Blog - Crediti


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L'aggiornamento è stato curato puntualmente in passato da diverse collaboratrici ed attualmente, con la stessa puntualità e competenza, se ne occupano Laura M. Sparacello ed Elisa Sori.

24 aprile 2012

UN ESEMPIO (IL MIO) DI GIORNALISMO ALLA ROVESCIA

Da qualche tempo io ho una piccola rubrica quindicinale nelle pagine sportive del Secolo XIX. Ho scelto il titolo, “Con la matita rossa e la matita blu”, a cui la redazione ha anteposto un occhiello che diceva “Il tifoso” e che adesso è stato modificato “Il supporter”, perché a me la parola tifoso, che continua a significare prima di tutto “malato di tifo”, non piace e non è mai piaciuta. Lo faccio perché mi diverto sin da bambino a seguire il gioco del calcio. Che ora, attraverso Sky, con le sue innumerevoli partite sparpagliate fra il sabato e il lunedì, è diventato tentatore ed ossessivo per chi nutre una certa debolezza per il tema. Faccio presente che sono stato prescelto poiché tutti sanno che sono nativamente genoano. Debolezza che risale a prima della guerra, quando un giorno mio padre venne a casa per il pranzo ed a tavola mi consegnò solennemente un piccolo rettangolo istoriato per accedere alla tribuna numerata dello stadio di Marassi (si chiama Luigi Ferraris dal nome di un ufficiale caduto durante la prima guerra mondiale). Per un bambino che poteva avere 7 o 8 anni quella consegna fu un momento liturgico di cui non mi dimenticherò mai. Una sorta di investitura cavalleresca, un po’ come quella di essere nominato Templiario in pieno Medioevo (sia detto incidentalmente la tessera riguardava le partite di una squadra chiamata Genova, perché il fascismo aveva imperiosamente modificato l’originario nome di Genova Cricket and Football Club. Ma forse io non lo sapevo neppure). Da allora, pur con lunghi momenti di disinteresse, quell’investitura ha evidentemente fermentato nel mio cuore e nella mia mente, lasciando delle tracce che si sono via via complicate man mano che approfondivo la storia della Società e il fatto che fosse stata fondata da un gruppo di inglesi i quali si trovavano nella città per motivi di lavoro. Tenuto conto dell’attuale situazione di Genova la cosa può sembrare inverosimile ma allora su 500.000 abitanti almeno 5.000 erano inglesi, ed erano venuti tutti perché la città, e non Milano e Roma, era l’approdo naturale dei cittadini britannici incaricati di svolgere un compito in Italia. Infatti non solo il porto, allora largamente il più importante di tutti, ma Genova, nella sua interezza, costituivano un punto di riferimento quasi automatico per le strutture industriali del mondo inglese. Per ricostruire il periodo storico, si ricordi che quando il Genoa, nel 1893 venne fondato, prima squadra di calcio in Italia, il Governo italiano era retto dal primo ministero Giolitti e quello britannico dall’ultimo ministero Gladstone, durante la quarta “Premiership” del politico inglese. Era il periodo finale del lungo regno della Regina Vittoria (morì nel 1901) che, nel bene e nel male, aveva segnato un momento decisivo nella storia dell’ Inghilterra e nel costume dell’800. Non è un caso che Kipling abbia pubblicato il primo “Libro della giungla” proprio fra il 1893 e il 1894 mentre “Capitani coraggiosi” risale al 1897 e “Kim” al 1901 (tipiche di quegli anni sono anche alcune poesie famose, come “Gunga Din” del 1892 e “If” del 1895). Questo antico rapporto con un passato, al tempo stesso lontano e vicino, credo che mi abbia sempre influenzato, consentendomi di stabilire istintivamente una sorta di parallelo fra i destini dell’Inghilterra e quelli del Genoa. La prima è una nazione spesso poco simpatica, ed a momenti addirittura antipatica, la quale però ha un piccolo difetto, che in realtà è un grande pregio. Vale a dire quello di non arrendersi nei momenti del pericolo decisivo. Lo dimostrò tante volte nel corso della sua storia e la più vicina a noi risale all’estate del 1940. Mezzo mondo la incitava a venire a patti con Hitler, le cui truppe avevano dilagato in Francia mettendo fuori combattimento in meno di due mesi quello che era considerato il più forte esercito del mondo. Ma Churchill seppe radunare intorno a sé tutte le energie necessarie e in 5 anni vinse un conflitto mondiale che sembrava totalmente compromesso. Così, nel suo piccolo, sempre che il paragone non risulti goffamente esagerato, anche il Genoa e i genoani hanno sempre rifiutato di arrendersi, sopravvivendo a tutto, in 119 anni di una storia ricca come poche di colpi di scena. La mia rubrica avrebbe dovuto apparire martedì 24 aprile, vale a dire due giorni dopo che la partita fra il Genoa e il Siena era stata funestata a Marassi da una irruzione di Ultrà ai quali erano riusciti a farla sospendere per 40 minuti facendosi consegnare da quasi tutti i giocatori. Martedì il Secolo uscì con molte pagine di sport dedicate a quel che resta un caso fino ad oggi unico nella storia del calcio italiano, con deprecazioni palesi e prese di posizione molto decise. La mattina del lunedì inviai la mia rubrica (prevista in 2600 battute) facendo cenno di quel che era avvenuto ed anche della seconda parte della domenica da me dedicata a seguire su due televisioni francesi i risultati delle elezioni subalpine. Soltanto adesso mi sono reso conto che, probabilmente, la mia rubrica non si accordava con la tonalità generale espressa dal giornale e rischiava di apparire quasi estranea e snobisticamente “escapiste”. Comunque non è stata pubblicata. E’ una delle poche volte, in più di mezzo secolo di mestiere, che fra migliaia di pezzi che ho scritto e firmato sono stato costretto a rendermi conto di un rifiuto. Ci ho pensato molto ed ho concluso che, probabilmente, i colleghi del Secolo avevano avuto ragione, sia perché chi impagina ha sempre ragione (se no i giornali non si riuscirebbero mai a portare a termine) sia perché nel mio sforzo di sincerità ho rischiato di sembrare estraneo alla commozione generale. Va detto che io sono persuaso di una cosa, e cioè il mutamento dei tempi e la caduta della compatta adesione ai grandi partiti abbiano profondamente influenzato quella parte della popolazione in un certo modo vedova di una militanza continua, sostituita ora dalla turbolenta presenza delle file della cosiddetta “tifoseria” organizzata. In ogni caso che io abbia sbagliato o no, ho ricevuto una lezione, difficile da assimilare alla mia età, su cui tuttavia dovrò probabilmente meditare. Perché, se ne hanno voglia i lettori del Blog, possano rendersi conto dell’accaduto, ho pensato di pubblicare qui in allegato il testo da me inviato al giornale. Vorrei che il mio intento fosse chiaro. Non c’è in me nessun sottinteso polemico ma se mai l’intenzione di ricordare a me e agli altri che il giornalismo è un mestiere difficile e che va sempre praticato con un forte senso di rigore (che poi le pretese degli Ultrà di ottenere le maglie dei giocatori, che sarebbero state indegni di indossarle, e non solamente, come sono, incapaci di giocare bene al pallone, abbiano un loro configurazione fra l’ottocentesco e il militaresco che andrebbe analizzata in un più ampio contesto sociologico, è ancora un altro paio di maniche). 
Ecco il testo della rubrica: 

UN POMERIGGIO DA RICORDARE 

E’ ben più di mezzo secolo che scrivo, come si diceva una volta, “su per le Gazzette”. Ho sparpagliato frivolmente nel mondo migliaia e migliaia di articoli eppure non mi è mai successo di stentare a trovare le prime parole introduttive, quelle che i vecchi cronisti all’antica chiamavano “l’incomincio”. Ma è accaduto questa volta. Come si inizia a parlare della tragicommedia del Ferraris, e come si continua? La cessione delle maglie raccolte mestamente da Marco Rossi e poi la coraggiosa ribellione di Sculli che sale ad abbracciare uno degli Ultrà ma che fa capire chiaramente che lui la maglia non se la toglie perché l’ha portata con onore (Gaia Piccardi, nel Corriere della Sera di oggi, scrive che è “il nipote del Boss di Africo Giuseppe Morabito detto U Tiradrittu”, che non so chi sia. A me il suo scoppio di aggressività calabrese ha ricordato piuttosto certi fanti della sua terra che, mentre i generali scappavano, si batterono disperatamente a viso aperto contro Garibaldi agli ordini di Beneventano del Bosco). Non so veramente che cosa muova i cuori e le menti degli Ultrà di ieri. Supponendo che siano in totale buona fede mi stupisco che non abbiano capito che i giocatori del Genoa giocano male non perché lo vogliono ma perché in maggioranza non sanno giocar bene e trascinano i pochi bravi (Frey, Palacio e il troppo vecchio Kaladze). Sempre nel Corriere di oggi Mario Sconcerti, che conosce Genova perché ci ha lavorato, scrive fra l’altro: “Il genoano ha un rapporto viscerale, assoluto, con i colori del Genoa, poco razionale. Essere del Genoa è essere della città, avere il mare davanti e la storia alle spalle”. E’ una sensazione che ho imparato da bambino e che poi, con il trascorrere dei decenni, si è fortemente attutita. Mi chiedo se gesti come quelli compiuti ieri a Marassi non la facciano scomparire totalmente. Fra l’altro il pomeriggio di ieri era segnato anche dalla chiusura delle votazioni francesi. Con il televisore, lasciando la terribile partita con il Siena, sono rimbalzato sulle due reti francesi che si vedono con i satelliti, “France 24” e “Tv5 Europe”ed ho seguito, come faccio sempre per l’Italia e per la Francia, la fine delle votazioni e l’inizio dei dibattiti. Ho sentito tutto, compresi gli interventi di Hollande, Marine Le Pen e Sarkozy. Alla fine, al di là dell’interesse specifico, ho in parte provato, come sempre quando i politici dicono comunque di avere tutti vinto, lo stesso senso di incredulità che avevo avvertito qualche ore prima guardando ad occhi sbarrati il triste spettacolo del Ferraris. Non è un mondo facile, il nostro. 

Claudio G.Fava. 

Battute 2.595.

