelle ultime righe del mio brano mi chiedo perché gli inglesi sappiano utilizzare la loro storia convulsa per farne tralicci di romanzo e noi no. É evidente che sono consapevole del fatto che la storia d'Inghilterra è da molti secoli una storia unitaria (semmai faticosamente divisa a momenti col Galles, Scozia e soprattutto Irlanda del Sud e del Nord). Mentre la nostra lo diventa soltanto a Risorgimento compiuto, o comunque consolidato, con la presa di Roma nel settembre 1870 e la sparizione dello Stato della Chiesa. Pertanto è impossibile, in questo senso, abbozzare paralleli fra le due nazioni. Un altro argomento unificante per l'Inghilterra è la secolare permanenza dell'Istituzione monarchica (è vero che ad un re gli inglesi hanno tagliato la testa ma la cosa accaduta diversi secoli fa, e cioè nel 1649 con Carlo I, mentre dopo di allora la presenza regia divenne sempre di più un elemento di sostanziale pacificazione, al di là di alcune evidenti turbolenze). Quindi è chiaro che la funzione decisiva della "Royal Navy" nella lunga lotta, alla fine vittoriosa, contro Napoleone nasce da strutture e presupposti che non possono essere paragonati con le strutture (e i presupposti) della storia italiana. Quel che volevo dire io, e forse l'ho detto goffamente, è che l'immenso patrimonio dell'Italia medioevale, su su fino al '700, non è stato scalfito se non in maniera occasionale come naturale "deposito" di romanzi storici...Penso ad un narratore popolare di alto livello come Rafael Sabatini che, se ha riservato i suoi motivi di maggior successo al mondo anglico ed a quello francese (si vedano "Captain Blood"e "Scaramouche") ha attinto anche nei suoi romanzi minori all'immenso passato di scontri e di lotte che è poi il riassunto stesso della storia italiana.
Ciò premesso mi pare giusto concludere il discorso riguardante Patrick O'Brian. Come è noto egli, morto nel gennaio del 2000 ci ha lasciato i venti complessi libri dove si narra la straordinaria saga marinara del Comandante Aubrey e del Dottor Maturin, chirurgo e Agente Segreto, e inoltre al momento della morte lasciò l'inizio di quello che sarebbe stato il ventunesimo romanzo della serie e cioè 65 pagine manoscritte ancora senza titolo. Anzi aveva già iniziato a battere a macchina quel che aveva scritto ed a rivedere il testo. Va detto che a leggerlo si prova una profonda tristezza per la scomparsa di un' autore straordinario ed un dolore specifico di fronte alla brusca rottura nel romanzo. L'ultima frase scritta da O'Brian è breve e incompiuta. E' una battuta tronca di un lungo colloquio con un importante ammiraglio, Lord Leyton . Essa dice: "Oh, suvvia, Milord", protestò Stephen, "Ciò che vi dite sembra..."La frase è rimasta incompiuta e tutto ciò che implicava per il futuro di Maturin è purtroppo rimasta nella mente dell'autore. Va detto che quest'ultima edizione dell'opera di O'Brian è particolarmente accurata. Nella versione italiana - “L’ultimo viaggio di Jack Aubrey”, Longanesi 2010 - i capitoli incompiuti occupano da pagina 9 a pagina 66. Successivamente, dopo gli abituali dizionari tecnico navali tipici di tutti i romanzi di O'Brian (e,  se è per questo, anche quelli di Forester centrati sul Capitano Hornblower) il libro contiene un amplissimo studio intitolato "L'impero del Mare" del professore Gastone Breccia. E' uno storico che insegna all'Università di Pavia ed è specializzato in rievocazioni di istituzioni e strutture militari. Qui in particolare egli per ben più di 200 pagine analizza meccanismi fondamentali (battaglia, duello, blocco, la caccia e la scorta, eccetera, della guerra navale fra fine del 1700 e gli inizi del 1800). Un secondo frammento è dedicato a "La Marina di Jack Aubrey" e cioè a "Gli uomini", "Le navi", "Le armi", e "La navigazione", oltre che ad un'ampia bibliografia. In questa seconda parte il lettore troverà una risposta a tutti gli interrogativi che si è posto leggendo i venti volumi della saga Aubrey-Maturin. Vale a dire tutti i temi che O'Brian ha evocato ed ai quali egli stesso ha cercato via via di rispondere: come poteva funzionare così bene una Marina, sempre soggetta alla furbizia politica dell' Ammiragliato ed alla disonestà dei fornitori, che consentì tuttavia all'Inghilterra di tener testa per vent'anni a Napoleone? Viene fuori la divaricazione fra gli ufficiali più numerosi del necessario ed i marinai, sempre in numero insufficiente, reclutati ferocemente con la cosiddetta "leva forzata". Ma balza anche in prima linea l'alto livello professionale dei quadri e la disperata dedizione al proprio dovere che alla lunga animava gli equipaggi e che consentì un vero e proprio capolavoro militare. In un mondo in certo senso feroce ma a modo suo equo dove i bambini di dieci-undici anni venivano avviati a bordo per essere trattati immediatamente come allievi ufficiali, vivendo nell'oscurità e nella promiscuità ma anche nella implacabile funzionalità della "Royal Navy". E' una lettura che ritengo dovrebbe interessare tutti quelli che si sono appassionati alle avventure del Comandante Aubrey e del chirurgo  (nonché Agente Segreto) Maturin.

Faccio presente che intendo rispondere al più presto ad alcuni degli interrogativi posti negli ultimi commenti che mi sono pervenuti.

