Blog - Crediti


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20 luglio 2010

LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (13)

Innanzitutto una precisazione. Credo di aver commesso qualche pasticcio con le lettere. Se esiste qualcuno (o qualcuna) che ho menzionato in passato, promettendo risposte che non ho poi dato, sia gentile, mi scriva ripetendo il quesito. Altrimenti trascinerò sempre più avanti la mia colpa senza fondo. Veniamo rapidamente a due missive in sospeso, l’una più recente, l’altra meno. La prima, che abbrevio, eccola qui :

“...sono d’accordo con la signora che scrive di capire sempre meno nei film che si vedono oggigiorno. Io non so se lo facciano apposta ma a parte che tanti dialoghi non sono proprio chiari, anche proprio nella pronuncia, non capisco perché c’è bisogno di far scervellare tanto gli spettatori imbrogliando le carte (...) Ma i critici capiscono proprio tutto ? Dicano come fanno, dicano dove dobbiamo andare a imparare noi, poveri tapini. In attesa di risposta saluto rispettosamente “
SILVIA PALADINO, GENOVA

Spesso mi sono sentito fare domande eguali o simili. Che, tutte, hanno poi una stretta connessione con alcuni interrogativi fondamentali. A che cosa serve la critica ? Ha un senso la critica in generale e quella cinematografica in particolare? Forse più di altre forme d’ arte (la critica d’arte, la critica letteraria con tutte le sue innumerevoli articolazioni e specializzazioni, la critica musicale, eccetera) é quella che è (o forse era, o forse sembra soltanto essere) la forma di critica che ha più implicazioni popolari. Che quindi più di altre implica la necessità di farsi capire dai più e con la massima possibile chiarezza (francamente chi si si pone mai un problema di divulgata intelligibilità popolare per la critica d’ arte, che spesso è volutamente e minuziosamente incomprensibile e proprio da tale sua incomprensibilità trae fascino e autorità?). Alcune mie ideuzze che l’ho anch’io, ma prima di esporle, per quel poco che valgono, vorrei mutare questa domanda della signora Paladino in una domanda collettiva rivolta a tutti i collaboratori della rivista. Dal direttore Piero Pruzzo - al quale si deve se Film D.O.C non è un generico bollettino informativo sui programmi dei cinematografi, ma una vera, e autentica, rivista di cinema - ad Aldo Viganò, a tutti gli altri amici e colleghi del Gruppo Critici (da Mauro Manciotti a Massimo Marchelli, da Renato Venturelli a Natalino Bruzzone, via via invitandoli poi uno per uno) e più largamente ai collaboratori, ed ancor più alle collaboratrici della pubblicazione, che sono combattive e competenti. Perché esercitarla? E in che modo esercitarla ? Molti spettatori hanno spesso la sensazione di non capire il perché di certi giudizi (positivi o negativi, poco importa). E’ oscurità nostra o pigrizia altrui? O qualche altra cosa? E’ da molti anni prima di Ricciotto Canudo (“Le Barisien”) che si agita il problema. Vi prego, colleghe e colleghi (“Cheres confreres”, “Cari confratelli”, come si dice in francese) rispondetemi, e risponderete così anche alla signora Paladino.
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Caro D.O.C. Holliday, a me piace sempre andare a cinema, però.. però.. mi trovo un po’ a disagio nello scegliere in mezzo a tutti questi titoli di film in inglese. Mi creda non sono il solo, noto anche fra i giovani che al momento di prendere il biglietto e la cassiera chiede che film vogliono vedere loro sono incerti sul titolo da dire, perché ovviamente è in originale e non lo ricordano, e se la cavano dicendo: “è quello con..”. e dicono il nome del protagonista. Questa scena si ripete un po’ in tutti i cinema. Secondo lei perché i Distributori non traducono più i titoli dei film in italiano ? Una volta, molti anni fa, dal titolo del film in italiano si capiva subito il genere a cui apparteneva: Avventuroso, Bellico, Biografico, Brillante, Cappa e Spada, Comico, Commedia, Commedia sofisticata, Documentario, Drammatico, Fantascienza., Giallo, Melodramma, Musicale, Neorealista, Noir, Operistico, Operettistico, Romantico, Spionaggio, Sportivo, Storico, Western. Da notare nel corso degli anni quanti generi di film non troviamo più sugli schermi. Al giorno d’oggi, in certi film c’è anche una commistione di vari generi in prevalenza Drammatico–Fanta - Horrror- Violenza. Noi anziani abbiamo ragione o no di essere disorientati ?
Grazie per la risposta.
MARIO DI NERVI
Giustamente Mario di Nervi mi ringrazia per la risposta, sapendo che essa, fuori di dubbio, ci sarà. In effetti una puntata de “La posta di Doc Holliday” senza una domanda del nostro caro interlocutore nerviese, mi sembrerebbe incompleta e non conclusa. E questa domanda, in particolare, mi pare giustissima e motivatissima. Perché i titoli in inglese ? Credo che ciò sia dovuto ad un insieme di motivi, tutti sbagliati ma tutti, a modo loro, persuasivi. La goffa e ingenua persuasione che l’inglese, lingua dominante, debba essere comunque usata nelle manifestazioni riguardanti le masse o comunque in buona parte di esse. La tendenza al monolinguismo unificante tipica della pubblicità e di tante manifestazioni parlate e scritte della vita collettiva in Italia come in altre nazioni (pensi all’uso indiscriminato dell’inglese nei nomi delle società, degli uffici, dei servizi, spesso ad opera di persone che l’inglese lo conoscono poco ma che ritengono di buon gusto far credere di conoscerlo bene, come accadeva con il francese nella Russia degli Zar). La fretta semplificatrice e il gusto della moda (pensi alla pubblicità “No Martini, no party”). La debolezza culturale di una materia che da sempre è competenza dei direttori commerciali della società di distribuzione, i quali son tutto fuorché dei filologi; e ancora molti altri motivi., Tuttavia non credo che si possa tessere un elogio indiscriminato dei titoli di un tempo, per fascinosi che essi risuonino nella nostra memoria Pensi per un attimo ad un titolo come “I 400 colpi” (in francese fare “I 400 colpi” vuol dire “farne di cotte e di crude” ma in italiano ?).E’ un argomento divertente, credo che ci tornerò sopra alla prossima puntata. Molti cari saluti a tutti.
(Pubblicato su n° 54 Settembre Ottobre 2003 p. 21)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (12)

Come va ? Prima di rispondere alle lettere ancora inevase (come si diceva quando le fughe dalle carceri erano più rare) vorrei dire rapidamente due cose.
Innanzitutto un grazie caloroso alle amiche ed agli amici che ogni primo lunedì del mese vengono a rinserrarsi nella stanzetta della Società di Storia Patria, al pianterreno del Palazzo Ducale (gentilmente concessa del professor Puncuh) per assistere alla discussione dei film del mese organizzata dalla Stanza del Cinema. Quando tre anni fa Arnaldo Bagnasco mi offerse di aprire, così come esisteva la Stanza della Poesia, una Stanza del Cinema, io girai l’offerta ai colleghi del Gruppo Ligure Critici Cinematografici e tutti insieme decidemmo di affrontare l’avventura. Sicuramente non sapevamo se la cosa avrebbe interessato qualcuno e se avrebbe avuto fortuna. In certo senso ci bastò la prima puntata – con la gente in piedi che affollava la saletta – per capire che avevamo puntato su una carta vincente e che tutto dipendeva da un interrogativo: saremmo riusciti a mantenere l’impegno? Stiamo arrivando alla conclusione del terzo anno, vediamo che la gente non ci ha abbandonato e che dal canto nostro noi riusciamo, grazie al sacrificio di molti di noi, a tener fede al compito. Forse dovremo rinnovarci, forse dovremo cambiare qualche cosa ma comunque val la pena di dire (sottovoce, per amor di Dio) che in questa città dove è così difficile inventare qualcosa di nuovo che rischi anche di essere duraturo, abbiamo portato una piccolissima tessera ad un disegno comune spesso oscuro e non di rado lacerato e dimenticato.
La seconda cosa è che il Genova Film Festival intende, nell’edizione di quest’anno (30 giugno-6 luglio), dedicarmi un omaggio quotidiano. A scrivermelo così da solo sembro matto (forse lo sono ?) ma mi auguro che la cosa non mi faccia perdere la testa e mi consenta invece di ritrovare tanti amici e di ripercorrere tanti passi di un cammino ormai lungo, troppo lungo……
Ed ora ecco le missive “inevase”:


La prima è vecchissima e lo dico consapevole delle mie colpe:
Siano suoi estimatori. Che cosa ne pensa dell’ultimo “Guerre stellari”? Grazie. Silvia Jomini (?) e amici. Genova.

Potreste farmi osservare che se aspettavo ancora un po’ avremmo potuto parlare della quinta o della sesta puntata della saga. Vorrei solo osservare che mi sento a disagio ad occuparmi di George Lucas. Lo abbiamo visto esordire, giovinetto o poco più, e adesso è un 59enne barbuto che sembra quasi un vecchietto come noi e che continua, (dall’alto dei miliardi, è vero) ad inseguire i suoi sogni d’adolescente, fra fumetti spaziali e non spaziali. A questo punto non ho più voglia di stare al gioco.
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La signora Assunta Boido (ho letto giusto ??) mi aveva inviato un ritaglio del “Corriere della Sera” nel quale un lettore romano, Mario De’Scalzi Da Pozzo, si lamentava dalla capricciosità dei critici.
“ E’ possibile – diceva il lettore romano –che quello che i critici giudicano positivamente sia immancabilmente un mattone ? Una volta la sigla segnalato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici era una sorta di marchio di garanzia. Ora è diventato un simbolo di bufala sicura. Non sarà il momento di una sana autocritica?” E dal canto suo la signora Assunta aggiunge: “..io sono abbastanza d’accordo. Ho visto “Femme fatale” e non ci ho capito niente: o sono diventata scema o i registi non fanno che prenderci in giro.. Ma anche i critici, perché mi hanno detto che all’incontro del lunedì (la signora accenna ad una ormai lontana “Stanza del Cinema” in cui mi ricordo benissimo si parlò del film ed un collega lo elogiò) ne è stato detto benissimo. E lei cosa dice ?”

Io dico che troppo tempo è passato per ritornare sui singoli film. Quel che invece mi pare importante è l’interrogativo generale sulla validità della critica (in genere, non solo per quel che riguarda il cinema) che le due lettere pongono, ed anche sul rapporto non di rado difficile che il cinema stabilisce con i suoi spettatori. Il discorso dovrebbe essere preso molto alla lontana, al di là della disponibilità di spazio della rubrica. Credo tuttavia che qualche cosa vada ricordata. Una certa disparità di reazioni fra la critica ed il pubblico c’è sempre stata. Fatalmente chi vede film per passione divenuta mestiere (o per mestiere divenuto passione, vai a sapere) consciamente o inconsciamente cerca di disegnarsi con occhi e interessi diversi rispetto allo spettatore medio che il critico trova intorno al se. Il critico vede molti più film, ed è quindi portato ad un complicato gioco di raffronti, mentre i suoi interlocutori spesso tendono a costruire alcune reazioni base (giustissime, badi: mi piace, non mi piace, che poi è quel che conta) e su queste a regolarsi. Infine non sottovaluti lo snobismo, implicito o esplicito: la mia funzione è quella di giudicare, quindi di essere al di sopra delle passioni del volgo, io penso all’eternità, o comunque ad un vasto periodo, il mio respiro è ampio come l’ansito dell’Oceano mentre quello dello spettatore medio è corto e breve, come quello del Mediterraneo, sono uno specialista e quindi conosco tante cose (tecniche, storiche, psicologiche, culturali, eccetera) che forzatamente sfuggono allo spettatore medio…solo i miei pari mi possono giudicare, e neppure tutti (non parliamo di Tizio, Caio e Sempronio, che sono asini calzati e vestiti, e in più son anche antipatici…..). E’ un dibattito vecchio come il mondo, mai risolto nella storia, prendiamone atto. Ed alla prossima volta la lettera della signora Pozza, che, anch’essa, si lamenta della difficoltà di capire il cinema di oggi…
(Pubblicato sul n° 53 Maggio-Agosto 2003 p. 19)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (11)

Ho ricevuto a casa ( e non via Agis) una lettera stranissima che trascrivo nella sua interezza ed a cui rispondo senza aver capito bene se è stata scritta per scherzo o seriamente ma soprattutto perché è stata scritta :

Sono un ex studente di cinema e televisione (studiavo alla S.C.T.N.).Ero presente al Festival di Vicenza. La leggo sull”Illustrato” della Regione Liguria che riceve un mio collega di Levanto. Mi è stato riferito di un’ aggressione da Lei subita nottetempo a Vicenza, insieme al signor Folco Quilici e ad un alto dirigente RAI, da parte di un energumeno che voleva colpire il signor Quilici come responsabile dei pessimi film selezionati per il Festival e il dirigente RAI per i pessimi programmi di RAI SAT.
E Lei, l’aggressore di quale peccato l’accusava? Le sarei grato se potesse farmi avere delucidazioni sulla Rivista dove Lei scrive, ed è professionalmente obbligato a non mentire. Grazie e cordialità, il suo da sempre lettore e spettatore.
ADRIANO RENZETTI, Località Vigne Nuove, Furbara, Roma.