21 aprile 2012

A DOMANDA RISPONDE

Rispondo qui ai post dei lettori ricevuti negli ultimi giorni. Raduno in un unico capitolo quelli inviati da Rosellina Mariani che mi offre il piacere di ricevere un’amplissima corrispondenza. Andando nell’ordine il 30 marzo mi scrive alludendo ad un mio precedente intervento: “Aspetto la risposta sulla tua grande cultura, intanto me la godo!”. E’doveroso precisare che la mia “grande cultura” non esiste: come quella di tanti giornalisti è formata da furbesche intercettazioni di occasionali motivi di cronaca e di moda. Inoltre va detto che da quando sono costretto, per feroci motivi di salute, a muovermi con una certa fatica mi riduco in genere a documentarmi attraverso il computer. Anch’io (per fortuna non sono il solo) finisco col dipendere da “Google” e da “Wikipedia”, come tanti liceali di oggi, pigliando per buono tutto quello che mi viene procacciato grazie allo spaventoso reticolato mondiale di internet. E’ la pura verità. Rosellina mi scrive anche che è contenta di ascoltare me e Steve Della Casa  parlare a Hollywood Party. Steve è un caro amico che con me è sempre affettuosissimo. Ci fu un periodo di alcuni mesi, circa 6 anni fa, in cui rimasi ricoverato all’ ospedale di San Martino di Genova. Steve, che percorre molto spesso la linea ferroviaria Torino – Roma e viceversa, aveva la gentilezza, quando arrivava alla Stazione Brignole, di saltare su un taxi, di venire a trovarmi all’ospedale e poi di riprendere un taxi, di tornare alla stazione e di ricominciare il viaggio (verso Torino o Roma) che in questo modo, data la lentezza dei treni italiani, diventava letteralmente interminabile. Mi fa piacere che Rosellina abbia apprezzato “Odio Implacabile” e che aspetti notizie su Schoendoerffer: un giorno o l’altro mi deciderò a scrivere il necrologio che egli ampiamente merita. Probabilmente riuscirò a trovare nel mercato dei Dvd francesi sia la “317°Section” che “Le crabe tambour”. Infine ringrazio ancora Rosellina che ci ha regalato un frammento di un suo brevissimo ma garbato incontro con Gianni Agnelli. 
Venendo ad altri corrispondenti, ringrazio Amarilli Bilitis, dal nome e dal cognome romanzescamente multinazionali che si compiace di trovare il mio nuovo post nel Blog. 
Sempre in data 10 aprile Rear Window (con il suo nostalgico logo raffigurante James Stuart che brandeggia la sua super macchina fotografica in “La finestra sul cortile”) mi dice di aver acquistato e gustato qualche mese prima “Odio implacabile” e che si ripromette di includere nella sua lista desideri di “Amazon” anche “Stasera ho vinto anch’io”. Come è evidente successivamente lo ho “recensito” nel Blog.
Ad “Anonimo” che il 12 aprile 2012 mi scrive a proposito di Bossi e mi chiede cosa vuol dire “Biribissi”, sono costretto a fare un’ammissione. Nonostante l’età avanzata conservo un gusto ginnasiale per i giochi di parole. Si dà il caso che, fra l’800 e il’900 vi sia stato uno scrittore di libri per ragazzi che si chiamava Paolo e portava l’impegnativo cognome Lorenzini. Vale a dire lo stesso di Carlo Lorenzini che, con lo pseudonimo di Carlo Collodi scrisse quel grande libro di favola che è “L’avventura di Pinocchio”. Carlo Lorenzini era lo zio di Paolo Lorenzini, il quale appunto si firmava anche “Collodi Nipote”. Il libro più noto di Paolo è una sorta di parodia de “Il Viaggio al Centro della Terra” di Jules Verne, centrata su due ragazzi che si chiamano appunto Sussi e Biribissi (che è appunto il titolo del libro) e che compiono anche essi un viaggio “cosmico” partendo dalle fogne di Firenze. Mi sono lasciato tentare dalla vaga assonanza tra Bossi e Sossi ed ecco perché ho aggiunto Biribissi.
In data 20/4/2012 PuroNanoVergine cita “Day of the Fight” come opera di esordio di Stanley Kubrick. E’ un documentario su un pugilatore medio leggero, di origine irlandese (si chiama Walter Cartier) che deve affrontare il pugile nero Bobby James. Dura 16 minuti ed è dello stesso anno di un altro documentario di Kubrick, “Flying Padre” centrato su un parroco cattolico del New Mexico costretto ad incontrare i suoi fedeli, sparpagliati in un immenso territorio, volando su un Piper Club che pilota lui stesso. Bisognerebbe fare un ulteriore ricerca per stabilire  quali dei due documentari, pur dello stesso anno, è apparso prima dell’ altro ed è quindi l’opera di esordio di Kubrick. Successivamente egli diresse nel 1953 un film di fiction di 72 millimetri, “Fear and Desire” ed un documentario sui marinai sindacalizzati di 30 minuti, intitolato “The Seafarers”. “Fire and Desire” ha come protagonista lo stesso Frank Silvera che sarà anche l’interprete principale del successivo film di Kubrick, “Il bacio dell’assassino” di 67 minuti che appunto ha al centro un pugile sfortunato che corre in aiuto della vicina di casa. Nel 1956 un Kubrick ormai maturo affronterà il lungometraggio con “Rapina a mano armata” ( The Killing) che lo rivelò al mondo, e in particolare ai critici americani che parlarono di un secondo Orson Welles.
Sempre PuroNanoVergine mi fa osservare che, abitando lui vicino alla sede milanese della Lega ha dato un’occhiata alla targa di Via Carlo Bellerio che porta una generica indicazione:”Patriota”. In effetti egli fu amico e sodale di Mazzini, il quale ebbe anche trasporti sentimentali verso una Giuditta Bellerio che non so se fosse la sorella di Carlo.
Per quel che riguarda Schoedoerffer ho già ringraziato Giulio Fedeli, che non vedo e non sento da decenni, il quale mi ha scritto un appassionato e informato post a proposito del regista e scrittore che entrambi abbiamo amato.

19 aprile 2012

5 - Alcuni film americani che conviene avere visto - Stasera ho vinto anch’io

QUINTA PUNTATA DELLA NUOVA RUBRICA DI RECENSIONI DI OPERE CINEMATOGRAFICHE DEL PASSATO PROSSIMO
“Stasera ho vinto anch’io” di Robert Wise

Il rapporto fra il cinema americano e la box è antichissimo e collaudato. Per restare nell’ambito del sonoro si va da “Il campione” (1931) di King Vidor con Wallace Beery e Jackie Cooper al “remake” di Franco Zeffirelli (1979) con Jon Voigh ed a molti altri titoli: “ Il sentiero della gloria” (1942); “Il grande campione” (1949); “Il bacio dell’assassino”(1955); “Il colosso d’argilla” (1956); “Lassù qualcuno mi ama” (1956) ancora di Robert Wise; “Città amara” (1972); la saga di “Rocky” dal 1976 - al 2006 con, e spesso di, Sylvester Stallone; sino ai più recenti “Cinderella man – Una ragione per lottare” (2005) e “The Fighter” (2010). Il quadrato della box si presta magnificamente alla mobilità ed alle variazioni stilistiche della macchina da presa. Fra tutti questi (e molti altri) film “Stasera ho vinto anch’io” di Robert Wise (1949) rappresenta uno dei risultati più alti: un aneddoto breve (72’), stringato, essenziale, lucidissimo nel dipingere l’onestà ostinata di un pugile al tramonto e un mondo della box povero e feroce. Wise (1914-2005) è stato un modesto e grande narratore, che spaziò dal cinema avventuroso al grande musical. Dal canto suo Robert Ryan, che abbiamo già visto in “Odio implacabile” fu un attore al tempo stesso scabro ed eloquente.

18 aprile 2012

L'ITALIA CHE MI LASCIA PERPLESSO



Ci sono ovviamente molti accadimenti che mi lasciano perplesso nell’Italia di oggi (e di ieri), come capita, presumo, ad ognuno di noi. Due cose mi hanno particolarmente colpito nelle cronache di questi ultimi giorni. L’una è quella che chiamerei “L’affaire Morosini” (detto in francese fa pensare un po’ al caso Dreyfus e un po’ ad un regolamento di conti fra corsi). L’altra riguarda due risvolti del mondo nostrano dei motori.
Il primo dei due risvolti concerne la Fiat. Due giorni fa l’amministratore delegato Sergio Marchionne ha festeggiato con esplicita gioia l’inaugurazione dello stabilimento serbo di Kragujevac (è una città di 190 mila abitanti a circa 120 Km di autostrada da Belgrado). Lo stabilimento non rappresenta solo “il punto di arrivo di oltre 3 anni di intenso lavoro” ed è “l’inizio di un nuovo ciclo e di una nuova vita per l’impianto”. Nella fabbrica verrà prodotta – sono previsti 2400 nuovi posti di lavoro – la nuova 500L, che, secondo il responsabile del Centro Stile della Fiat, rappresenta un grande passo avanti verso un modello di World Car che verrà anche esportata negli Stati Uniti. Il Centro Stile ha sede a Mirafiori, dove, sia detto incidentalmente, avrebbe dovuto essere prodotta la 500L. Che ora, come si è detto, vedrà la luce in Serbia, anche in seguito ad un piano di investimenti di un 1 miliardo di euro: 250 milioni coperti dal Governo serbo, 350 dalla Fiat e 400 da un opportuno finanziamento della BEI, la Banca europea per gli investimenti. Alla cerimonia di inaugurazione partecipavano, oltre ad alte autorità serbe, come abbiamo detto anche il famoso amministratore delegato della Fiat che, con il programmatico maglione e la barba saltuariamente biancastra, sembra sempre di più un barbone di lusso. 
Non c’è dubbio che con questa ulteriore, ultima operazione la Fiat ha fatto un ulteriore passo verso il disperato tentativo di far dimenticare che l’ultima lettera della sua sigla significa “Torino”. E’ un processo probabilmente inevitabile per salvare la Società dal pericolo di una tragica sparizione, in un mondo che assorbe sempre meno le troppe automobili prodotte. Ma è anche un momento di totale fuga verso l’esterno, anche antropologicamente ribadita dalla presenza di Marchionne che è nato in Italia, è andato in Canada all’ inizio dell’adolescenza e, a quanto ho capito, è ora cittadino svizzero con residenza in Svizzera. Ripeto. E’ un momento, forse inevitabile, del forzato adattamento della Fiat ad un mercato mondiale sempre più difficile. Ma mi fa anche pensare con grande nostalgia all’elegante e snobistica presenza di Gianni Agnelli, così internazionale nell’accento e così torinese nei fatti. 
L’altro avvenimento concernente il mondo dei motori è l’acquisto della Ducati, nota marca italiana di motociclette, da parte della Audi, che produce ampiamente in proprio ed ha già incamerato il marchio Lamborghini. Dal canto suo l’Audi appartiene al 99,50% alla Volkswagen (forse sbaglio ma non riesco mai a dimenticare che è una fabbrica voluta e creata per soddisfare un preciso desiderio di Hitler, il quale voleva appunto una”macchina per il popolo”). L’Audi controlla anche i marchi Bentley, Bugatti e SEAT. Come si vede la conquista tedesca dell’Emilia motoristica è oramai quasi perfezionata.
Io personalmente sono quanto più lontano possibile dal mondo dei motori possa esistere in Italia. Non ho più la patente da decenni e non guido stabilmente da più di mezzo secolo. Non ho mai possedute motociclette ed ho guidato solo una volta una Vespa, credo nel 1949. Inoltre, mentre seguo con febbrile e colpevole devozione, il mondo del calcio, in quello delle corse di Formula1 mi imbatto casualmente solo durante i telegiornali. Eppure, non so per quale residuo di infantile nazionalismo, la duplice “fuga” all’estero della Fiat e della Ducati, mi ha lasciato un sapore di amaro in bocca, assai consono all’atmosfera di casta frustrazione che si addice al Governo “tecnico” da cui siamo retti. 
Cambiando argomento un altro motivo di perplessità nei confronti della mia Patria (è una parola sempre meno usata, abitualmente si dice il Paese, come se si trattasse di andare a fare una gita in campagna) è rappresentata dal cordoglio ossessivo che si è scatenato dopo la morte del povero calciatore PierMario Morosini. Tutto, dalla sospensione del campionato di calcio alle onoranze funebri in un quartiere di Bergamo, ha assunto i sapori e i colori di una catastrofe nazionale. Si badi. Ho partecipato al dolore di tutti per la sparizione del giovane calciatore, pugnalato dal suo stesso cuore nel corso di una partita. Ho appreso con tristezza che i genitori erano già morti, che un fratello disabile si era suicidato e che della famiglia restava soltanto una sorella, disabile anche essa. Ma il tono generale della partecipazione pubblica e privata è stato sbalorditivo, quasi che Morosini fosse stato ucciso in un attentato e non colpito dalla micidiale tristezza dell’ esistenza, che incombe su tutti noi e che non riusciremo mai ad evitare. Speriamo che l’avvenimento serva almeno a predisporre controlli sanitari più rigorosi anche nei campionati meno importanti ed a predisporre l’uso di un defibrillatore in tutti i campi di calcio d’Italia. Ma i fatti di cronaca che veramente mi colpiscono e mi addolorano sono, ad esempio, le uccisioni di bambini ad opera di automobilisti pazzi, non di rado ladri e drogati, i quali assassinano e non hanno neppure l’umano risvolto di fermarsi per portare aiuto. 
Forse sbaglio? Credo di no ma ritengo che, comunque, sia uno sbaglio lodevole. 