29 gennaio 2014

A DOMANDA RISPONDE

Mi riferisco ai commenti del 25 Novembre riguardanti la mia rubrica sul Mercantile pubblicata il 24 Novembre 2013. In modo diverso Rosellina, Enrico e Giorgio mi danno ragione recuperando quel che c’è stato di buono nell’Italia del dopo guerra sino, grosso modo, al terribile 1968 (da cui, in buona parte, provengono alcuni dei nostri mali peggiori; ma questo è un altro discorso). Enrico rievoca il goal di Rivera in Italia-Germania 4 a 3 del 17 Giugno 1970. Per snobismo vorrei ricordare anche il cross decisivo, rasoterra, di Boninsegna che consegnò il pallone al “piattone” di Rivera. Sembra che fosse l’undicesimo passaggio di quella incredibile azione.

Passiamo ai commenti del 27 Novembre riguardanti il mio brano sul Blog inteso a ricordare con affetto e con rimpianto la figura di “Chicco” Pavolini detto Francesco Savio. 
Grazie a Rosellina, a Anonimo, a Giorgio ed a un altro anonimo ancora, i quali, tutti e quattro, mi elogiano! Mi fa molto piacere che Simone Starace scriva che Francesco Savio “per i cinefili che amano e hanno amato il cinema italiano classico, resta ancora oggi una frequentazione quasi quotidiana, di quelle che arricchiscono ogni volta”. Non sono dunque solo e questo mi conforta.
Ringrazio Giulio Fedeli e la sua citazione del vecchio amico torinese Baldo Vallero che, a suo tempo, gli imposero la “conoscenza obbligatoria” di “Ma l’amore no”. Sono contento che Fedeli ricordi i due nomi fondamentali di Henri Langlois e di Maria Adriana Prolo. Forse molti non sapranno più chi sono, ma chi conosce un po’ il tema non dimentica che i due sono stati decisivi nel creare una consapevolezza “cinetecaria” nel mondo che amava il cinema ma assisteva indifferente alla sua quotidiana distruzione. Il romanzesco Langlois è l’uomo che ha letteralmente inventato la “Cinémathèque Française”, creando un precedente che ha rivoluzionato il mondo.
In quanto alla signorina Prolo credo che vi siano state poche persone, non solo in Italia, a compiere un’opera equivalente alla sua. Nata a Romagnano Sesia nel 1908 e ivi deceduta nel 1991 essa ha avuto, credo indipendentemente da Langlois (con il quale, però,  intrattenne poi una fittissima corrispondenza) l’idea, e diciamo pure la vocazione, di salvare tutto quello che poteva del cinema, che fluiva ogni giorno sugli schermi. Non solo i film in senso stretto (di cui essa cominciò a impedire la distruzione per fini commerciali, impegnandosi disperatamente a riacquistarli) ma tutto ciò che concerne il cinema: “camere” da ripresa, apparati di proiezione, ausili tecnici di ogni tipo, copioni, sceneggiature, manifesti, eccetera. Tutto quello che essa riuscì con i suoi mezzi a mettere da parte ed a salvare dalla distruzione e dall’oblio costituì la base di una struttura essenziale. E cioè quella del Museo del Cinema di Torino, che da tempo ha  trovato una splendida sede nella Mole Antonelliana. E che ogni anno riceve centinaia di migliaia di visitatori entusiasti. 
All’origine tutto risale a “tota” Prolo, che era anche una valente studiosa di cinema, autrice di testi tuttora validissimi. Io ho avuto il privilegio di conoscerla abbastanza bene e di apprezzarne sia la passione cinefilica che la naturale signorilità di alto-borghese piemontese. Nel 1989 il geniale e diseguale Daniele Segre, documentarista di talento, le ha dedicato un ritratto, “Occhi che videro”, che resta un omaggio significativo ad una delle grandi figure (se non dimenticate certo in parte ignorate) della storia del cinema italiano. Considero tuttora un privilegio di aver potuto condurre, insieme a Steve Della Casa, una cerimonia di omaggio in suo onore a Torino. 
Per terminare con i quesiti posti da Fedeli, lo rassicuro. Di Franco Scarmiglia mi è rimasto un ottimo ricordo. Era (lo dico perché credo che ormai quasi nessuno lo ricordi) un romano romanissimo, appassionato di cinema, che se ne occupava all’interno di strutture vaticane e, comunque cattoliche. Son contento che Fedeli si ricordi delle illustrazioni di mia moglie Elena Pongiglione. In quanto a Corrado Gaipa (1925-1989) l’ho conosciuto abbastanza bene. Era un eccellente attore di carattere ed un grande doppiatore, uno di quelli di cui la voce non si dimentica. Va detto che era costretto a camminare con le stampelle (o con il bastone) perché barcollava a causa di una ferita nel corpo che si era inflitta lui stesso (non vorrei sbagliare ma, come si diceva all’epoca, nel tentativo di uccidersi). Era un personaggio indubbiamente bizzarro. Mi ricordo che una volta mi confidò che ormai viveva in albergo. Dopo le brutte esperienze subite con le amministrazioni del fisco aveva deciso che era il solo modo in Italia per sopravvivere alle tasse. In albergo, mi diceva, “non c’è nulla di tuo, salvo forse i vestiti e gli oggetti personali, e perciò non ti possono pignorare niente e non ti possono portare via niente”. In effetti, se uno ci pensa, è vero. E se non gli secca vivere senza una casa in un Grand Hotel, il problema è risolto.
Infine mi fa piacere che Andrea Napoli ricordi, cosa che io non avevo fatto, due libri di “Chicco”: “Visione privata” e la raccolta delle recensione pubblicate su “Il Mondo”. Credo che si debba assolutamente aggiungere a questi due titoli “Cinecittà anni ‘30” in cui Savio raccolse e provocò 116 interviste a protagonisti e comprimari del cinema italiano dal 1930 al 1943. Un altro tassello fondamentale in un’ immensa e appassionata opera di ricerca.
Veniamo ai due commenti del 3 dicembre 2013 (“I Calciatori costeggiano tutta la nostra vita”). Il brano calcistico di Enrico mi pare impeccabile. In particolare lui parla de “I ritratti meravigliosi di Peppin Meazza dalla penna di Joàn Brera”. Vorrei aggiungere che io Meazza l’ho visto giocare: non quando io ero bambino e lui un asso di valore mondiale, ma nel dopoguerra, durante il campionato 1946-1947. In quell’anno l’Inter aveva assunto come allenatore Nino Nutrizio, un giornalista che doveva diventare poi famoso come inventore e direttore de “La notte”. Nutrizio aveva voluto con se come consigliere e aiutante proprio Meazza che era un simbolo dell’Inter.
In quell’anno Carlo Masseroni presidente dal 1942 al 1955, aveva voluto riprendere le vie del Sud-America da cui il calcio italiano aveva importato tanti campioni prima della guerra. Smantellò la squadra e prese di colpo due argentini e tre uruguaiani. Se ricordo bene quattro erano attaccanti (Bovio, Cerioni, Volpi e Zapirain) ed uno mediano, Pedemonte. L’inverno fu freddissimo, pieno di neve, l’Italia era ancora segnata in modo crudele dalla guerra: macerie, palazzi distrutti, eccetera. E si respirava ancora un’atmosfera di odio politico. Fatto stà che quattro dei cinque sudamericani decisero di scappare. Fecero le valige di nascosto e a Genova si imbarcarono su una nave diretta in Sudamerica. Rimase solo Zapirain (alla sinistra, bravo ma anziano: era calvo e giocava col basco per non farlo vedere; allora non usavano, non so perché, i giocatori senza capelli). Nutrizio dovette allestire una squadra con quello che rimaneva. E lo stesso Meazza venne forzatamente richiamato in servizio, malgrado avesse il “piede gelato” di cui parlavano tutti i giornali. Dovette tornare in campo anche lui, con la pancetta e, appunto, il piede fuori uso. Si schierò all’ala destra (all’ala, in quel tempo, venivano collocati i giocatori feriti) e io lo vidi giocare a Marassi, non so più se contro il Genoa o contro la Sampdoria. Era quasi immobile, ma il suo tocco di palla era ancora squisito e in qualche modo riuscì a cavarsela. Ne ho conservato un ricordo straordinario, come di un frammento ineguagliabile del passato.
Soliti ringraziamenti a Rosellina, lettrice fedelissima e minuziosa.