Lì per lì ho pensato appunto ad uno scherzo (per più di un motivo, a cominciar dal nome Furbara, che invece esiste veramente ed indica un paesino vicino a Cerveteri). Non so cosa sia “L’illustrato” della Regione Liguria - forse “Film D.O.C.”, che però ha un nome facilmente individuabile - ignoro cosa significhino le sigle S.C.T.N., cerco professionalmente, senza essere obbligato, di non mentire scrivendo. Quel che posso fare è confermare che una sera a Vicenza, dopo mezzanotte (ero membro della Giuria di Videopolis) ritornando in albergo insieme ad un altro giurato, Franco Scaglia, vicepresidente di Raisat, a sua madre ed a Quilici, che della Giuria era presidente, venimmo avvicinati in modo minaccioso da un omone totalmente ebbro che diceva di essere appena uscito di prigione e di esigeva 10 euro per una pizza (non so se il prezzo fosse equo, ma sembra proprio che con l’arrivo dell’euro tutto sia rincarato). La cosa rimase famosa tra noi perché Scaglia che stava parlando al cellulare (parlava sempre al cellulare) si limitò a respingere l’ubriaco con la mano sinistra continuando con l’altra ad impugnare il telefonino. La cosa durò alcuni minuti, io tenevo che finisse male (l’individuo era sempre più arrabbiato) mentre invece ad un certo punto, scoraggiato dalla aperta indifferenza di Scaglia – che deve essere coraggioso e distratto in eguale misura – si è accanito su di me, ed io, perché avevo vicino la signora Scaglia ma anche perché un po’ di paura la provavo veramente, ho finito col dargli i dieci euro, mentre Scaglia proseguiva il suo monologo telefonico e Folco, abituato ai pericoli dei 7 mari , mi camminava a fianco tranquillissimo e divertito dal coraggio distratto di Scaglia. Tutto qui, nessun attacco per motivi professionali (il Presidente della Giuria in ogni caso non sceglie lui i film concorrenti e onestamente credo che molti dei programmi di Raisat – film “classici” sottotitolati, fiction e varietà d’acquisto siano fra quelli più interessanti trasmessi dalla Rai nel suo complesso. E basta con Vicenza, spero.
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Da tempo ho preannunciato una risposta alla signora GIUSEPPINA MANCUSO che mi ha inviato in lettura (in CD Rom) un suo romanzo di avventure fantascientifiche intitolato “Intrighi stellari”. Diciamo che la signora dimostra una certa inventiva all’interno di un complicatissimo meccanismo che, fra viaggi spaziali, ribellioni di lontane colonie galattiche e germi mortali coltivati dalle Forze Armate, riecheggia molti degli stilemi della “Science Fiction” anni ’50. Quella che, appunto mezzo secolo fa, fummo in tanti a seguire e ad amare grazie alle puntate periodiche di “Urania”, ricche di classici d’epoca. Diciamo che mezzo secolo è trascorso e che forse un minimo di cambiamenti sarebbe necessario.

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NICOLA MONTALDO di Genova_Sestri mi inviò gli auguri (grazie con ritardo) e mi chiese chi fosse il doppiatore di Richard Gere. Rispondo dopo aver consultato Tiziana Boarino di “Voci nell’ombra” che ha appena scritto un articolo sull’argomento. E in internet i web dei due attori. Diciamo che due voci hanno doppiato buon a parte dei film di Gere da un po’ di anni a questa parte. E cioè il mio amico Michele Gammino nel film forse più noto di tutti, “Pretty Woman” (1990) e poi in “Analisi finale” (1992),”Mr. Jones” (1993), “Il primo cavaliere” (1995), eccetera. E infine l’altra voce in cui riconosciamo Gere, ovvero un altro ottimo doppiatore, Mario Cordova che lo ha doppiato in “Affari sporchi” (1990) e poi nei film più recenti: “Sommersby” (1993), “Schegge di paura” (1996), “The Jackal” (1997), “L’angolo rosso” (1998), “Autumn in New York” (2000), il recentissimo “Amore infedele –Unfaithful”.
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Anche MARIO di NERVI, ormai un vecchio amico di questa rubrica, mi ha mandato gli auguri (che ricambio di cuore, anche se con apparente ritardo, ma non siamo un quotidiano !) e m io chiede due cose. Da un larto se io abbia “mai pensato di pubblicare in volume le recensioni cinematografiche apparse nel CORRIERE MERCANTILE negli anni ’60 e ’70 (…) sarebbe una occasione per far conoscere ai cinefili di adesso tale ghiotto materiale coin i voti che corredavano ogni film”. D’altro canto Mario ha rilevato che “CIAK”, “FILM TV” e “SEGNO CINEMA” pubblicano tabelline con i voti dati dai singoli critici e non si spiega l’estremo divario che a volte si verifica (Uno dà al film il punteggio massimo e l’altro il punteggio minimo). Infine Mario ci fa i complimenti che io giro a tutti i membri del Gruppo Ligure Critici Cinematografici, per la tabelline che ogni primo lunedì del mese la “Gazzetta del lunedì” pubblica con grande risalto tipografico in occasione dell’ ormai abituale appuntamento della “Stanza del Cinema” a Palazzo Ducale.
Rispondo brevemente: per quel che riguarda le recensioni da ripubblicare ci sto pensando seriamente da qualche tempo, ormai in preda a sconfinata vanità senile. Chiossà se ci riuscirò ? Va detto che più di vent’anni fa il mio caro amico Manlio Fantini fece uscire a Genova un libro intitolato “Le camere di Lafayette” in cui pubblicai materiale. Riguardante soprattutto il cinema francese e quello americano, apparso sopprautto su riviste. Vedrò quel che posso fare.
Per quel che riguarda le diparità di opinione fra critici, va detto che esse rispecchiano le profonde disparità, spesso gli insormontabili punti di vista contrastanti, che esisno fra di loro così come fra tanti esseri umani in fatti di mille argometi diversi, dallo sport alla politica.
Guai se non ci fossero.

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Mi accorgo che, come al solito, ho bruciato tutto lo spazio e non ho risposto a tutti (adesso le lettere arrivano !!). Rimando alla prossima puntata ASSUNTA BOIDO, che tira in ballo le differenze di opinioni dei critici e ricorda che di “Femme fatale” è stato parlato bene alla Stanza del Cinema, LUCIANA POZZO che si lamenta della scarsa comprensibilità di molti film odierni e SILVIO JOMIERI (???) che, poverino, è quello che aspetta da più tempo (colpa mia) e chiede una opinione su “Guerre stellari”. Calma e gesso, l’ora si avvicina.
(Pubblicato sul n° 52 Marzo-Aprile 2003 p. 18)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (10)

Gentile Doc, beato lei che ha fatto “Beautiful” a Portofino? Ha visto anche Ridge ? Può dirmi qualcosa ? E il film “Signs” lo ha visto? Cosa ne pensa ? Grazie.
Sua ammiratrice ROSANNA SECCHI –GENOVA

Guardi, le cose sono andate così. Le fornisco qualche precisazione perché ho l’impressione che molti dei lettori abituali di “Film DOC” non seguano particolarmente il mondo delle soap. Qualche tempo fa il collega Mauro Boccaccio, in previsione della progettata (e poi effettuata) spedizione dell’équipe di “Beautiful” a Portofino, mi ha fatto un’intervista per “La Stampa” richiedendomi le inevitabili precisazioni sull’acquisto del programma ad opera di Raidue. Precisazioni che sono ormai abituato a fornire (a richiesta, badi, io cerco di parlarne il meno possibile) da almeno una dozzina d’anni. Nella mia qualità di capostruttura della Rete avevo, fra l’altro, la responsabilità non solo della programmazione –e quindi dell’acquisto - dei film, ma anche quella dei telefilm, TVFilm, sceneggiati non di produzione, e via svariando. Per colmare il “buco” delle ore 14 (circa) su Raidue che contava poche centinaia di migliaia di spettatori, con l’allora direttore di Rete, Pio De Berti Gambini (un amico, morto oramai da anni) decidemmo di provare a tastare il polso al mercato americano delle “soap-operas” che negli Stati Uniti vantavano milioni di spettatori (in prevalenza di condizione sociale e di cultura modesta, spesso immigranti “latinos”). Facemmo acquistare l’unica “soap” ancora negoziabile, “Capitol”, che alla Rai funzionò benissimo. Creandosi in poco tempo un pubblico di milioni di spettatori, probabilmente intrigati anche dalla collocazione “politica” della vicenda, assolutamente inusuale in un programma del genere (fu, immagino, una delle ragioni che causarono la fine di “Capitol” negli Stati Uniti, perché il programma era disceso al di sotto dei “ratings”, come impone di dire il gergo televisivo, i quali garantiscono un minimo redditizio di pubblicità). Il successo fu tale che io comprai, al buio, una seconda soap ancor prima che la producessero (si chiamava “Loving”, noi la battezzammo “Quando si ama”) sicché quando venne la notizia che “Capitol“ era stata abolita alla fonte e che di lì a poco avrebbero chiuso baracca e burattini - non è un modo di dire, il produttore, John Cowboy, licenziò tutto il suo personale e non so che cosa di mise a fare lui stesso - il pubblico rimase malissimo come se la colpa fosse la nostra. Quel che è sicuro è che gli sceneggiatori per vendicarsi, allestirono una puntata finale assolutamente incomprensibile, cosicché io fui costretto a girare un programma per spiegare quel che era successo, e dovetti anche replicarlo: la gente non ci credette lo stesso, persuasa, che fossero state la pigrizia e la malavoglia della RAI a fare saltare “Capitol” (24 anni d’azienda mi hanno insegnato che, si operi bene o male, lì per lì la colpa è sempre della RAI; poi, col passare del tempo, il pubblico ragiona). Insomma l’urgenza di sostituire “Capitol” aumentava ogni giorno (nel palinsesto si sarebbe spalancato un buco quotidiano di più di 40 minuti in una zona di primo pomeriggio che con le soap aveva almeno decuplicato il numero degli spettatori). Sicché al primo MIP di Cannes - è forse il più importante mercato cinetelevisivo d’Europa, ed ha luogo, nel palazzo del Festival, poche settimane prima del Festival stesso – quando mi venne sottoposto un “pilota” appena uscito che si svolgeva, prevalentemente nel mondo della moda e dove imperava la mascella volitiva di Ridge, non ebbi esitazioni. Telefonai a Roma – allora, se ricordo bene il direttore di Raidue era Gigi Locatelli, e quel che mandava avanti la baracca era il vicedirettore Agostino Saccà, oggi, mentre scrivo, direttore generale della Rai (alla prese ogni giorno con diecimila terribili problemi: non lo invidio) – e chiesi un impegno immediato d’acquisto, cosa non facile alla Rai, che nel fondo è un ministero, ma non impossibile quando c’è la buona volontà. Così bloccai al volo il programma, lo feci doppiare con calma e lo lanciai d’estate quando non si lanciano i nuovi programmi che in genere vengono tenuti per l’autunno. Nella collocazione di “Capitol” funzionò in modo clamoroso sin dalle prime puntate e finì per stabilizzarsi sui 5 milioni di spettatori. Cifra fisiologica. La Rai lo perdette, me lo ha confermato di recente al Festival di Torino Giampaolo Sodano succeduto a Locatelli come direttore di Raidue, quando Mediaset si rivolse direttamente ai produttori, la famiglia Bell, offrendo il triplo di quel che pagavamo noi ai distributori ormai “scaduti”. La Rai, essendo appunto un ministero, non ebbe probabilmente la capacità di reagire subito, in presenza di una normale trattativa d’affari, e di rilanciare come a poker, e perse così un programma che ora sfiora i 6 milioni di spettatori. Cifra enorme, se rapportata all’ora di ascolto. Che poi, in senso assoluto, sia un bene o un male, dipende da quel che si chiede ad una Televisione pubblica come la Rai. A noi veniva chiesto soltanto ed unicamente di agire in base all’Auditel. I risultati, alla lunga si vedono.
Veniamo, finalmente, a Portofino. In seguito alla intervista di Boccaccio sono stato invitato da Teresa Piu ad assistere a Portofino alle riprese in esterno di un episodio di “Beautiful” ed accettai. Una macchina venne a prendermi alle 7,15 a casa. Rimasi sino alle 11 nella hall dell’Hotel Splendid di Portofino a leggere i giornali, per esser poi fatto salire su un barcone dove aveva preso posto una fittizia Giuria incaricata di giudicare una sfilata di moda. A questo punto le cose hanno preso il ritmo di tanti interminabili esterni del cinema (qui, abituati come sono i realizzatori di “Beautiful” agli interni tipici delle “soap”, probabilmente i tempi si sono ancora più allungati). Salvo una interruzione per un pranzo goliardico al “Pitosforo” –ove salutai di persona un membro della famiglia Bell, da lontano Ridge che non credo mi abbia riconosciuto al contrario di un altro attore, Eric, il quale si ricordava di me a Venezia ed a Los Angeles –sono sempre stato al fianco di Silvana Jacobini direttore di “Chi” ed anch’essa membro della Giuria fittizia, sino a quando alle 17, col freddo che cominciava a farsi sentire sul barcone, ho tagliato la corda proprio quando giravano i primi piani. Dovevo essere a Genova, alla FNAC, alle 18 e ci arrivai giusto in tempo grazie ad un eccellente autista argentino con due lauree in ingegneria (come si vede la “soap” è dappertutto).
Non so quando andranno in onda (fra un anno? Prima? Dopo?) gli episodi ambientati a Portofino. Se non verranno tagliati, la signora che scrive potrà vedere, lontanissimo, un giurato in barca – quando hanno girato i primi piani me ne ero già andato - che prima suda e poi batte i denti. Quello sono io.