16 aprile 2012

SOMMARIO DELLA RIVISTA "CINECRITICA"

Nei primi mesi del 1970, insieme a molti colleghi, allora membri del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici, decidemmo in una sorta di adunata a Perugia di uscire dal Sindacato stesso e di fondare un'Associazione più precisa nei termini e nelle finalità, che si chiamò "Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani" (SNCCI). La motivazione della nostra scissione (indubbiamente aveva un prevalente carattere di sinistra ma io non mi riconoscevo in esso) era molto semplice: non ci pareva giusto radunare in un'unico organismo collegiale professionalità diverse. Ad esempio quali erano e sono quelle dei Capi Uffici Stampa delle singole case cinematografiche, evidentemente tenuti per espliciti motivi di lavoro a diffondere i film della loro Ditta. Dopo 42 anni i due Sindacati sussistono ancora ed hanno fra di loro buoni rapporti, per quanto ne so io. Fra le varie attività del nostro Sindacato, oltre ad un'attività specifica delle singole sezioni regionali (quella Ligure a cui io  appartengo è unanimemente riconosciuta come la più efficiente e la più operosa) vi sono l'organizzazione di convegni locali ed ogni anno, in occasione della Mostra di Venezia, l'allestimento della Settimana Internazionale della Critica. Inoltre il Sindacato edita una rivista trimestrale, che si chiama appunto "Cinecritica- periodico di cultura cinematografica a cura del SNCCI". La pubblicazione è ormai entrata nel 17° anno ed è da poco uscito il numero 65 di Gennaio-Marzo 2012. Ogni numero costa 6 euro e può essere fornito sia in abbonamento sia in vendita in Italia e in molte librerie specializzate. Mi sono accorto che in passato non ne ho mai fatta menzione. Mi emenderò: a cominciare da oggi riporterò ogni volta il sommario della rivista, che mi sembra abbastanza articolata per trovare lettori fra i cinefili. Ecco quindi quello del numero 65 Gennaio-Marzo 2012.

EDITORIALE
In attesa della "buona" politica 
di Bruno Torri
PRIMO PIANO: FRANCESCO MASELLI
Le ombre rosse del cinema
Intervista a cura di Piero Spira e Bruno Torri
L'autore e il politico
di Mino Argentieri
La costante della viltà: la trilogia "moraviana"
di Roberto Chiesi
Moravia, Maselli e il tempo degli uomini
di Fabio Francioni
IL CINEMA DEGLI ALTRI
Slovenia: la solitudine dell'indipendenza
di Nicola Falcinella
FORUM
Due o tre cose su Jacques Demy
di Vittorio Boarini
Georges Delerue: dalla Nouvelle Vague a Hollywood
di Baldo Via
RICORDI
Theo Anghelopulos: lectio magistralis
DIALOGHI
Il Diverso, il Nomade, il Cittadino.
di Paolo Lago
STORIE
Warren Kiefer. L'uomo che non c'era
di Roberto Curti
CRITICA&CRITICI
Diana Karenne: la diva dimenticata 
di Mara Novelli
Letture critiche
di Aldo Viganò
Notiziario SNCCI


12 aprile 2012

BOSSI E BIRIBISSI

Ecco un mio modesto tentativo di riflettere sul complesso( o forse semplicissimo) mistero politico rappresentato dalla Lega Nord e sulle esplosive ma quasi goffe caratteristiche del suo fondatore.

In questi giorni (siamo all’8 di aprile mentre inizio a scrivere e al 12 mentre termino) è praticamente impossibile ignorare lo scandalo della Lega. Apre quotidianamente quasi tutti i telegiornali e ha reso famigliare a milioni di persone (è spesso la prima inquadratura di ogni servizio) il nome di Carlo Bellerio. Credo sia stato un cardiologo, ma in internet non ne ho trovato traccia; è comunque la persona a cui è stata intitolata la strada ove è situata la sede centrale della Lega, a Milano. Ormai abbiamo imparato a memoria a riconoscere la targa marmorea della via, tipicamente italiana anche nelle minuscole tracce di sporcizia casuale.
Torniamo alla Lega. Quel che abbiamo appreso in Televisione e che in Televisione abbiamo visto accadere sotto i nostri occhi è, come suol dirsi, al di là del bene e del male. Le apparizioni insieme disinvolte e esterrefatte di Renzo Bossi, suo padre che piange davanti alla folla mentre  impugna il microfono e dice che i suoi figli doveva mandarli a studiare all’estero come ha fatto Berlusconi, l’incredibile volto meteco di Francesco Belsito il quale passa per genovese (mi sento in certo modo legato a quest’uomo da quando ho scoperto che abita via Domenico Fiasella, una strada che fa angolo con il palazzo numero 8 di via XX Settembre dove sono cresciuto ed ho abitato quasi  vent’anni). E poi tutto ciò che si vede e si sente: cose al tempo stesso piccole e banali, volgari ma incerte fra il comico e il tragico, con Maroni che insiste nel dire che deve essere espulsa Rosi Mauro e quest’ultima, fra l’altro vice presidente del Senato, la quale a sua volta insiste nel ribattere che non avendo fatto nulla di male non vede perché dovrebbe dimettersi. E poi tutto il resto: militanti feriti ma in un certo modo desiderosi di poter credere ancora, lotte di Regioni (nella sostanza Lombardia e Veneto) e di Province e di Sezioni, un turbinio di grandi e piccole operazioni finanziarie, pur per somme relativamente non eccelse in cui rientrano anche i costi del dentista per un figlio di Bossi, eccetera eccetera. Un guazzabuglio di minime ma qualche volta anche enormi sciocchezze, tutte articolate all’ interno di un fenomeno che può sembrare buffo, goffo e perfino pericoloso, ma che resta tuttavia uno dei più grandi fenomeni politici italiani dell’ ultimo ventennio. Tutto ci riporta a quel vago malessere che contraddistingueva, senza riuscire né a individuarlo né ad enunciarlo, gli italiani del Nord dal dopoguerra agli anni’80. All’ interno di una unità d’Italia, frettolosamente portata a termine e poi sempre retoricamente celebrata (i festeggiamenti per il 150° anniversario ne sono un esempio tipico) il Nord e il Sud del Paese hanno continuato a baloccarsi con decine di rispettive frustrazioni e di asti reciproci. 
Quelli meridionali si articolavano in una generica irritazione di fronte alla maggior ricchezza, al maggior sviluppo, ed alla maggiore efficienza delle Regioni settentrionali. Una infondata ma determinante forma di compensazione è stata rappresentata per generazioni dalla sistematica ricerca di impieghi statali, para-statali e locali che ha assorbito le migliori energie della gioventù meridionale. Tutti frammenti di una deprecazione per cosi dire ancora minuta e sbiadita fino a che non ha trovato uno sfogo articolato e sistematico nelle aggressive polemiche dei cosiddetti “neo-borbonici”. Basta controllare in internet uno dei loro siti per vedere sino a che punto essi spingono la polemica contro il “criminale” Garibaldi, contro la “spoliazione” delle industrie meridionali da parte degli avidi piemontesi, in difesa dei cosiddetti briganti (si pensi appunto a “Il brigante di Tacca del Lupo” di Bacchelli ed al conseguente film di Pietro Germi) che erano invece onesti e fedeli contadini insorti in difesa della loro terra e della loro autonomia quando non prodi gentiluomini carlisti accorsi dalla Spagna a difendere, come si diceva, “il trono e l’altare”.
Nell’ Italia settentrionale, invece, la scontentezza verso il Meridione si traduceva in una generica irrisione ai modi “eccessivi” del vivere meridionale, alla diffidenza verso il medio burocrate statale quasi sempre del Sud, al fastidio di fronte ad un diverso modo di considerare la “res pubblica” in Piemonte ma ancor più nelle province lombarde, venete e trentine a lungo amministrate (in qualche caso sino alla prima guerra mondiale) dalla silenziosa efficienza della “Duplice Monarchia”.
Tutto questo restava nel vago ma al tempo stesso nel concreto degli uni e degli altri. Fino a quando, per rivendicare la voglia di essere ascoltati e di decidere in proprio, non è nata la Lega Nord. Il paradosso è che rivendicazioni e animosità, che potevano sembrare eccessive o addirittura razziste ma che esistevano in larghissima misura sono state interpretate e tramutate in concreti strumenti di lotta politica ad opera di una persona come Bossi. Contro il quale si appuntavano insistite cronache giornalistiche le quali richiamavano il fatto che egli, studente fuori corso, avrebbe festeggiato due o tre volte una laurea mai ottenuta (io non ho elementi sicuri per affermarlo ma l’ho letto molte volte e non ho mai trovato una smentita formale). Altrettanto dicasi delle sconcertanti celebrazioni con l’acqua del Po e le sistematiche offese a Venezia di una signora che esponeva tenacemente la bandiera tricolore. Non voglio qui concedermi un facile patriottismo ma è fuor di dubbio che, a torto o a ragione, all’ombra di quella bandiera erano caduti decine e decine di migliaia di “padani” ante litteram. Basti pensare a quegli alpini, reclutati in senso orario dalle colline liguri sino alle montagne veneto-friuliane, che si sono lasciati sacrificare con tenacia paesana in una guerra terribile, e che piacquero tanto a Rudyard Kipling nelle sue cronache del conflitto nelle nostre montagne.
Insomma tutta la ritualità e tutta la liturgia “celtica” delle manifestazioni della Lega rivelavano la stessa fantasiosa approssimazione contenuta nella cultura storiografica di Bossi. In uno dei suoi recenti interventi al convegno di Pontida trasmesso in televisione l’ho sentito dire che dalla Destra Storica si passava alle fucilate di Bava Beccaris. Quando come è noto quel che si definisce  Destra Storica va dal Primo Ministero Cavour (1849) a Marco Minghetti (1876) mentre le repressioni organizzate da Bava Beccaris ebbero luogo a Milano nel 1898. Praticamente Bossi ha completamente annullato Rattazzi, Depretis e Crispi, spalmando il bianco su un lungo e tormentoso momento della storia politica italiana.
Sul personaggio e su molti dei suoi sodali si potrebbe insistere a lungo, ricordando le intemperanze di vocabolario e la voluta volgarità paesana di tante manifestazioni, per non parlare dell’ imbarazzante coinvolgimento familiare della moglie e dei figli. Eppure è indubbio che, dopo lo storico impallidirsi delle due grandi correnti di lotta post bellica riassunte nel Partito Comunista Italiano e nella Democrazia Cristiana, probabilmente nessun altro movimento popolare ha raggiunto l’adesione sincera e totale dei militanti rivelatasi nella Lega Nord. Basta ancora oggi vedere in televisione di volti sinceri e smarriti  di così numerosi militanti per rendersene conto. In un modo più complesso e sottile va detto che una potenziale partecipazione all’orgoglio settentrionale c’è stato in tanti abitanti del Nord che pure per la Lega non hanno mai votato. Io stesso che sono prevalentemente ligure con qualche ascendenza basso –piemontese, ho sempre avuto sin da bambino la consapevolezza di essere “un italiano del Nord” o, come si dice ancora a Roma, dell’”Alta Italia”. Pur sentendomi totalmente estraneo alla curiosa mitologia della Padania. Paese come è noto prevalentemente intinto nel burro, fatta eccezione per la raffinata cultura olearia del Garda, mentre io sono cresciuto all’ombra dell’ olio e dell’ ulivo, consapevolezza che semmai ribadisce una naturale affinità con la Provenza e l’ immanenza dell’ Occitania.
Ci vorranno anni e generazioni per spiegarci quello che è veramente successo nell’Italia di Bossi. E quale misterioso processo o di fanatismo o di autentica riscoperta della propria etnologia si è verificata ad opera di un uomo che si tenderebbe a definire ignorante ma che è  stato allevato all’ indipendentismo da quel Bruno Salvadori che, pur non essendo per niente di famiglia francofona fu decisivo nel definire l’ attuale ideologia dell’Union Valdôtaine.
Bossi non lo capirò mai bene ma un giorno o l’altro vorrei riuscirci.

PRIMA PUNTATA SU SCHOENDOERFFER

Qualche informazione su un post legato alla figura del regista e romanziere francese, sicuramente enigmatico per molti lettori. Proprio a causa dei riferimenti a figure e avvenimenti della recente storia di Francia. Mi è parso doveroso, in attesa di rievocare compiutamente la figura di Schoendoerffer, fornire alcuni dati di base.