Veniamo ai commenti del 17 di dicembre per l’articolo “Quando Genova era grande”, ringrazio Enrico, Giulio Fedeli, Rosellina e Giorgio. Per quel che riguarda in particolare Enrico mi dispiace che questo lento sfacelo delle città italiane abbia investito anche Parma, dove io sono stato poche volte ma che mi era parso molto simpatica. Dei nomi che lui cita conoscevo abbastanza bene il solo “Pietrino” Bianchi, ormai ignoto ai più, ma che fu famoso come critico cinematografico su varie testate, dal “Candido” al “Giorno”. Era nato a Roccabianca, in provincia di Parma, nel 1909 e morì a Baiso, in provincia di Reggio Emilia, nel 1976 quando avrebbe potuto dare ancora moltissimo al giornalismo italiano. Inizialmente insegnò storia e filosofia nei licei ma si accostò assai giovane al giornalismo. Nel 1928, a 19 anni, firmò il suo primo articolo come critico cinematografico sulla Gazzetta di Parma, recensendo “Il circo di Charlie Chaplin”. Nel 1946 si trasferì a Milano e da allora cominciò una prestigiosa carriera di giornalista. Fra l’altro diresse anche una testata molto autorevole come “l’Illustrazione Italiana” e successivamente “Settimo Giorno”. In  un panorama critico molto spesso ideologicamente di sinistra, dominato dalla tirannica presenza di Guido Aristarco, “Pietrino” come lo chiamavano gli amici (sembra che sia stato lui a trascinare al cinema Attilio Bertolucci) si distinse per l’eleganza del tocco, il gusto dell’informazione letteraria e l’attenzione alle grandi correnti letterarie sotterranee che, ovunque, hanno ispirato e sospinto il cinema. Gli piacevano tanti scrittori francesi (per molti usava spesso l’espressione “Enfants de la balle”) e tanti registi americani. Mi ricordo che fu proprio un suo pezzo da Cannes, in cui lamentava che in un cinema di Rue d’Antibes si vedesse tranquillamente “Il grande sonno” del 1946, famoso film di Howard Hawks (con Humphrey Bogart nei panni di un indimenticabile Philip Marlowe) tratto dall’altrettanto celebre romanzo di Raymond Chandler, 1939. Il film era invece invedibile da noi perché di fatto introvabile in edizione italiana. Mi ricordo che fu proprio quell’accenno di Bianchi a stimolarmi freneticamente. Stavo preparando in televisione un grande ciclo su Bogart (ottenne molto successo) e decisi che ad ogni costo che avrei recuperato “Il Grande Sonno”. Per le solite misteriose ragioni le colonne originali con l’edizione italiana del 1947 (Bogart era doppiato da Bruno Persa e Lauren Bacall da Clelia Bernacchi) non si trovava più.