Ho perso il conto dello spazio ed ho esagerato. Tutti gli altri quesiti, “Signs” compreso, alla prossima puntata. Chiedo veramente scusa per aver infranto la promessa alla signora Mancuso. Mi rifarò.
(Pubblicato sul n° 51 Gennaio-Febbraio 2003 p. 18)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (9)

Caro D.O.C Holliday,
La ringrazio sentitamente per lo spazio e l’attenzione ai quesiti posti in una mia precedente lettera, ai quali ha fornito una risposta più che esauriente; anche se è doloroso apprendere come la RAI si sia progressivamente privata delle molte figure di gran livello che, fino a non molto tempo fa annoverava ancora fra le sue fila, ma anche questo è un segno di tempi, evidentemente.
In secondo luogo le fornisco le precisazioni che mi ha chiesto su Truffaut. Premetto che il grande cineasta francese occupa un posto di primo piano fra le mie preferenze cinematografiche, non esclusivamente per il valore delle sue pellicole ma anche per la qualità umana che contraddistingue ogni suo film; così , come omaggio, ho chiuso la lettera alla sua maniera: infatti, dalla lettura dell’interessantissimo volume che raccoglie la sua nutrita corrispondenza, edito in Italia con il titolo Autoritratto (Einaudi, Torino, 1993), ho preso in prestito la frase “sinceramente suo” che il regista adotta ogni qualvolta scriva ad una personalità di rilievo e della quale nutra una grande stima: Abel Gance, Henri-Georges Clouzot, Nestor Almendros, Henry Langlois……la lista potrebbe continuare.
Infine mi conceda una nuova domanda: non molto tempo fa ho registrato per puro caso, una pellicola neozelandese uscita nel 1996, dal titolo Forgotten Silver, per la regia di Peter Jackson (che ritengo sia il regista del recente Il signore degli anelli); nel film, realizzato con la tecnica del documentario, si narra l’incredibile scoperta di una grande quantità di bobine girate da un “pioniere del cinema neozelandese”, Colin McKenzie. Il film di Jackson è estremamente interessante, ma ancor più straordinaria sembrerebbe la figura di quest’uomo, aurore di un solo film, Salomé, (realizzato tra difficoltà enormi, nella giungla, assillato dai creditori), che vede morire la propria moglie sul set e che, infine, lascia tutto per rifugiarsi in Spagna dove, durante la guerra civile, filma la propria morte. La biografia di questo personaggio appare davvero incredibile, ma la confezione del film, con tanto di interviste (compare anche l’attore Sam Neill) con le immagini in bianco e nero della pellicola ritrovata e restaurata, con la prima in grande stile di “Salomé” conferisce una certa credibilità alla vicenda. Volevo chiederle, appunto, Le risulta che sia esistito davvero questo “pioniere” – e che quindi la storia del cinema sia da rivedere alla luce di questa scoperta, come viene segnalato nel film – o dobbiamo dare atto al regista neozelandese di possedere una straordinaria fantasia cinefila ? Confidando, anche in questo caso in una sua sempre puntuale risposta, La ringrazio e La saluto.
Sinceramente suo, ETTORE ARTIRIO


Andiamo in ordine, cominciando dal fondo. I dubbi che lei si prospetta riguardo a ”Forgotten Silver”, dimostrano quanto siano stati bravi Peter Jackson (è proprio quello della saga “Il signore degli anelli”) ed il coregista e cosceneggiatore Costa Botes ad inventare un falso personaggio ed una falsa e complicatissima storia a carattere cinematografico, dando vita ad un passato clamorosamente impossibile ma, a quanto capisco e leggo, squisitamente ricreato. E’ un esempi tipico di quel che gli anglofoni chiamano “mockcumentary” – o anche, per semplificare, “mocdoc” – parola nata dall’unione di due parole. Della radice “mock”, che, come aggettivo, significa, innanzitutto “finto, simulato” e poi anche “burlesco, ironico, scherzoso”, mentre come verbo significa, fra l’altro, “deridere, canzonare, schernire”. E poi della parola “documentary”, che ovviamente significa “documentario”. C’è un illustre precedente radiofonico, “La guerra dei mondi” di Orson Welles. Da allora, nel cinema, i “mocdoc” anglosassoni sono parecchi. A cominciare da uno che gli americani sembrano considerare il più interessante di tutti e che io non ho mai visto, e cioè (fa rima !) l’ inchiesta “mock” su un complesso rock, “This Is Spinal Tap” (1984), film di esordio come regista di quel versatile personaggio che è Bob Reiner, il quale ad oggi ha diretto già 13 film, fra cui il divertente “Harry ti presento Sally”, oltre ad interpretarne una cinquantina ed a produrne una quindicina. Del resto, si badi. Quando “Forgotten Silver” fu trasmesso in tv in Nuova Zelanda, la maggioranza del pubblico lo prese per vero e credette alla nascita di un nuovo eroe nazionale. Il che ampiamente giustifica i dubbi del signor Artirio. Fra l’altro figurano nel film non solo Sam Neill ma anche Leonard Maltin, autore del più famoso vocabolario cinematografico del mondo, Harvey Weinstein , celebre produttore della Miramax, e gli stessi Jackson e Botes. Del resto se il signor Artirio riflette un attimo a un ormai lontano film di Woody Allen,”Zelig” (1983) o al giovanilistico e troppo fortunato “The Blair Witch Project” (1999), i rinvii sono numerosi e provano quanto il genere sia consacrato nel mondo dei filmakers anglofoni.
Ancora due parole, a ritroso: l’espressione “Sincèrement vôtre” non è che sia più segreta e affettuosa del nostro “Cordialmente vostro” anche se in francese la frase ha forse un sapore di maggior finezza e partecipazione. Truffaut l’ho incontrato tre volte, abbastanza a lungo, e un giorno che avrò spazio lo racconterò. Il cambio di generazioni Rai è una cosa, come si dice ora, epocale, e non è solo responsabilità di questo o quel dirigente. Grazie dei ringraziamenti. Infine, saluti alla signora Mancuso. Ho stampato il suo dischetto e le risponderò, veramente, la prossima volta. Parola !


(Pubblicato sul n° 50 Novembre-Dicembre 2002 p. 16)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (8)

Con grande sorpresa ed immenso piacere ho scoperto la sua rubrica su Film DOC di novembre regalatomi da una mia amica che lavora all'Arco Film …(omissis)… . Nel corso della mia vita essendo figlia di un operatore cinematografico ho avuto modo di vedere almeno 10.000 film e le assicuro che è stata una delle più belle esperienze di tutta la mia vita. Conoscere anche ciò che riguarda i personaggi del "set", grazie a lei, mi ha permesso di apprezzare maggiormente il tutto. Come microscopico segno di ringraziamento, anche se virtuale, le invio un floppy di un libro di fantascienza da me scritto, che riguarda in parte anche la trama di un film. Mi auguro che le faccia piacere. Spero di vederla presto in televisione.
Giuseppina MANCUSO, via Pozzuolo del Friuli, 2/14, 16145 Genova.


Grazie mille anche delle infinite parole di elogio (ben 504 battute!!) che ho tagliato dalla lettera per non apparire stucchevolmente autoelogiativo. Grazie anche del floppy - disc, su cui cercherò di darle un parere, tempo permettendo.
Caro Doc Holliday,
Le scrivo soltanto adesso in seguito alla lettura dell'intervista rilasciata al Secolo XIX del 4/02/02. Premetto che ho sempre nutrito grande stima nei suoi confronti, stima che peraltro l'intervista in questione conferma in tutto; se potessi sottoscriverei in pieno quanto da lei affermato. Credo di avere sempre ritenuto alcuni cineasti italiani di oggi dei modesti autori - almeno se paragonati alla generazione dei De Sica, Rossellini e Fellini, ma anche nei confronti dei Monicelli, Risi e Scola - ma il mio giudizio di semplice appassionato poteva essere facilmente contestato. Ecco perché sentire definire da lei Benigni "noioso", Moretti "un enigma" ( e stendiamo un velo pietoso sugli altri "toscani") mi ha reso felice; c'è sempre più bisogno di persone che abbiano il coraggio di sostenere le proprie idee e convinzioni, anche se queste si scontrano inevitabilmente con quelle delle maggioranza. Mi ha invece sorpreso la sua valutazione positiva di Salvatores, autore che ho molto apprezzato - a suo tempo - per i primi film ("Marrakech Express" e "Turné") ma che a mio giudizio ha subito una repentina involuzione a partire dal confuso "Puerto Escondido" e dal pretenzioso "Sud". Mi piacerebbe sapere se il suo giudizio si limitava alle opere degli esordi o comprendeva anche gli ultimi film che personalmente non ho visto. Volevo invece segnalarle una pellicola che mi è piaciuta molto: si tratta di "Auguri professore" (1997), un film diretto da Riccardo Milani e interpretato da Silvio Orlando, in qualche modo da collegare all'altrettanto riuscito "La scuola" di Lucchetti.
Vorrei ancora ancora sapere se vedremo sul piccolo schermo alcune di quelle meravigliose retrospettive da lei curate (ne ricordo una su Melville), dedicate ai cineasti francesi - penso a Renoir, Clair, Clouzot, Ophüls e Becker - e se avrò la fortuna di vedere i capolavori di Akira Kurosawa ("L'angelo ubriaco", "Cane randagio", "Vivere", "I sette samurai", nell'edizione integrale" di tre ore, e "I cattivi dormono in pace") che se non sbaglio passarono in programmazione sulla Rai circa quindici anni orsono, ovviamente ad orari impossibili, e mai più riproposti in seguito.
Sinceramente suo -Truffaut non me ne vorrà-
Ettore ARTIRIO, Via G. Da Verrazzano,260 -16165 Genova -