L’annuncio che avevo dato il 20/03/2012 della morte di Pierre Schoendoerffer per ora ha provocato tre post oltre che una lettera “indiretta”. Mi spiego. Da molti anni io tengo una rubrica di posta con i lettori in una rivista che esce a Genova e che si chiama “Film Doc”. Con un gioco di parole, a cui a suo tempo non sono riuscito a resistere, la rubrica si intitola “La posta di Doc Holliday”, facendo un evidente riferimento cinematografico al dentista diventato pistolero che appare in diversi film, fra cui “Sfida infernale” (My Darling Clementine, 1946) di John Ford e “Sfida all’Ok Corral” (Gunfight at the O.K. Corral 1957) di John Sturges.  Pochi giorni fa mi è arrivata una missiva di un lettore che mi chiede di dargli informazioni su Schoendoerffer. Ha visto nei giornali la notizia della sua morte ma non sa bene chi sia e vuole avere qualche nozione in materia. Credo che lo rinvierò alla lettura del mio Blog.
Ho deciso di scrivere prossimamente un brano su Schoendoerffer (mi sarebbe piaciuto dedicargli una puntata in video ma non ho trovato DVD dei suoi film più importanti). Intanto fornisco alcune informazioni per chiarire i dati contenuti nel dotto post di Giulio Fedeli (Villa Santa, MB) che contiene nomi e fa riferimento ad avvenimenti probabilmente sconosciuti a molti lettori. In sostanza Fedeli, dopo un inizio “d’autore” in francese, cita diverse persone. Una è Bruno Cremer, un attore subalpino ormai molto noto anche in Italia, che avevo commemorato in questo Blog con un piccolo articolo apparso l’11 agosto 2010 in occasione della sua morte. Non era il suo primo film ma “317° battaglione d’assalto” ( La 317e section, 1964) appunto di Schoendoerffer lo rivelò nei panni di un “Adjutant” d’origine alsaziana che combatte in Indocina, (agli ordini del sottotenente Jacques Perrin). Da allora proseguì una carriera intensa e fortunata diventando anche, in televisione, una delle migliori incarnazioni del commissario Maigret che si conoscano. Roger Faulques, ricordato da Fedeli, è un ufficiale francese  che fu comandante in seconda del secondo R.E.P. (Reggimento di paracadutisti della Legione Straniera) e che, dopo esser stato partigiano e aver combattuto in Indocina, divenne uno dei capi dei mercenari che agirono in Katanga (sembra con l’appoggio del ministro francese della Difesa Pierre Messmer) e poi anche nello Yemen. E’ stato in un qualche modo riabilitato perché due anni fa, come ricorda Fedeli ebbe il riconoscimento di diventare “porteur de la main”. Cioè di essere incaricato di recare la mano di legno del capitano Danjou, l’eroe di Camerone, nella sfilata del 30 aprile in cui la Legione Straniera celebra il ricordo della battaglia messicana. Un altro scomparso citato da Fedeli è Pierre Guillaume (1925-2002). Figlio di un generale di divisione fu ufficiale di marina in Indocina e salvò 1614 vietnamiti che volevano sfuggire ai comunisti. Nel 1956 riesce a tornare a Parigi e si arruola nell’esercito per prendere il posto del fratello Jean-Marie, caduto in Algeria. Partecipa al “putsch” del generale Challe, poi si arruola nella OAS (Organisation Armée Secrete), sconta 4 anni di galera e milita fra i mercenari nelle isole Comore e in Birmania. Ormai libero viveva su una sua imbarcazione, L’”Agathe”, a Saint-Malo. Di fatto è il “crabe-tambour” (crabe significa granchio) che viene evocato e celebrato nel grande film di Schoendoerffer “L’uomo del fiume” (appunto “Le crabe-tambour”, 1977). Fra i vivi citati da Fedeli ci sono anche Hélie Denoix de Saint-Marc (ha ora 90 anni) e Jacques Perrin . Il primo è un personaggio romanzesco, militante nella resistenza per cui fu arrestato e deportato a Buchenwald. Poi famoso combattente in Indocina nella Legione Straniera (parlava le lingue dei suoi ausiliari indigeni) e infine combattente in Algeria. Qui aderisce al cosiddetto “putsch” dei generali, schierando agli ordini di Challes l’intero primo reggimento paracadutisti  (I° R.E.P.) di cui era comandante in interim. Processato, condannato a 10 anni di “reclusione criminale” e graziato dopo 5 anni di prigione. Diventa dirigente di una società metallurgica e nel 1978 è riabilitato e reintegrato nei suoi diritti civili e militari. Il 28 novembre del 2011 Nicolas Sarkozy lo ha insignito della Gran Croce della Legion d’Onore. In quanto a Jacques Perrin (non lo vedo da anni, ma un tempo eravamo in ottimi rapporti), che ora più che far l’attore preferisce fare il produttore di splendidi documentari sugli animali, ebbe uno dei suoi maggiori successi appunto nei panni del prima citato sottotenente Torrens, protagonista di “317° battaglione d’assalto”.
Forse è ho un po’ esagerato nel fornire informazioni sulle persone evocate da Fedeli, ma volevo sgombrare il campo in attesa di scrivere un breve ritratto di Schoendoerffer. L’ho conosciuto personalmente e ho fatto organizzare a suo tempo, grazie a Gianluca Farinelli ed a Tatti Sanguineti, un omaggio alla sua figura con la proiezione de “L’uomo del fiume” alla Cineteca di Bologna. Era modellato della terribile tragedia che l’Indocina e l’Algeria avevano causato nelle coscienze di tanti militari francesi. Ma non mi sembrava, pur comprendendo il loro dolore , e quello del “crabe-tambour”, nostalgico dell’OAS e del “putsch” di Challe e colleghi (quelli che De Gaulle definì “un quarteron de generaux felons”). 
Tornerò sulla figura del regista, e romanziere, in occasione del brano che ho intenzione di scrivere e di pubblicare fra poco.

10 aprile 2012

4 - Alcuni film americani che conviene avere visto - Odio implacabile

QUARTA PUNTATA DELLA NUOVA RUBRICA DI RECENSIONI DI OPERE CINEMATOGRAFICHE DEL PASSATO PROSSIMO

Apparso nel 1947 fece impressione per l'aggressiva tonalità stilistica e per l'esplicito desiderio di denunciare una latente ma violenta forma di antisemitismo presente nella società americana del tempo (il tema originale, evocato da Brooks, in realtà era l'odio non contro gli ebrei ma contro gli omosessuali). Centrato su tre Robert (Mitchum, Ryan, Young) che garantiscono un eccellente livello di interpretazione, il film è tratto dal romanzo "The Brick Foxhole" appunto di Richard Brooks prima ricordato, il quale, dopo un inizio come promettente sceneggiatore e romanziere divenne un eccellente regista: ricordiamo "L'ultima minaccia" (1952), "Il seme della violenza" (1955), "Pranzo di nozze" (1956), "La gatta sul tetto che scotta" (1958), "A sangue freddo" (1967) eccetera.
Dal canto suo Edward Dmytryk (1908-1999) fu un notevole regista di film neri e/o avventurosi. Colpito dal maccartismo, finì in prigione ma poi denunciò i compagni di partito. Almeno sino agli anni' 70 ebbe un'ottima carriera. Fra i tanti titoli ricordo "L'ammutinamento del Caine" (1954), "I giovani leoni" (1958), "Ultima notte a Warlock" (1959), "Mirage" (1965), "Alvarez Kelly" (1966) eccetera.
Il Dvd - prodotto dalla RKO Radio Pictures nel 1947 - è apparso nel 2011 a cura della Sony Pictures Home Entertaiment. In internet, nel sito "Mediaworld.it", l'ho trovato a euro 8,99 (più spese di spedizione e contrassegno). Dai controlli effettuati sembrerebbe un'accettabile prezzo medio.

N.B. Per problemi tecnici, i contributi video del film, sono stati lasciati in lingua originale.




5 aprile 2012

MIA RUBRICA SU "FILM TV" (E COMUNICATO DELLA RIVISTA STESSA)

Ecco alcune informazioni sui miei rapporti con la rivista “FilmTv”. E poi una piccola anteprima circa la prossima ”recensione” in voce (le prime tre, riguardanti “Chiamate Nord 777”, “Pietà per i giusti” e “I migliori anni della nostra vita”, mi pare siano state accolte molto bene). Entro lunedì 9 aprile spero, infatti, che Lorenzo Doretti possa installare la quarta puntata. Non vi dico, per prudenza, il titolo del film ma vi anticipo trattarsi di un’opera che risale al periodo forse più fertile di un regista controverso, e cioè Edward Dmytryk.

Ormai da sei mesi, grazie alla cortesia del suo direttore Aldo Fittante, ho una piccola rubrica mensile sul noto settimanale “FilmTv”, che esce in edicola al martedì e che contiene una vasta antologia di articoli e di recensioni cinematografiche, oltre che un’ amplissimo riepilogo dei programmi televisivi sulle varie reti.
La rubrica (anche il titolo, “Salvate la tigre”, è del direttore e si rifà ad un noto film del 1973 diretto da John G. Avildsen per cui Jack Lemmon prese un Oscar) si propone di recuperare i “salvataggi” cinematografici da me operati quando ero alla Rai, sia nella azienda unificata, precedente alla riforma delle reti, e poi sia a Rai Uno che a Rai Due. 
La rubrica appare, in linea di massima, tutti i primi martedì del mese e nelle sei puntate sino ad ora pubblicate ho evocato i seguenti argomenti:
1) Il recupero di uno dei più famosi film con i Fratelli Marx, (“Duck Soap” di Leo McCarey del 1933) sino a quel momento inedito in Italia e che io importai, feci doppiare e poi trasmisi in televisione, inventando anche il titolo “La guerra lampo dei fratelli Marx”. L’operazione era ispirata dal desiderio di costruire un ciclo sui Marx Brothers, che, credo per motivi contrattuali, non riuscii a portare a termine.
2) La “Restitution in integrum” di un bel film, purtroppo sottovalutato, di Roberto Rossellini, “Era notte a Roma” del 1960. Riportai alla luce, e feci opportunamente sottotitolare, i dialoghi in inglese e in russo (gli attori erano Leo Genn, Peter Baldwin e Sergej Bondarĉuk) assurdamente doppiati entrambi in italiano nell’edizione che circolò, poco, nei nostri cinematografi. E rimisi di peso un episodio, il più bello, ambientato in un palazzo di principi romani (il principe era Paolo Stoppa) presumibilmente tagliato per motivi di lunghezza.
3) “Il giorno e l’ora” (1963) di Renè Clement in cui, nel corso degli anni’70, recuperai alcuni dialoghi originali in inglese, assolutamente essenziali per comprendere lo svolgimento della trama.
4) Il doppiaggio di “Ribalta di gloria” (Yanke Doodle Dandy, 1942) di Michael Curtiz fornito alla Rai era manchevole di diversi brani, come accade spesso. In casi del genere in azienda si tendeva a tagliare i brani non doppiati. Io, non avendo l’autorizzazione a sottotitolare, registrai un mio commento che via via chiariva il senso dei dialoghi in inglese opportunamente conservati. Evidentemente essi sono ancora presenti nelle copie d’epoca.
5) Negli anni’80 (ero già a Rai Due) recuperai un film francese di Claude Berri, “Tchao Pantin!”, inedito in Italia, l’unico film drammatico di Coluche, famoso in Francia come bizzarro attor comico. Lo feci comprare, doppiare e trasmettere. Non credo che abbia avuto molto successo ma, a giustificare la fondatezza della mia operazione, venne rimeritato in Francia da ben 5 premi César su 12 candidature!
6) A Rai Due, avendo competenza sia sui film che sul materiale televisivo (Tv Film, Telefilm, Sceneggiati, eccetera) in occasione di un ciclo su Katharine Hepburn mi accorsi che un notevole film televisivo del 1975, (Love Among the Ruins) prima opera di George Cukor per il piccolo schermo, trovandosi in elenchi televisivi non era mai stato scoperto dai cinefili! Si pensi che a fianco della Hepburn recitava Laurence Olivier … Lo feci comprare e doppiare e lo trasmisi con successo.

Spero di avere ancora qualche ricordo (molte delle infinite cose che feci alla Rai con l’andar del tempo le ho dimenticate) al fine di alimentare la rubrica per qualche altro mese.