Ne fece allestire un'altra dove Bogart venne doppiato molto bene da Paolo Ferrari (che si costruì una voce curiosa, molto diversa da quella sua abituale) e la Bacall da Ada Maria Serra Zanetti. È la versione che circola, o circolava, oggi o in tempi recenti. Come si vede i meriti di “Pietrino” non sono pochi…Per restituire comunque il clima dell’epoca mi ricordo che, intorno al 1960, chiamammo con Gianni Amico a presentare “Intrigo internazionale” (North by Northwest) al pubblico del Cineforum Genovese (che aveva sede in un fortilizio della borghesia armatoriale dell’epoca, e cioè l’istituto dei gesuiti “Arecco”) proprio Bianchi. E la cosa sollevò un certo scandalo perché egli era un critico definito “di gusto” e quindi alieno dagli espliciti impegni biologici della maggior parte della critica militante. E poi dare, come inaugurazione dell’anno sociale, un film di Hitchcock non era sicuramente nella linea di “Cinema Nuovo”…


Veniamo ai commenti apparsi il 24 Dicembre e stimolati dall’aneddoto riguardante la dichiarazione di guerra del 1905, obbligatoriamente in francese. Ci sono ben sette contributi, di sei autori diversi, in molti dei quali (penso a Luigi Luca Borrelli e al duplice commento di Enrico) c’è materiale per tornare sull’argomento. Ringrazio tutti per gli auguri, in particolare quelli di Rosellina dedicati non solo a me ma anche a Elena ed a tutti i lettori del Blog.

Veniamo ai contributi del 31 dicembre motivati dal mio brano su Walter Mitty.
Ringrazio Giorgio Rita M. e Rosellina. In particolare Giulio Fedeli si chiede se il personaggio di Walter Mitty non sia stata una delle fonti ispiratrici di “Billy il bugiardo” (“Billy Liar”) secondo lungometraggio, nel 1963, di quell’eccellente regista che è stato John Schlesinger (1926-2003) a cui dobbiamo tanti film interessanti, soprattutto negli anni ‘60 e ’70, ma che è sempre rimasto nel mestiere ed ha diretto quello che credo sia il suo ultimo film “Sai che c’è di nuovo?” nel 2000. Se penso a lui, penso soprattutto a film come quello del suo esordio nel lungometraggio “Una maniera d’amare” (“A Kind of Loving”, 1962) appunto a “Billy il bugiardo” e poi, ad esempio, “Via dalla pazza folla” (“Far from the Madding Crowd”, 1967); “Un uomo da marciapiede” (“Midnight Cowboy”, 1969); “Domenica, maledetta domenica” (“Sunday, bloody, Sunday”, 1971); “Il giorno della locusta” (“The Day of the Locust”, 1975); “Il maratoneta” (“Marathon man”, 1976); “Yanks” (“Yankees”, 1979); eccetra, eccetera.
Per scrupolo ho controllato il “Castoro” su Schlesinger scritto nel 1986 da Claver Salizzato e non sono riuscito a trovare conferma dell’ipotesi che “Billy il bugiardo” costituisca un esplicito rimando a “Sogni proibiti” (“The Secret Life of Walter Mitty”, 1947). Ma forse ho sfogliato male il libro. In compenso il Morandini 2013 (vedi pg. 195) dice esplicitamente che il film è “indubbiamente ispirato al Walter Mitty dell’americano James Thurber” (ricordo che Thurber fu un eccellente disegnatore ed umorista che normalmente appariva sul “New Yorker”. Tutto quello che ho letto di lui l’ho trovato esilarante). Per essere sicuri dell’ipotesi Mitty bisognerebbe controllare la commedia di Keith Waterhous e Willis Hall, tratta da un romanzo del primo, ma mi sembra un’ipotesi assolutamente verosimile.


Ultima serie di risposte riguarda i commenti giunti 8 Gennaio 2014 motivati dalla “Signora in Giallo”, tutti e cinque gli intervenuti, forniscono giudizi e valutazioni interessanti. Rosellina si chiede in particolare dove “sono finiti i bravi dirigenti Rai…che proponevano queste belle serie televisive?” probabilmente è più in grado lei, che alla Rai ci vive ancora, di quanto possa fare io che l’ho lasciata ormai da quasi venti anni.
L’annotazione di Rita M. riguardante la presenza di Angela Lansbury, “bellissima e giovanissima” in “Angoscia” (“Gaslight”, 1944) di George Cukor, mi ha fatto venire in mente un aneddoto (non ricordo se ne ho già parlato a suo tempo nella rubrica “Salvate la Tigre” che avevo su Film Tv). Si tratta di questo: nel 1980  avevo avviato a Rai Uno - l’anno dopo passai a Rai Due - uno dei tanti cicli da me allestiti (forse riguardava la Bergman, non ricordo con esattezza). Uno dei film era sicuramente “Angoscia” dominato dalla presenza, via via più sinistra, di Charles Boyer, marito della minacciata e incolpevole Ingrid. Dovevamo andare in onda un lunedì sera. Esattamente una settimana prima apprendo che la Casa di Doppiaggio (una delle più famose; non la menzione per indulgenza professionale) come è accaduto incredibilmente molte volte nell’ambiente, si era accorta, all’ultimo momento,  di non trovare più le colonne del doppiaggio originale allestito nell’immediato dopoguerra, dove spiccavano due grandi voci. La Bergman era infatti Lydia Simoneschi e Boyer e il forse ancor più grande Emilio Cigoli. Quella fu una delle volte in cui non mi arresi al disordine paraministeriale in cui si lavorava alla Rai.  Chiesi l’aiuto dell’efficiente Servizio Edizioni dell’azienda, che mi trovò una Casa di Doppiaggio pronta a fornirmi, di fatto da un lunedì all’altro, una nuova edizione doppiata. Aveva accettato di curare la direzione, a patto di redigere anche l’adattamento italiano, un’eccellente doppiatrice nostrana, Gabriella Genta, che si riservò la parte di Miss Thwaites recitata nell’originale dalla famosa Dame May Whitty. Fu una settimana di passione in cui tutta l’equipe si rivelò bravissima. Al mattino presto (abitavo in via dei Gracchi, quartiere Prati) mi arrivava in casa un fattorino che mi portava una parte dell’adattamento appena scritto da Gabriella Genta. Io, appena alzato, leggevo e controllavo velocissimamente il testo inglese e quello italiano, e se tutto andava bene (e tutto andò sempre bene) mettevo una firma di approvazione. Accadde, credo, per cinque mattine. Non appena il fattorino tornava in Ditta con il testo approvato la gente avviava il doppiaggio di quel frammento scritto. In cinque giorni tutti insieme, molto bravi, riuscirono a completare un lavoro effettuato bene, seppure a grande velocità (ricordo che la Bergman fu doppiata da Ludovica Modugno e Boyer da Antonio Colonnello: come sempre in casi del genere ho fatto ricorso al prezioso sito di Antoniogenna.net). Il lunedì della trasmissione la coppia doppiata venne consegnata alla Rai, come sempre i montatori la controllarono e alla sera il film andò in onda senza che nessuno si accorgesse che si trattava di un doppiaggio completamente nuovo.
Il doppiaggio in sé è discutibile come scelta estetica, perché nulla e nessuno possono sostituire voce e rumori originali. Ma come tecnica applicata è notevole ed ha raggiunto in Italia (soprattutto sino agli anni ’80) un livello altissimo che ha creato  una scuola fra le migliori, se non la migliore in assoluto, nel mondo. Fra l’altro  non ebbi più occasioni, almeno che io sappia, di collaborare con Gabriella Genta. E la incontrai soltanto una volta, con grande piacere e sempre con un senso di riconosenza, a Finale Ligure, quando le rimisi un premio, sicuramente meritatissimo, nella mia qualità di Direttore Artistico, di quello che è stato forse il miglior Festival specialistico in Italia, e cioè “Voci nell’Ombra”.