Rispondo, nell'ordine: mi ero quasi dimenticato dell'intervista. Non vorrei dar qui un esempio del tipico modo italiano di confessarsi ("qui lo dico e qui lo nego!, ma tant'è.. ") Magari "noioso" è troppo per Benigni - e così "enigmatico" per il minuzioso e didattico Moretti - ma nella sostanza ribadisco le mie perplessità e le mie insoddisfazioni. Nessun film italiano di oggi mi dà i brividi che mi comunica un piccolo thriller americano in bianco e nero degli anni '40 (ma probabilmente è tutta questione di età). Il discorso di base è che mancano i geniali sceneggiatori di un tempo, perché la società italiani di oggi non è favorevole agli scrittori popolari ma solo agli scrittori elitari, o supposti tali. Il Salvatores a cui mi riferivo è proprio quello iniziale a cui si riferisce lei, con una eccezione più recente per l'inconcluso ma bizzarro e psichedelico "Nirvana", raro caso di cinema di fantascienza paradossale e avveniristica tentato da un autore di casa nostra. In quanto al premiatissimo e lodatissimo ovunque "Mediterraneo", è forse una delle sue opere peggiori (peccato per un manipolo di buoni attori: Cederna, Bisio, Gigio Alberti, lo stesso Abatantuono).
Per quel che riguarda la TV non so che cosa dire. Io sono stato collocato in pensione nel 1994 e da allora i miei rapporti con la Rai sono da esterno e non certo da programmatore. Rivedere i cicli che lei rievoca, mi sembra assai difficile. Sia per motivi di diritti (è sempre più complesso acquisirli per la programmazione) sia per mancanza di interesse specifico. La Rai di oggi, sia di destra che di sinistra, è la struttura meno cinefilica che si possa immaginare, salvo a nozze avanzata, sui satelliti e quando deve ostentare entusiasmo patriottico - e spesso insincero- per qualche film italiano premiato (o non premiato) all'estero.
Non mi sembra di aver curato tutti i cicli che lei rievoca, ma forse mi sbaglio a mio danno. Mi chiarisce il riferimento a Truffaut?
Mi accorgo di aver rosicchiato tutto lo spazio a disposizione. Restano in attesa di risposta: Roberto Cozzolino, Sandro Corsi e Orlando Botti (2° lettera). Molti cari saluti a tutti.
(Pubblicato sul n° 48 Maggio-Agosto 2002 p. 18)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (7)

1) Stimatissimo dottor Fava, rispondo alla sua nota ove minaccia "gravi" ripercussioni per chi la legge. Voglio scongiurare detta affermazione anche perché ritengo importante la sua parola forbita pronunciata sempre con una sagacia e una amabilità fuori della norma corrente che privilegia la villania e la imbecillità imperante. Per godere di una sua risposta le propongo un gioco che spesso si fa a malincuore perché troppo ristretto e sempre costretto a far fuori altre delizie personali. Vorrei da lei elencato quanto segue: 1) I cinque film da portarsi in un'isola deserta con schermo. 2) I cinque libri di letteratura al seguito. 3) I cinque libri sul cinema da possedere assolutamente. 4) Le cinque colonne sonore a lei più care. 5) Le cinque canzoni sue predilette. 6) I cinque registi a cui è più affezionato. 7) I cinque attori preferiti. 8) Le cinque attrici preferite. 9) I film della sua vita. 10) L'aforisma che preferisce in assoluto. Le ho fatto lo sconto perché di solito si fa la "Top Ten" per cui più arduo sarà il non facile conto. Da parte mia amo visceralmente. Orson Welles, François Truffaut (l'anno scorso sono andato ad omaggiare la sua tomba a Parigi con un semplice fiore), Alfred Hitchcock, Fritz Lang, Carl Dreyer, ecc. ecc. Sperando che receda dal suo atto minaccioso continuerò a seguirlo su codesta interessante pubblicazione e su Raisat Cinema. A buon arrivederci !!!
Suo aff.mo BOTTI Orlando, via delle Ginestre 22, Imperia.
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2) Gentile signor Fava, non è la prima volta che la disturbo per pareri e consulenze varie….La prima volta fu circa 30 anni fa, quando, durante una cena tra ragazzi a casa mia, sorse una discussione sul nome di un certo regista di un certo film. Per sbloccare la situazione di stallo qualcuno di noi disse: "Qui ci vorrebbe Claudio G. Fava" (si, lo ammetto, tutti noi, nominandola, abbiamo detto sempre per esteso il suo nome, soprattutto proprio la "G", quasi un vezzo, più nostro che suo !) Io risposi che non c'erano problemi: "Gli telefono" dissi suscitando divertita perplessità. Mi andò bene. Cercai sull'elenco telefonico e trovai nome e indirizzo (mi sbaglio, o abitava nella zona di Circonvallazione a Monte?), composi il numero, mi rispose lei personalmente, risolse immediatamente il quesito con la (consueta) competenza, cortesia e ironia - non ce n'è mai abbastanza! - facendomi quindi fare un figurone. Da allora ne è passata di pellicola, ma ogni volta che me la sono trovata davanti (al cinema, alla TV o sorseggiando un Negroni) ho sempre potuto apprezzare queste sue doti. Sì, ma dove voglio arrivare con questa sviolinata? E' semplice: non voglio privarmi dell'egoistico piacere che Claudio -GI - Fava , pronto a snocciolare nomi e date e soprattutto pareri e commenti sul cinema e il mondo che lo popola. E quindi le do subito da lavorare con due o tre domande (serie o meno ) su "La caduta degli Dei" di Visconti che abbiamo rivisto al Lumière di Genova. All'uscita i pareri erano discordi ; chi parlava di capolavoro, chi di polpettone indigeribile. Lei che ne pensa ? Due le domande "frivole": in una sequenza la Thulin fuma una sigaretta identica a quelle di oggi, corta, bianca, con il classico filtro marroncino. Era, secondo lei, una sigaretta disponibile nei primi anni '30? Ne abbiamo dubitato, pur conoscendo il maniacale perfezionismo di Visconti. Infine nei titoli di coda non sono apparsi i doppiatori: la mia impressione è che Berger e Bogarde fossero doppiati da un giovane Giancarlo Giannini e dal drammaticamente scomparso Vannucchi. Mi può ragguagliare ? Grazie. Ed ora spero di poter stare tranquillo ancora -almeno- per qualche altro numero di Film DOC. Con affetto. Aldo BEZANTE, via Borgoratti 22/13, 16132 Genova

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3) Caro dentista di Tombstone (eh eh), non sono rimasto insensibile al suo grido di dolore e come me penso molti spettatori/lettori: spero in un massiccio invio di lettere in modo che le sue risposte ci riservino ancora per molto le usuali delizie e "chicche". Approfitto quindi del suo...richiamo per chiederle cosa ne pensa della sparizione dei vecchi film dai circuiti.
Già ai tempi del glorioso "Filmstory" (via Caffaro) era impossibile riuscire a rivedere una serie di vecchie e amate pellicole. Ne elenco alcune: "Harakiri" di Kobayashi, "Lo spettro" di Riccardo Freda-Robert Hampton, "Sangue caldo" di Wilson con il grande Mitchum. Non dimentico il piccolo schermo: il memorabile film TV di Fassbinder "Il mondo sul filo" vale mille volte le insulsaggini che ci vengono propinate a ripetizione: ebbene, è scomparso.
Per finire, ricordo all'inizio degli anni 70 di aver rivisto, mi pare al vecchio "Italia" di Tommaseo, "I tre banditi" di Boetticher: scomparso anche lui. E "I sette assassini", presentato dopo restauro giusto un anno fa in occasione del Torino Film Festival, quando lo vedremo, magari anche solo in cassetta?
Grazie per la risposta, le auguro ancora un mucchio di lavoro su FILM D.O.C.
Piero SIEBALDI. Genova.

Il povero Piero Pruzzo, "tiraillé" fra i legami dell'amicizia e i doveri di direttore, ha dovuto darmi una intera pagina, (circa 8700 battute, secondo gli abituali criteri giornalistici di misurazione) per consentirmi di rispondere, per la seconda e penso ultima volta, alle numeroso lettere di lettori che mi hanno scritto per indurmi a non sospendere le lettere a D.O.C. Holliday. Dire che son rimasto commosso da una sorta di plebiscito affettuoso oltre ogni dire, è poco. Del resto credo di averlo già scritto la volta scorsa e non voglio dar l'impressione di esagerare. Mi sono anche chiesto se qui dovevo tagliare le lettere e togliere tutti gli elogi e i complimenti che in esse mi vengono rivolti. Poi, forse anche colto fa un soprassalto di irrefrenabile vanità, ho deciso di lasciar tutto Si tratta di una manifestazione così sincera e toccante di affetto reale, che in fondo non ho il diritto di nasconderla, anche perché è il massimo che un giornalista possa augurarsi, soprattutto verso la fine della sua carriera. E cioè la prova provata, come si dice, che nel corso degli anni e dei decenni, riuscito a stabilire con il suo pubblico un rapporto di reciproca fiducia.
In compenso mi resta poco spazio per rispondere a tutti. Cercherò di farlo nel modo più conciso e contratto, rimandando alla prossima volta una lettera e qualche ulteriore precisazione. Ho numerato 3 lettere e così posso numerare le risposte:


1. Cinque film: "Otto e mezzo", "Ombre rosse", "La grande illusione, "Paisà", "L'armata degli eroi". Cinque libri: "Guerra e pace", "Kim", "Il mulino del Po", "42° parallelo", "I tre moschettieri". Cinque libri sul cinema: i dizionari di Morandini, Mereghetti, Maltin, Halliwell, Di Giammatteo oppure di Katz oppure il "Dictionnaire du Cinéma Larousse". Salto le colonne sonore. Le cinque canzoni: "Ma l'amore no", "Douce France", "Polvere di stelle", una a scelta di Brassens, "Ma mi". I cinque registi: Melville, Billy Wilder, Fellini, John Ford, Truffaut. Cinque attori: Philippe Noiret, Humphrey Bogart, Robert Redford, Louis Jouvet, Jean Gabin (e tanti altri). Cinque attrici: Alida Valli, Katharine Hepburn, Audrey Hepburn, Michéle Morgan, Jodie Foster (e tante altre, moltissime, da Simone Signoret a Glenda Jackson). I film della mia vita: troppi per elencarli qui. Tornerò sull' argomento in una delle prossime puntata insieme al problema di scegliere un solo aforisma. Grazie du tutto e mi saluti Imperia. Via delle Ginestre è a Porto o a Oneglia ? (mia padre era di Porto, ecco il perché della domanda).


2. Grazie mille del lontano ricordo e della telefonata a casa mia (per l'esattezza abitavo in via Assarotti, al 18). Ho telefonato per conferma all'impareggiabile Enrico Lancia, schedatore principe ed espertissimo nella storia del nostro doppiaggio, che mi ha confermato quel che lei pensava: in "La caduta degli Dei" Giannini doppiava Berger e Vannucchi Dirk Bogarde. E poi Anna Miserocchi la Thulin, Amelia Martello la Rampling, Sergio Graziani Helmut Griem, eccetera. Il ricordo che ho del film è sostanzialmente positivo, come tanto cinema della parte finale della carriera di Visconti, restituito finalmente agli amori melodrammatici ed alla illustrazione di casta, che erano le cose che sapeva fare meglio. Il problema della sigaretta mi ha messo in crisi; cercherò di informarmi.


3. I film scompaiono e vengono distrutti a ritmo accelerato (una delle tre fabbriche si trova anche in Liguria, credo.) Per gli altri non so. Per Boetticher chiederò a Steve Della Casa, Direttore del Festival di Torino, che si é addirittura laureato con una tesi sul regista - torero.


Rimando al prossimo numero la cara lettera della signora Mancuso.
Ho esaurito lo spazio. Scrivete e , mi raccomando, siate severissimi.