Approfitto dell’occasione per ricordare che da Martedì 3 aprile è in edicola il numero 1002 di “FilmTv”, che contiene moltissimo materiale interessante. Mi limiterò qui ad accennare a qualche argomento in esso evocato. Ad esempio: copertine e articoli d’apertura su Julia Roberts in “Biancaneve”; ampio servizio su Carlo Lizzani in occasione dei suoi 90 anni; accenno al recente “Piccole bugie tra amici” approdato nei cinema italiani dopo il successo di altri due film francesi, “Quasi amici” e “The Artist”. Inoltre menzione di un cofanetto sui 17 Dvd dedicati a Jean-Luc Godard, oltre a molto altro materiale specifico di largo interesse cinematografico. Infine la rivista riporta i programmi di 50 reti televisive con le relative schede dei film trasmessi dai vari canali, servizio credo molto apprezzato dagli appassionati.

30 marzo 2012

A DOMANDA RISPONDE (RIASSUNTO DELLE RISPOSTE DA DARE AI LETTORI)

Il numero degli interventi “postati” dai lettori del blog sta lentamente aumentando. Ho pertanto deciso di sanare in un’ unica puntata i commenti e i quesiti che mi sono pervenuti. Risponderò adesso, facendo via via riferimento ai singoli capitoletti a cui le missive si riferiscono.
D’ora in avanti, sempre che vi sia materiale e se ne avverta la necessita, concentrerò le risposte al venerdì in modo da creare una sorta di rubrichetta a cui dare una certa continuità.

La mia comunicazione “A domanda risponde” (e comunica) in data 28 marzo ha provocato sette post, di cui due però scompaiono perché misteriosamente eliminati dall’autore. Andando nell’ordine 1) Mi compiaccio che al Principe Myskin siano piaciuti i primi due film da me selezionati e spero che possa avere recuperato anche il terzo, che era “I migliori anni della nostra vita”.
2) Ringrazio Unknown per le gentili parole nei miei confronti e sono contento che abbia “ritrovato” le mie tracce (per) "un colpo improvviso di fortuna". 3) Mi fa piacere che Rear Window ricordi “Dolly” una rubrica che feci per almeno due anni insieme al mio scomparso amico Sandro Spina e che venne immotivatamente soppressa da Emmanuele Milano quando fu nominato direttore di Rai Uno. Fra le rubriche di cinema allestite nel corso degli anni alla Rai, sicuramente è quella che è costata meno perché sia io che Spina eravamo “interni” e perciò già stipendiati. E, naturalmente, il personale di lavorazione era quello degli studi Rai, anch’esso ovviamente già a libro paga. In tutto e per tutto il personale “esterno”, si limitava ad una collaboratrice a tempo determinato…Se penso al nugolo di persone che lavoravano in certe rubriche il raffronto è schiacciante. E “Dolly” in fondo, nonostante il basso costo industriale, aveva diversi milioni di spettatori…4) Mi fa piacere che Rosellina Mariani, con il suo solito affettuoso entusiasmo abbia deciso di comprare i DVD di “Chiamate Nord 777” e di “Pietà per i giusti” (se continuiamo di questo passo diventerò un benemerito dell’industria dell’Home Video!). Credo che alla Rai non sia impossibile trovare il nastro della trasmissione di “Hollywood Party”. In ogni caso è sufficiente telefonare in redazione in via Asiago e farlo chiedere a Steve a mio nome. 5) Saluto una “new entry” (uso quest’ espressione perché ha un Blog, jacopopaoloni.blogspot.com) redatto in inglese. Si tratta di Jay Paoloni che mi informa di essere un attore professionista che lavora a New York sia in teatro che in cinema. Sono io che ringrazio lui per la gentilezza che ha avuto nello scrivermi (ha ascoltato in differita la stessa intervista ad “Hollywood Party” a cui fa riferimento Rosellina) e mi fa piacere che i miei apporti l’abbiano stimolato ad “avvicinarsi ad orizzonti cinematografici un po’ diversi”. Vivendo in America farà sicuramente meno fatica di me a procurarsi i DVD dei film hollywoodiani del periodo post bellico.
La mia comunicazione “Sempre sull’elenco dei registi” (29/03/2012) ha provocato due interventi. 1) Rear Window, a proposito di Woody Allen attore, cita giustamente “Il Prestanome” (The Front, 1976) di Martin Ritt, autore di molti solidi film e ormai ingiustamente dimenticato. Una volta tanto non da me! Che l’ho inserito nell’elenco dei registi mettendo la frase “praticamente tutto!”. 2) Carlo Bernasconi (farò inserire, senz’altro, il suo nome nell’”elenco privilegiato”) si dispiace per non aver trovato nell’elenco il nome di Giorgio Diritti e di Wong-Kar way. Diritti mi pare un autore molto interessante ma ancora “recente”. Tre film mi sembravano un po’ pochi per inserirlo in un elenco impegnativo. Tuttavia l’esclusione può apparire ingiusta. Cercherò in qualche modo di ovviare. Non posso dire lo stesso per Wong-Kar way, che praticamente conosco poco e sul quale mi riserbo di fare delle ricerche.
Invece “L’ulteriore aggiunta nell’elenco dei registi” del 29/03/2012 ha provocato due interventi. 1) Gli elogi di Rosellina Mariani sono continui e graditissimi. 2) Carlo Bernasconi mi propone di inserire nell’elenco Edgar Reitz, Ozu, Mizoguchi, Takeshi Kitano e di aggiungere alla voce Bresson “Au hasard Balthazar” e “Mouchette”. In qualche caso penso che abbia ragione e provvederò. In altri ho bisogno di riflettere (Bresson, salvo che nei primi film, mi ha sempre fatto un po’ paura). In quanto a Reitz credo di avere una sorta di diritto di primogenitura. Mi ricordo che dopo la prima proiezione veneziana di Heimat mi era venuto l’idea di comprarlo per la Rai. Ho ancora nella memoria un lungo colloquio con il regista, allora praticamente sconosciuto, nel gradevole scenario del giardino dell' albergo “Quattro Fontane”. Non ottenni nessun risultato. Bernasconi me lo ha fatto venire in mente e ci ripenserò.
Approfitto dell’occasione per comunicare a Rosellina che un giorno o l’altro le fornirò una risposta a proposito della mia “grande cultura”. Per ora grazie.

29 marzo 2012

ULTERIORE AGGIUNTA NELL'ELENCO REGISTI

Rispetto a quanto comunicato con la nota precedente, sempre in data odierna, faccio presente che ho "sciolto la riserva", come dicono i politici, a proposito di Michelangelo Antonioni e Terrence Malick. Inoltre ho aggiunto qualche cosa all'elenco dei film di Emmer ed ho messo una nota, assolutamente essenziale e doverosa, a proposito dei geniali fratelli Marx.

SEMPRE SULL'ELENCO DEI REGISTI

Ho comunicato per e-mail agli iscritti nell' "elenco privilegiato" un'ultima notizia a proposito dei registi il cui nome era assente nel famoso elenco. Mi pare giusto riportarne qui il testo perchè tutti possano leggerlo. Ricordo che l'"elenco privilegiato" è semplicemente una lista di persone che hanno inviato il loro indirizzo e-mail e che pertanto io posso informare con una circolare ogni qual volta pubblico nel Blog materiale nuovo. Pertanto resto in attesa di ulteriori, eventuali, candidature. Ecco il testo del' e-mail:

Cari amici,
vi faccio presente che con Doretti abbiamo posto nel Blog la terza puntata delle “recensioni” di film americani del passato. Si tratta questa volta di “I migliori anni della nostra vita” (1946) di William Wyler. Sul quale c’erano tante di quelle cose da dire che temo di essermi dimenticato di citare il direttore della fotografia, che è lo stesso Gregg Toland reso famoso da “Quarto potere” (Citizen Kane) di Orson Welles.
Approfitto dell’occasione per farvi sapere che ho provveduto a sistemare tutti i tasselli dell’elenco registi trovati manchevoli dai lettori, e cioè quelli riguardanti Andrej Tarkovskij, i fratelli Taviani, Sam Peckinpah, Woody Allen, Buster Keaton, Charlie Chaplin. Sono rimasti per ora in sospeso Michelangelo Antonioni, Terrence Malick e Edgar G. Ulmer.
Resto in attesa di eventuali, ulteriori osservazioni.
Saluti a tutti.

28 marzo 2012

A DOMANDA RISPONDE (E COMUNICA)

Due ringraziamenti rivolti a chi ha visto e ascoltato le due prime “recensioni” dei film americani che “conviene aver visto …” ed una lusinghiera precisazione su una mia presenza (in voce) ad “Hollywood Party”.

Rear Window ha visto tutti e tre i film “recensiti”. Non capisco bene se li conosceva già o se, a causa dei miei interventi, ha comprato i DVD che li propongono. La prima ipotesi mi sembra più verosimile. La seconda mi renderebbe un benemerito dell’ industria dei DVD …. Parlando seriamente lo ringrazio per quel che dice del mio “lavoro meritorio” alla Rai.
Mi fa piacere che l’Anonimo delle 4 e 34 del pomeriggio trovi “splendido” il film di Hathaway “Chiamate Nord 777”, in preda ad un entusiasmo che forse supera il mio ma che comunque mi dà molto coraggio nel proseguire il mio lavoro di commento e di divulgazione, allineando "perle cinefile"…
Approfitto dell’ occasione per fornire ai lettori del Blog un’informazione che mi auguro possa interessarli. Lunedì scorso Steve Della Casa, conduttore per due settimane di “Hollywood Party” ha avuto l’affettuosa gentilezza di intervistarmi in trasmissione (poco dopo le 17,30) a proposito delle due iniziative di cinema che ho recentemente inserito nel Blog: l’elenco dei registi e, appunto, le “schedine” sui film americani del passato. Mi ha detto Lorenzo Doretti, il quale ha effettuato un controllo in internet con mezzi che non conosco ma che sono usuali e leciti, che  su “Clandestino in galleria” ci sono stati più di 500 contatti! Il che è una riprova della larga udienza della rubrica radiofonica ed anche della altrettanto larga diffusione del “mondo” dei computer …. Mi auguro che tutto questo sia servito ad aumentare il numero dei “fruitori” (si dice così) del mio Blog. Indubbiamente serve a darmi coraggio e a proseguire in una fatica (spesso) quotidiana che non capisco mai da quanta gente sia gradita. Mi auguro che sia una folla!

L'INVOLONTARIO "ESERCITO DI FRANCESCHIELLO"

Anche il 50° caduto in Afghanistan, il Sergente Silvestri, era meridionale. Non vorrei sbagliarmi ma credo che lo sia la larga maggioranza, se non la totalità, dei caduti in quella che ci venne presentata come una ovvia operazione di pace ed è, in realtà, un'esplicita missione di guerra. Ciò che volevo rilevare qui, è proprio il carattere "regionale" assunto dalle nostre Forze Armate dopo l'abolizione del servizio di leva. Vale a dire che, proprio in un momento in cui si infittiscono in internet i blog dei "neo-borbonici"- sostanzialmente contrari ad una unità d'italia ottenuta grazie alle cosidette "rapine" ed ai cosidetti "crimini" ad opera del Nord - il Sud alimenta decisamente le forze amrmate "italiane". C'è qualcosa di clamoroso fra l'adesione massiccia dei meridionali ad un'esercito "unitario" e la denuncia di continuo rivendicata dagli indipendentisti.
E' curioso dover rilevare che in un esercito, rigidamente modellato nella terminologia e nelle tradizioni dei singoli reparti, su quello piemontese e poi su quello regio (mostrine, motti, nomi dei reggimenti, evocazione delle tradizioni, eccetera) sono proprio quelli che vennero chiamati ingiustamente "i soldati di franceschiello" a tenere in piedi la baracca. Purtroppo niente è stato conservato dei nomi e delle tradizioni dell'esercito del Regno delle Due Sicilie, nemmeno di quei reparti che si batterono coraggiosamente dalla Sicilia (si veda il caso del colonnello Beneventano Del Bosco) sino all'assedio di Gaeta.
E' un argomento che mi incuriosisce e sul quale vorrei tornare.