28 gennaio 2014

FILM IN USCITA NAZIONALE DA GIOVEDI' 30 GENNAIO

Mi sembra utile (cercherò di farlo più frequentemente) di riportare qui i titoli dei film in uscita nazionale, a partire da giovedì 30 gennaio 2014.
Cordiali saluti a tutti.

FILM IN USCITA IL 30 GENNAIO 2014


LA GENTE CHE STA BENE
di Francesco Patierno 
con Claudio Bisio, Margherita Buy, Diego Abatantuono, Jennipher Rodriguez
01 Distribution / Nobile Scarafoni
durata: 105’

I SEGRETI DI OSAGE COUNTY
di John Wells
con Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, 
Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Sam Shepard
BIM distribuzione
durata: 119’

*DALLAS BUYERS CLUB
di Jean-Marc Vallée
con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Denis O'Hare, Steve Zahn 
Good Films 
durata: 117’

HERCULES: LA LEGGENDA HA INIZIO
di Renny Harlin
con Kellan Lutz, Gaia Weiss, Scott Adkins, Liam McIntyre, Roxanne McKee
M2 pictures / Carmen Danza
durata: 90’

BELLE & SEBASTIEN
di  Nicolas Vanier
Notorious Pictures / Vic Communication (Lucrezia Viti)
durata: 98’

*THE PERVERT’S GUIDE TO IDEOLOGY Documentario
di Sophie Fiennes
I Wonder Pictures
durata: 134’

*IL SEGNATO 
di Christopher B. Landon
con Andrew Jacobs, Jorge Diaz, Gabrielle Walsh, Renee Victor, Noemi Gonzalez
Universal Pictures
durata: 84’


27 gennaio 2014

L'OSSERVATORE GENOVESE

Cari amici, 
ecco l'inevitabile brano domenicale della mia rubrica sul "Corriere Mercantile", uscito appunto ieri 26 gennaio. Si tratta di una curiosa esperienza "radiofonica" che ho attraversato in gioventù ed a cui, dopo decenni di oblio, ho ripensato in piena vecchiaia. Non so se nella forzata brevità del testo sono riuscito a recuperare tutti gli stimoli politici e culturali che il tema implica ed evoca. 
Mi farebbe piacere ricevere qualche parere dai soliti fedeli lettori.

VISTO CON IL MONOCOLO


QUELLE "LEZIONI" SERALI DELLA RADIO SPAGNOLA
Da giovane vissi per una decina di anni in un posto bello di Genova, il Capo di Santa Chiara: a sinistra Sturla, a destra la squisita baia di Boccadasse. Disponevo di una di quelle radioline d’epoca di notevoli dimensioni, che intercettavano, dal mare aperto, comunicazioni di ogni genere. Una di queste era quella serale della Radio spagnola. Non so perché presi l’abitudine di ascoltarla: l’ultima trasmissione della sera si concludeva sempre con le stesse parole che non ho più dimenticato: “Aquì Radio Nacional de España. Fin de la trasmission. Gloriosos caidos por dios y por la patria, presente! Que viva Franco! Arriba España!” Seguiva l’inno falangista “Cara al sol”: come è noto Franco si era impadronito furtivamente dell’eredità di tutte le svariate destre spagnole (l’erede di Primo de Rivera alla guida della Falange, Manuel Hedillia, inizialmente l’aveva condannato a morte, perché era troppo di sinistra!). Capii anni dopo che ascoltando “quella” radio spagnola avevo vissuto in una duplice dimensione temporale, un po’ come i protagonisti dei romanzi di fantascienza della collezione Urania: allora mi piacevano tanto. Di giorno vivevo negli anni ‘50 italiani, dove i Presidenti del Consiglio andavano da De Gasperi a Segni, sino a Tambroni, e l’Italia viveva una democrazia rinnovata e faticata, ma sostanzialmente libera. Di sera tornavo bruscamente al 1 Aprile 1939, quando ufficialmente terminò la guerra di Spagna con una grande sfilata militare a Madrid, in onore di Franco. Di colpo parole, accenni, concetti, sostantivi e aggettivi mi portavano indietro nel tempo di almeno 15 anni. Mi serviva per imparare lo spagnolo (sotto le dittature la dizione degli annunciatori è sempre nitida e autoritaria) ma soprattutto per collocarmi in una dimensione storica ormai lontanissima dal presente. Mi son reso conto adesso che quell’iniezione serale di retorica post-falangista mi ha fatto capire più cose della Spagna di ieri (e in certo senso di oggi) di quanto potessi sospettare allora. Senza muovere un passo vissi per anni tutte le sere in una Spagna reale ma al tempo stesso immaginaria, come e meglio del corrispondente fisso di un giornale. È un’esperienza minima eppur curiosa…