(Pubblicato sul n° 47 – Marzo-Aprile 2002 p. 16)

LA POSTA DI DOC HOLLYDAY (6)


Apprendo che Film Doc sarà senza posta ? Mai ! Al signor Doc Holliday tanti auguri perché continui.
ELIANA E LE ALTRE del Lumière

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Leggo la sua posta nel numero 45 della rivista. Caro Doc Holliday ci mancherebbe altro che smettesse la rubrica. Anzi, già che ci siamo mi risponda un po'. Quale è il primo film che ha fatto Johnny Depp ? E lei lo giudica un buon attore o no ? Lei è sempre più forte. Continui. Tanti cari saluti cinefili.
MARIO DI NERVI

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Gentile Claudio G. Fava, io scrivo raramente alle rubriche di posta perché le immagino sempre sommerse di corrispondenza abbondante e svariatissima, perciò mi affretto a scriverle dopo aver letto sul numero 45 che ultimamente c'è stata penuria di lettere. Non sarà colpa della pausa estiva che, secondo me, i cineclub della nostra città si concedono troppo lunga? E perché, telefonando a un cineclub genovese a settembre inoltrato per avere notizie circa la riapertura, si sentono ancora registrati nella segreteria gli auguri di buone vacanze, anziché le informazioni sull'inizio della nuova stagione? Secondo me gli spettatori dei cineclub dovrebbero essere un po' più coccolati.
Potrei avere un suo parere sul film "La ville est tranquille"? A me è sembrato bellissimo. In questo genere di film apprezzo molto la capacità di inserire vicende private in un contesto sociale di idee, di passioni o di crisi delle ideologie, senza appesantire (operazione che riesce difficilmente, mi pare). Altra domanda: potrebbe suggerire dieci film "irrinunciabili" in un percorso di formazione per studenti di scuola media superiore? Personalmente, riuscirei a indicare libri "irrinunciabili", ma con i film mi riesce più difficile. Ultima domanda: perché non la vediamo da qualche tempo in TV, in qualche bella trasmissione superintelligente come, per esempio, "La principessa sul pisello", insieme ai bravissimi De Antoni e De Fornari? Grazie e buon lavoro!
Qualunque sia la sua futura rubrica, la leggerò sempre volentieri.
P. CANEPA - Genova
Confesso che ero incredulo quando ho letto la posta. Mi son quasi commosso. "Vuol dire" (come facilmente si usa a Genova, ricalcando il "voeu dì" del dialetto) che qualche cosa su Film D.O.C. abbiamo seminato tutti insieme, e che io, in particolare, in tanti anni di attività (il mio primo articolo firmato destinato ad un quotidiano apparve nella "Gazzetta del Lunedì" nel 1949: era in realtà un settimanale ma i genovesi conoscono la differenza) ho stabilito preziosi, forse inestimabili legami con i lettori.Grazie a tutti, di cuore.Grazie ad "Eliana e le altre" del Lumière, firma che mi fa pensare irresistibilmente ad un film di Jean Renoir, appunto "Eliana e gli uomini". Nell' originale si chiamava semplicemente "Ėléna et les hommes"; nella versione italiana è diventato appunto "Eliana", sicuramente più elegante.Grazie al fedele Mario di Nervi, a cui rispondo subito. Johnny Depp è certo un buon attore ma non pare che abbia risolto completamente gli interrogativi che ci ha posto sin dalla giovinezza. Si avvicina ormai alla quarantina (è nato a Owensboro, Kentucky, il 9 giugno 1963) e il suo esordio risale al 1984 in "A Nightmare on Elm Street" ("Nightmare - Dal profondo della notte) di Wes Craven. Da allora più di trenta film, in cui quasi sempre si concede a personaggi, come scrive Jean Tulard, "lunaires, fragiles et décalés" (lunari, fragili e sfasati). Nel 1995 scriveva a.(driano) p.(iccardi) nella nota dedicata all'attore, contenuta nel Dizionario dell'eccellente "Annuario del Cinema- Stagione 1994/1995", pubblicata a cura di Gualtiero De Marinis nelle edizioni di "Cineforum": "…….E' un bel po' che Johnny Depp sta nel giro. Dopo tutto ha 32 anni (adesso ne ha 38- n.d.r.). nonostante la sua aria di eterno adolescente, appena (ma proprio appena) un po' tenebroso (…) ora Giovannino vanta un carnet ricco di ottime referenze, da Waters a Kusturiça, da Burton (alter ego?) a Jarmusch. Garantito che ci darà ancora da parlare di lui". In effetti è proprio quello che stiamo facendo qui, parliamo di lui, e non mi pare che le sue interpretazioni di questi ultimi anni (pur numerosissime dal 1996 ad oggi, grosso modo una quindicina di film) abbiano spostato di molto le possibilità di giudizio, su un attore dotato e volutamente nevrastenico. Per scrupolo ho controllato in internet. Ci sono a lui dedicati numerosissimi siti, alcuni dei quali allestiti da ammiratrici che giurano essere egli l'uomo più bello del mondo. Poiché questo tipo di entusiasmo si ripete anche in siti dedicati ad altri, sono affermazioni significative ma da prendere sempre con le molle (come dice Bruno Pizzul parlando di una semisconosciuta squadra dell'Est).Infine grazie alla signora Canepa, a cui, e me ne dispiace, ho forse tolto qualche illusione sulle rubriche di posta con i lettori. Non condivido completamente il suo entusiasmo su Guédiguian, di cui peraltro in Italia sono stati importati pochi film, direi fra gli ultimi (sicuramente "Marius e Jeannette" (1997), "Al posto del cuore" (1998), "A l'attaque!" e appunto "La ville est tranquille" del 2000). Il lato militante del regista francese dal nome armeno - che lo avvicina in questo a Ken Loach, però più trotzkista e meno cosmopolita - va di pari passo con la riscoperta recente di Marsiglia come città "orientale", tipica anche nel romanzo giallo-nero di questi ultimi anni, si veda Izzo. Io sono sempre un po' perplesso di fronte alle tranches de vie zola-militanti ma non è detto che non si possa riprendere il discorso. Così come sugli altri temi: Cine club, 10 film fondamentali e rubriche con Gloria e Oreste...Risponderò anche al signor Piero Siebaldi giunto, ahimé, fuori tempo massimo. Il dentista di Tombstone lo saluta.
(Pubblicato sul n° 46 Gennaio-Febbraio 2002 p. 16)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY (5)

Da quando ho iniziato questa rubrica mi trovo per la prima volta con la pagina bianca e nessuna lettera a cui rispondere (bianca, si fa per dire, perché non è il bianco ingenuo ed aggressivo che nasce dal foglio di carta in attesa ma quello anonimo e minaccioso che squilla nella "scrivania" del computer). In genere una lettera arrivava sempre. A volte, dopo l'uscita di un numero di Film D.O.C. me ne sono giunte insieme anche tre o quattro, sufficienti per ricaricare per mesi la cartucciera di Doc Holliday. Questa volta, no. E' quasi un ammonimento. Significa forse che la rubrica ha esaurito il suo "elan vitale ?" Non posso escluderlo… Ho tenuto in vita mia troppe rubriche di posta con i lettori per non sapere che anch'esse, come tutte le umane istituzioni e creazioni e iniziative, sono soggette ad una sorta di fisiologia animale: nascono, crescono, hanno un periodo di fiorimento e di splendore, poi cominciano ad invecchiare e ad incanutire, esattamente come accade con i nostri corpi, con i partiti politici, con le aziende e le città e le nazioni (e le squadre di calcio, potrei aggiungere, andando all'infinito nell'elencazione). La prima che ebbi, a metà degli anni '50, si chiamava "Missive al Conte Mosca" ed appariva nelle pagine ormai dimenticatissime della rivista "Nomadi", organo della Federazione Italiana degli Alberghi della Gioventù. La dirigeva il mio amico Franco De Salvo che poi mi fece entrare al "Mercantile" e infine andò a Roma, dove risiede tuttora, per seguire Angelo Magliano, il quale, a sua volta, lasciò il "Mercantile" per diventare direttore del "Giornale d'Italia", testata allora importante nel giornalismo capitolino (su Magliano, ormai scomparso da tempo, ligure di Porto Maurizio, durante la Resistenza membro giovanissimo della "Franchi" di Edgardo Sogno, poi direttore del "Corriere Lombardo" e vincitore di un premio Viareggio, varrebbe la pena di intrattenersi più a lungo).
Il conte Mosca era un personaggio essenziale, comprotagonista de "La Certosa di Parma" di Stendhal: lo pseudonimo mi concedeva la possibilità di essere schifiltoso ed ironico così come mi piaceva di credere io fossi veramente (prima di compiere i trent'anni si hanno tante pazze idee per la testa). Mi arrivavano molte lettere di giovani ed ebbi la possibilità di divertirmi abbastanza scrivendo. Così come mi capitò anni dopo (è ancora di scena il "Mercantile") con una rubrica di corrispondenza che battezzai "Le mani in posta". Con un gioco di parole che allora mi parve spiritoso (a pensarci adesso, forse non lo era). Può darsi che qualche lettore, ora con i capelli bianchi, se ne ricordi ancora quando la situazione del giornalismo cittadino era diversa da ora, in un contesto che cominciava appena ad avvertire i prodromi della crisi ma che era ancora sospinto dal subitaneo entusiasmo del '45, quando il felice "shock" della pace aveva attivato mille nuove energie, si tirarono su in fretta i palazzi distrutti (mezza Genova era "in tocchi", come disse il Re a Mussolini parlando dell'Italia) e, in un'epoca ancora ottocentescamente "pre-container", il porto ritornava ad essere la linfa vitale e decisiva di una città che o è portuale o non esiste.
In sostanza conosco la musica. E resto in attesa. Se a qualche lettore la rubrica interessa veramente, mi scriva due righe, risponderò e saprò regolarmi. Se non riceverò nulla sarò il primo a rivolgermi a mia volta a Piero Pruzzo ed a Riccardo Speciale (l'uno è il direttore e l'animatore insostituibile di Film DOC, l'altro l'editore, nella sua qualità di Segretario Regionale dell'AGIS) ed a proporre un cambio, che peraltro era già stato ipotizzato. Mi farò concedere una rubrica solipsistica e delirante, in cui parlerò soltanto di me e porterò i lettori alla ribellione.
Naturalmente scherzo. Mi piacerebbe poter indulgere ai ricordi di un (vecchio) spettatore ed a considerazioni sui film che vedo e sui libri che leggo.
Dipende da voi. Fatemi sapere.