26 marzo 2012

3 - Alcuni film americani che conviene avere visto - I migliori anni della nostra vita

MOVIOLA MOLTO PERSONALE, CON FILM DEL PASSATO PROSSIMO
Seconda puntata ancora dedicata al regista alsaziano-americano (poi, per un po’ , basta !). Ma si tratta di un’opera che nel 1946 fu molto importante e ricevette ben 7 Oscar.
Concepita e diretta nell’immediato dopoguerra cercò di recuperare, a volte riuscendoci, il senso di smarrimento di tanti militari smobilitati di fronte alle lusinghe ed alle difficoltà di un ritorno alla vita “civile”. Vi campeggiano alcuni attori già famosi nel passato come Myrna Loy e Fredric March, una scintillante promessa, come Teresa Wright, già consacrata da Hitchcock , ed un autentico mutilato che si esibisce coraggiosamente.

23 marzo 2012

L’OVVIO MISTERO DI TOLOSA

Anche di fronte alle scadenze più tragiche delle uccisioni e della morte continuano a sopravvivere antiche e (forse) invincibili lotte di competenza fra diverse forze di polizia. Accade in Francia ma anche in Italia, negli Stati Uniti e, forse, in tutti i paesi più avanzati.

Tutti i giornali di oggi sono ovviamente ricchi di commenti sulla clamorosa, in parte fallita e in parte riuscita, azione della polizia francese che ha ucciso nel suo appartamento il terrorista Mohamed Merah, autore delle terribili uccisioni dei bambini israeliani nella scuola ebraica di Tolosa e dell’ assassinio di due genieri paracadutisti di religione islamica. Sui giornali e naturalmente nelle valutazione dei politici francesi tutti si pongono la stessa domanda. Come è possibile che un reparto di specialisti della polizia non sia riuscito a catturare vivo, manovrando opportunamente gas soporiferi, un uomo solo che, seppure armatissimo, era asserragliato nel suo appartamentino di 40 mq?
Le polemiche sono ovviamente in corso, visto che lo stesso Sarkozy (che è stato un combattivo e pubblicizzato Ministro degli interni) si era raccomandato affinché Mohamed Merah venisse catturato vivo, così da poterlo interrogare ed individuare le complicità di cui sicuramente si avvantaggiava. Le stesse polemiche sono di un tipo che gli italiani possono capire molto bene. Riguardano il naturale conflitto di competenze che si è instaurato automaticamente in Francia, visto che l’azione contro il terrorista è stata affidata agli specialisti “Swat” della polizia, e cioè ad un reparto chiamato “Raid”, così da far combaciare le iniziali di “Recherche Assistance Intervention Dissuasion” con una parola, inglese all’ origine ma ormai universalmente adottata, che significa appunto “incursione, assalto, retata” eccetera.  Al Raid si contrappone automaticamente l’ equivalente reparto della Gendarmeria, il “Gign” (Groupe d’intervention de la Gendarmerie nationale). Poiché fra la Polizia e la Gendarmeria – attualmente comandata da un Generale, per la prima volta nel dopoguerra visto che l'incarico spettava sempre a ex-prefetti o a ex-magistrati - esiste tradizionalmente in Francia lo stesso spirito concorrenziale che c’è da noi fra Polizia e Carabinieri (i quali, peraltro, discendono appunto dalla Gendarmerie) si capisce che ogni volta che un intervento a carattere estremo viene affidato a uno dei due reparti fra il Raid e il Gign, nasce immediatamente la polemica. Perché l’uno? Perché l’altro? E via dicendo. Poiché in genere interventi di questo tipo sono decisi dal Ministero degli Interni, è abbastanza naturale il ricorso al Raid, che dal Ministero dipende, piuttosto che l’ utilizzo del Gign, il quale strutturalmente fa capo al Ministero della Difesa, anche se il suo impiego operativo deve essere condotto in stretto accordo con quello degli interni (esattamente come accade in Italia).
Ritengo utile ricostruire qui qual è la struttura della forza pubblica francese che si occupa di coordinare la lotta al terrorismo. E’ stata creata l’8 ottobre 1984 e si chiama UCLAT (Unité de Coordination de la Lutte Anti Terroriste). Collegata al Gabinetto del Direttore generale della Polizia Nazionale è incaricata di procedere quotidianamente all’ analisi e alla sintesi delle informazioni riguardanti il terrorismo a stretto contatto con 4 organismi fondamentali:
1)  La “Direction Centrale du Renseignement Intérieur”, che riunisce tutti i sistemi nazionali di sorveglianza sul territorio affidati alla polizia. Esiste dal 1 luglio 2008 ed è frutto della fusione di due famosi organismi della polizia francese: la “Direction de la Surveillance du Territorie” (DST) a cui era tradizionalmente affidato il servizio di controspionaggio, e la “Direction Centrale des Renseignements Généraux” (RG) che costituiva un servizio molto particolare. Era infatti incaricato di tener d’occhio gli umori prevalenti nel paese e di fornire informazioni di base sugli orientamenti della pubblica opinione. Un compito importante e per lunghi anni decisivo che però è stato completamente sconvolto dal ricorso sistematico alle inchieste demoscopiche di sondaggio e dall’ imporsi della civiltà del Web.
2)  La “Direction Gènèrale de la Sècuritè Exterièure” (DGSE), e cioè il servizio nazionale di spionaggio, che un tempo si chiamava “Sdece” (pronuncia: Sdec) e che, come in fondo accadeva da noi, ha complicati rapporti sia con i militari sia con i civili.
3)  Il “Bureau de la Lutte anti terroriste” esistente  in seno al Comando generale della Gendarmerie Nationale. La sua sigla è BLAT e dipende dalla cosiddetta SDPJ (Sous – Direction de la Police Judiciaire) che è appunto uno degli uffici in cui è articolata la DGGN ovvero la Direzione Generale della Gendarmeria Nazionale. Come si è detto quest’ultima ha una struttura ed un insieme di tradizioni che la rapportano strettamente ai Carabinieri (con i quali, d’altronde, condivide l’ appartenenza ad un organismo internazionale che riunisce i più importanti corpi di polizia del mondo a carattere militare). L’ultimo censimento interno contava 103,866 dipendenti.
4)  “Direction générale des douanes et droits indirects”  (DGDDI) e cioè la Direzione Generale delle Dogane che ha molti compiti, alcuni dei quali sembrano molto simili a quelli della nostra Guardia di Finanza che sono espletati da reparti, anche navali, in uniforme.
In sostanza, come si vede da questi dati che ho cercato di ridurre al minimo, è un’organizzazione burocratica piuttosto complessa, dove però il peso “civile” del Ministero degli Interni è largamente superiore a quello “militare” della Gendarmerie Nationale. Quindi il ricorso al RAID (che per la verità è comandato adesso da un grande nome militare, Amaury de Hauteclocque, pronipote del Maresciallo gollista che 1944 liberò Parigi alla testa della seconda Divisione Corazzata, la famosa 2eme D.B.) è abbastanza nella logica delle cose. Anche se credo che il GIGN possa vantare un “palmarés” migliore di quello dei colleghi della polizia. Naturalmente la potenziale  lotta fra i due grandi organismi non deve stupire nessuno. Dell’affinità con cui il problema si ripete in Italia si è già detto. Ma basta dare un’occhiata negli Stati Uniti per rendersi conto che i conflitti di competenza fra le varie polizie sono ancora più e articolati che in Europa, vista la naturale competizione fra le polizie dei vari Stati, che danno appunto vita agli Stati Uniti, e quelle a carattere federale, come lo FBI e la DEA.
Non credo che questi complessi problemi avranno mai una risoluzione.

20 marzo 2012

IL REGISTA E ROMANZIERE PIERRE SCHOENDOERFFER E’ MORTO A PARIGI MERCOLEDI’ 14 MARZO 2012.


Egli aveva 83 anni ed alle spalle un intenso periodo da fotografo di guerra, da prigioniero, da romanziere e, ancor più, da regista. Non diresse molti film ma alcuni erano bellissimi. In genere testimonianze e ricordi del conflitto indo – cinese su cui ci ha lasciato una memorabile “ricostruzione” con “317° Battaglione d’assalto” (317eme section, 1964) ed una commossa, indiretta rievocazione con “L’uomo del fiume” (Le crabe tambour, 1977), tratto da un suo romanzo di due anni prima. E’ un regista che ho molto amato, che in Francia è stato trattato con molto ossequio ma anche con una sorta di rispettosa indifferenza ed in Italia è stato praticamente ignorato. Alcuni anni fa, grazie a Gian Luca Farinelli e Tatti Sanguineti riuscì a fargli rendere un omaggio alla Cineteca di Bologna. E’ un personaggio di grande interesse e prossimamente tornerò ad occuparmene, scrivendo qui un suo ritratto e, perché no, una sua apologia ….

A DOMANDA RISPONDE

Citazioni e ringraziamenti riguardanti e-mail causati dalla “recensione in video” di “Pietà per i giusti” di William Wyler.

Ringrazio di cuore Rear Window che si compiace della mia scheda su Pietà per i giusti “seconda perla del vecchio e glorioso Cinema Americano. Un film imperdibile…”.
Grazie anche a PuroNanoVergine il quale ipotizza che Rai Movie possa mettere in onda film con una scheda del “grande Claudio G.Fava”. E’ un ipotesi interessante ma poco probabile. Non so chi diriga Rai Movie e ignoro con quali criteri e, anche, con quali mezzi operi. PuroNanoVergine mi manda anche un sito di YouTube dove trovare una conferenza di Michel Ciment su Stanley Kubrick. E’ uno dei registi su cui Ciment ha scritto un bellissimo libro ed un personaggio di cui parla molto volentieri. Sono stato insieme con Michel, per due sessioni, in qualità di membro di un comitato di consulenza del Direttore della Mostra di Venezia (che era allora Guglielmo Biraghi). Non facevamo quasi nulla perché Guglielmo faceva tutto da solo, e in genere bene. Ma, incontrandoci regolarmente a Venezia, avevamo finito con lo stabilire reciproci rapporti di cameratismo (fra gli altri c’erano anche Giorgio Tinazzi e Fernaldo Di Giammatteo, che poi se ne andò). Su Kubrick Ciment mi raccontò cose curiosissime. Per esempio che, schiavo di una forma feroce di agorafobia, il regista cercava di star sempre rintanato nella sua villa collocata nella campagna inglese, all’ interno della quale era riuscito a farsi costruire un percorso privilegiato che gli permetteva di non incontrare nessuno. In compenso era spesso rinchiuso nelle sue stanze di lavoro, dotate degli impianti televisivi e radiofonici più moderni al mondo. Una volta si stupì molto perché Ciment a Parigi aveva sempre lo stesso numero di telefono (abbastanza naturalmente visto che credo fosse quello di casa). “Io” - gli disse - “lo cambio ogni tre mesi”, probabilmente senza rendersi conto che le telefonate che incalzavano un regista famosissimo e quelle che pervenivano ad un critico cinematografico professore universitario, erano ben diverse tra loro per quantità ed insistenza ….
Grazie anche a Rosellina Mariani sempre affettuosa, entusiasta e molto pertinente nelle sue osservazioni.
Arrivederci alle prossime “recensioni”…

17 marzo 2012

2 - Alcuni film americani che conviene avere visto - Pietà per i giusti

SECONDA PUNTATA DELLA NUOVA RUBRICA DI RECENSIONI DI FILM DEL PASSATO PROSSIMO
Questa volta è di scena un’opera di un grande regista americano (di origine svizzero – alsaziana) ingiustamente dimenticato ai nostri giorni, e autore, fra l’altro, di “Strada sbarrata”,”La voce nella tempesta”, “I migliori anni della nostra vita”, “Vacanze romane”, eccetera. Il film e’ ambientato in un commissariato (per l’ esattezza il 21° Precinct) di una grande città americana e resta un classico nella descrizione del lavoro collettivo dei poliziotti. Il Dvd, ovviamente a cura della Casa produttrice Paramount, tramite Fnac mi è costato 9,99 euro. Contiene due brani del dialogo originale qui diligentemente sottotitolati e evidentemente non doppiati all’epoca. Probabilmente per via di quella censura che continuò ad operare tacitamente anche dopo la fine della guerra e che apportò variazioni famose nei dialoghi di film altrettanto famosi. Ad esempio il  personaggio di Sydney Greenstreet in “Casablanca” si chiama “Ferrari” ed è stato mutato in “Ferrack” per eliminare l’assonanza italiana. Egualmente in “L’ultima minaccia” di Richard Brooks il gangster Rienzi (Martin Gabel) è mutato in Rodzic, costringendo l’adattatore ad ulteriori giochi di parole. Varrà anche la pena di far rilevare che tutto il cinema americano dell’ epoca si svolgeva in una società rigidamente bianca, dove i neri non apparivano mai e se per caso questo accadeva erano collocati in una posizione rigidamente periferica. “Chiamata Nord 777” vedeva in scena solo bianchi; quasi altrettanto può dirsi per “Pietà per i Giusti” dove l’unico nero è un poliziotto in una posizione marginale e subordinata.