20 gennaio 2014

L'OSSERVATORE GENOVESE

Cari amici, 
abituale "riporto" del Lunedì rispetto alla mia rubrica di domenica 19 Gennaio 2014, sul "Corriere Mercantile". Se l'argomento "Beautiful" interessa posso scrivervi qualcosa di più...
Cordiali saluti.

VISTO CON IL MONOCOLO
Ci fu un periodo (ero già tornato a Genova, in pensione) in cui Maurizio Costanzo mi invitava stabilmente ad una trasmissione girata a Roma per non so più quale rete. Niente retribuzione: solo il biglietto aereo, ristorante e albergo a Roma. Ed io accettavo per vanità. Ogni trasmissione incominciava nello stesso modo: Costanzo faceva sfilare uno per uno i vari ospiti sul palcoscenico, con una frase di presentazione. Per me fu sempre la stessa,: “Ed ecco a voi Claudio G. Fava, l’uomo che ha importato Beautiful”. Evidentemente, Costanzo lo considerava un merito insuperabile. Mentre per molte altre persone l’operazione Beautiful divenne una sorta di anatema che mi perseguitò per anni: “Diciamo la verità, Fava, nonostante le sue benemerenze critiche, è quello, e non vogliamo nasconderlo, che ha importato Beautiful”…
In realtà era stato un riflesso professionale assolutamente coerente. Anni prima, con il direttore di Rai Due Pio De Berti Gambini, di fronte alla assoluta necessità di rifornire di materiale di acquisto il palinsesto di una rete che produceva poco autonomamente, c’eravamo lanciati verso un futuro inesplorato. E cioè quello della “soap-opera”, che rappresentava allora un mondo narrativo totalmente sconosciuto agli italiani e, in certo senso, anche agli europei. Vale a dire quello di un universo produttivo che prevedeva un numero infinito (se il programma aveva successo) di puntate di 20/25 minuti, spesso scritte giorno per giorno e comunicate in extremis agli attori. Per fare un primo esperimento incaricammo un funzionario in America per lavoro, di comprarne una qualsiasi. In realtà l’unica libera per la vendita in quel momento, perché non piaceva. Si trattò di “Capitol”. Era curiosamente ambientata nel mondo politico di Washington: al centro due famiglie i Clegg, repubblicani, ed i McCandless, democratici, rivali in politica. Fra i due clan si muoveva anche un terzo gruppo famigliare, quello del senatore Denning. Lasciammo il titolo originale (la traduzione “Campidoglio” avrebbe fatto pensare ad un’ambientazione romana!) iniziammo il laboriosissimo doppiaggio e la mettemmo in onda 26 settembre 1983. Fu un successo clamoroso (credo unico nel mondo) che affascinò un pubblico spesso alto-borghese. Per tenere la collocazione ne scopersi un’altra, “Loving” (“Quando si ama”), che comprai a New York alla cieca, e che ebbe ugualmente successo. Poi di colpo “Capitol”, che in America andava malissimo, venne brutalmente abolito (dovetti inventare due trasmissioni esplicative per far capire agli italiani che non era colpa della Rai) ma gli stessi suoi venditori mi fecero vedere a Cannes le puntate pilota di “Beautiful”. Un protagonista mascelluto, uno sfondo di alta sartoria…Telefonai a Roma: “Prendiamola subito”. Il successo, le trasmissioni iniziarono il 4 Giugno del 1990, fu ancora più grande. Su consiglio degli amici del Servizio Opinioni della Rai ridussi il titolo originale “The Bold and the Beautiful” soltanto a quest’ultima parola: significa “bello” ed è assolutamente insensato ma nessuno se ne è mai accorto.
Da allora sono diventato: “Ma quello lì, non è quello che ha importato Beautiful ?”…

17 gennaio 2014

A DOMANDA RISPONDE

Rispondo qui ad alcuni dei commenti pervenuti nel Blog in questi giorni. Non appena sarà possibile risponderò agli altri post recenti.