(Pubblicato sul n° 45 – Novembre-Dicembre 2001 p. 16)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY IV

Caro Doc Holliday, ho due domande per lei.
Cosa pensa dell'attività recente dei nostri beneamati cineclub genovesi? Non le pare che stiano perdendo di coraggio, puntando sempre di più su scelte commerciali ?
Cambiando argomento : ricordo che anni or sono Lei condusse uno splendido ciclo sul cinema muto tedesco per la RAI. Ne seguirono altri, altrettanto importanti, su Ferreri, Bunuel…. Ora più nulla. Perché?
Cordiali saluti.
MELA di Sampierdarena


Cercherò di rispondere nell'ordine.
1) Problema Cineclub. E' un problema difficile da risolvere. Ed anche da analizzare. Chi ha conosciuto l'Italia dell'immediato dopoguerra si ricorderà quali fossero l'avventurosa frequentazione, l'entusiasmo commosso e lievemente snobistico ed il gusto carbonaro con cui vennero animati e diretti i cineclub d'epoca (molto spesso eredi, è giusto ricordarlo, dei Cineguf propri delle organizzazioni degli Universitari fascisti, palestra iniziale di tanti giovani che poi cessarono di essere fascisti o si dimenticarono di esserlo stati, e non di rado si ritrovarono nelle sfere dirigenti dei principali partiti italiani, ancor più al centro e a sinistra che a destra). Vi si alimentò una sorta di mistica concettuale e verbale che fu tipica, in certo momenti, nelle scelte di film e di registi: quanto cinema muto, quanto cinema sovietico…un clima che Paolo Villaggio, frequentatore del Cineforum dell'Arecco, riassunse nella famosa frase: "La corazzata Potemkin: una boiata pazzesca!." Ma anche quanta intelligente passione, quale amore di divulgazione, di ricerca, di polemica e quale desiderio di diventare a propria volta protagonisti di cinema in un modo o nell'altro: non a caso dal primo Film Club genovese, quello che aveva la sede in Salita Santa Caterina e organizzava le proiezioni al Postelegrafonico, vennero fuori personaggi disparati ma di indubbio valore: Duccio Tessari, Renzo Marignano, Enrico Rossetti, Giulio Cesare Castello, Tullio Cicciarelli…..per non citarne che alcuni. Da allora ad adesso molti decenni sono trascorsi, mille cose son cambiate, soprattutto la composizione, sia sociale che numerica, delle masse dei telespettatori e la consistenza del mercato. Vale a dire il numero e la qualità delle copie disponibili, senza la quali, anche Catalano sarebbe d'accordo, non si proietta nulla e, soprattutto, non si fanno programmi né buoni né cattivi. Ho cercato di chiarire le situazione attuale in una lunga conversazione telefonica con Giancarlo Giraud, (per tradizione famigliare il nome va pronunciato all'italiana e non alla francese) noto animatore del Film Club "Amici del Cinema". Il quale mi ha detto che la situazione degli approvvigionamenti di film ad uso dei Cineclub è sempre più difficile: i film restano "in vita" sempre meno e sempre più rapidamente vengono avviati alla distruzione (esistono alcuni stabilimenti specializzati nella "macellazione" delle copie) per cui l'alternativa è sempre più quella di mutarsi in una sorta di seconda visione all'antica, cogliendo i film di un certo interesse subito dopo l'uscita e riproponendoli ai soci per una sorta di giudizio d'appello.. Naturalmente in molti casi si cerca di continuare con le rassegne, i cicli, le retrospettive: ad esempio, ricordava Giraud, agli Amici del Cinema sono andate bene due rassegne dedicate a Buñuel (16 film) ed a Bertrand Tavernier (addirittura 19 film, che dovrebbero praticamente costituire, forse con una o due eccezioni documentarie, l'opera omnia del regista di Lione). Mentre al Lumière, forse il più noto dei Cineclub genovesi, ha funzionato bene una retrospettiva di Herzog. Il reperimento delle copie, continua Giraud è diventato cosi difficile che ormai potrebbe costituire un problema anche una "personale" di autori relativamente recenti, come Amelio, Mazzacurati e lo stesso, notissimo, Moretti. Perfino il problema dei costi ci mette lo zampino. La Cineteca Nazionale pone come condizione l'assoluta gratuità della proiezione, ma almeno le 100.000 lire per volta, a titolo di "usura copia", sono di fatto inevitabili.

2) Problema TV. Credo, per semplificare estremamente una situazione molto complessa, che, rispetto ai miei tempi, si saldino due motivi. Da un lato l'obbiettiva difficoltà di reperire titoli acconci, poiché ormai le trattative sono fondamentalmente condotte per "pacchetti", sicché è più difficile pianificare richieste ed acquisizioni mirate in funzione di un uso monografico o monotematico. D'altro lato è tramontata la generazione di programmatori televisivi a cui io ho appartenuto in modo molto visibile per più di vent'anni. E non è stata sostituita se non da una generazione con obbiettivi e gusti ben diversi. Ma è un argomento su cui vorrei ritornare (anche per chiarire, innanzitutto a me stesso, il problema dei cicli da me firmati, un po' diversi, se interrogo la memoria, da quelli citati dal mio amabile corrispondente).


(Pubblicato sul n° 44 Settembre-Ottobre 2001 p. 18)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY III

Ill.mo Doc Holliday,
ho visto il film "Chocolat" e mi è piaciuta moltissimo l'attrice Juliette Binoche, che avevo già visto ne "L'amore che non muore". Mi può dire se la Binoche è francese o svizzera e se prima ha fatto del teatro? Con molta stima.
ANTONELLA DELLA CASA - (Arenzano)


Andiamo con ordine. Per quanto mi risulta (si veda il "Dictionnaire Larousse du Cinéma ") la Binoche - non è un nome d'arte - è indicata come attrice francese, nata a Parigi, per l'esattezza il 9 marzo, nel 1964. Sempre che da piccola per la sua grazia naturale, sia stata soprannominata "Brioche". Sua madre era un'attrice, suo padre uno scultore. I due si separarono quando lei era ancora molto piccola e Juliette è stata allevata in un pensionato cattolico. Secondo una fonte sembra anche che nell'adolescenza sia stata cassiera in un supermercato. In ogni caso ha frequentato (credo per poco, vista la carriera successiva) le lezioni del Conservatorio Nazionale d'Arte Drammatica ed ha esordito in teatro giovanissima. Ha interpretato (suppongo si trattasse di parti secondarie) testi di Molière, Pirandello, Jonesco.
Poi l'esordio cinematografico nel 1982 e qualche apparizione in televisione. Ovviamente anche al cinema le toccano, all'inizio, parti secondarie (con Godard e con Doillon, ad esempio) ma già nel 1985, ad appena 21 anni, è protagonista in un film di André Téchiné , "Rendez vous" - ha conservato il titolo originale anche in italiano - premiato per la miglior regia al Festival di Cannes. Nella voce dedicata all'attrice contenuta nella "Guide des Films" di Jean Tulard a sigla C.B.M (Claude Bouniq-Mercier) se ne parla assai bene e si conclude così…"Un beau film qui utilise la violence des sentiments, comme élément moteur, en des scènes fulgurantes d'une grande intensité dramatique. Interprétation remarquable de Juliette Binoche et de Lambert Wilson qui s'imposent ici comme des grands acteurs". Da quel 1985 la carriera della Binoche, pur fra film di grande successo ed altri di successo minore, non ha più avuto vere esitazioni, mentre lo stesso destino non si può dire sia toccato a Wilson che, pur figlio del grande Georges Wilson e dotato di indubbio talento, non è mai riuscito a diventare una "vedette". Nel 1986 "Rosso sangue" (Mauvais sang) e nel 1991 "Gli amanti del Pont-Neuf" (Les amants du Pont Neuf) entrambi di Leo Carax segnano per la Binoche non solo due momenti del suo cammino di attrice ma anche l'inizio e la fine di una relazione con l'autore, meteora francese fulgente ma rapidamente accantonata della regia francese alla moda. Nel frattempo ha aggiunto nel 1988 un altro tassello alla sua scalata verso la notorietà interpretando la parte di Teresa ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere" (The Unbearable Lightness of Being) che Phil Kaufman ha diretto dal romanzo di Milan Kundera. E' la prima volta che recita in inglese, cosa che nel cinema internazionalmente anglofono nel quale viviamo diventa, per attrici ed attori, sempre più importante. Non caso nel 1992 è, in Inghilterra, Anna Barton ne "Il danno" (Damage), uno degli ultimi film (e non dei migliori) del grande Louis Malle. Ritratto di un uomo politico (Jeremy Irons) che si innamora follemente della fidanzata del figlio e per lei affronta la distruzione di sé e della famiglia. Le cronache dicono che la Binoche, obbligata dalla parte a incontri amorosi con Irons - quelli che alcuni giornalisti amano definire "torridi" - in realtà lo odiasse, ricambiata. Sicché i rapporti sul "set" non debbono essere stati facili. Intanto la carriera dell'attrice prosegue in Francia ed all'estero, imponendosi per la disinvolta eleganza e la scaltra complessità dei toni. Essa incarna perfettamente quell'ideale di donna francese ancor giovane ma non più adolescente, borghese e controllata ma anche capace di maliziose rotture e di subitanee perdizioni sensuali che è sempre molto richiesta dal mercato, soprattutto dopo che gli anni hanno lievemente appassito la spietata eleganza della Deneuve. Via via la sua carriera si articola in una serie di film francesi e in una serie di film di altra nazionalità, consentendole appunto di mantenere contemporaneamente il suo status di attrice francese ma anche di attrice internazionale, al bisogno programmaticamente francese. Nel 1993 unisce il suo nome a quello di Krzystof Kieslowsi per il primo tre film "colorati" e cioè "Tre colori - Film Blu" (Trois couleurs: bleu) in cui è praticamente sempre in scena e dove incarna una donna che perde il marito ed il figlioletto e che si ricrea una sua dimensione di impegno totale. La sua interpretazione le varrà la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. Invece che nel film del regista polacco avrebbe potuto diventare protagonista di "Jurassic Park" ma le solite storie rose alimentata da Internet dicono che abbia risposto al regista americano che avrebbe accettato solo al patto di interpretare il dinosauro. Dopo "Tre colori: Film Blu" Juliette prese del tempo perché dalla sua relazione con Andrè Halle (non ho fatto ricerche) doveva nascere Raphael mentre nel 1999 da una sua relazione con Benoit Magimel (idem) nasceva Hana. Naturalmente Juliette continuava il suo cammino verso una laboriosa notorietà. Nel 1995 interpreta, dal romanzo di Jean Giono, "L'ussaro sul tetto" (Le hussard sur le toit ) di Jean-Paul Rappeneau, al fianco di Olivier Martinez con cui avrà poi una relazione. Nel 1996 riceve l'Oscar - uno dei nove toccati al film - come migliore attrice non protagonista in "Il paziente inglese (The English Patient) di Anthony Minghella. Da allora ad oggi interpreta altri sei film - fra cui quello che è piaciuto alla lettrice, "La veuve de Saint Pierre" , laddove il titolo originale allude alla ghigliottina, "La vedova", che dovrebbe essere usata nella lontanissima isoletta francese di Saint Pierre vicino al Canada. Il successo di "Chocolat" (pur comprensibilissimo, vista l'astuta poeticità programmatica del film, per me resta ingiustificato) non intacca le qualità dell'astutissima Juliette, che offre qui una piccola antologia di controllatissimi vezzi e riesce ad assumere il volto e il corpo di una donna misteriosa che gira il mondo divulgando le qualità, amatorie e vivificanti per il cuore e la mente, del cioccolato.
Attrice di fama e di spessore reale, la Binoche è al tempo stesso un'attrice di reale talento ed un perfetto prototipo di diva di riporto, intelligentemente adatta ai bisogni merceologici del tempo…

(Pubblicato su FILM D.O.C. n° 43 Maggio-Agosto 2001 p. 18)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY II

Caro Doc Holliday. Ha visto "L'esorcista"? Secondo lei è stato ridoppiato o il doppiaggio è lo stesso del '74? Lo chiedo perché mi ha colpito il turpiloquio che contiene. Francamente, mi sembra strano che all'epoca potessero passare certe terminologie nei film. Grato per la risposta la saluto cordialmente e invio a lei ed a tutti di "Film Doc" cari auguri di buone feste e felice 2001.
MARIO DI NERVI