16 marzo 2012

A DOMANDA RISPONDE: ANCORA UNA VOLTA SUL TERRIBILE ELENCO DEI REGISTI.


Giustamente continuo a ricevere missive a proposito dell’ elenco dei registi e, naturalmente a proposito di alcune esclusioni per le quali, in parte, chiedo ammenda. Provvedo quindi qui di seguito a fornire le risposte, sincere anche se qualche volta imbarazzanti, ai singoli corrispondenti, facendo pertanto menzione dei loro singoli quesiti.

1) Il Principe Myskin rileva la mancanza di alcuni nomi: Andrei Tarkovskij, i Fratelli Taviani, Sam Peckinpah, Michelangelo Antonioni,  Jacques Tati e John Ford. Negli ultimi due casi ho la coscienza a posto. Sia Tati che Ford sono presenti (il primo l’ho molto amato, il secondo addirittura l’ ho venerato) perfino con l’indicazione “Tutto!” e in più la citazione di singoli titoli. Negli altri casi sono invece evidentemente, anche se diversamente, colpevole. Per quel che riguarda Tarkovskij ero a Venezia nel 1962 quando “L’ infanzia di Ivan” vinse inaspettatamente. Da allora ho sempre seguito il regista (una volta, e non sapevo che fosse in Italia, lo trovai, inaspettatamente, che telefonava seduto nella segreteria del Direttore di Rai Due, Pio De Berti Gambini che aveva contribuito in modo decisivo a farlo uscire dall’ URSS). Non ho mai visto “Il rullo compressore e il violino” ma credo che due o tre titoli sia doveroso inserirli. Il caso dei Fratelli Taviani è diverso. Con il massimo rispetto per entrambi non volevo mettere l’Opera Omnia e mi riservai di analizzare meglio i titoli. Mi sono talmente riservato che evidentemente alla fine me ne sono dimenticato. Qualcosa del genere deve essere successo sia con Sam Peckinpah (una volta partecipai ad un interessante convegno a Padova e scopersi che i suoi superstiti attori pronunciavano il suo nome “Peckinpò”) sia con Michelangelo Antonioni (si badi, io considero il suo primo lungometraggio, “Cronaca di un amore” del 1950 uno dei più bei film italiani del dopoguerra. Anche qui ero perplesso su qualche singolo titolo e alla fine il problema, evidentemente, venne archiviato.
2) Vengo ora ad un altro corrispondente. Rear Window (è il titolo originale de “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock!) ha giustamente rilevato l’omissione di Woody Allen. Anche qui si deve essere verificato un problema simile a quello di Buster Keaton, di cui farò cenno successivamente. E cioè il desiderio di chiarire in quali film è regista e attore oppure solo uno dei due ed alla fine mi devo essere distratto.
3) Veniamo adesso ad S.G. . Per quel che riguarda Buster Keaton (“Il genio assoluto” egli annota) il problema credo sia sempre lo stesso. E cioè lo scrupolo di distinguere fra regie e interpretazioni o solo interpretazioni. Caso Charlie Chaplin: anche qui, vista la grandezza del nome, la riserva mentale di analizzare meglio tutta la filmografia e particolarmente quella del periodo muto deve aver provocato il solito accantonamento temporaneo. Infine per quel che riguarda Terrence Malick e Edgar G. Ulmer mi ero riproposto di condurre accertamenti più approfonditi (anche se la filmografia del primo è molto ridotta). E poi, data la stupida fretta con cui ho posto nel Blog le due versioni dell’ elenco dei registi, evidentemente ho finito col dimenticarmene.


Nei prossimi giorni provvederò via via a correggere l’ elenco e ad colmare le lacune. Mi auguro vivamente che sia l’ ultima volta che devo deplorare le mie caselle vuote. Forse la sciocchezza di fondo è stata proprio l’ ideazione dell’ elenco dei registi, che in fondo è più un atto di superbia che un atto d’ amore. Conto su di voi per un giudizio sereno.

15 marzo 2012

CELEBRAZIONE DEI VENT'ANNI DI FILM TV

Aldo Fittante, direttore di Film Tv, mi ha inviato questo comunicato che annuncia i festeggiamenti per il traguardo dei 1000 numeri raggiunti dalla rivista. Mi pare giusto pubblicarlo integralmente qui di seguito.

Il 20 marzo 2012 l’appuntamento in edicola con Film Tv sarà imperdibile: la storica rivista di cinema, televisione, musica e spettacolo raggiunge il numero 1000, e si prepara a festeggiare il “compleanno” con un’edizione speciale.
Il primo numero del settimanale Film Tv uscì il 26 gennaio 1993: da quasi vent’anni la rivista racconta il cinema, la televisione, i vecchi e nuovi media, la musica, il teatro ai lettori italiani. Da quasi vent’anni indaga i protagonisti dello showbusiness e chi lavora dietro i riflettori, setaccia i Festival italiani e internazionali in cerca di notizie e anteprime, recensisce ogni pellicola uscita in sala (riservando la stessa attenzione ai blockbuster e ai film distribuiti in poche copie), intervista personalità dentro e fuori il Belpaese, illumina le novità televisive, musicali, teatrali. Esplora la Storia del Cinema con le sue Lost Highway, regala Locandine memorabili ogni settimana, ospita sulle proprie pagine le più prestigiose firme della critica italiana, da enrico ghezzi a Claudio G. Fava, da Callisto Cosulich a Maurizio Porro. Tutto questo oltre a fornire un insostituibile servizio ai telespettatori, pubblicando ogni settimana i palinsesti delle Tv in chiaro e a pagamento, della radio e della filodiffusione, corredati da dettagliate schede critiche dei film in onda.
Per festeggiare il numero 1000, il Direttore Aldo Fittante e la Redazione di Film Tv hanno preparato un numero unico, con un lungo e approfondito Speciale sui cambiamenti, le rivoluzioni, le innovazioni, le tendenze dell’immaginario cinematografico degli ultimi vent’anni, accompagnato da un’intervista a Elena Quarestani, la prima Direttrice Editoriale di Film Tv. Un focus sui 10 registi imprescindibili, sullo stato del cinema internazionale e italiano, sulle trasformazioni tecnologiche e l’emergere di una nuova serialità televisiva, sulle correnti e gli autori che hanno attraversato i 1000 numeri di Film Tv dal 1993 ad oggi. Non solo: la Redazione scommette sul futuro e prova ad anticipare gli autori e le direzioni che il cinema prenderà nei prossimi anni, oltre ai volti di giovani attrici e attori che diventeranno celebri in un vicino futuro. Suggella lo Speciale una poesia scritta per l’occasione da enrico ghezzi, che anticipa la sua nuova rubrica I cannoni della memoria.
Pur celebrando il numero 1000, Film Tv non dimentica l’attualità. La Lost Highway di questo numero è dedicata al grande cantautore e poeta Lucio Dalla, scomparso improvvisamente e troppo presto lo scorso 1° marzo, che durante tutta la sua vita ha amato, conosciuto ed esplorato il cinema. Sempre sul numero 1000 interviste a Violante Placido, ormai stella internazionale in Ghost Rider. Spirito di vendetta 3D, a Rocco Papaleo, reduce dal successo di Sanremo e protagonista in sala con È nata una star? e alle registe del caso francese 17 ragazze, premiato al Festival di Torino. Naturalmente non mancherà l’appuntamento con le nostre rubriche: questa settimana iTalia di Roy Menarini, La mia cineteca di Callisto Cosulich, il detour di enrico ghezzi, il Videodrome di Alverman.
La Locandina in Regalo è storica e unica, proprio come Film Tv: il manifesto originale italiano di La vera gola profonda (Deep Throat), il primo film pornografico a raggiungere un successo mainstream, diventato negli anni un cult imprescindibile.
1000 grazie, dunque, dalla Redazione e dal Direttore Aldo Fittante a tutti coloro che hanno fatto la Storia della rivista, ai tantissimi collaboratori, grafici, giornalisti, recensori, stampatori, edicolanti, distributori. E soprattutto, 1000 grazie ai lettori, che invitiamo a festeggiare con noi, in edicola, questo numero 1000. E tutti quelli che verranno.

14 marzo 2012

NUOVI SUGGERIMENTI DI ADRIANO PINTALDI

Lo stesso Adriano Pintaldi che mi ha fatto notare l'incredibile omissione del nome di Pupi Avati dall'elenco dei registi mi ha poi inviato un'email che io riproduco qui integralmente. Ho preso naturalmente nota del nome dei registi e mi riservo di prendere una decisione dopo aver analizzato filmografia per filmografia. Ecco intanto l'email di Pintaldi.


CARO CLAUDIO,

MI HA FATTO ENORMEMENTE PIACERE SENTIRTI AL TELEFONO, SAREBBE STATO MEGLIO VEDERCI CON UN CAFFE', PERO' CONTENTIAMOCI! TI RICORDO PER IL TUO FAMOSO ELENCO DI REGISTI : PUPI AVATI , LINA WERTMULLER E SE VUOI ANCHE ROBERTO BENIGNI, LUCIO FULCI, DARIO ARGENTO, DANIELE LUCHETTI, GABRIELE MUCCINO, SERGIO CITTI, JANE CAMPION, ABEL FERRARA, GEORGE A. ROMERO. SE TROVO ALTRI NOMI COL TUO PERMESSO TE LI MANDO. UN GRANDE ABBRACCIO.

ADRIANO

13 marzo 2012

A DOMANDA (ANCORA UNA VOLTA A PROPOSITO DELL’ ELENCO DEI REGISTI) RISPONDE, CON EVIDENTE IMBARAZZO

Adriano Pintaldi, vecchio collega e amico con cui ho effettuato a suo tempo a Roma diverse trasmissioni televisive riguardanti il Festival della Fantascienza che lui organizza da molti anni, mi ha telefonato per farmi notare che nell’ elenco dei registi manca addirittura Pupi Avati! Mi dispiace moltissimo perché Pupi è un vecchio amico, col quale di recente ho addirittura registrato una telefonata, che poi è stata collocata nel Blog. Entro domani verranno ovviamente inseriti nell’ elenco il nome e i film di Pupi (che raccomando tutti in blocco, compresi i primi che spesso sono poco conosciuti e che servono soprattutto per approfondire il rapporto con il regista nel momento in cui si stava formando).
Devo quindi ancora registrare un incidente spiacevole, dovuto evidentemente alla fatica di percorrere con l’ occhio elenchi di registi in ordine alfabetico e titoli di film in ordine di data. Adesso mi sono ristampato l’intera lista e cercherò di controllarla bene, vedendo se troverò assenze clamorose. Ecco perché la collaborazione dei lettori è essenziale. Rivolgo pertanto a tutti una preghiera: se troveranno discutibili assenze li prego di comunicarmele via “post” o, se per molti è troppo complicato, scrivendo al mio e-mail che svelo in questa occasione:
claudio.g.fava@village.it.
Ringrazio tutti in anticipo.