Ho ricevuto parecchia posta sul  Blog. Per non sprecare troppo le mie forze rispondo adesso ai quattro post arrivati dopo la pubblicazione del mio brano dal Corriere Mercantile riguardante le “Simpatiche canaglie” (“Our Gang”). Ringrazio Andrea Napoli che mi offre il conteggio preciso dei 220 cortometraggi (88 muti e 132 sonori) realizzati per la serie dal 1922 al 1944 (tenuto conto dei ritmi di reazione e di diffusione del cinema 22 anni sono moltissimi!). Tutte le citazioni sono gustose, a cominciare da quella dell’impagabile James Finlayson, uno dei più grandi strabici potenziali del cinema comico. Francamente non sapevo che in un episodio ci fosse anche Hattie McDaniel. Tutti ricordano la “Mamy”, la fedele super cameriera nera di “Via col Vento”, ma pochi sanno quanto le sia costato quel famoso premio Oscar come migliore attrice non protagonista. Ho trovato un divertente aneddoto: una volta si cercò di contrapporle la figura ben più fascinosa di una sua sorella di razza, e cioè Lena Horne. Si diceva che l’attrice fosse riuscita ad ottenere un contratto contenente la clausola che essa non avrebbe mai interpretato la parte di una cameriera. Hattie rispose a chi le ricordava il fatto: “preferisco guadagnare 700 dollari a settimana interpretando una cameriera piuttosto che guadagnarne 7 per fare la cameriera”.
Per quel che riguarda l’osservazione finale di Napoli il quale si augura che io raccolga “in un apposito volumetto” i testi di “Visto con il Monocolo” vorrei rispondere dandogli una notizia in anteprima. Fra pochi giorni a questo riguardo ci saranno delle novità. Tenga d’occhio il Blog e non sarà deluso. Complimenti anche ad Enrico a sua moglie, fra i bambini della serie di Hal Roach, piaceva particolarmente “Alfalfa”. Era indubbiamente  un bambino di talento, sicuramente bravissimo quando era molto piccolo. Il nome completo era Carlton “Carl” “Alfalfa” Dean Switzer. Nato nel 1927 divenne anche allevatore professionista di cani da caccia e guida forestale. Morì nel 1959, sembra a causa di un banale litigio (si scrive sempre così “banale litigio”; poi ci scappa il morto).

Infine vorrei fare osservare alla cara Rosellina che non sono così geniale come lei si ostina a ritenere. Certo conoscevo abbastanza bene la figura di Hal Roach e la storia delle “Simpatiche Canaglie”, ma per ogni altra informazione mi è bastato, secondo la già ricordata lezione di Ken Follett, consultare google. Non cultura ma polpastrelli. Questo è il motto del nozionismo contemporaneo…

14 gennaio 2014

L' OSSERVATORE GENOVESE

Ecco la solita puntata domenicale della mia rubrica sul Corriere Mercantile. Mi auguro che la divagazione cinematografica non sia troppo noiosa. I miei problemi di salute continuano e perciò non sono ancora in grado di rispondere ai molti post che ho ricevuto in questi ultimi tempi. Mi auguro di migliorare nelle prossime settimane e di riuscire a riprendere il dialogo con i lettori.
Molti cari saluti a tutti.


VISTO CON IL MONOCOLO

QUELLE PICCOLE GENIALI CANAGLIE 

Non so quanti abbiano fatto caso ad un minimo particolare della programmazione di Rai Tre, attualmente in corso mentre scrivo queste righe. Ogni giorno feriale è prevista, dalle 20.15 alle 20.35, giusto in attesa del “Prime Time”, una piccola rubrica di 20 minuti intitolata “Simpatiche Canaglie”. Si tratta in realtà di un’impercettibile ma decisiva evocazione di un grande momento del cinema: una famosa trasmissione andata in onda dagli anni ‘20 al 1944 (il prevalente titolo originale è “Our Gang”) centrata esclusivamente su un gruppo di bambini piccoli, protagonisti. Forse il suo momento di maggior successo venne con il sonoro negli anni ‘30 quando Hollywood fu affetta da una vera e propria mania di “bambinismo” cinematografico: Jackie Coogan, Jackie Cooper e, soprattutto, l’incontrastata diva Shirley Temple. Le “Simpatiche Canaglie” erano reclutate (ad un certo punto vi furono enormi concorsi collettivi in tutti gli Stati Uniti) puntando su bambini assolutamente autentici, colti nella loro naturalezza, spesso aggressivi, a volte motivati da aperte vocazioni farsesche, non di rado volutamente plebei, con maschi e femmine, bianchi e neri, mescolati all’insegna di una integrazione non abituale all’epoca. Credo che quelli che potete vedere in televisione siano fondamentalmente i bambini degli anni ‘30 , cioè quelli del maggior successo, stimolati dall’uso del sonoro. In realtà essi non sono che uno dei tantissimi esempi della genialità di un grande produttore ormai conosciuto solo dagli appassionati, Hal Roach (morto centenario nel 1992) che rimane fondamentale nella storia di Hollywood. Gli dobbiamo tantissimi frammenti di cinema: ad esempio il primo lancio di Harold Lloyd (come “Lomesome Luke”), quello di moltissimi divi – ora dimenticati ma all’epoca famosi come Thelma Todd o ZaSu Pitts – e soprattutto l’invenzione, insieme a Richard Jones e Leo McCarey, della coppia comica più famosa nella storia del cinema: Stanlio & Ollio cioè Stan Laurel e Oliver Hardy.
Come si vede un personaggio straordinario, di cui ho riassunto l’immenso apporto alla storia del cinema americano. Il suo talento ci ritorna ora su Rai Tre in modo quasi clandestino. Mi è parso giusto ricordarlo.

8 gennaio 2014

L'OSSERVATORE GENOVESE

Cari amici, come al solito la mia collaborazione al blog sarà, ancora per qualche tempo, molto ridotta a causa di un problema di salute che mi porterò dietro per alcune settimane. In compenso i tre libri, ognuno molto diverso dagli altri due, che ho preparato nel frattempo sono paradossalmente giunti alla conclusione tutti e tre insieme (non ho capito bene se da parte mia è stato un eccesso di attivismo o una totale mancanza di pianificazione). Comunque sia tutti e tre sono stati consegnati agli editori: rimangono aperte solo le prefazioni da chiudere all'ultimo momento. Intanto, come al solito, ecco la puntata di "visto con il monocolo" apparsa sul "Corriere Mercantile" domenica 5 Gennaio 2014. I colleghi della redazione hanno concesso alla puntata uno spazio inusuale, trovando posto anche per le immagini dei tre protagonisti dei due telefilm seriali menzionati nel mio testo.
Ve lo lascio leggere con calma.