Caro Mario, quando queste righe appariranno, le festività saranno largamente trascorse e ci saremo già ampiamente inoltrati nel 2001. Tuttavia non ho voluto privarmi del piacere di risponderle. Per far, come si dice, mente locale sulla sua domanda, sono andato al cinema, deciso a rivedere (e soprattutto a riascoltare, dopo tanti anni, poiché è un'opera del 1973)) una decina di minuti dell' "Esorcista", così da poterle scrivere qualche cosa di ragionevole. Ho finito invece col rivedermi , e naturalmente col risentirmi, tutto il film, apprezzandolo forse più adesso che allora, soprattutto nella la parte iniziale ove entra in scena lo straordinario Max von Sydow (è del 1929, allora aveva soltanto 44 anni eppure riesce a sembrare, senza sforzo apparente, un vecchissimo sacerdote) e si pongono le basi di quel che sarà poi la parte propriamente "diabolica" del racconto. Anche io sono stato colpito da alcuni frammenti del dialogo, che mi sono parsi tributari di quelle consapevoli volgarità che il cinema e le televisione hanno ereditato dalla vita (o viceversa) e che sono ormai diventate obbligatorie dappertutto (e non solo in Italia; in questi giorni, rileggendomi le memorie del generale Colin Powell, non pubblicate in Italia ma secondo me di estremo interesse, vedevo che anche lui notava come il tipo di vocabolario che ai tempi della sua giovinezza sembrava essere confinato in ambienti maschili giovanilistici e ristretti, sia ora di uso comune a tutte le età e in tutti i luoghi).
Per capire bene quel che poteva essere successo ho telefonato a Mario Maldesi, che è forse il più noto direttore di doppiaggio d'Italia (nel mondo del doppiaggio il direttore è, di fatto, l'unico, insieme all'adattatore, che, abbia visto per intero il film da doppiare, ed è lui, in genere, che sceglie le voci più adatte e poi, battuta dopo battuta, controlla e sovrintende alla registrazione del dialogo italiano) . La fama di Maldesi è tale che molto spesso importanti registi stranieri hanno preteso e pretendono che sia lui a curare il doppiaggio dei loro film - ad esempio Kubrick accettava solo Maldesi- e non è quindi un caso che a suo tempo abbia anche quello de "L'esorcista" e che ora Friedkin si sia rivolto a lui per curare l'edizione della nuova versione del film, appunto quella che abbiano rivista adesso, arricchita di una decina di minuti di inquadrature e sequenze non montate nell'edizione vista allora. Sembra che in altre nazioni europee si sia proceduto ad un nuovo doppiaggio totale, ed è quello che si pensava di dover fare anche in Italia. Ma Maldesi si è opposto. Non voleva rinunciare alla splendide voci della prima edizione ed in particolare a due di esse, purtroppo scomparse per sempre. E cioè a quella del grande Corrado Gaipa che doppiava Lee J.Cobb nella parte del tenente Kindermann e di un altro protagonista dello spettacolo italiano, Giancarlo Sbragia, che doppiava lo stesso von Sydow nella parte di padre Merrin (per quanto possa essere ridicolo ricordarlo qui, io ho avuto il privilegio di recitare in palcoscenico, diciamo così, se non è un verbo eccessivo, al fianco dei due Sbragia padre e figlio, come una sorta di voce di commento, in un testo di Guido Fink dedicato a rievocare la figura di Orson Welles, che andò in scena in un importante teatro di Venezia, mentre al Lido si svolgeva la Mostra del cinema. Era presente Mauro Manciotti che può testimoniare).
Maldesi mi ha confermato che ha fatto acrobazie di ogni sorta - ed ha doppiato solo una sequenza nuova, dovendo qui cambiare voci per forza - per conservare lo scheletro di un doppiaggio di alta classe, che contava anche sulle voci di Valeria Moriconi per la madre Chris MacNeil e cioè l'attrice Ellen Burstyn, di Giancarlo Giannini per padre Karras (Jason Miller). La voce della ragazzina (l'attrice Linda Blair) quando è posseduta dal demonio fu doppiata da Laura Betti. Maldesi mi ha raccontato anche una storia curiosa. Friedkin gli aveva telefonato che preferiva che il doppiaggio fosse effettuato a Los Angeles perché avevano comprato una macchina speciale per la distorsione della voce. Maldesi pregò quindi Laura Betti, che non aveva mai volato e aveva una paura folle, di accompagnarlo in America. La Betti esitò molto, poi chiese di essere" scortata" da un medico, senza il quale non avrebbe avutosalire su un aereo. La Casa americana glielo concesse. Ma tre giorni prima della partenza la Betti telefonò a Maldesi dicendo che praticamente non chiudeva più occhio e che se la sentiva di partire. Maldesi telefonò a Friedkin ed ottenne finalmente di poter effettuare il doppiaggio a Roma. La Betti rimase con i piedi per terra e se la cavò splendidamente. Maldesi mi ha raccontato anche un mucchio di altri aneddoti (ad esempio la madre greca di padre Karras è stata doppiata dalla madre di Oreste Lionello, che è greca veramente, mentre Lionello ha doppiato il regista ubriaco) ma qui non ho più spazio per riassumerli. Mi auguro di averla in qualche modo soddisfatta...
A Linda che mi ha inviato una e-mail dalla Versilia chiedendo come si fa a diventare doppiatori, ricordo che prima di ogni cosa si tratta di diventare attori. Il doppiatore è un attore che, in piedi ed al buio, presta la sua voce ad un altro attore (o un'attrice che presta la voce ad un 'altra attrice, ovviamente). Perciò prima di tutto bisogna imparare ad essere attori: dizione, fiato, recitazione, mimo, ginnastica, eccetera. Il problema è di riuscire a frequentare una scuola seria e poi di rivolgersi a chi può dare del lavoro. E' un problema enorme, me ne rendo conto, ma in diversi ci sono riusciti.
Claudio G.Fava
(Pubblicato sul n° 42 - Marzo-Aprile 2001)
LA POSTA DI DOC HOLLIDAY

Come mi fa gentilmente sapere la AGIS, la Posta di DOC Holliday conta in tutto 67 uscite, dal maggio del 1997 fino ad oggi (adesso siamo nel luglio 2010), sul mensile Film DOC.
Le pubblico tutte integralmente, in ordine cronologico (comprese le prime 14, già pubblicate in questo blog, che lascio intatte), allo scopo di mostrare come funziona una rubrica di posta realizzata con l’attivo apporto di lettori veri, che per anni mi hanno scritto e continuano a farlo assiduamente: una volta sola mi ritrovai senza lettere a cui rispondere e minacciai dalla pagine di Film DOC di interrompere la rubrica. La valanga di accorati appelli subito giunti in redazione, inviati da appassionati lettori e cari amici, mi convinse che da allora non mi sarebbe mai più mancata la materia su cui scrivere. E’ stato così, e buona lettura.


Egregio Doc Holliday, sono sua estimatrice e le scrivo per sentire chi ha ragione tra me e il mio gruppo. Abbiamo visto "Fratello, dove sei?" A me è sembrato noioso, non mi è sembrato neanche un film dei fratelli Coen, ai miei amici è sembrato belle e…divertente !! Mi piacerebbe sapere il suo giudizio. ANTONELLA, GENOVA, Cineclub Lumière

Prendiamola alla larga. Nel 1991 a Cannes (io c'ero, ma la cosa non acquista rilievo storico) i fratelli Coen - Joel ed Ethan, nati entrambi a Minneapolis, Minnesota, il primo il 29 novembre 1954, il secondo il 21 settembre 1957 - vennero definitivamente consacrati. Il loro film "Barton Fink" (in Italia si chiamò anche "E' successo a Hollywood") ricevette una triplice, trionfale segnalazione che fu decisiva per loro carriere internazionali: la Palma d'Oro per il miglior film, il premio per il miglior attore (John Turturro) e quello per la migliore regia. I Coen sino a quel momento erano sempre stati trattati con rispetto e attenzione. Come due trentenni promettenti ed a volte più che ingegnosi . Già dal loro esordio con "Blood Simple - Sangue facile" del 1984 (giallo paradossale centrato su un tizio che, incaricato di eliminare una moglie infedele ed il suo amante, finisce con l'uccidere il mandante del delitto addossando la colpa alla donna) i due giovanotti - uno regista, l' altro sceneggiatore e produttore - furono considerati con molto interesse e molta benevolenza. Vennero poi altri due film, la pazza commedia "Arizona Junior" (Raising Arizona", 1987) e "Crocevia della morte" (Miller's Crossing", 1990) storia della lotta, nel 1929, fra un gangster ebreo assistito da un aiutante irlandese divenutogli nemico, contro un capobanda italiano. Ormai osannati, il trionfo di Cannes li rese in un certo senso inattaccabili. Seguirono "Mr. Hula Hop" ("The Hudsucker Proxy", 1994) opera estremamente diseguale ma con improvvisi guizzi da slapstick e poi, nel 1996, "Fargo" che, fino ad ora, è probabilmente la cosa loro migliore, mescolanza cinica e rabbiosa di giallo e di commedia macabra, investigatrice paesana che è anche incinta al settimo mese. Infine "Il grande Lebowski" ("The Big Lebowski", 1998) incensato da tutti ma scombiccherato nella sua anarchica vocazione nera e ora questo "Fratello" (il titolo originale è volutamente arcaico in un inglese da poesia cinque-seicentesca) che mi pare una delle loro opere più deludenti. Intriso di bella musica "country" usa, come piace ai due fratelli, materiale di riporto dell' avventura muta e della farsa sonora, ma con una sorta di effervescenza disordinata che mescola Baby Face Nelson e la parodia danzata e cantata di una adunata del "Klu-Klux-Klan" (forse la miglior gag collettiva di tutto un film dall'inizio alla fine sempre in cerca di gags), rapine da operetta e sciocchezze mitico-campagnole (i due amici persuasi che il terzo sia stato mutato in un rospo). Nelle informazioni stampa viene ribadito che Joel e Ethan hanno scritto la sceneggiatura pensando alla "Odissea", ma francamente si riesce a fatica a collegare le stanche, disordinate avventure dei tre protagonisti -fra un Turturro fedelissimo dei Coen, ma qui quasi irriconoscibile, ed un Clooney che si diverte a fare il bellone in stile pre-New Deal - con una meditata rivisitazione omerica.
Insomma. Se da un lato si rimane ancora una volta stupefatti di fronte al vitalismo, qui cieco ed altre volte illuminato, dei due fratellini, dall'altro si è costretti a rendersi conto che la Hollywood di oggi è in fondo meno cupamente mercantilistica di quanto si dica. In effetti i due continuano a darsi da fare con una tenacia che testimonia di una certa voglia di rischiare da parte dei produttori. Dopo questo film ne hanno già realizzato o messo in cantiere altri tre: "Intolerabile Cruelty" (2001), "Barber Project" (idem) e "To the White Sea" (2002). Quest'ultimo sembra il più promettente perché è un film d'avventure nei ghiacci polari, a testimonianza della voglia saltuaria di raccontare teso e forte che, tutto sommato, i due posseggono ed avvertono, e del fatto che, nativi del Minnesota, negli inverni innevati si trovano meglio, come dimostra "Fargo", che nelle aride estati del Missisippi,
In quanto alle mie reazioni di fronte al film, le dirò francamente che mi sono quasi sempre annoiato. Ma non so se è una cosa significativa, poiché al cinema mi capita sempre di più.
Devono essere gli anni.

Un corrispondente che mi pare si firmi Rino (o Ennio) Boggero, via Casoni, Genova, mi scrive una lettera appassionata per deprecare la volgarità dei protagonisti, maschi e femmine del "Grande Fratello"che "stanno lì a grattarsi la pancia " attratti dai soldi. E, dopo molte altre considerazioni, conclude "la vergogna è la TV, viva il cinema!". Inoltre scrive anche che spesso "Film Doc", a cui invia i suoi complimenti, all'Universale non c'è. Evidentemente va a ruba. In ogni caso si metta d'accordo con la fondamentale signora Mary (la Madre di Tutte le Cassiere). Forse le userà la gentilezza di tenergliene una copia da parte. Infine la ventiquattrenne Linda, che abita in Versilia e studia recitazione () mi ha mandato una " e-mail"in cui mi dice che il suo più grande desiderio è di diventare doppiatrice. Le risponderò il prossimo numero, perché è un argomento che interessa a molti.