A DOMANDA (SULL’ELENCO DEI REGISTI) RISPONDE

Diversi lettori mi hanno scritto garbatamente, sia a proposito dell’ormai lungamente evocato elenco dei registi sia a proposito di altri temi. Senza menzionarli uno per uno ringrazio tutti quelli che mi hanno fatto i complimenti (purtroppo molti firmano solo “Anonimo” e pertanto non posso distinguere l’uno dall’altro). Per osservazioni specifiche rispondo qui di seguito:

I) PuroNanoVegine giustamente mi fa osservare, che parlando di “Chiamate Nord 777” ho effettuato uno “spoiler” (dal verbo “to spoil”, che letteralmente significa rovinare ma che nel sostantivo ha acquistato il valore di “anticipazione indebita”) dicendo che l’accusato dell’omicidio del poliziotto era in realtà innocente. Per decenni ho recensito gialli  senza commettere errori e senza svelare elementi essenziali delle trame. Qui, non capisco come mai, ho commesso invece un piccolo ma importante errore. Non succederà più.
II) Andrea Colombo (finalmente nome e cognome!) mi suggerisce tre film da recensire. A parte il fatto che non so se esistono le versione in dvd (in genere si tratta di titoli che conosco bene ma dopo più di mezzo secolo è giusto che io possa dare un’occhiata! Senza contare il fatto che servono a Doretti per il montaggio). Si tratta di titoli interessanti ma per quel che riguarda “Il ladro” (The Wrong Man, 1956) avevo in mente, pur senza aver deciso niente, di dar vita in un futuro abbastanza lontano ad una piccola personale di Hitchcock. Anche per poter impudicamente, sempre nella speranza che esista un dvd, sfoggiare “La Signora scompare” (The Lady Wanishes, 1938) perché, a suo tempo, fui io alla Rai ad accorgermi che era uno dei film inglesi del regista mai importati in Italia. Lo comprai, lo feci doppiare (non avevo l’autorizzazione di creare versioni sottotitolate) e lo trasmisi, cosa di cui sono giustamente orgoglioso. I due altri titoli suggeriti da Colombo sono “Il colosso d’argilla” ( The Harder They Fall, 1956) di Mark Robson e “La parola ai giurati” (Twelve Angry Men, 1957) di Sidney Lumet. Il primo è interessante per diversi motivi: da un lato è l’ultimo film interpretato da Humphrey Bogart, dall’altro sembra in qualche modo intenzionato ad evocare il cammino professionale di Primo Carnera. Non mi pare (ma la cosa non è decisiva) che tratti di giustizia in senso stretto, ma se mai che evochi il coinvolgimento e poi il pentimento di un giornalista che collabora al lancio fasullo di un pugile grazie agli incontri truccati. Infine “La parola ai giurati”, oltre ad essere un film perfetto, soprattutto tenuto conto del fatto che è un film di esordio, è rimasto per me un oggetto, come si dice oggi, di culto perché lo scopersi al Festival di Cannes nel 1957, senza assolutamente sapere chi fosse il regista, completamente sconosciuto in Europa. Anche di Lumet avevo accarezzato il pensiero, sempre che esista la documentazione, di dar vita ad una personale. Comunque rifletterò su tutti e tre i titoli, e ringrazio per i suggerimenti.
III) Infine una doverosa risposta al Principe Myskin (il cui aneddoto sul polpo è incomprensibile ma affascinante). Si tratta di tre omissioni dall’elenco. Due sono assolutamente inescusabili. E cioè l’aver dimenticato i nomi di Ingmar Bergman e di Robert Altman. Non so come sia potuto succedere, pur tenendo conto del fatto che scorrere con gli occhi un elenco in ordine alfabetico porti inevitabilmente ad omissioni ed errori. Si tenga conto del fatto che io appartengo ad una generazione che scoperse Bergman se non dall’inizio, come molti cinefili appassionati di cinema svedese, almeno da “Sorrisi di una notte d’estate” (1955) che fu il suo primo e inaspettato successo in Italia. Da allora l’ho sempre seguito, e per tanti anni rispettosamente recensito, sempre con la sensazione di trovarmi di fronte ad un’intelligenza superiore anche se a volte enigmatica. La mia dimenticanza è per tanto incomprensibile, come in fondo lo è quella di Altman, un regista che ha segnato del suo talento quanto meno il periodo che va dagli anni ’60 agli inizi del 2000. Per lui e per Bergman ho provveduto a inserire nell’elenco una doverosa correzione. Infine la terza (potenziale) omissione che è quella di Stroheim. Il suo è un caso molto particolare. La sua attività di regista fu molto importante ma negli anni del muto, mentre con il sonoro si impose definitivamente come grande attore di carattere. Non so bene come comportarmi ma ci penserò seriamente.

10 marzo 2012

MIEI RILIEVI (MANIACALI) SULLA FALLITA OPERAZIONE BRITANNICA PER LIBERARE GLI OSTAGGI

Le notizie apparse sui giornali - e in particolare l'articolo di Massimo A. Alberizzi nel Corriere della Sera del 10/03/2012 -  circa la fallita operazione prevalentemente britannica per liberare i due ostaggi trattenuti in Nigeria, hanno stimolato in modo pericoloso le mie curiosità para-belliche riguardanti corpi e specialità militari. Non ho potuto trattenermi dall’ inviare alla Segreteria di Redazione del Corriere della Sera l’ e-mail indirizzata allo stesso Alberizzi,  riprodotta qui sotto (ho trovato buffo che l’uso dei reparti speciali della marina sia stato anche determinato dal fatto che essendo imbarcati su una portaerei erano quasi sul posto. Il che fa pensare che si volesse invocare una diminuzione delle spese generali …). Mi dispiace di aver dimenticato nel testo di citare il motto dello Special Boat Service “By strength and guile” che si potrebbe tradurre “Con la forza e con l’inganno” (o, se preferite,  “con l’ astuzia”).
Pubblico la lettera per farvi capire quanto possano essere tormentose le mie ossessioni collaterali …


Egregio Collega,
mi riferisco al suo articolo apparso a pagina 5 del “Corriere della Sera” di sabato 10 marzo 2012. Vi si parla di “Teste di cuoio britanniche, unità della Special Boat Service della Royal Navy”, il che è esatto (lo S.B.S. è pressappoco l’equivalente del nostro Comsubin). Ma la giustificazione dell’uso di quel reparto speciale britannico è che era “imbarcato su una portaerei di Sua Maestà che da tempo incrocia nel Golfo di Guinea (…) con il compito di combattere la pirateria, florida in quel braccio di mare”. La giustificazione mi pare curiosa. Parliamo di un reparto che esiste in funzione della sua specialità “navale”, anche se articolato in quattro squadroni, due per operazioni generali, anche terrestri, e due più specificamente di tipo nautico. Evidentemente si deve essere sviluppato un rapporto di forte competizione con il reparto prevalentemente concentrato sulle operazioni terrestri e cioè il cosiddetto S.A.S. (Special Air Service), nome puramente convenzionale perché non c’entra niente con l’ aviazione (fu costituito durante l’ ultima guerra per compiere colpi di mano in Libia contro le nostre truppe e quelle tedesche). Il S.A.S. è unanimemente considerato il miglior reparto per operazioni speciali, soprattutto terrestri, esistente al mondo ed è di fatto diventato una sorta di pietra di paragone per i reparti equivalenti delle altre nazioni. Sia detto incidentalmente non mi piace utilizzare l’ espressione “teste di cuoio”, nata per indicare i reparti speciali della polizia di frontiera tedesca, lo GSG 9 (Grenzschutzgruppe 9) e forse anche il KSK (Kommando Spezialkräfte) che dipende dall’ esercito. Ma mi pare di capire che l’ attività concorrenziale dell’ S.B.S. sul fronte terrestre sia sempre più estesa: nel novembre 2001 aiuta a sedare una rivolta in una prigione afgana. Nel 2003 ingaggia scontri casa per casa contro dei ribelli iracheni. Nel 2007 elementi dell’ S.B.S. e dello S.F.S.G. (Special Forces Support Group, terzo e più recente reparto speciale britannico) uccidono un leader talebano. Altrettanto accade nel 2008 con due esponenti talebani uccisi nel pieno deserto. Se ne deduce un’ evidente intenzione concorrenziale e probabilmente anche un’ esplicita forma di lotta fra specialità affini, ma l’una dell’ esercito e l’ altra della marina, tipiche di tante forze armate al mondo ( ad esempio si rintracciano aspetti clamorosi all’interno delle forze armate nord-americane). La sostanziale goffaggine con cui sembrerebbe essere stata condotta tutta l’ operazione intesa a liberare i due ostaggi e il fatto che ancora una volta non sia stato richiesto l’ intervento del S.A.S. è una nuova testimonianza di quelle gelose rivalità fra reparti affini, tipiche di tutte le storie militari. Ma mi sembra strano che da nessuna parte sia stato sollevato un problema di competenza e che nessuno ne parli (è vero che da quando sono stati i SEAL, reparto della “Navy”, ad uccidere Bin Laden è più complicato avanzare obiezioni del genere). Mi farebbe tuttavia piacere sapere se il problema è stato sollevato da qualcuno, a cominciare dal Governo italiano, apparentemente tagliato fuori dalle operazioni.
Grazie dell’ attenzione e molti cordiali saluti.
Claudio G.Fava.

7 marzo 2012

1 - Alcuni film americani che conviene avere visto - Chiamate Nord 777

MOVIOLA MOLTO PERSONALE, CON FILM DEL PASSATO PROSSIMO
Inizio da oggi una rubrica che prevede brevi recensioni di film di qualche tempo fa, possibilmente corroborate dall’uso discreto di DVD dei film stessi (cercherò sempre di ricordarne la casa produttrice, il prezzo ed eventuali frammenti di documentazione). La rubrica mi è stata suggerita da Lorenzo Doretti, che si è ispirato ad un’iniziativa simile contenuta nelle pagine internet del “New York Times” (evidentemente i mezzi a disposizione non sono paragonabili!). L’intenzione è quella di segnalare, soprattutto ai lettori più giovani, film interessanti e significativi di qualche tempo fa, colmando così eventuali lacune nel pubblico. In linea di massima la rubrica dovrebbe essere brevissima e durare 3 o 4 minuti. La prima puntata, per ovvie ragioni esplicative, è un po’ più lunga. Penso di iniziare la rubrica con un certo numero di film americani prodotti fra gli anni ’40 e gli anni ’60, che vorrei riunire sotto il titolo “Alcuni film americani che conviene avere visto”. Se la rubrica piace, e quindi continua, naturalmente mi dedicherò anche ad altre cinematografie, ad altre epoche e, se possibile, a personali di registi e di attori.
Sono curioso di sapere come andrà l’esperimento e prego i lettori di scrivermi le loro reazioni e le loro opinioni. Mi saranno molto utili.

A DOMANDA TRIRISPONDE

Volevo far presente che nell'elenco dei registi ho corretto i refusi nei nomi, dovuti ad una frettolosa trascrizione, e soprattutto ho provveduto ad ampliare l'elenco dei film in funzione delle richieste ricevute dai lettori. Questo vale per Jean Vigo richiesto da Anonimo, che cita un mio brano contenuto ne "Le camere di Lafayette", in cui si ritrova anche una riga praticamente senza senso. Vale anche per le infinite aggiunte e correzioni richieste da SG, che ho accontentato quasi in tutto, salvo qualche riserva personale. Ho colmato, cosi come richiesto dal Principe Myskin, il vuoto ingiustamente inflitto a Satiajit Ray (e  pensare  che lo scopersi al festival di Cannes del 1956!). Rispondo infine a Enrico (visibilmente parmigiano) per fargli rilevare che Pietrino Bianchi l' ho conosciuto (lo vedevo sempre alla Mostra di Venezia) e che l' ho citato in questo stesso Blog nella parte iniziale del brano "Elenco registi: situazione andamento lavori". Per quel che riguarda Grisbì le faccio presente che sono sempre stato un fedele lettore, in originale, di Albert Simonin, il cui "Argot" mi affascinava negli anni '50. Ho la sensazione che  Delia Scala fosse Hughette la segretaria di Oscar e che Jeanne Moreau fosse l'amica dell'amico di Gabin, il quale era poi Renè Dary, ex-attore bambino, ex-pugile ed anche noto in televisione nei panni di un commissario. L' altro amico, quello al quale vengono consegnati i lingotti, mi pare fosse Paul Frankeur . In quanto all' errore fra Valerio e Florestano pensi che ho conosciuto "di persona personalmente" sia Zurlini che Vancini , il che significa che sono vecchio!
Mi sembra per ora di avere risposto a tutti. Ovviamente resto in attesa di eventuali altre osservazioni in merito all'elenco dei registi.