VISTO CON IL MONOCOLO

NON TOCCATE ANGELA LANSBURY

Ho appreso senza (soverchio) stupore che la NBC ha ereditato il titolo dalla CBS, e vuole riproporlo ma con un’altra interprete (questa, in particolare, nera). È stata una delle serie poliziesche di maggior successo degli ultimi decenni. Si tratta di “Murder, She Wrote” (per il titolo italiano vedi dopo). La CBS, dal 1984 al 1996 ne ha trasmesso complessivamente 264 episodi più 4 film-tv. Il successo è stato grandissimo in America come in Italia dove la serie, centrata su Angela Lansbury (eccellente attrice di origini inglese) venne trasmessa prima dalla Rai e poi da altri canali, dove la si vede tuttora e dove, diciotto anni dopo esser stata terminata, garantisce tuttora un più che discreto successo. L’idea di riproporre il personaggio con un’attrice completamente diversa è tipico degli istinti speculativi di tanta televisione, e per questo non mi stupisce troppo, anche se in questo caso vale sempre la lezione di buon senso della ZDF tedesca che, quando abbandonò l’”Ispettore Derrick” si guardò bene dal proporre un erede di Horst Tapper e ha, se mai, cercato di sostituirlo con altri seriali polizieschi (che peraltro io, a suo tempo, acquistai e trasmisi su Rai Due). Il ricordo di “Murder, She Wrote” mi diverte sempre. Non ricordo se nel 1984 o 1985 andammo come sempre a Los Angeles con il mio amico Carlo, detto Carletto, Fuscagni. Lui per Rai Uno, io per Rai Due. E come sempre, con l’aiuto di una sola funzionaria della Rai Corporation, visionammo molto materiale e procedemmo a molti acquisti. Una mattina mi ricordo che vedemmo insieme due “piloti”. L’uno centrato su una scrittrice di gialli che si imbatteva continuamente in crimini, l’altro su due poliziotti, uno di New York, l’altro che viveva a Miami su una barca con un alligatore come guardiano. Dissi a Carletto: “non è male la serie della scrittrice”. Per la verità mi rispose imbarazzato: “questo è il seguito, l’abbiamo già comprata l’anno scorso ed ha già un titolo italiano, La Signora in giallo, ma non me lo mettono mai in onda”. Allora gli risposi “tu prendi il seguito de La Signora in giallo e io mi tengo Miami Vice, il poliziotto con l’alligatore”. Così fu. Entrambi i programmi ebbero un grande successo.

31 dicembre 2013

L' OSSERVATORE GENOVESE


Come al solito riporto nel Blog il mio articolo di domenica scritto per l'abituale rubrica sul "Corriere Mercantile". Mi accorgo adesso che nel testo ho omesso per errore il nome del regista della prima edizione di "The Secret Life of Walter Mitty" che era Norman Z. McLeod. Nato nel 1898 morì a Hollywood nel 1964. Ha meritato anche una stella della celebre "Walk of Fame". 
Fu uno di quei registi praticoni che lavorarono spesso in film di notevole successo soprattutto in America.
E' ricordato anche perché ha lavorato con i Fratelli Marx (per brevità indico solo i titoli originali) e cioè "Monkey Business" (1931) e "Horse Feathers" (1932). Fu uno dei numerosi americani della sua generazione che, poco più che ventenne, combatté in Francia come pilota da caccia della "U.S. Army" durante la Prima Guerra Mondiale.


VISTO CON IL MONOCOLO

WALTER MITTY È SEMPRE DI SCENA

In genere, visto che ho ossessionato i lettori del Mercantile per decenni, tengo fuori il cinema da questa rubrica. Ma oggi c’è un piccolo avvenimento marginale che è tuttavia significativo. Un tempo quando si procedeva al remake di un film, all’epoca importante, si citavano subito e ampiamente titolo, regista e attori della precedente versione. In occasione delle feste è uscito un film diretto e interpretato da Ben Stiller “I sogni segreti di Walter Mitty” (“The secret life of Walter Mitty”), ma solo tardivamente e occasionalmente stampa e televisione hanno ricordato che è appunto un remake (anzi un doppio remake). Tratto da un racconto del 1939 di James Thurber famoso disegnatore e umorista del New Yorker, il personaggio di Walter Mitty che lo anima è diventato un simbolo nei paesi anglosassoni (“un personaggio con la psicologia di Walter Mitty…”). In realtà è un piccolo uomo, un correttore di bozze,  attraversato dalla voglia di diventare simile ai grandi personaggi della mitologia avventurosa. La sua figura venne affidata nel 1947 a Danny Kaye (1913-1987). Kaye, un po’ attor comico un po’ parodista musicale, fu negli anni ’40 e ’50 un idolo americano, grazie, anche, alla sua capacità di recuperare lingue e motivi famosi. Fu popolare anche in Italia: il suo frenetico eloquio era in generale “tradotto” dal grande doppiatore Stefano Sibaldi. All'epoca il film non piacque molto a James Thurber (capita spesso agli scrittori con film tratti da loro opere), ma piacque al pubblico. Walte Mitty, grande pilota, che incollava personalmente sulla sua carlinga i simboli con la svastica per accreditarsi un nemico abbattuto, divenne celebre. Si capisce come in un mondo periodicamente dominato dalla civiltà delle immagini, la figura di Walter possa essere riproposta, come accadde con “Sogni mostruosamente proibiti” del 1982 dove il personaggio di Mitty incontrava quello di Paolo Villaggio, con l’inevitabile regia di Neri Parenti, in un abbinamento sulla carta assolutamente giustificati. Non so quel che potrà valere il film di Ben Stiller ma non vi è dubbio che nella ritualità celebrativa nel film si ritrovino due antichi miti del cinema: il divismo celebrativo e il divismo parodiato.