(Pubblicato sul n° 41 Gennaio Febbraio 2001 p. 16)

19 luglio 2010

LE SPIE RETROSPETTIVE DI ALAN FURST


Natalino Bruzzone ed io siamo uniti, da tempo immemorabile, anche dalla passione per la “spy–story”. Siamo passati entrambi per una frequentazione, frequente e fiduciosa, dei romanzi di John Le Carrè. Debolezza da cui siamo in parte guariti assistendo al “Noir in Festival” di Courmayeur, ad una penosa esibizione del romanziere, negli ultimi tempi divenuto una sorta di “gauchiste” professionale. Proprio lui, il padre di Smiley, il cui nemico fisiologico, Karla, si disse essere il travestimento romanzato di “Misha” Wolf, il famoso capo della Stasi-Estero.
Oggi, 19 luglio 2010, Natalino pubblica nel suo giornale, il Secolo XIX, un ampio articolo dedicato ad uno scrittore americano, Alan Furst, che secondo Natalino, di fronte “all’agonia del genere, al silenzio o alle deviazioni ideologiche per la tangente, John Le Carrè ad esempio, di vecchi guru”, può rivendicare l’incontestabile ruolo di gran maestro della “spy-story”, nel segno di “Eric Ambler, Graham Greene e di una classicità che lo spingono là dove il Novecento, esaurita una prima, colossale, macelleria, si appresta a celebrare i disastri a più olocausti delle dittature”. Nato a New York (il 20 febbraio 1941), Furst è un europeo di elezione, per lunghi anni professore all’Università di Montpellier e poi residente a Parigi come giornalista, in quell’Europa da cui ha tratto lo stimolo e l’interesse per i suo romanzi, in genere ambientati nel nostro continente. Secondo i dati presenti in internet Furst ha pubblicato undici romanzi della serie “Night Soldiers”, iniziata nel 1988, più quattro romanzi “indipendenti”. Furst comincia ad essere pubblicato in Italia ad iniziativa di una piccola casa editrice, Giano, che di recente si è fusa con un nome già più conosciuto, e cioè Neri Pozza. All’ufficio stampa di questo doppio editore consiglio perciò di rivolgersi per altre informazioni. Secondo Natalino “Furst ha il potere sinuoso di portare dove vuole il suo osservatore modello, ben felice di misurarsi con uno stile limpido e secco, depurato di scorie sensazionalistiche e votato a raccontare la fine di un’era.” Natalino aggiunge che, paradossalmente, i capitoli di Furst hanno i colori del bianco&nero hollywoodiano nel turgido sbocciare di un melodramma virato d’angoscia. Ad esempio in uno dei suoi romanzi più recenti (è del 2008, pubblicato in Italia nel 2010), Le Spie di Varsavia, al centro del romanzo si trova l’attaché militare francese all’ambasciata in Polonia, colonnello Jean-François de Boutillon, compagno d’accademia di Charles De Gaulle a Saint-Cyr e d’accordo con lui nel sostenere l’uso “moderno” dei carri armati non condiviso dai generali francesi che si riconoscevano, fra l’altro, nelle teorie del maresciallo Petain.
Questi dati su Alan Furst mi sembrano tutti molto interessanti, sia per la vocazione “europea” dello scrittore americano, sia per la rievocazione fondamentale di un momento decisivo della vita pubblica e privata di Francia. Mi accingo ad ordinare i libri ed una volta lettili, a tornare sull’argomento, sempre sul mio blog, visto che per ora non ho altri sfondi di risonanza.


19 luglio 2010
Battute: 3.099

12 luglio 2010

VITTORIO EMANUELE III, LE LEGGI RAZZIALI E GALEAZZO CIANO


Nella sua posta sul Corriere della Sera di martedì 6 luglio “Lettere al Corriere”, Sergio Romano ha pubblicato al posto d’onore la breve missiva di un certo Leo Proietti ( Leo.Proietti@tiscali.it ) il quale si chiede perché Vittorio Emanuele III non si sia mai opposto alla “sciagurata aberrazione storica” delle leggi razziali. In televisione, dice l’autore della missiva, i conduttori non rispondono mai a questo interrogativo.
Per una strana combinazione da tempo sto leggendo e rileggendo il famoso “Diario 1939-43” di Galeazzo Ciano. E’, come tutti sanno, un’opera fondamentale per capire gli ultimi anni del fascismo, e, ancor più, la bizzarra e rovinosa psicologia dell’ultimo Mussolini. Dalle annotazioni di Ciano, inizialmente animate da una devozione totale al suocero e poi, via via, aperte ai dubbi (man mano che andava concretandosi la sua totale opposizione alla guerra, purtroppo non resa esplicita da dichiarazioni pubbliche), vien fuori un ritratto terrorizzante ma sufficiente a far nascere molti dubbi in chi (in altri tempi! Come ad esempio Gianfranco Fini) considerava il figlio del fabbro di Predappio un grande uomo di stato. In particolare nel diario di Ciano, devotissimo alla memoria del padre - ammiraglio, che venne fatto appunto Conte di Cortellazzo in seguito ad una azione di Mas durante la Prima Guerra Mondiale – vi sono molti riferimenti a Vittorio Emanuele. A cui, come ministro, egli doveva periodicamente far firmare le leggi di sua competenza come Ministro degli Esteri. Il ritratto che emerge dal diario di Galeazzo rivela in effetti delle connotazioni quasi paterne. Il re è sempre descritto come un vecchietto bizzoso ma al tempo stesso informatissimo. Segue minutamente il decorso della legislazione, è assolutamente scettico sulle possibilità delle nostre forze armate di partecipare decorosamente ad un conflitto mondiale, è profondamente anti-tedesco (chiama gli alleati “quei brutti tedeschi”), non gli sfugge nulla dei piccoli e grandi meccanismi del governare, sul quale la sua competenza era amplissima. Non dimentichiamo che dalla morte di Umberto I (29 luglio 1900) sino alla marcia su Roma (28 ottobre 1922) trascorsero più di due decenni in cui il sovrano fu un re forse retrivo ma democraticamente impeccabile (i suoi rapporti con il parlamento, i ministri e la classe politica risultarono ispirati ad un cauto senso del dovere che cercava di evitare la retorica e che gli ispirò il rifiuto di concedersi a rappresaglie dopo l’assassinio del padre). Nella sua risposta a Proietti, Romano ricorda come Vittorio Emanuele III avesse intuito che Mussolini voleva risolvere “una volta per tutte il problema della monarchia” e vide nella istituzione del grado di Maresciallo dell’Impero (la doppia greca), attribuito in modo paritario al re e al Duce, “l’avvento di una diarchia e l’inizio di un processo che si sarebbe concluso con l’uscita dei Savoia dalla storia nazionale”. Perciò egli firmò le leggi razziali “perché un rifiuto avrebbe umiliato Mussolini, messo in discussione l’autorità del capo del governo e offerto al fascismo radicale l’occasione per chiedere al Duce una nuova e decisiva prova di forza”. E qui Romano conclude che il re era troppo cinico per ricordare che era stato proprio Carlo Alberto, suo bisnonno, ad aver dato piena e libera cittadinanza agli ebrei del Regno di Sardegna (e quindi, poi, del Regno d’Italia). Va detto che le comunità ebraiche italiane erano assolutamente integrate nel tessuto della società e l’antisemitismo dichiarato si limitava ad esigui frammenti del mondo cattolico. Gli ebrei in Italia non sono mai stati numerosissimi ma va detto che già nel 1902 i senatori del Regno d’Italia di religione ebraica erano sei. Ma che nel 1922, all’epoca della marcia su Roma, erano saliti a diciannove. Un protestante di padre ebreo era divenuto Presidente del Consiglio nel 1906 e nel 1910 un altro ebreo. Luigi Luzzatti, era diventato Presidente del Consiglio a testimonianza della integrazione di quella che era una piccola minoranza religiosa. Durante la Prima Guerra Mondiale i generali ebrei furono non meno di una cinquantina e d uno di essi, Emanuele Pugliese, che comandava le truppe a Roma al momento della Marcia fascista, sembra che fosse addirittura fra i suoi parigrado il più decorato dell’esercito italiano.
Non c’è dubbio che il cinismo, una sorta di logorio del potere, ispirò molte decisioni del re. Tuttavia per restituirne la dimensione umana e mentale, e per togliergli di dosso quel disegno da barzelletta con cui di solito è evocato da noi a causa della sua bassa statura, è indispensabile far cenno della sua preparazione culturale. Notoriamente arido e scettico (quando doveva inaugurare la Biennale di Venezia una volta si mise in luce davanti a un quadro a carattere equestre, dicendo :”Quei cavalli sono malati, lo vedo dalle unghie”) aveva un’ampia cultura “nozionistica”, come si dice adesso, rinfocolata da un sistema severissimo di “allevamento” con cui era stato addestrato sin dall’infanzia. Contrariamente a suo padre, che credo conoscesse soprattutto il torinese, Vittorio Emanuele III parlava correntemente inglese, francese e tedesco e le nozioni storiche di cui era in possesso superavano di gran lunga le conoscenze di un professionista medio. Basti ricordare che, grande appassionato di numismatica (la sua collezione, Corpus Nummorum Italicorum, che sembra sia una delle migliori al mondo, la lasciò in eredità allo stato italiano, che non che cosa ne abbia fatto), scrisse per ognuna delle sue monete la storia singola e globale. Cioè ritrasse la situazione storica e politica del momento in cui la moneta era stata coniata. Dando prova di una erudizione minuta ma omnicomprensiva. Si vede da qui lo sguardo informatissimo che dava alle cose del mondo, ed in particolare a quelle politiche. Sicché, di fronte alle notazioni di Ciano (che era da lui trattato con particolare benevolenza) le sue reazioni erano giusto quelle che ci si poteva aspettare da un omino d’età che conosceva profondamente il mondo e non lo amava. D’altra parte uno stupore profondo si prova quando si vede il re occuparsi di quel che faceva il Duce. Che Ciano per qualche anno circonda di una reverenza affettuosa e quasi servile, mentre poi col passare degli anni, si accorge di alcuni difetti fondamentali dell’uomo. In realtà dal Diario nel suo complesso vien fuori il ritratto di un pessimo uomo di stato, che si lascia trascinare dagli impulsi del momento, in particolare nei confronti dei tedeschi: da un lato è persuaso che essi abbiano vinto e che perciò bisogna accontentarli in tutto quello che chiedono, dall’altro si lascia sfuggire momentanei ma decisivi risvolti di odio. Tutte le considerazioni che fa il re sulla politica nazionale e internazionale sono in genere sensate e nascono da riflessioni di prima mano. Sicché si rimane stupiti a vedere quest’uomo, complicatissimo e raggrinzito su se stesso, lasciarsi andare, nei confronti di Mussolini, ad un atteggiamento sostanzialmente servile e arreso. Come se, prima della Marcia su Roma, non avesse governato per ventidue anni una classe politica democratica con tutti i problemi tecnici e morali che questo implica .
Che cosa colse il re durante il ventennio fascista, in cui egli accettò supinamente di intaccare i lati positivi dello Statuto fino a distruggerlo, non è dato di capire. Tuttavia resta in questa figura ormai confinata nelle barzellette (si ricorderà che il Duca Amedeo d’Aosta, poi morto in Africa, venne bandito da corte per un anno per aver detto, mentre il re e la moglie Elena entravano in un salone, “ecco Curtatone e Montanara”). Ma ingiustamente perché in questo modo si rischia di non cogliere il lato paradossale e tragico della sua figura. Anche Galeazzo Ciano, con tutti gli snobismi aristocratici che imparò assai presto a sfoggiare al Circolo del Golf, fu oggetto di battute taglienti. Quando morì suo padre Costanzo l’ammiraglio, che aveva costruito le fortune politiche e finanziarie della famiglia, nella sua città natale Livorno gli venne intitolata una strada, chiamata ovviamente Via Costanzo Ciano. Pochi giorni dopo una mano maligna scrisse sotto il nome la frase “via anche il figlio!”. Del resto sul povero Galeazzo si addensarono altre malignità d’epoca. La più caratteristica riguardava lui, ma volendo anche suo padre, e diceva letteralmente “Galeazzo (oppure Costanzo) Ciano Conte di Cortellazzo / bene la rima in ano, / meglio la rima in azzo”.
La freddezza e lo scetticismo, salvo per ciò che riguarda l’amore verso la moglie Elena, regolavano il suo modo di pensare nei confronti di tutti. Compresi i membri della famiglia: quando il Duca di Spoleto (alla morte del fratello in Africa divenne a sua volta Duca d’Aosta, padre del Duca d’Aosta attuale) fu nominato re di Croazia con il nome di Tomislao II, il re ebbe qualche momento di perplessità ma concluse poi che in famiglia era l’unica soluzione possibile. Una certa distanza da tutti gli altri Savoia era in lui connaturale. Nei confronti del figlio Umberto, cui dovette lasciare la corona nel maggio del 1946, aveva dei risvolti d’affetto ma anche le stesse riserve che formulava verso tutti. Quando il giovane principe aveva poco più di vent’anni era considerato molto bello ed era desiderato (erroneamente) da tutte le sartine d’Italia. Una volta il re ad un cortigiano che esaltava il successo pubblico di Umberto, rispose seccamente: “si fa presto ad essere popolari quando si è giovani e belli!”.
Anche questa è una chiave per penetrare nel suo cervello complesso e nel suo cuore a più strati.


(battute 9.582)


Claudio G. FAVA
Blog: http://clandestinoingalleria.blogspot.com

Genova, 12.07.2010